Economista francese, intellettuale controcorrente, Jean-Paul Fitoussi in questa intervista insiste sull'urgenza di una svolta nella politica economica europea: la dottrina tedesca alla lunga non è sostenibile nemmeno per la Germania. Ci vuole un'interpretazione più flessibile dei Trattati Ue e gli altri leader Ue devono trovare insieme la forza di imporla. Per il bene di tutti. E dell'Europa.
Derive nazionaliste ed euroscettiche in aumento, monocultura tedesca sempre più dominante anche perché le altre latitano, asse Merkel-Hollande in profonda crisi, frattura Nord-Sud e diseguaglianze in aumento, solidarietà ai minimi, dialogo tra paesi Ue quasi nullo, ripresa fragilissima, disoccupazione alle stelle: dove va questa Europa?
L'Europa si è fatta togliendo competenze a Stati membri. Che hanno accettato in cambio di qualcosa di simile al federalismo e di rapporti di forza più equilibrati. Poi c'è stata un'accelerazione della storia con l'allargamento piuttosto che con l'approfondimento. È successo dopo la creazione della monete unica e ha segnato la fine dell'Europa federalista. Che era possibile a 10-12 paesi, non a 28.
Vuol dire che nell'allargamento a Est sta l'origine della crisi?
No, ma è una delle ragioni. Un'altra è la corsa al liberalismo, il marchio di fabbrica dell'Europa. Strada facendo però si è perso un potere politico forte in grado di correggerne accelerazioni e storture eccessive.
Risultato?
Si sono prese alle lettera le regole del liberalismo: deregulation, moneta unica con il solo obiettivo dell'inflazione minima e pareggio di bilancio. Queste regole sono state scolpite nei Trattati e nelle Costituzioni: e così, per la prima volta al mondo, sono entrate nelle politiche correnti. Siccome i Trattati europei prevalgono sulle leggi nazionali , tutti i paesi ne sono vincolati ma alcuni più di altri.
In che senso?
Nel 2005 la Germania ha violato il tetto del disavanzo pubblico e per farlo ha cambiato il patto di stabilità assieme alla Francia. Poi, con la crisi finanziaria, siccome ha sofferto meno degli altri paesi Ue, la Germania è diventata il paese più forte d'Europa, cosa che non era prima. Di qui un potere politico forte, che però è tale anche perché gli altri Stati non sono al suo livello: per debolezza dei loro leader, mancanza di coraggio. E per l'equilibrio del terrore.
Che cosa vuol dire in questo caso equilibrio del terrore?
Molto semplice: se un paese si dichiara contro la politica tedesca, il suo spread immediatamente aumenta. Il fatto che quella politica vada accettata per ragioni di spread fa sì che anche i Governi di sinistra non abbiano più il coraggio di dire cose di sinistra. Ma dicano cose di destra.
Il che è paradossale …
Visto che ormai tutto è fissato dai Trattati, qui sta il grande paradosso europeo, il popolo ha finito per capire che, anche se si cambia Governo, non si cambia politica.
Ma, così come è, questa Europa secondo lei è politicamente e socialmente sostenibile?
No. E le elezioni europee hanno cominciato a dimostrarlo. Ma prima aveva provveduto a farlo l'enorme tasso di disoccupazione e l'aumento della povertà al Sud. Quando non ha più niente da perdere, la gente sfida il sistema, si dice che è meglio cambiarlo piuttosto che morire di fame.
A questo punto è realistico aspettarsi in Europa politiche di rigore meno nemiche della crescita, che sono anche nell'interesse tedesco, oppure vede la Germania arroccata sul dogma della crescita come premio delle virtù?
L'interesse della Germania è un'Europa forte. Ma non credo che sarà disposta ad ammorbidire la linea se non si troverà di fronte interlocutori politici forti, capaci di dirle basta: o tu ascolti anche le nostre ragioni oppure sei tu che te ne devi andare. In Germania il peso delle dottrine è molto forte e non cambia neanche quando i fatti dicono che sono sbagliate.
Il dogmatismo però deriva anche dalla sfiducia nei partner: la crisi dell'euro ha rilanciato la sindrome del club Med. Siamo allora condannati a morire tutti tedeschi?
I Trattati possono essere interpretati in modo diverso. Vi si parla per esempio di disavanzo strutturale, che lascia margini di manovra per le politiche di bilancio. E di circostanze eccezionali: se non siamo in circostanze eccezionali quando la disoccupazione giovanile in certi paesi supera il 50%, non capisco che cosa significhi.
Quindi ci sarà una svolta?
Esiste un altro modo di interpretare i Trattati ma ci vuole un gruppo di paesi che difendano un'interpretazione alternativa. Se tutti si allineano alle regole anti-deficit e debito, la Germania non ha nessuna ragione di muoversi. Per ora Berlino è il leader europeo. Però ha vinto la battaglia politica, non quella economica.
Ma non è l'unica superpotenza economica europea?
Negli ultimi 5-6 anni il tasso di crescita tedesco è stato più debole di quello del Giappone. La Germania non è un grande esempio di successo economico. La diseguaglianza nel paese è in forte aumento, figlia delle riforme di Schroeder.
Da anni l'asse franco-tedesco, il motore Ue, si trascina malconcio: crollerà sulla debolezza del presidente Hollande?
Lo vedo in ripresa forse con il prossimo presidente francese. Per il momento mi sembra difficile.
Cinque anni di crisi dell'euro hanno creato profondi squilibri Nord-Sud. La Germania se l'è cavata meglio degli altri perché ha anche lucrato sulle disgrazie altrui. O no?
Sicuramento ne ha tratto grandi benefici. Quando si pagano tassi di interessi negativi, il debito pubblico non è più un problema. Ma la sua è una vittoria di breve termine.
Davvero?
Gli altri paesi hanno capito che la strada da seguire è la svalutazione interna. Se avranno successo e se tutti seguiranno, la Germania si troverà in difficoltà. E la Ue diventerà un'Unione per combattersi, non più per stare insieme ed essere solidali.
«Trattati da reinterpretare» - Il Sole 24 ORE




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