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Discussione: Accade in Europa.

  1. #4251
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  2. #4252
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    Predefinito Re: Accade in Europa.

    Eri, se puoi riporta l'articolo precedente, finito nascosto dal cambio pagina. Grazie.

  3. #4253
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  4. #4254
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  5. #4255
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  6. #4256
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    Predefinito Re: Accade in Europa.

    VISTO DA XI/ Più affari e stabilità con l’Ue, ma l’agenda la scrive Pechino (e la tiene Orbán)
    Pubblicazione: 07.05.2024 - Andrea Pomella

    Xi Jinping è tornato in Europa e sta dimostrando a Bruxelles come si persegue una agenda politica. Prima vengono gli interessi di Pechino, a questo serve Orbán

    Dopo cinque anni dalla sua ultima missione diplomatica in Europa, Xi Jinping arriva a Parigi per incontrare il presidente Macron per poi volare da Ursula Von der Leyen e quindi recarsi in Serbia e Ungheria. L’incontro francese avviene in occasione delle celebrazioni per i 60 anni di relazioni diplomatiche, una ricorrenza che non ha un semplice valore simbolico poiché i rapporti fra i due Paesi sono destinati a diventare più stretti. Gran parte degli analisti si sono concentrati sui risvolti commerciali dell’incontro e quindi sulla possibilità che la Cina trovi dei mercati di sbocco per la produzione delle sue auto elettriche. È indubbio che per il sistema economico cinese l’Europa rappresenti il partner naturale e l’accesso ai suoi mercati è una questione vitale per la sua economia a vocazione export lead, ma il viaggio di Xi a Parigi segna il ritorno della grande politica estera cinese. Dopo la visita a Pechino di Olaf Scholz, caratterizzata da un’eccessiva accondiscendenza, e quella di Antony Blinken dai toni decisamente più aspri, l’incontro di Parigi rappresenta qualcosa di diverso da quelli precedenti, caratterizzati dalla ripetizione di un copione che non permetteva ai suoi protagonisti colpi di scena e improvvisazioni. A differenza dei suoi incontri precedenti, stavolta Xi Jinping ha qualcosa di valore da offrire; il presidente cinese è venuto in Europa per trattare con quelli che ritiene i partners dal più alto valore strategico la propria mediazione per la pace in Ucraina. Parliamo di una politica estera al più alto livello che al momento solo la Cina sembra in grado di interpretare.

    In definitiva, Xi ha capito che l’Europa, stanca di due anni di guerra e preoccupata per il futuro della propria economia, ha bisogno di un soggetto capace di assicurare una forma di stabilità. Ma vedere in Xi soltanto un messaggero di pace rappresenta un grave errore di ingenuità. Benché la Cina abbia tutti gli strumenti per far pesare alla Russia la propria volontà, la pace cinese avrà un prezzo e comporterà accordi commerciali decisamente favorevoli a Pechino.

    A riguardo, la seconda parte del viaggio di Xi in Ungheria e Serbia ha lo scopo di mostrare il volto assertivo della politica estera cinese e si svolge in quelli che sono ritenuti due Paesi molto vicini alla Russia, un modo per far capire la vera natura dei rapporti di forza delle relazioni sino-russe. Gli investimenti cinesi in Serbia non hanno cessato di crescere e Viktor Orbán è stato uno dei più attivi promotori dell’agenda cinese in Europa. Mentre la Cina si mostra accomodante con le leadership europee, punta decisamente su Orbán, ovvero il soggetto più destabilizzante per l’architettura dell’Unione Europea. Un atteggiamento solo apparentemente contraddittorio ma che in realtà è strumentale alla strategia cinese che vede nel premier ungherese una leva per raggiungere i propri obiettivi. La Cina riesce a modulare la propria politica estera riuscendo ad auto-rappresentarsi come un soggetto con cui parlare di pace e al contempo come potenza in grado di influenzare la politica estera ed economica dei Paesi a lui vicini.

    Non è un caso che Xi incontrerà il presidente serbo Aleksandar Vucic nel 25esimo anniversario del bombardamento statunitense dell’ambasciata cinese a Belgrado, e i leader serbi ed ungheresi sono stati gli unici capi di Stato europei a partecipare al vertice Belt and Road di Pechino nel 2023, un dato significativo perché Serbia e Ungheria sono due Paesi strategici per il progetto infrastrutturale cinse e rappresentano la porta da cui accedere ai ricchi mercati europei. Un contesto che offre alla Cina più carte da giocare, permette a Xi di capitalizzare le difficoltà degli altri soggetti in campo e fa sembrare molto lontani i tempi in cui la diplomazia europea vedeva in Pechino un “rivale sistemico”. Il viaggio di Xi in Europa non è ancora concluso, ma il presidente cinese può già passare all’incasso.

    — — — —

    https://www.ilsussidiario.net/news/v...orban/2700804/
    Ultima modifica di Eridano; 07-05-24 alle 16:50

  7. #4257
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    Predefinito Re: Accade in Europa.

    Elezioni del parlamento europeo: una costosa buffonata
    di Thierry Meyssan

    L’Unione europea organizza le elezioni europee solo per dimostrare di essere democratica. In realtà il parlamento europeo non possiede alcuna delle caratteristiche dei parlamenti nazionali. Non serve quasi a nulla… solo a essere eletto. Per la durata del mandato costerà 15 miliardi di euro, cui va aggiunto il costo delle elezioni.

    RETE VOLTAIRE | PARIGI (FRANCIA) | 14 MAGGIO 2024

    Le elezioni per il nuovo parlamento europeo si terranno dal 6 al 9 giugno, a seconda dello Stato membro. I parlamentari avranno solo un potere molto limitato: voteranno le leggi elaborate dalla Commissione che, fin dalla sua istituzione, non è stata altro che cinghia di trasmissione della Nato all’interno delle istituzioni europee. La Commissione si appoggia sia sul Consiglio dei capi di Stato e di governo sia sul padronato europeo (BusinessEurope). I parlamentari hanno anche un altro potere: quello di formulare risoluzioni, ossia pareri a maggioranza semplice, che però nessuno legge né tantomeno gli dà seguito. Poiché l’attuale maggioranza è atlantista, tutti questi pareri riprendono la propaganda logorroica della Nato.


    Negli Stati membri queste elezioni sono tradizionalmente sfogatoi per gli elettori. I governi quindi le temono e incoraggiano una proliferazione di liste alternative nei territori dei concorrenti. In Francia, dove la legislazione sul finanziamento delle campagne elettorali è molto restrittiva, il denaro che gli Stati Uniti e l’Eliseo iniettano in queste campagne proviene prioritariamente da Stati esteri (generalmente africani) e dalle imprese che stampano il materiale elettorale dei candidati [1]. Questa strategia porta a un’impressionante proliferazione di liste: già 21 in Francia e 35 in Germania!

    Sebbene le elezioni avvengano sempre per lista, ogni Stato ha un proprio sistema di voto. Nella maggior parte dei casi si tratta di liste bloccate, come in Germania e in Francia. In altri Stati, come Irlanda e Malta, le liste sono trasferibili: ogni seggio da ricoprire viene votato singolarmente (il che riduce il ruolo dei partiti, pur mantenendo la proporzionalità). In altri casi ancora, come in Svezia e Belgio, gli elettori possono modificare l’ordine della lista da loro scelta. Oppure, come in Lussemburgo, possono votare candidati di liste diverse. Ognuno di questi sistemi di voto presenta vantaggi e svantaggi, ma non misurano tutti la stessa cosa.

    I Trattati avevano previsto partiti europei, che però non esistono; segno che non esiste un popolo europeo.


    I partiti nazionali sono quindi spinti a coalizzarsi in alleanze per designare il proprio candidato alla presidenza della Commissione europea. Tra questi candidati il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo sceglierà. Questo metodo di elezione indiretta è stato introdotto nel 2014. In pratica, la coalizione più grande viene identificata in anticipo. Jean-Claude Juncker e in seguito Ursula von der Leyen sono stati quindi designati prima che la loro coalizione conquistasse la maggioranza relativa.

    Perché Mario Draghi possa imporsi a capo della Commissione, sarà necessario che la coalizione arrivata prima cambi bandiera all’ultimo momento: dopo la presentazione del suo rapporto sulla competitività delle imprese europee, Draghi verrebbe scelto per sostituire la ricandidatura di Ursula von der Leyen. Un maneggio che consentirebbe di cambiare brutalmente i temi in discussione: durante il periodo elettorale si discute dei risultati dell’amministrazione von der Leyen, ma poi, improvvisamente, il tema centrale diventa federare l’Unione europea a scapito degli Stati membri.

    È un argomento di cui gli elettori non capiscono nulla. Possono capire che «L’Unione fa la forza», ma non capiscono le conseguenze che si ripercuoterebbero su di loro se gli Stati membri scomparissero. L’Unione europea non è affatto un organismo democratico, ancor meno lo sarebbe lo Stato-Europa.


    Anche se Mario Draghi non potesse presentarsi, la domanda centrale, ma occultata, rimarrebbe questa: «Le popolazioni dell’Unione europea devono o no formare uno Stato unico, benché oggi non formino un popolo unico?». In altre parole, accetteranno che le decisioni vengano loro imposte da una maggioranza di “regioni” (non si parlerebbe più di Stati membri) cui non appartengono?

    Questa problematica fu esplicitamente posta dal cancelliere tedesco Adolf Hitler nel 1939. Egli voleva creare una Grande Germania, composta da tutti i popoli di lingua tedesca, al centro di una costellazione di piccoli Stati europei, ciascuno fondato su un particolare gruppo etnico. Dopo la caduta del Reich nel 1946, il primo ministro britannico Winston Churchill avrebbe voluto creare gli Stati Uniti d’Europa, cui il suo Paese non avrebbe in alcun modo partecipato [2]. L’idea era che “l’impero su cui non tramonta mai il sole” potesse confrontarsi con un unico interlocutore, comunque non in grado di competergli. Anche questo progetto non fu realizzato: qui la spuntò il «mercato comune». È su questo che torniamo ora.

    In ambito economico, l’Unione si sta muovendo verso una specializzazione del lavoro. Per fare esempi, alla Germania andrebbe l’automobile, alla Francia toccherebbero i prodotti di lusso e alla Polonia i prodotti agricoli. Ma come reagiranno gli agricoltori tedeschi e francesi che saranno sacrificati all’interesse di quelli polacchi, o i produttori di auto polacchi, a loro volta sacrificati a beneficio di quelli tedeschi?

    In ambito di politica Estera e di Difesa, l’Unione ha sposato la linea atlantista. In altre parole difende le stesse posizioni di Washington e Londra. Ma questa linea potrebbe essere imposta a tutti, anche agli ungheresi, che si rifiutano di diventare antirussi, o agli spagnoli, che si rifiutano di sostenere i genocidari israeliani. Secondo i Trattati, la Difesa dell’Unione è affidata alla Nato. Il presidente statunitense Donald Trump pretendeva che questa difesa non costasse nulla agli Stati Uniti e che gli europei aumentassero le spese militari al 2% del PIL. A oggi solo 8 Stati su 27 lo hanno fatto. Se la Ue diventasse un unico Stato, il desiderio di Washington diventerebbe un obbligo per tutti. Per alcuni Paesi come l’Italia, la Spagna e il Lussemburgo, ciò significherebbe un’improvvisa riduzione dei programmi sociali. È improbabile che le popolazioni lo apprezzerebbero.

    Inoltre, c’è il caso particolare della Francia, che è membro permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e possiede la bomba atomica. Dovrebbe mettere queste prerogative al servizio dello Stato unico, con il rischio che la maggioranza del Consiglio europeo le usi contro le opinioni dei francesi. Ma anche in questo caso le popolazioni non lo accetterebbero.

    Tra l’altro, lo Stato-Europa (che non ha nulla a che vedere con il continente europeo, molto più esteso) sarebbe quindi un impero, costretto però ad accettare che parte del suo territorio, Cipro Nord, sia occupata dalla Turchia dal 1974.

    Nessuno di questi problemi è nuovo: a causa di essi alcuni politici europei, tra cui il generale Charles De Gaulle, acconsentirono al “mercato comune” e rifiutarono “l’Europa federale”.
    Oggi sono di nuovo al centro delle preoccupazioni dei leader europei atlantisti, ma non dei loro popoli. Ecco perché faranno di tutto per nasconderli in queste elezioni. È la questione centrale, ma anche quella che inquieta di più.

    A questi problemi politici si aggiunge quello organizzativo. L’èra industriale ha lasciato posto a quella dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Le organizzazioni verticali dell’inizio del XX secolo, in economia e in politica, hanno lasciato posto a organizzazioni orizzontali e in rete. Il modello verticale dello Stato-Europa è quindi superato prima ancora di nascere. Inoltre, chiunque conosca quest’enorme macchina amministrativa, ne ha già visto la futilità: alla fine serve solo a rallentare la crescita che invece sarebbe supposta stimolare. L’Unione è ormai molto indietro rispetto a Cina, Russia e Stati Uniti; il progetto federale non solo le impedirà di riprendersi, ma la farà addirittura retrocedere rispetto alle potenze emergenti.

    Si potrebbe pensare che i sostenitori dello Stato-Europa abbiano interesse ad attrarre un’ampia partecipazione per legittimare il loro progetto. Non è così: il progetto federale non viene discusso in questa campagna elettorale, ma se ne discuterà il giorno successivo, con Mario Draghi. Quindi tutti stanno facendo il possibile per sottolineare che l’Unione organizza delle elezioni (fatto ritenuto sufficiente a renderla democratica) ma al tempo stesso si assicurano che il minor numero possibile di persone s’intrometta. La partecipazione, nell’intera Unione, potrebbe non raggiungere la metà degli elettori.

    Thierry Meyssan

    Traduzione
    Rachele Marmetti

    [1] In Francia i candidati devono far stampare i manifesti, i programmi e altro materiale elettorale. Con il tempo, tre grossi stampatori hanno capito che potevano puntare su alcuni candidati: pagano alcune delle loro spese ma maggiorano le fatture delle stampe.

    [2] « Discours de Winston Churchill sur les États-Unis d’Europe », par Winston Churchill, Réseau Voltaire, 19 septembre 1946.

    https://www.voltairenet.org/article220866.html
    Da riportare assolutamente. Grazie.
    Ultima modifica di Eridano; 17-05-24 alle 02:18

  8. #4258
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    Predefinito Re: Accade in Europa.

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #4260
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    .
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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