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  1. #21
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    Predefinito re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    17 ottobre 2014: Santa Margherita Maria Alacoque, vergine

    Margherita nacque a Lautecour, nel dipartimento della Saone e Loira (Francia) il 22 luglio 1647, da Claudio Alacoque e Filiberta Lamyn, ferventi cristiani di buona situazione sociale ed economica. Fin da piccola Margherita avversava ogni cosa che sembrasse offesa di Dio e fece il suo voto di verginità a soli quattro anni, senza intendere il pieno significato. Ma la sua attrazione verso la preghiera, il ritiro e il silenzio, nonostante la sua indole vivacissima, il suo amore verso l'Eucarestia, il suo interessamento dei poveri e sofferenti, dei quali cercava di alleviare le pene con ogni mezzo a sua disposizione manifestavano la strada scelta per lei dal Signore. A otto anni perse il padre e venne a trovarsi, insieme alla mamma, alle dipendenze di alcuni parenti egoisti ed esosi, i quali, con continui e molteplici maltrattamenti le procurarono grandi sofferenze, in aggiunta alle malattie da cui era spesso colpita e alle penitenze che vi aggiungeva di suo. Margherita sopportava tutto con pazienza e in atteggiamento di rispetto e di benevolenza verso i persecutori suoi e della mamma. Crescendo cedette alle attrattive della società che la circondava e che la sua posizione economica le permetteva di frequentare, quali ricevimenti, feste e ricercatezza nell'abbigliamento, ma, ciò che poteva essere naturale e scontato in qualsiasi altra ragazza, non era ammissibile in lei, chiamata ad essere soltanto del Signore, perciò fu ricondotta alla vita semplice e fervorosa di prima. Nel 1669, a 22 anni, ricevette il sacramento della Cresima, che non poté ricevere prima per mancanza di chi glielo amministrasse. Fu in questa occasione che prese anche il nome di Maria, in onore alla Madonna di cui fu per tutta la vita ferventissima confidente. Intanto, la mamma e i parenti più stretti pensavano alla sua sistemazione con proposte concrete di matrimonio. Da principio la cosa non dispiacque a Margherita; ma dopo qualche tentennamento, rifiutò decisamente tali proposte e fece conoscere la sua risoluzione irreversibile di farsi religiosa. Superate le difficoltà, soprattutto con la madre, seguì l'indicazione espressa del Signore di entrare nell'Ordine della Visitazione (fondato da S. Francesco di Sales e da S. Giovanna Fremiot di Chantal) e il 20 giugno 1671, a 24 anni, entrò nel monastero di S. Maria di Paray-le-Monial. Nel monastero di Paray-le-Monial Margherita Maria visse 19 anni, fino alla morte, avvenuta il 17 ottobre dell'anno 1690, a 43 anni di età.

  2. #22
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    Predefinito re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    18 ottobre 2014: San Luca evangelista
    Luca, Evangelista, santo, martire, la reliquia del capo si espone a S. Pietro in Vaticano dove, in un reliquiario del 1619, vi è un dito. Il busto-reliquiario in argento del XIII secolo, che custodisce il capo del Santo, fu risparmiato, poichè considerato di scarso valore, sia dalla fusione del luglio 1796 che dalla requisizione del giugno 1798. Un braccio è a S. Maria Maggiore e al SS. Nome di Gesù un’altra reliquia insigne. Il corpo, privo del capo, si venera nella chiesa di S. Giustina a Padova.
    M.R.: 9 maggio - A Costantinopoli la Traslazione dei santi Andrea Apostolo e Luca Evangelista dall’Acaia, e di san Timoteo, uno dei discepoli del beato Paolo Apostolo, da Efeso. Il corpo di sant’Andrea, dopo molto tempo trasportato in Amalfi, ivi dal pio concorso dei fedeli è onorato, e dal suo sepolcro continuamente scaturisce un liquido, che sana le infermità.
    18 ottobre - In Bitinia il natale del beato Luca Evangelista, il quale, dopo aver molto sofferto per il nome di Cristo, morì pieno di Spirito Santo. Le sue ossa furono in seguito portate a Costantinopoli, e di là trasferite a Padova.

    [ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]

  3. #23
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    Predefinito re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    19 ottobre 2014OMENICA DICIANNOVESIMA
    DOPO LA PENTECOSTE

    MESSA

    Il capo augusto del popolo di Dio è salvezza dei suoi in tutti i loro mali e lo ha dimostrato in modo evidente domenica scorsa, ridonando salute al corpo e all'anima del povero paralitico, che ci raffigurava tutti. Ascoltiamo con riconoscenza ed amore la sua voce e promettiamo la fedeltà che chiede. La sua legge osservata ci difenderà dalle ricadute.

    EPISTOLA (Ef 4,23-28). - Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, rivestitevi dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Lasciate quindi da parte ogni menzogna, parli ciascuno secondo la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. se vi adirate guardatevi dal peccare: il sole non tramonti sopra l'ira vostra, né fate posto al diavolo. Chi rubava non rubi più, ma faccia piuttosto con le sue mani qualche onesto lavoro in modo che abbia qualcosa da donare ai bisognosi.

    La Chiesa riprende oggi la lettura della lettera agli Efesini sospesa domenica. L'Apostolo che ha posto prima i principi della vera santità, ne deduce adesso le conseguenze morali.

    L'uomo nuovo.

    Apprendiamo nell'Epistola la morale di san Paolo, che cosa egli intenda per giustizia della verità, che è quella di Cristo (Rm 13,14) e dell'uomo nuovo, che chi aspira al possesso delle ricchezze enumerate nei passi precedenti della sua lettera immortale deve rivestire. Chi rilegge l'Epistola della domenica decimasettima trova che tutte le regole dell'ascetismo cristiano e della vita mistica si riassumono per l'Apostolo in queste parole: Preoccupiamoci dell'unità (Ef 4,3). Questa massima che egli dà ai principianti e ai perfetti è il coronamento delle vocazioni più sublimi nell'ordine della grazia, come è fondamento e ragione di tutti i comandamenti di Dio, sicché, se noi dobbiamo evitare la menzogna e dire il vero a chi ci ascolta, per l'Apostolo il motivo è questo: Perché noi siamo membra l'uno dell'altro!

    È santo lo sdegno di cui parlava il salmista destato (Sal 4,5) in certe occasioni dallo zelo della legge divina e della carità, ma il movimento di irritazione sorto nell'anima deve anche allora calmarsi prestissimo. Il prolungarlo sarebbe far posto al diavolo e dargli modo di scuotere e rovesciare in noi l'edificio della santa unità con il rancore e l'astio.

    Prima della nostra conversione, il prossimo soffriva non meno di Dio per i nostri falli, l'ingiustizia ci toccava poco, quando passava inavvertita, l'egoismo era legge per noi ed era a garanzia del regno di Satana nelle nostre anime. Ora lo Spirito di santità ha cacciato l'indegno usurpatore e il segno migliore del dominio riconquistato è il fatto che noi non solo sentiamo che i diritti del prossimo sono sacri, ma ancora che il nostro lavoro e tutta la nostra attività si ispira al pensiero delle necessità del prossimo, alle quali occorre provvedere, e come l'Apostolo prosegue e conclude poco dopo, essendo imitatori di Dio, come figli suoi carissimi, camminiamo nell'amore (Ef 5,1-2).

    VANGELO (Mt 22,2-14). - In quel tempo: Gesù parlava ai principi dei sacerdoti e ai Farisei in parabole, dicendo: Il regno dei cieli è simile ad un re il quale fece le nozze a suo figlio. E mandò i servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò ancora altri servi, dicendo: Dite agli invitati: Ecco il mio pranzo è già apparecchiato, si sono ammazzati i buoi e gli animali ingrassati, e tutto è pronto: venite alle nozze. Ma quelli non se ne presero cura e andarono chi al suo campo e chi al suo negozio. Allora poi presero i servitori, li oltraggiarono e li uccisero. Avendo udito quanto era avvenuto, il re fu pieno d'ira e mandò le sue milizie a sterminare quegli omicidi e a dar fuoco alle loro città. Quindi disse ai suoi servi: Le nozze son pronte, ma gli invitati non erano degni. Andate dunque ai crocicchi delle strade e, quanti troverete, chiamateli alle nozze. E usciti per le strade i servi di lui radunarono quanto trovarono, buoni e cattivi, e la sala delle nozze fu piena d'invitati. Or entrato il re a vederli, vi notò un uomo che non era in abito di nozze. E gli disse: Amico, come sei entrato qua senza la veste da nozze? E colui ammutolì. Allora disse il re ai servi: Legatelo mani e piedi, e gettatelo fuori, nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti. Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.

    Le nozze del Figlio di Dio.

    Tutto quanto abbiamo veduto nelle domeniche scorse ci ha mostrato la Chiesa preoccupata soltanto di preparare l'umanità a queste meravigliose nozze, che sono l'unico fine perseguito dal Verbo, venendo sulla terra. Nell'esilio che si prolunga, la Sposa del Figlio di Dio ci è apparsa modello vivente dei suoi figli e ha sempre cercato di istruire questi figli, perché potessero capire il grande mistero della unione divina. Tre settimane or sono (XVI Domenica dopo Pentecoste) sentendo direttamente la sua sola preoccupazione di Madre e di Sposa, ricordava ai figli la chiamata ineffabile e, otto giorni dopo (XVII Domenica dopo Pentecoste) per le sue premure, lo sposo delle nozze cui erano invitati si rivelava nell'Uomo-Dio, oggetto del doppio precetto dell'amore, che riassume tutta la legge. Oggi l'insegnamento si completa e la Chiesa lo precisa nella Officiatura della notte, in cui abbiamo tutto il pensiero di san Gregorio, eminente Dottore e grande Papa che, in nome della Chiesa, spiega il Vangelo così:

    Il commento di san Gregorio.

    "Il regno dei cieli è l'assemblea dei giusti. Il Signore dice infatti per mezzo di un profeta: Mio trono è il cielo (Is 56,1); e Salomone dice a sua volta: L'anima del giusto è il trono della Sapienza (Sap 7,27), mentre Paolo chiama il Cristo: Sapienza di Dio (1Cor 1,24). Se il cielo è il trono di Dio, essendo la Sapienza Dio ed essendo l'anima del giusto trono della Sapienza, dobbiamo concludere che l'anima del giusto è un cielo... e veramente il regno dei cieli è l'assemblea dei giusti... Se questo regno è detto simile a un re che celebra le nozze del figlio, il vostro amore comprende subito quale sia questo re, padre di un figlio, che è re come lui e cioè che è quello di cui nel salmo è detto: Concedi, o Dio, al Re il tuo diritto e al Figlio del Re la tua giustizia (Sal 71,2). Dio Padre fece le nozze di Dio, suo Figlio, quando lo unì alla natura umana e dispose che colui, che era Dio prima dei secoli, divenisse uomo alla fine dei tempi, ma noi dobbiamo evitare il pericolo che si possa intendere una dualità di persone nel nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo e perciò è più chiaro e più sicuro dire che il Padre fece le nozze del Re, suo Figlio, unendo a Lui, nel mistero dell'Incarnazione, la Santa Chiesa. In seno alla Vergine Madre fu la camera nuziale di questo Sposo di cui il salmista disse (Sal 18,6): Stabilì la sua tenda nel sole, egli è lo Sposo che esce dalla camera nuziale" (Omelia XXXVIII sul Vangelo).

    PREGHIAMO

    Dio onnipotente e misericordioso, togli ogni ostacolo dal nostro cammino, affinché, liberi nell'anima e nel corpo, ti serviamo con tutto lo slancio del cuore.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 511-514

  4. #24
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    Predefinito re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    19 OTTOBRE 2014: SAN PIETRO D'ALCANTARA, CONFESSORE

    La beata penitenza.

    "O felice penitenza, che mi ha meritata tanta gloria!" Così si esprimeva il santo di oggi in procinto di salire al cielo, mentre santa Teresa di Gesù in terra faceva eco: "Quale perfetto imitatore di Gesù Cristo ci ha rapito Iddio, chiamando alla gloria questo religioso benedetto, Fratel Pietro d'Alcantara! Si dice che il mondo non è più capace di tanta perfezione, che le anime sono più deboli, che non siamo ai tempi di una volta, ma questo santo era del nostro tempo e il suo maschio fervore non ha nulla da invidiare a quello di altri tempi e non manca in lui un totale disprezzo delle cose della terra. Senza andare a piedi nudi come lui, senza fare penitenze cosi aspre, in mille modi possiamo praticare il disprezzo del mondo e il Signore ce li fa conoscere, se in noi c'è del coraggio. Come dovette essere grande il coraggio del santo del quale io parlo, se resistette quarantasette anni nella penitenza austera che ora è nota a tutti!

    Penitenza di san Pietro.

    Più di tutte le mortificazioni, da principio gli costò vincere il sonno e a questo scopo restava sempre in ginocchio o in piedi. Lo scarso riposo concesso alla natura lo prendeva seduto, con la testa appoggiata ad un pezzo di legno infisso nel muro e, se avesse voluto coricarsi non l'avrebbe potuto, perché la sua cella era lunga soltanto quattro piedi e mezzo. Per tutti quegli anni non si coprì mai col cappuccio, per quanto ardente fosse il sole o per quanto forte piovesse; non usò mai calzature e non portò che un abito di stoffa grossolana, senza sottovesti. Ho saputo però che egli per vent'anni ha portato un cilicio di filo di ferro bianco senza deporlo mai. L'abito era più stretto possibile e sopra di esso portava un mantello della stessa stoffa, ma nei tempi più freddi lo deponeva e lasciava per qualche tempo aperte porta e finestra della sua cella, che chiudeva quando, riprendendo il mantello, ci diceva che quello era il modo di scaldarsi e di procurare al corpo una migliore temperatura. Spesso non mangiava che ogni tre o quattro giorni e, mostrandomene io sorpresa, mi disse che era cosa facile per chi vi si era abituato. La sua povertà era estrema e la sua mortificazione tale che mi confidò di aver passato tre anni della sua giovinezza in una casa dell'Ordine senza conoscere alcuno dei religiosi, fuorché al suono della voce, perché non aveva mai alzati gli occhi; onde non avrebbe mai saputo portarsi dove la regola chiamava, se non avesse seguito gli altri. Altrettanta modestia aveva per la strada e quando lo conobbi il suo corpo era così estenuato che pareva fatto di radici d'albero" (Santa Teresa. Vita, c. xvii, xxx).

    "Se non farete penitenza... ".

    Tanta austerità, che l'illustre fondatrice del Carmelo pare trovare naturale ed essere dolente di non praticar in eguale misura, forse ci scoraggerebbe, e ripetiamo per questo che i Santi sono tutti ammirabili, ma non tutti imitabili. Ripetiamo ancora, con i contemporanei di santa Teresa, che il mondo non è più capace di tanta perfezione e che gli organismi sono indeboliti, per poterla pretendere. E tuttavia il Vangelo, che è eterno e dà consigli sempre attuali, insiste: "Se non farete penitenza, perirete tutti!". Facendo eco al suo divino Figliolo, la Madonna in tutti i messaggi e soprattutto da un secolo in qua si compiace di ridire le stesse parole: "Penitenza, penitenza, penitenza!".

    La penitenza richiesta a noi.

    Bernardetta a Lourdes e poi i piccoli veggenti di Fatima hanno trasmesso il messaggio celeste e questi ultimi lo hanno anche spiegato recentemente. Non è senza interesse conoscere che cosa voglia da noi il Signore per perdonarci e per allontanare dal mondo i castighi anche troppo meritati da peccati numerosi e gravi:

    "Il Buon Dio desidera molto il ritorno alla pace, ma soffre vedendo un numero così piccolo di anime in grazia e disposte a rinunciare a tutto, per aderire alla sua legge. Quello che Dio esige è là penitenza, il sacrificio che ciascuno deve imporsi, per vivere secondo la sua legge.

    La mortificazione che egli chiede consiste nell'adempimento dei quotidiani doveri e nell'accettazione delle tribolazioni e delle sofferenze. Desidera che alle anime sia rivelata chiaramente questa strada, perché molti pensano che penitenza voglia dire 'grandi austerità' e, non avendo né forza né coraggio per affrontarle, cadono scoraggiate nella indifferenza e nel peccato.

    ... Nostro Signore dice: Il sacrificio di ciascuno è il compimento del proprio dovere e l'osservanza della mia legge: ecco la penitenza che oggi io chiedo".

    Praticare questa penitenza sarà per noi imitare i santi, anche i più austeri, sapendo con sicurezza che rispondiamo ai desideri di Cristo e della sua santa Madre a riguardo di ciascuno di noi.

    VITA. - Pietro Garavito nacque nel 1499 ad Alcantara, in Spagna. A 16 anni entrò nell'Ordine dei Frati Minori e, compiuti gli studi, fu incaricato della predicazione. Lo zelo ardente gli meritò di poter convertire numerosi peccatori, ma volendo riportare l'Ordine al fervore primitivo, ne ottenne il permesso dalla Santa Sede e fondò il convento di Pedroso, che fu poi seguito da numerose fondazioni in Spagna e anche nelle Indie. Praticava un'austerità estrema, ma aveva in compenso grazie di contemplazione altissima e Dio rivelò a santa Teresa che avrebbe esaudita qualsiasi preghiera fatta in nome di Pietro d'Alcantara. Godeva del dono della profezia e del discernimento degli spiriti. Morì il 18 ottobre 1562, confortato dalla visione del Signore, della Madonna e dei Santi. Beatificato da Papa Gregorio XV il 18 aprile 1632, fu canonizzato il 4 maggio 1669 da Clemente IX.

    La ricompensa.

    "Ecco il termine della vita austera: una eternità gloriosa!" (Santa Teresa, Vita, c.xxvii). Come furono soavi le ultime parole sgorgate dalle tue labbra moribonde: Mi sono rallegrato in quello che mi fu detto: Andremo nella casa del Signore (Sal 121,1). Non era l'ora della ricompensa per il corpo cui nella vita non hai dato tregua per riserbargli la vita futura, ma già la luce e i profumi dell'oltretomba dei quali l'anima, abbandonandolo, lo lasciava investito, mostravano a tutti che l'impegno fedelmente mantenuto nella prima parte, lo sarà anche nella seconda. Mentre il corpo dei peccatori, destinato da false delizie a spaventevoli tormenti, ruggirà senza fine contro l'anima che l'ha portato alla rovina, le tue membra, raggiungendo nella felicità l'anima beata e completandone la gloria e lo splendore, diranno nei secoli eterni come la tua apparente durezza fu per esse saggezza ed amore.

    La lotta.

    Sarà necessario attendere la risurrezione per conoscere in questo mondo che la parte da te scelta è senza dubbio la migliore? Chi oserebbe confrontare i piaceri illeciti, non solo, ma le gioie permesse in terra con le sante delizie che la divina contemplazione riserba anche in questo mondo per chiunque si ponga in grado di gustarle? Se esse costano la mortificazione della carne, ciò avviene perché in questo mondo carne e spirito sono in lotta, ma la lotta ha le sue attrattive per le anime generose e la carne stessa, onorata dalla lotta, sfugge per essa a mille pericoli.



    Preghiera per la Chiesa e per lo stato religioso.

    Tu, che, secondo la parola del Signore, non puoi essere invocato invano, se ti degni di presentare a Lui le nostre preghiere, ottienici la soddisfazione del cielo, che ci allontana dai desideri terreni. Noi con la Chiesa rivolgiamo in tuo nome questa domanda i Dio, che rese ammirabile la tua penitenza e sublime la tua contemplazione (Colletta della festa). La grande famiglia dei Frati Minori custodisce prezioso il tesoro dei tuoi esempi e dei tuoi insegnamenti, per l'onore del tuo Padre san Francesco e per il bene della Chiesa conservala nell'amore delle austere tradizioni. Conserva al Carmelo di Teresa di Gesù la tua preziosa protezione ed estendila, nelle prove dei nostri tempi, a tutto lo stato religioso.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1199-1203

  5. #25
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    Predefinito re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    20 OTTOBRE 2014: SAN GIOVANNI DA KENTY, CONFESSORE

    San Giovanni e la Polonia.

    Kenty, l'umile villaggio della Slesia, che diede i natali al santo di oggi, dovrà sempre a lui la sua fama. La canonizzazione del beato sacerdote, che con la scienza e le virtù illustrò nel secolo XV l'Università di Cracovia, ritardata per molti ostacoli, fu l'ultima gioia e l'ultima speranza della Polonia morente, nel 1767. Due anni prima, per le insistenze dell'eroica nazione, Clemente XIII aveva emesso il primo decreto, che sanzionava la celebrazione della festa del Sacro Cuore. Iscrivendo poi il nome di Giovanni da Kenty nell'Albo dei santi, il magnanimo Pontefice esprimeva con parole commosse la riconoscenza della Chiesa per lo sventurato popolo e gli rendeva, davanti all'Europa, odiosamente dimentica, un omaggio supremo (Bolla di Canonizzazione). Cinque anni dopo la Polonia veniva smembrata.

    Le sventure della Polonia.

    Prima che lo sventurato popolo riacquistasse l'indipendenza dovevano passare molti anni e non la riacquistò per molto tempo. Nel 1939 di nuovo la Polonia era invasa dal nemico, vinta e divisa. Ebbe tuttavia la consolazione di ricevere l'incoraggiamento e la benedizione dal Papa Pio XII, che nella prima enciclica "Summi Pontificatus", del 20 ottobre 1939, prendeva parte al dolore della "nazione prediletta, che con la sua incrollabile fedeltà alla Chiesa, con i suoi meriti nella difesa della civiltà cristiana, scritti a caratteri indelebili nei fasti della storia, aveva diritto alla simpatia umana e fraterna del mondo e doveva attendere, fiduciosa nella potente intercessione di Maria, l'ora di risurrezione in accordo con i principi della giustizia e della pace".

    Terminata la guerra la Polonia non ha avuto che una maschera di indipendenza e per una parte soltanto del suo territorio e ora la
    persecuzione infierisce contro la Chiesa. Con futili pretesti e nelle forme più menzognere un governo settario imprigiona, giudica, condanna i sacerdoti e i vescovi, sopprime la stampa e l'Azione Cattolica, chiude le scuole cristiane e intralcia l'insegnamento, che la gerarchia ha diritto e dovere di impartire al popolo fedele, specialmente ai fanciulli.

    Fortunatamente "Dio può tutto: tiene nelle sue mani non solo la felicità e l'avvenire dei popoli, ma anche i consigli degli uomini; dolcemente li piega dove vuole e gli ostacoli sono per la sua onnipotenza mezzi dei quali si serve per plasmare le cose e gli avvenimenti, volgere gli spiriti e le libere volontà ai suoi altissimi fini" (Pio XII, Enciclica Summi Pontificatus). Chiediamogli, per l'intercessione del santo sacerdote che egli ha dato alla Polonia, che salvi una volta ancora lo sventurato paese e faccia che le sofferenze e il sangue dei martiri sia sempre per la Chiesa una caparra di risurrezione e di pace.

    VITA. - Giovanni nacque verso l'anno 1390 a Kenty, nella diocesi di Cracovia. Ancora fanciullo dimostrò un'angelica pietà e un'intelligenza così viva che fu inviato all'Università di Cracovia. Ottenuti i diplomi più lusinghieri, fu a sua volta maestro, ma si propose di illuminare con le intelligenze anche le anime e di portarle al bene. Sacerdote, si dedicò per qualche tempo al ministero, ma ritornò presto all'insegnamento. Il desiderio del martirio lo indusse ad iniziare il pellegrinaggio a Gerusalemme. La sua preghiera era fervorosissima, la sua carità verso i poveri tale che distribuì tutto quanto possedeva e la mortificazione lo portò a dormire per terra, a portare il cilicio, e a mangiare quanto basta per non morire di fame. Morì il 24 dicembre del 1473 e numerosi miracoli rivelarono tosto quanto era caro a Dio. Sicché nel 1767 Clemente XIII lo canonizzò, dopo che già Innocenzo XI nel 1680, avendone riconosciuta la santità, ne aveva permessa la festa in tutto il regno di Polonia.

    Preghiera.

    La Chiesa ti dice e noi ti diciamo con la Chiesa e con la stessa indomabile speranza: tu, che non rifiutasti mai di aiutare alcuno, prendi nelle tue mani la causa del paese in cui sei nato. È la preghiera dei tuoi concittadini di Polonia ed è la preghiera anche di quelli che non sono polacchi (Inno di Mattutino). Il tradimento di cui la tua patria sventurata fu vittima pesa gravissimamente sopra l'Europa, che ha perduto il suo equilibrio. Quanti altri pesi opprimenti sono venuti a gravare sulla bilancia della giustizia di Dio! Insegnaci, o Giovanni, ad alleggerirli almeno delle nostre colpe personali e, camminando dietro a te, nella via delle virtù, meriteremo l'indulgenza del cielo e affretteremo l'ora delle grandi riparazioni.

    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1203-1204.

  6. #26
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    Predefinito re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    21 OTTOBRE 2014: SANT'ILARIONE, ABATE e CONFESSORE

    Il padre dei Monaci di Siria.

    "Prima di S. Ilarione - dice san Gerolamo suo storico - non si conoscevano monaci in Siria. Egli fu là il fondatore della vita monastica e il maestro di quelli che l'abbracciarono. Il Signore Gesù aveva Antonio in Egitto e Ilarione in Palestina, il primo carico di anni e l'altro ancora giovane" (Vita di sant'Ilarione, c. 2). Il Signore elevò presto Ilarione a tanta gloria che Antonio diceva ai malati che la fama dei suoi miracoli gli attirava dalla Siria: "Perché vi affaticate a venire tanto da lontano se avete vicino mio figlio Ilarione?" (ivi c. 3).

    Ilarione aveva vissuti presso Antonio soltanto due mesi, dopo i quali, il Patriarca gli aveva detto: "Persevera fino alla fine, figlio mio, e la tua costanza ti guadagnerà le delizie del cielo". Dato poi un cilizio e un vestito di pelli a questo figlio di 15 anni, che non avrebbe veduto mai più, l'aveva mandato a santificare le solitudini della sua patria ed egli si era inoltrato nel deserto (ivi c. 1).

    La lotta con Satana.

    Il nemico del genere umano, presentendo nel nuovo arrivato nella solitudine un temibile avversario, iniziò contro di lui terribili combattimenti. Nonostante i digiuni, la carne del giovane asceta fu la prima complice dell'inferno. Ma, senza riguardi per un corpo così delicato e fragile che qualsiasi sforzo pareva avrebbe potuto annientare, Ilarione, secondo il suo biografo, gridava: "Saprò fare in modo, o asino, che tu non recalcitri più e ti domerò con la fame, ti schiaccerò con i pesi, ti farò camminare sempre e sentirai tanto la fame che non penserai più ai piaceri" (ivi c. 1).

    Vinto in questo sforzo, il nemico trovò altri alleati e tentò di riportare Ilarione in luoghi abitati. Ma ai ladri che avevano assalito la sua povera capanna, il santo diceva sorridendo: "Chi è nudo non ha paura dei ladri". Toccati da tanta virtù, i ladri non nascosero la loro ammirazione e promisero di emendarsi (ibid.).

    Ed ecco entrare in scena Satana stesso, come aveva fatto con Antonio, ma senza miglior successo. Nessun turbamento ormai raggiungeva le regioni serene in cui la semplicità aveva portato il santo. Un giorno il demonio entrò nel corpo di un cammello reso da lui furioso e si precipitò sul santo con orribili bramiti, ma ebbe questa risposta: "Volpe o Cammello, non mi fai paura, sei la stessa cosa". L'enorme bestia cadeva, domata, ai suoi piedi (ivi c. 2).

    Più abile l'astuzia e più dura fu la prova quando l'inferno, volendo il Santo sottrarsi all'immenso concorso di gente, che assediava continuamente la sua povera cella, si fece malizioso portavoce della fama ed esaltò le folle che opprimevano l'anima del santo. Il santo lasciò invano la Siria per percorrere in tutti i sensi l'Egitto; come inseguito di deserto in deserto, traversò il mare, sperando di nascondersi in Sicilia, in Dalmazia, a Cipro. Dalla nave, che lo porta fra le Cicladi, sente gli spiriti infernali chiamarsi dalle città e dai borghi e correre alle spiagge presso le quali egli passa. Sbarcato a Pafo, trova ancora lo stesso concorso di demoni, che portano al loro seguito moltitudini umane. Finalmente Dio, avendo pietà del suo servo, gli fa trovare un luogo inaccessibile dove egli si trova solo in compagnia di legioni di demoni, che giorno e notte lo circondano. Ma non trema, dice il suo biografo, anzi ha piacere di questa compagnia dei nemici delle lotte di un tempo e vive in pace i cinque anni che precedono la sua morte (ivi cc. 3, 4, 5).

    VITA. - Ecco il racconto della sua vita tratto da san Girolamo. Nato a Tabate, in Palestina, da genitori infedeli, Ilarione fu mandato per gli studi ad Alessandria e vi brillò per purezza di vita e per i suoi talenti, che ebbero poi maggiore risalto per i mirabili progressi nella fede e nella carità, quando abbracciò la religione di Gesù Cristo. Assiduo alla chiesa, perseverante nei digiuni, nella preghiera, disprezzava i falsi piaceri e calpestava tutti i desideri terreni. Era celebre allora in tutto l'Egitto il nome di Antonio e Ilarione intraprese un viaggio nel deserto per vederlo e due mesi passati con lui gli fecero conoscere perfettamente il metodo di vita del Santo. Tornato a casa, i genitori erano morti e Ilarione distribuì ai poveri l'eredità e, ancora quindicenne, riprese la via della solitudine. Vi costruì una capanna che appena lo conteneva e vi dormì sul nudo suolo. Non si lavò mai, né cambiò il sacco che lo vestiva dicendo che era cosa superflua mettere della ricercatezza in un cilizio.

    La lettura e lo studio delle sante Scritture assorbiva gran parte del suo tempo, mentre frutta e sughi d'erbe erano il suo cibo e non ne prendeva mai prima del cader del sole. Mortificazione e umiltà sorpassano ogni immaginazione e queste virtù e altre lo fecero trionfare di spaventose e molteplici tentazioni dell'inferno e gli diedero potere di cacciare, in vari luoghi, innumerevoli demoni dal corpo di persone, che ne erano possedute. Fondatore di numerosi monasteri, illustre per miracoli compiuti, a ottanta anni la malattia lo arrestò e sotto la violenza del male, vicino a rendere l'ultimo sospiro diceva: Esci, perché hai paura? Esci, anima mia, perché esiti? sono settanta anni che servi Cristo e temi la morte? Dicendo queste parole, il Santo spirò.

    Il timore di Dio.

    Essere Ilarione e aver paura di morire! Se avviene cosi del legno verde, che cosa avverrà del secco? (Lc 23,31). Fa', o santo illustre che viviamo nell'attesa del giudizio di Dio. Fa' capire anche a noi che il timore cristiano non esclude l'amore, ma è proprio vero il contrario e cioè che il timore scopre gli approdi e ci conduce, scortandoci sul cammino della vita, come una guardia attenta e fedele. Esso fu la tua sicurezza nell'ora suprema e, dopo aver reso sicuro il nostro cammino, possa introdurre anche noi direttamente in cielo.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959

  7. #27
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    Predefinito re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    21 OTTOBRE 2014: SANT'ORSOLA E COMPAGNE, MARTIRI

    Sant'Ilarione fu uno dei primi confessori, se non il primo, che ricevette un culto pubblico, come lo ricevevano i martiri. Nell'Occidente, Orsola e le sue compagne uniscono le gloriose aureole a quella del santo monaco, al quale la Chiesa ha conservato il primo posto nella Liturgia di oggi.

    Le martiri di Colonia.

    La leggenda ci informa che verso la fine del IV secolo, undicimila vergini furono uccise a Colonia dai centomila germani ancora barbari, che invasero e saccheggiarono le ricche province romane delle sponde del Reno. La critica attuale è meno generosa e ci fa sapere che fra il 350 e il 450 Clemazio, persona di rango senatoriale, restaurò una basilica, che era stata costruita a Colonia sul sepolcro di alcune vergini, che avevano versato il sangue per Cristo. L'edificio era di dimensioni modeste e non poteva contenere un numero così grande di tombe. L'iscrizione che Clemazio fece incidere è riconosciuta autentica e permette di credere che veramente a Colonia vi era un culto verso delle vergini martiri. Mancando documenti sicuri è ancora impossibile fissare la data del martirio di queste vergini, il numero delle quali apparve solo nel nono secolo, mentre il nome di Orsola apparve più tardi ancora. Le vergini erano probabilmente undici e non undicimila (Anal. Bolland., 1929, pp. 89-110).

    Patrone delle Universtità.

    Comunque sia, la pietà del popolo cristiano verso le vergini fu eccezionale e, patrone prima di Colonia, nel secolo VIII furono patrone della Francia, poi sant'Alberto Magno le scelse all'Università di Colonia come patrone degli alti studi teologici e il suo esempio fu seguito alla Sorbona di Parigi da san Tommaso d'Aquino, a Coimbra da Suarez e in Austria dall'Arcivescovo di Vienna. I grandi Maestri della teologia erano convinti che, presentando ai loro discepoli le eroiche virtù delle giovani martiri avrebbero potuto comunicare il necessario disprezzo della carne e del sangue, nonché l'elevazione d'anima, che rendono facile allo spirito il lavoro intellettuale.

    Patrona delle Figlie di sant'Angela Merici.

    Nel 1536, sant'Angela Merici fondò una società di vergini votate all'apostolato e all'insegnamento e diede loro il nome di Orsoline, mettendole così sotto la protezione della santa, che tutta l'Europa cristiana venerava come martire della verginità eroica ed eroina della cultura contro la barbarie.

    Recitiamo le due strofe seguenti, scritte dal beato Ermanno in onore delle martiri di Colonia: "Vergini gloriose, ascoltate la mia preghiera e, quando verrà l'ora della morte, aiutatemi prontamente; siatemi vicine nel terribile momento e difendetemi dall'assalto dei demoni.
    Nessuna di voi mi abbandoni e alla vostra testa sia la Vergine Madre. Se il fango avrà lasciato in me la sua sozzura molesta, allontanatela con la vostra preghiera. Sappia il nemico che voi siete con me e resti confuso".

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1207-1208

  8. #28
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    Predefinito Re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    24 OTTOBRE 2014: SAN RAFFAELE ARCANGELO

    La vicinanza della grande solennità, che farà convergere sopra di noi gli splendori del cielo, ispira alla Chiesa un raccoglimento profondo. Salvo l'omaggio che intende rendere ai gloriosi Apostoli Simone e Giuda, poche feste di rito semplice romano rompono il silenzio degli ultimi giorni di ottobre e conviene che le nostre anime si uniformino alle disposizioni della Chiesa. Tuttavia, non ci sottrarremo ad esse, se ricorderemo brevemente l'Arcangelo che la Chiesa oggi solennizza.

    Ministero di san Raffaele.

    L'ufficio che adempiono verso di noi gli spiriti celesti è espresso in modo mirabile nelle scene graziose, che rivestono di toccante bellezza la storia di Tobia. Ricordando i buoni uffici della guida e dell'amico, che chiama fratello Azaria, Tobiolo dice al padre: "Come ricompenseremo i suoi benefici? Mi ha guidato e ricondotto sano e salvo, ha ricuperato egli stesso il denaro che Gabelo ci doveva, devo a lui se ho incontrata la sposa che mi era destinata e ne ha cacciato il demonio, riempiendo di gioia i suoi genitori, mi ha liberato dal pesce, che stava per inghiottirmi e a te ha fatto vedere finalmente la luce del cielo: siamo stati da lui colmati di benefici" (Tb 12,2-3).

    Padre e figlio, desiderano mostrare nel modo possibile a uomini la gratitudine a chi tanto l'aveva meritata. L'angelo si fa conoscere e orienta tutta la loro riconoscenza al supremo benefattore. "Benedite il Dio del cielo e glorificatelo sopra tutto ciò che ha vita, perché egli ha fatto splendere sopra di voi la sua misericordia. Quando voi pregavate in lacrime e seppellivate i morti io presentavo al Signore le vostre preghiere e siccome eravate graditi a Dio era necessario che foste provati dalla tentazione. Ora il Signore mi ha mandato per guarirvi e liberare dal demonio la sposa di vostro figlio. Io sono l'angelo Raffaele, uno dei sette che stiamo davanti al Signore. Pace a voi, non temete e lodate Dio" (ivi 12,4-22).

    Confidenza.

    Ricordiamo anche noi i benefici del cielo, perché, con la certezza di Tobia, che vedeva con i suoi occhi l'Arcangelo Raffaele, noi sappiamo dalla fede che l'angelo del Signore segue i nostri passi dalla culla alla tomba. Abbiamo per lui lo stesso confidente abbandono e il cammino della vita, più seminato di pericoli che il cammino nel paese dei Medi, sarà per noi sicuro e gli incontri che faremo saranno felici, perché preparati dal Signore e la sua benedizione, splendore anticipato della patria, si diffonderà sopra di noi e sui nostri cari.

    Lode.

    Prendiamo dal Breviaro Ambrosiano un inno in onore dell'Arcangelo radioso:

    Raffaele, guida divina, ricevi con bontà l'inno sacro che le nostre voci supplichevoli e gioiose ti dedicano.

    Dirigi il nostro cammino verso la salvezza, sostieni i nostri passi, perché non andiamo vagando senza meta, avendo perduto il sentiero del cielo.

    Guarda a noi dal cielo e riempi le nostre anime dello splendore brillante che discende dal Padre santo dei lumi.

    Restituisci ai malati la salute, fa' cessare la notte dei ciechi e guarendo i loro corpi, riconforta i loro cuori.

    Tu, che stai davanti al sommo Giudice, scusaci per i nostri delitti; placa l'ira vendicatrice dell'Onnipotente, tu cui noi affidiamo le nostre preghiere.

    Tu, che sostenesti il gran combattimento, confondi il nostro superbo nemico e, per vincere lo spirito di rivolta, donaci forza, aumenta in noi la grazia.
    Sia gloria a Dio Padre e al suo unico Figlio con lo Spirito Paraclito e ora e sempre. Così sia.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1208-1210

  9. #29
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    Predefinito Re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    25 ottobre 2014: Santa Maria in Sabbato

  10. #30
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    Predefinito Re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    25 ottobre 2014

    Crisanto e Daria, santi, martiri di Roma, i loro resti, unitamente a quelli dei martiri Diodoro e Mariano, traslati da Stefano VI nella basilica dei Ss. XII Apostoli, sono nel pozzo della nuova confessione dal 22 aprile 1879. Le reliquie venivano esposte all’altare maggiore il 1 di maggio. La tomba di Crisanto e Daria è indicata, sia negli Itinerari del VII secolo sia nel Liber Pontificalis, in una basilichetta del Cimitero di Trasone sulla Via Salaria Nuova. Secondo la tradizione parte dei loro resti è custodita anche a S. Silvestro, a S. Prassede, al Laterano e a S. Paolo f.l.m. che vanta, inoltre, il possesso delle loro teste. Dal Sancta Sanctorum furono, secondo la leggenda, traslate nel 915 al monastero di Munstereiffel e da qui, nel 947, trasferite nel Duomo di Reggio Emilia ad opera del vescovo Adelardo. Altre città vantano il possesso di loro reliquie: Oria, Salisburgo, Vienna e Napoli.
    M.R.: 25 ottobre - A Roma i santi Martiri Crisanto e Daria sua moglie, i quali, dopo aver sofferto molti tormenti per Cristo sotto il Prefetto Celerino, dall'Imperatore Numeriano fatti gettare nell'arenario sulla via Salaria, dove con terra e pietre furono fatti seppellire vivi.

    [ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]

 

 
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