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    Predefinito Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce

    Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce - la Repubblica.it

    Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce

    FUincompreso, o perlomeno visto con sospetto, anche da chi militava nel suo stesso fronte antifascista. Il destino di Piero Gobetti, nato a Torino nel 1901 e morto in esilio a Parigi, non ancora venticinquenne, nel febbraio del 1926, era segnato fin dall'inizio. Lo testimonia lo scambio epistolare che intrattenne con Filippo Turati, il grande vecchio del socialismo italiano, nel giugno del 1924, poco dopo il rapimento e l'assassinio, il giorno 10, di Giacomo Matteotti, il cadavere del quale sarebbe stato scoperto il 16 agosto, esattamente 90 anni fa. Al giovane autore de La rivoluzione liberale, che gli chiedeva consigli e autorizzazioni per dare velocemente alle stampe un volume di scritti di Matteotti, in funzione della battaglia per «battere in blocco mussolinisno e maggioranza», il leader del riformisti del Partito socialista replicò opponendo un diniego.
    Nei giorni seguenti, scrivendo ad Anna Kuliscioff, Turati spiegò di avere accelerato il proposito di pubblicare quei testi, se no «altri ci usurperà quello che è un nostro diritto e dovere». L'iniziativa, in sostanza, era stata presa dall'anziano dirigente politico quasi come una sfida o un'appropriazione indebita, dimostrando così di non avere compreso gli intenti di Gobetti, teso invece a dare concretezza e slancio alla lotta antifascista nel nome di Matteotti. In ogni caso Gobetti non si arrese. Nel ‘24 fece uscire alcuni testi dedicati al deputato fatto uccidere da Mussolini: prima nella rivista La Rivoluzione Liberale e, successivamente, in un volumetto della sua casa editrice.
    A rendere note le due lettere, ricostruendo l'episodio esemplare nel contrapporre il dinamismo gobettiano all'attendismo di Turati, è lo storico torinese Marco Scavino. Lo fa nell'ultimo numero di Critica liberale, il trimestrale fondato nel 1969 e diretto da Enzo Marzo. Non è il solo documento proposto dal periodico, che riporta anche una fotografia inedita dell'intellettuale torinese rintracciata dagli archivisti del Centro studi Piero Gobetti di Torino. Certo è che la lettera a Turati e la risposta di questi assumono una valenza particolare, soprattutto se si leggono alla luce dei travisamenti che Gobetti avrebbe subito dopo la Liberazione. Fu «imbalsamane to», o interpretato in maniera fuorviante, dalla sinistra egemone, ossia dal Pci. E venne (e viene) fatto passare per un comunista, estraneo alla tradizione liberale, dalla destra che pure si richiamava e si rila chiama a quei valori. Una sorte, quella di Gobetti, comune ad altri esponenti di spicco della «altra sinistra», non comunista e democratica, libertaria e socialista, che si guadagnò la persecuzione tanto dai fascisti quanto dagli stalinisti. Su Gobetti, poi, ci furono ampie ricadute, nelle interpretazioni di comodo del suo pensiero, nel dopoguerra. Altrettanto emblematico, al riguardo, è il caso di Carlo Rosselli, assassinato dai fascisti francesi col fratello Nello su verosimile mandato di Galeazzo Ciano. La sua opera Socialismo liberale, anche nell'Italia repubblicana, nata dalla Resistenza, per decenni ven- osteggiata dal Pci. Palmiro Togliatti ravvisava nelle pagine di Rosselli un pericolo per la politica del suo partito e per l'Unione Sovietica; e anche Giulio Einaudi con la sua casa editrice si adeguò al silenzio, come ricordava in una lettera (pubblicata ora da Critica liberale) Aldo Rosselli, figlio di Nello.
    A dare conto della «fortuna e sfortuna del filo rosso che parte da Gobetti e Rosselli », delle censure e degli occultamenti che si sono estesi ad Antonio Gramsci, è Marzo. Il direttore di Critica liberale le compendia in un lungo articolo di apertura in cui non risparmia critiche alle passate direzioni del medesimo Centro studi Gobetti, colpevole di non mettere a disposizione degli studiosi l'epistolario gobettiano tra il 1923 e gli inizi del 1926, che potrebbe «portare elementi nuovi alla vexata quaestio dei rapporti col comunismo e con i capi comunisti ». Non è un mistero, d'altronde, che già nel 1921 Gobetti avesse sottolineato come «l'economista Marx è morto, con il plus-valore. con il sogno dell'abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo ». Tutt'altro che un comunista, in buona sostanza.
    Non si sa che cosa Gobetti avrebbe scritto e fatto, se la morte non l'avesse stroncato nel febbraio del ‘26. Ma proprio la lettera a Turati, «post 10 giugno 1924», ne rivela la tempra. Al capo socialista, oltre a domandare le carte di Matteotti, aggiungeva una postilla in cui affermava che era «necessario agire». Mussolini, continuava, «non cadrà: ma bisogna, se cade, che siano le minoranze a farlo cadere e a succedergli. Guai se si dovesse tornare a Giolitti!».
    Nella risposta, invece, Turati evitò ogni considerazione politica, preferendo rivendicare il diritto di proprietà del partito rispetto a Matteotti, non senza qualche frecciata alla vedova e alla famiglia del parlamentare di «cui condividevano neppure le idee».
    © RIPRODUZIONE RISERVATA
    " Vorrei stampare un libro di scritti di Matteotti, al più presto. Bisogna agire, battere in blocco mussolinismo e maggioranza. Io credo che Mussolini non cadrà, ma se cade, che siano le minoranze a farlo cadere e a succedergli
    "
    PIERO GOBETTI
    " Dopo questi giorni affannosi pubblicheremo i suoi lavori, ma è faccenda a cui attende la Direzione del Partito, che in esclusiva ne ha il diritto e il dovere Vi contribuirà il fondo in onore e memoria del martire
    "
    FILIPPO TURATI

  2. #2
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    Predefinito Re: Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce

    Grande personaggio Gobetti, andrebbe riscoperto! Così come le correnti culturali di varia estrazione che componevano "l'altra sinistra" :-) chissà che proprio questo forum non possa essere fonte di approfondimento in tal senso...
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  3. #3
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    Predefinito Re: Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce

    Lettera di Camillo Berneri a Gobetti:
    <<Caro Gobetti,

    m’è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l’articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto “l’Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone.”

    Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano “da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni,” formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L’Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. - Garnier, Paris, 1851, p. 108).
    L’errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell’Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da L. Fabbri, che sostiene essere l’anarchismo “tradizionalmente e storicamente socialista” in quanto ha per base della sua dottrina economica “la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale” (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero - 1910, n. 14, p. 213).
    Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L’Internazionale nacque in Francia, nell’atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l’idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L’influenza praudhoniana, dunque, è parallela all’anti-comunismo e all’anti-collettivismo.
    Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice “La libertà dell’industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo.” E ancora: “I paesi d’Europa ove il commercio e l’industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo.” L’entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia.” In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.
    Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano “attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti,” e non si impressiona punto all’idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.
    Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che “la presenza di terre libere e la possibilità per l’operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l’indipendenza del lavoratore” (Cfr. Oeuvres, I, 29).
    La concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l’espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell’anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell’Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l’attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l’Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista.
    Se il collettivismo dell’Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: “L’Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione… Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà… Bisogna tendere alla creazione d’un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro.” Saverio Friscia, nella “Risposta di un internazionalista a Mazzini,” (pubblicata sopra il giornale bakunista L’Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l’approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: “Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale.” Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l’assioma “chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?”. E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: “Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell’ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell’eguaglianza e della solidarietà umana?.”
    In questa risposta del Friscia è netta l’opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell’eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere. Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all’Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt’ora.
    Tuo C. Berneri.>>

  4. #4
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce

    Chi era Piero Gobetti? In primo luogo un personaggio straordinario, meteorico: nato a Torino nel 1901 morirà a Parigi nel 1926. In questi 25 anni egli riesce a segnare, con la sua poliedrica figura, la cultura dei suoi anni; critico letterario e teatrale, teorico e osservatore politico di finissima capacità, editore - fu peraltro il primo a pubblicare "Ossa di seppia" di Montale -, fonderà una rivista, "Rivoluzione Liberale", destinata ad avere un ruolo fondamentale nell'opposizione al fascismo. Intorno ad essa si raccoglierà il fronte più intransigente della secessione Aventiniana. La piccola rivista "Rivoluzione Liberale", una rivista da intellettuali, con una scarsa diffusione, giungerà tuttavia a preoccupare fortemente le autorità, che ne chiederanno più volte il sequestro... lo stesso Mussolini fu autore di un noto telegramma in cui egli chiedeva di far tacere quell'"insulso oppositore" ...
    Gobetti è particolarmente interessante come interprete del fascismo. Da Gobetti prende le mosse una tra le principali correnti
    interpretative, quella che vede il fascismo come fatto eminentemente nazionale, italiano. Secondo questo filone interpretativo il fascismo è il necessario compimento e realizzazione di condizioni preesistenti ad esso: dietro a questa interpretazione sta l'idea che la democrazia italiana sia nata e si sia sviluppata in modo imperfetto. Tuttavia è pericoloso incasellare Gobetti in questo filone interpretativo che da lui si diparte ma che, col tempo, ha finito per significare qualcosa di completamente diverso da quanto egli sosteneva.
    Difatti esistono due aspetti rimarchevoli nell'interpretazione del fascismo di Gobetti che lo pongono che lo pongono decisamente "fuori dal coro" e in stridente contrasto con la "vulgata resistenziale" del fascismo.
    L'antifascismo di Gobetti è "istintivo" perché, secondo lui il fascismo è negazione della dialettica democratica. Tuttavia cos'è la dialettica democratica, per Gobetti? Come egli esprime in modo indiscutibilmente chiaro ne "La nostra fede" la dialettica democratica non è il luogo della discussione pacata, fatta solo di indifferenza e di tolleranza distratta; è piuttosto il luogo davvero dialettico e anche feroce dello scontro delle opinioni. "Democrazia", per Gobetti, non è semplicemente rispetto delle opinioni altrui o difesa della legittimità di ogni forma di pensiero. E' indubbiamente questo, perché laddove non vi è rispetto di ogni forma di pensiero non può esservi democrazia. Ma, affinché esista la democrazia deve esistere partecipazione vera: laddove vediamo apatia, indifferenza, accettazione passiva non può esservi democrazia; la democrazia deve essere sostenuta sempre da una ferrea determinazione di coerenza rispetto alle proprie idee. Solo questo consente alle idee di "scontrarsi" e divenire vera dialettica. Insomma, secondo Gobetti la "Democrazia" è fatta da due cose:
    1)- Tolleranza e rispetto delle opinioni altrui
    2)- Assoluta coerenza rispetto alle proprie idee.
    Il fascismo secondo Gobetti non è antidemocratico perché "intollerante": Gobetti, fedele testimone di quegli anni vedeva continuamente il triste spettacolo della violenza politica compiuta dall'una e dall'altra parte e certo non faceva gran differenza tra l'intolleranza dei fascisti, quella dei cattolici e quella dei marxisti. La ragione per cui il fascismo non è democratico, per Gobetti, va ricercata nel fatto che esso riguarda con troppa disinvoltura la questione della coerenza. Insomma ciò che non va, nel fascismo, non è tanto la violenza - che da sempre larga parte dell'antifascismo ha visto come elemento saliente, per non dire identificante del fascismo - ciò che non va, nel fascismo è piuttosto il fatto che esso genera una unanimità consenziente, una dimensione in cui tutti sono daccordo su tutto e in cui, di fatto, si rinuncia alla dialettica democratica vera e propria:
    [...]il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco (da l' "ELOGIO DELLA GHIGLIOTTINA")
    L'opposizione Gobettiana al corporativismo fascista nasce proprio dall'idea che la contrapposizione dialettica, e al limite lo stesso conflitto, siano elementi indispensabili al progresso di una società moderna:
    Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile. Si può credere all'utilità dei tutori e giustificare Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei Pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati.(da l' "ELOGIO DELLA GHIGLIOTTINA")
    Fuori da ogni retorica Gobetti è istintivamente antifascista perché crede che non vi sarà progresso alcuno mediante il fascismo; non è antifascista perché il fascismo "irreggimenta le persone", le "inquadra", le violenta: è antifascista perché il fascismo addormenta il paese; perché il fascismo, secondo Gobetti non funziona...
    Gobetti sembra intuire i caratteri salienti del fascismo prima ancora che essi vengano fissati in un corpus dottrinario definito: il fascismo che aborre il "pensiero pensato", che esalta solo il "pensiero pensante", che considera idee e principi come ipostatizzazioni che limitano la libertà e il coraggio del fascista è, di fatto, un fascismo che esalta l'incoerenza come un valore: vivere pericolosamente, senza sentire il bisogno di obbedire a schemi precostituiti. La mistica fascista del coraggio, dell'uomo che non ha bisogno, per vivere, della sicurezza garantita da un coerente insieme concettuale di valori e di principi trae giustificazione da una negazione del carattere oggettivo delle idee e dei valori: al primo posto si colloca l'individuo, la sua libertà assoluta, il suo potere creativo. Questa esaltazione della incoerenza, che altrove ho chiamato "incoerenza virtuosa" (Il Gobetti, dicembre 2000) sembrava trovare giustificazione e rinforzo, negli anni 20-30 dal clima rivoluzionario che attraversava l'intera cultura occidentale e segnatamente la scienza (si pensi alle interpretazioni relativiste o all'interpretazione di Copenaghen nella fisica). E in effetti "l'incoerenza virtuosa" fu una pratica costante del regime: senza di essa non si comprende perché il totalitarismo fascista fu sempre imperfetto, scarsamente efficace e non si comprende come il fascismo abbia potuto passare da una impostazione razziale di tipo imperialista ed etnocentrico a una segregazionista (oggi siamo tutti convinti che sia l'imperialismo etnocentrico che il segregazionismo razziale siano due cose ugualmente brutte; tuttavia esse obbediscono a principi assolutamente opposti: per l'imperialismo etnocentrico le culture e le razze diverse devono essere assorbite, a costo dell'annientamento dei loro caratteri culturali; per il razzismo segregazionista le razze non sono emendabili e nessuna integrazione è possibile).
    Esiste tuttavia un altro aspetto che dovremmo considerare, nel valutare la sua interpretazione del fascismo: quest'ultimo non è un accidente nella nostra storia: per Gobetti il fascismo è l'autobiografia della nazione, qualcosa che non poteva non essere, qualcosa che nasce nel nostro stesso corpo... di nuovo siamo del tutto fuori da una certa retorica antifascista secondo cui il fascismo fu l'occasionale presa del potere da parte di uno sparuto gruppo di persone che si impose al paese con la violenza..... una retorica che fu certo il segno di un errore propagandistico dei fuoriusciti già negli anni trenta e che poi, per ragioni anche in parte legittime - legate alla credibilità in politica estera dell'italia del dopoguerra - si è voluto imporre a tutti i costi. Quando i governanti italiani del dopoguerra parlavano agli alleati o all'Unione Sovietica essi dovevano, in un certo qual modo fare propria e imporre quella visione retorica proprio al fine di convincere i vincitori recalcitranti a offrire migliori condizioni di pace e maggiori aiuti economici al nostro paese.
    Ma le astuzie diplomatiche possono risultare utili sul piano dei rapporti internazionali, non certo su quello della comprensione storica. Leggendo Gobetti non si può fare a meno di pensare che il fascismo, anziché essere superato sia stato semplicemente rimosso dal paese; che in qualche modo esso alligni ancora nelle nostre carni, nel nostro sangue.
    Al riguardo vale la pena di notare come l'interpretazione delineata (il fascismo come "incoerenza virtuosa") contrasta in modo lampante con certe recenti valutazioni del fascismo, che colgono un momento particolarmente rivelatore nei mesi della Repubblica Sociale: alludiamo principalmente alla distinzione tra fascismo-movimento e fascismo-regime, particolarmente cara a De Felice, secondo cui la vera anima del fascismo sarebbe più facilmente individuabile negli anni di Salò, in cui riemergerebbero gli aspetti più salienti del fascismo-movimento. Al contrario, nell'interpretazione su delineata, Salò, con il suo atteggiamento di ardua coerenza e di intransigenza sembra qualcosa di strutturalmente diverso dal fascismo stesso.
    Paolo Bussagli


    http://www.cdrc.it/Gobettiduepar.html
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  5. #5
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    Predefinito Re: Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Grande personaggio Gobetti, andrebbe riscoperto! Così come le correnti culturali di varia estrazione che componevano "l'altra sinistra" :-) chissà che proprio questo forum non possa essere fonte di approfondimento in tal senso...

    beh se magari lo aiuti con la tua cultura

    (ieri ho saputo che il giovane segretario dei democratici di chiaia si è fatto la doppia tessera con i radicali napolitani e come lui altri due deputati pd di cui non ricordo il nome)

 

 

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