Lavoro e articolo 18: i 4 punti chiave del documento Pd - Repubblica.it
I primi tre punti sono vaghi ma sensati. L'ultimo non solo non è chiaro, ma è anche dubbio
Il senso di abolire il reintegro è quello di dare la certezza all'azienda che il lavoratore licenziato non intenti contro di essa al solo scopo di rifarsi contro il licenziamento subito indipendentemente dalle ragioni per cui questo è avvenuto.
Concedere la possibilità di reintegro addirittura anche per i licenziamenti disciplinare (che potrebbero sparire se si fa una politica saggia) significa ristabilire tutto come prima.
Al contrario bisognerebbe:
1. Bandire il reintegro
2. Affidare a giustizia CIVILE e non lavoristica l'azione legale del lavoratore contro il licenziamento indiscriminato
3. accettare di default tutti i licenziamenti "disciplinari",ritenendo che esendoci la liberalizzazione dei licenziamenti non ci sarà più bisogno della farsa del licenziamento disciplinare
4- Punire economicamente il lavoratore che fa una causa arbitraria (una volta che l'ha persa, naturalmente)
Se però torniamo al reintegro, e al reintegro pure per i disciplinari e allora arrivederci, è come non cambiare nulla.
Del resto qui si saldano:
- vecchia nomenklatura diessina/pd
- alcune correnti di sinistra del PD
- sindacati, specie CGIL
Le prime due possono contare come il due di briscola, ma la CGIL no. Questa conta.
Essa organizzazione sindacale, con le sue compari bianco-blu, insieme alle strutture esecutive della Chiesa Cattolica, hanno ricevuto in dono, in nome del per altro condivisibilissimo principio della sussidiarietà, tutta una serie di apparati statali che l'hanno posta in stazione stabile nella burocrazia dello stato e nella vita dei cittadini.
Un tempo i sindacati servivano per bilanciare il potere contrattuale e delle aziende e strappare ad esse contratti migliori, oggi servono a sbrigare pratiche e ad ostacolare secondo i propri insindacabili principi le politiche economiche del governo.




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