



A me piace molto la libertà che offrono gli ostelli. Purtroppo devo dormire con le persone che non mi conoscono, perché quelli che mi conoscono con me non ci vogliono stare. Se c’è gente che mi conosce non entro neanche o al massimo entro dalla finestra, come faceva il mio prof di storia a scuola quando era in ritardo. Di notte, mi copro il volto con un passamontagna e mentre gli altri ronfano e tirano peti involontari, io giro quatto quatto quattro volte tra le brandine ed apro tutti gli zaini altrui per prendere quello che potrebbe servirmi: mutande e scarpe (esclusivamente di donne: ne faccio la collezione), calzini, cravatte, ciabatte, biro o altro. Una volta in Canada ero in un ostello che agli altri sembrava lercio, ma che per me era molto pulito. Avevo bisogno di ottanta dollari e li trovai nei calzoni di uno che dormiva. Un’altra volta, a Porto, avevo voglia di fare la cacca e, un momento che non c’era nessuno, la feci (cacca/ feci, notare la finezza, eh,eh,eh) lungo le scale dalla reception alla camerata. A un tipo che di notte mi faceva girare i coglioni dicendo che russavo troppo forte, feci (di nuovo!) un buco nella mandibola con un trapano elettrico rubato, domandagli ripetute volte: “E’ sicuro?”.
Un ignoto film “Un tranquillo ostello zero stelle, ma cinque di paura” dove le comparse sono autentici paracadutisti israeliani che si calano dal cielo per controllare il contenuto del mio zaino, è ispirato alle mie imprese.
Quelli che sono stati negli ostelli quando c’ero anch’io, poi sono sempre andati in campeggio oppure rigorosamente allo Sheraton o al Jolly hotel. Oppure anche se sono in giro p.e. a Lima, di sera a dormire, per sicurezza, tornano sempre al Principe di Piemonte a Torino, hotel dove mi conoscono e dal quale sono stato definitivamente bandito anni fa.