Risultati da 1 a 2 di 2

Discussione: Il Guru non muore mai

  1. #1
    Forumista
    Data Registrazione
    02 Feb 2010
    Messaggi
    990
     Likes dati
    128
     Like avuti
    120
    Mentioned
    11 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Il Guru non muore mai

    Il Guru non muore mai

    Molti anni fa, durante un'afosa stagione delle piogge, mi trovavo alla corte di un Avadhut. Questi era un personaggio alquanto singolare che sfuggiva ad ogni possibile classificazione ed era in odore di santità. Scoraggiava ogni possibile aspirante con risposte a dir poco destabilizzanti. A quanti chiedevano l’iniziazione spesso replicava che prima dovevano bere la loro urina, richiesta che poteva risultare a qualcuno rivoltante. Ad altri diceva che se volevano il Guru-Mantra sarebbero dovuti andare a leccare il pene di un asino. A fronte di simili pretese la maggior parte degli aspiranti desisteva.

    In quell'ashram arrivavano pandit, studiosi, monaci, viaggiatori colti, cercatori, sadhu, famiglie e curiosi. Molto raramente occidentali o fricchettoni. Il suo centro non era strutturato sul modello del Collegio per tantrici con diploma finale e non si aveva diritto all’iniziazione, neppure dichiarandosi disponibili a pagare qualsiasi cifra. L’iniziazione si poteva solo conquistare, non comprare; si veniva accettati dopo qualche test ma la maggior parte dei richiedenti era, sovente, respinta.

    Quell’estate ero l’unico straniero in quell’ashram. Un giorno, seguendo la scia della fama del Maestro, si presentò un sadhu europeo. Era svizzero, ex-medico, poco oltre la quarantina. Aveva i capelli castano scuro arruffati, una lunga barba ed era coperto da un longhi (pareo) nero alla vita. Era magro e parlava un hindi fluente. Disse di chiamarsi Parasnath (Paras=Pietra filosofale) e di venire da Kathmandu. Il Maestro gli permise di restare e lo fece alloggiare nella camera dove ero anch’io, in realtà una stanza adibita a deposito per il materiale della scuola dell’ashram, senza ventilatore. Io ero molto più giovane ed ero incuriosito da questo visitatore che sembrava incarnare le mie più infantili ed ingenue aspirazioni. Mi confidò di aver ottenuto la diksha (iniziazione) Nath a Kathmandu e mi mostrò una catena che portava ai fianchi come mortificazione.

    Nelle ore in cui il Maestro si sedeva sotto la veranda a ricevere la gente, lui si avvicinava e si accomodava discretamente. Possedeva un grande controllo sul corpo e poteva sedere per molte ore senza disagio. Aveva un sorriso luminoso, con un leggero velo di tristezza.
    L’Avadhut, come il Grande Pescatore, gettò la rete. La sua pesca sarebbe stata fruttuosa?
    Cominciò ad interrogarlo e lo svizzero spiegò che era in India da diversi anni, che aveva vissuto in un ashram alle pendici dell’Himalaya col suo Maestro. Venni a saper che questo Maestro aveva anche un discreto seguito di italiani ma pare fosse poco noto in India. Qualcuno diceva che forse si trattava di uno yogi nepalese che aveva occupato una grotta dove era vissuto un Mahatma. I locali, notandolo, lo nominarono avatar di quel santo, cosa che lui non si preoccupò di smentire. Venne tessuta per lui una nascita celeste, una apparizione miracolosa e acclamato divinità incarnata.

    Parasnath, che in realtà aveva prima un altro nome indiano dato dal suo Guru, disse che era diventato uno degli uomini trainanti dell’ashram e lavorò molto in quegli anni. Quel Maestro prese il samadhi in giovane età e prima di lasciare il corpo designò lo svizzero come successore nella conduzione dell’ashram. Questo scatenò la gelosia dei locali che denunciarono l’europeo il cui visto era scaduto da lungo tempo. Parasnath dovette fuggire e visse come clandestino, nei panni di un sadhu, dopo aver gettato il suo passaporto nel Gange. Arrivato a Kathmandhu ottenne l’iniziazione Nath e dopo aver appreso dell’Avadhut, era venuto per incontrarlo.

    Avendo passato diverso tempo ospite dell’Avadhut avevo imparato a leggere i suoi modi e notai che stava cercando di far capire al sadhu di essere ben disposto nei suoi confronti qualora avesse avanzato una richiesta esplicita; ad un occhio attento non sarebbe poi sfuggito un camuffato sfoggio delle sue capacità, che mai presentava o sottolineava apertamente.
    Alcuni visitatori erano seduti nella veranda in compagnia del Maestro e tra questi vi era anche una coppia, marito e moglie, discepoli dell’Avadhut. I presenti sembravano molto interessati ad indagare sul nuovo straniero. Quando gli chiesero particolari sul suo Maestro, sull’ashram in cui aveva abitato, la sua posizione ed altre informazioni, l’Avadhut intervenne diverse volte fornendo le risposte agli interlocutori ancora prima che lo svizzero potesse aprire bocca, lasciando a lui solo la possibilità di confermare.

    L’Avadhut continuò nel suo lavoro di accerchiamento, lo riempì di complimenti, e dopo aver udito la sua storia, ridendo, sentenziò che lui era ormai diventato un Muni avendo gettato il passaporto nel Gange.
    L’atmosfera si era ormai sciolta così il sadhu si sentì incoraggiato ad aprirsi maggiormente. Parasnath confidò lo smarrimento dopo il samadhi del suo Maestro, la propria incapacità a trovare la serenità persino dopo essersi rifugiato nel Parampara Nath (linea di trasmissione Guru-discepolo). Dichiarò di aver perso qualcosa e non riusciva a darsi pace; era come se il sole non splendesse più nella sua vita.
    L’Avadhut lo guardò sornione e sorridendo esclamò:“Il Guru non muore mai. Il Guru non è il corpo, il Guru è l’anima. Egli è sempre dentro te, attorno a te.” Aggiunse che la fine dell’involucro non era la fine della relazione spirituale e che il corpo del Guru, come i templi, i luoghi sacri, sono solo un simbolo per chi non ha chiara visione, non ha la capacità o possibilità di avvicinare il Divino in altro modo.

    Quelle parole non arrivarono solo alle orecchie di Parasnath ma trovarono strada nella mia mente, si diressero verso il mio cuore e vi scolpirono indelebilmente. Avvertivo in esse una promessa, una rivelazione traboccante di verità da realizzare. Parasnath rimase tuttavia rinchiuso nelle sue pene e non lasciò il che suo essere potesse liberarsi dalle angosce. Lui sembrava alquanto dispiaciuto nel dover lasciare i sentimenti che causavano la sua sofferenza, come svogliatamente incapace di disfarsi del peso che lo stava schiacciando. Parasnath non usciva dalla sua posizione ma l’Avadhut non aveva fretta; Egli era come chi aveva di fronte l’Eternità.

    Pochi giorni dopo la malaria mi avvolse nelle sue febbri e versai in gravi condizioni per più di una settimana. Credetti di morire e sicuramente mi avvicinai molto alla soglia, tanto da poter quasi gettare uno sguardo al di là di essa. Quando faticosamente emersi dalle nebbie della malattia dovetti ritornare in Italia e lasciai Parasnath all’ashram, con nel cuore l’augurio segreto che lui potesse estinguere il dolore interiore che lo divorava. Mi chiese di contattare e salutare sua moglie e suo figlio in un ashram in Germania, loro sapevano che lui, ormai Muni, non sarebbe più tornato.

    Rientrai in India dopo due anni e appresi che aveva lasciato l’ashram il mese successivo la mia partenza e che nessuno lo aveva mai più rivisto. Dopo altri due anni, mentre vagavo per il Kumba Mela, mi imbattei nell’accampamento del Maestro di Parasnath. Entrai e chiesi ad uno di loro se lo conoscevano e se avevano sue notizie. Mi disse che lo conoscevano, confermandomi quanto lui mi aveva narrato, e che nessuno, da quando aveva lasciato l’ashram, conosceva dove fosse.
    Passarono poco più di vent’anni e recentemente sono venuto a sapere che Parasnath si trovava a New York, aveva riassunto il vecchio nome e si era pure trovato una nuova compagna, molto più giovane di lui. Il sadhu Nath aveva richiesto il passaporto e la precedente identità, ora non era più un Muni. Non ho potuto appurare se lui abbia infine realizzato che Il Guru non muore mai, se ha saputo riallacciare quel legame che lui credeva interrotto col samadhi del suo Maestro.

    Cosa successe invece quando l’Avadhut lasciò il corpo? I suoi discepoli hanno avuto la grandezza di manifestare la verità da lui enunciata? Hanno saputo mantenere il Guru dentro di loro?

    FINE PRIMA PARTE (?)

  2. #2
    Forumista
    Data Registrazione
    02 Feb 2010
    Messaggi
    990
     Likes dati
    128
     Like avuti
    120
    Mentioned
    11 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Guru non muore mai

    Il Guru non muore mai 2

    Il tam-tam che iniziò a trasmettere nel cuore della notte trasportava solo un cupo messaggio. Correndo attraverso i continenti, sorvolando gli oceani e rimbalzando di metropoli in città, la notizia raggiunse in poche ore anche i villaggi più sperduti dell’India. Quello che nessuno avrebbe mai voluto udire ora saturava l’etere: “Il Signore degli Avadhut ha lasciato il suo corpo di questo Mondo di Sogno.”

    L’incredulità, lo sbigottimento, l’agitazione e il dispiacere furono tra le più comuni reazioni all’annuncio. Dai quattro angoli del mondo quanti poterono si misero in viaggio per raggiungere l’ashram. Era una grande moltitudine quella che, mestamente, si stava recando a salutare per l’ultima volta quel corpo in cui loro tutti avevano riconosciuto il Divino.

    L’Avadhut aveva annunciato la sua dipartita con molti mesi di anticipo ma nessuno aveva voluto credergli. In molti erano pronti a giurare che alcune volte aveva mostrato di avere potere sulla vita e sulla morte mentre medici che lo avevano avuto in cura negli ultimi anni erano stati testimoni di eventi inspiegabili. Di carattere giocoso e qualche volta burlone, tutti credevano che fosse l’ennesimo suo scherzo o bizzarria.

    Negli ultimi tempi il suo comportamento era apparso a volte talmente strano da indurre i discepoli a dubitare del suo stato mentale. I discepoli mi avevano raccontato che l’anno precedente aveva voluto vivere in una capanna fatta costruire appositamente nel giardino, fornita di utensili e materiali rigorosamente naturali e non trattati dall’industria dell’uomo. L’Avadhut rimaneva nudo o coperto di foglie e pretendeva che chiunque desiderasse vederlo, avrebbe dovuto presentarsi senza abiti, indossando al massimo un perizoma. Per la maggior parte dei discepoli maschi questo non era un grosso problema ma questa richiesta arrestò l’afflusso delle donne. Nessuno aveva osato contravvenire a queste indicazioni poiché nessuno avrebbe saputo affrontare la sua ira. Il tempo trascorreva ma il Maestro non recedeva dal suo atteggiamento e così venne convocato uno psichiatra di grido dalla grande città. Questi arrivò all’ashram e parcheggiò la sua auto fuori dai cancelli, lontano dalla vista di tutti. Si presentò e venne introdotto al cospetto dell’Avadhut, naturalmente dopo essersi spogliato, e si trattenne del tempo interrogandolo. Il Maestro infine chiese al medico con quale mezzo fosse arrivato. Il medico rispose che era venuto con la sua auto. L’Avadhut disse che la sua auto era di un colore non originale poiché era stata ridipinta; citò il colore precedente dell’auto e numerosi particolari della vita del medico. Questi, uscendo allibito dalla capanna, domandò ai discepoli perché lo avessero chiamato dato che il Maestro, a lui, era risultato perfettamente sano di mente. Questa stranezza durò qualche mese poi tutto rientrò nella normalità.

    I discepoli avevano fatto trattare la salma permettendo così a coloro che vivevano lontano di raggiungere la residenza dell’Avadhut in tempo per la cerimonia funebre. In migliaia avevano risposto al richiamo e ora l’ashram sembrava non poter accogliere coloro che vi confluivano.
    Arrivai il giorno stesso dell’annuncio e ritrovai numerosi fratelli e amici. Dai loro occhi, dal loro cuore, il pianto sgorgava irrefrenabile. Non ricevetti la solita accoglienza gioiosa e amichevole a cui ero abituato ma solo saluti di circostanza e sguardi colmi di tristezza. Quando fui introdotto al cospetto del corpo scoppiai in un pianto isterico. Un gurubhai (fratello di Guru) mi si avvicinò e mi disse che non dovevo piangere perché noi, come discepoli, avremmo dovuto conoscere l’Essenza immortale del Guru. Mentre mi diceva questo non era capace lui stesso di contenere le lacrime che lentamente stavano scivolando sul suo volto; si girò e si asciugò gli occhi. Tirai un respiro profondo, mi ricomposi, poi lasciai che i fratelli ultimassero il lavoro di preparazione del corpo ed uscii dalla stanza.

    A capannelli i discepoli e i devoti discutevano sommessamente e commentavano addolorati. Avvertii la disperazione aleggiare ovunque, come una nuvola che, paratasi davanti al sole, oscurava la terra. Ognuno, chiuso nella sua pena, pareva domandarsi cosa sarebbe accaduto nel proprio futuro ora che il Protettore del Mondo li aveva lasciati per sempre. Nessuno badava più a me, all’outsider che ora tutti ignoravano, comprensibilmente, avvolti nel loro tormento. Stranamente non mi sentivo partecipe del dolore che gli altri sembravano trattenere e giustificare. Vedevo tutto questo come un evento straordinario di cui mi interrogavo sulle conseguenze future mentre nella mia mente, nel mio cuore, ancora quelle parole che avevo udito anni prima riecheggiavano forti e chiare: “ Il Guru non muore mai”. Incontrai Sudharma e sua moglie Padmini, i coniugi che erano presenti quando il Maestro enunciò quella frase a Parasnath, e anche loro ammisero di trovarsi in uno stato simile al mio. Li salutai e, allontanandomi, sprofondai nei miei pensieri.

    Rivissi i momenti di quando, ancora adolescente, arrivai al suo cospetto e come Lui giocò con me, divertito, al Maestro e al discepolo. Ricordai la pazienza che aveva avuto negli anni, il suo amore paterno, l’immensa conoscenza che aveva sempre dimostrato ma anche la straordinaria semplicità di come Egli aveva saputo esprimere il suo Essere Divino. Lui, che sapeva leggere i miei pensieri, che dava risposta alle mie domande prima ancora che riuscissi ad esporle, mi aveva fatto capire che il legame spirituale non veniva spezzato alla morte dell’involucro del Guru, ma ancora non riuscivo ad immaginare come si sarebbe potuto protrarre oltre le barriere di questo mondo.

    Tutti i discepoli conoscevano la sua onnipotenza e tutti sapevano che Egli avrebbe potuto fare qualsiasi cosa ma ora, dimentichi dei suoi insegnamenti più profondi, sembravano non intravedere alcuna continuità. Il Maestro aveva già designato i suoi successori temporali, i discepoli che avrebbero dovuto proseguire il suo lavoro materiale in questo Mondo di Sogno, ma il suo successore spirituale pareva ancora un’incognita. Questi, chiunque fosse, doveva mostrare di essere degno di tale compito e avrebbe dovuto dimostrarlo da quel momento, visto che la regia illuminata del Guru non era più visibilmente presente.

    Quella sera il corpo venne esposto sotto la veranda di rampicanti prospiciente il cortile. Il Guru sembrava meditare, seduto con espressione seria in volto e vestito come suo solito. La fronte era adornata col simbolo degli Avadhut tracciato con pasta di sandalo. I discepoli e i devoti erano seduti ovunque cantando Mantra in onore del Maestro mentre gruppetti di donne e ragazze, inconsolabili, piangevano e si lamentavano. Partecipai alla veglia per del tempo poi, nel cuore della notte e vinto dalla stanchezza, mi ritirai per riposare nella stanza che mi avevano assegnato. Quella camera in cui solitamente alloggiavano otto, dieci persone ora ne accoglieva più di quaranta. Spalla contro spalla, testa su piedi, eravamo stipati come sardine. In tutto l’ashram era difficile persino trovare uno spazio dove stendere una coperta.

    Per due giorni continuò l’ostensione pubblica ed infine, all’alba del terzo giorno, il corpo venne carcato su di un mezzo per essere trasportato sul luogo scelto per la cerimonia finale. Mi ritrovai nel cortile schiacciato nel mezzo di una folla eccitata che urlava il nome del Maestro, tra individui esaltati privi di controllo, come invasati e ubriachi senza freno alcuno; se fossi caduto, inciampato, o mi fossi trovato presso i pilastri del cancello, sarei sicuramente rimasto schiacciato. Invece, senza quasi toccare il suolo, mi trovai trasportato direttamente nel corteo.

    Il luogo scelto per la cerimonia conclusiva si trovava a circa un chilometro dall’ashram, sulla riva del Fiume Madre, dove una piattaforma rialzata era stata predisposta per accogliere il corpo. Il Maestro fu trasportato in cima e posto seduto sulla pira rivolto a sud, avvolto in sete pregiate, ornato con collane di fiori, innaffiato di essenze. Vennero accesi incensi e resine aromatiche; ora l’Avadhut era pronto per ricevere un’ultima volta la folla.

    In migliaia si erano messi in fila per portare una mala di fiori, un’offerta. Dall’alto potevo vedere la lunga linea umana che, snodandosi per chilometri, ondeggiava come un serpente. Tra la folla c’erano ministri, parlamentari, ufficiali dell’esercito, esponenti della cultura, pandit, sadhu, una delegazione di monaci tibetani, professionisti, imprenditori, impiegati, contadini, manovali e intoccabili, oltre che una massiccia presenza dei media nazionali. Nessuna casta, ceto sociale o ordine religioso mancava; il Guru dei Guru, il Maestro di tutti, riscuoteva l’ultimo omaggio su questa terra.

    Ad una certa ora del primo pomeriggio si fermò l’accesso alla piattaforma invitando le rimanenti persone a depositare le loro offerte ai piedi del basamento. In cima intanto ci si preparò ad appiccare fuoco. Con le lacrime agli occhi, circondato dai fratelli singhiozzanti, il figlio adottato dalla tenera età accese con la canfora il ghi (burro chiarificato) precedentemente versato sulla legna che immediatamente si incendiò, avvampando in una fiamma crepitante. Girammo più volte attorno al Maestro mentre il calore aumentava e, dopo un ultimo saluto al Signore degli Avadhut, tutti ci avviammo verso la scala. Il fuoco si nutrì di quell’offerta speciale fino a notte, poi alcuni tra noi, me compreso, ritornarono all’ashram mentre altri rimasero fino al mattino seguente a vegliare la grande pira.

    Restai ancora alcuni giorni e notai che l’atmosfera era molto confusa; i gurubhai, i sadhu, sembravano farsi forza a vicenda ma senza troppa convinzione e nel loro sguardo mancava quella serenità, quella determinazione e quella sicurezza che il Maestro aveva saputo far loro conquistare durante gli anni precedenti. Avvertii molto chiaramente che per me era finita un’epoca irripetibile. Salutai tutti loro e dichiarai la mia completa disponibilità per il futuro anche se nel mio cuore avevo già preso la decisione di non ritornare mai più in India.

    Rientrai in Italia e per un paio di mesi vissi in uno stato quasi catatonico, distaccato dalla mia quotidianità, come in attesa che la frase pronunciata dal Maestro anni prima sbocciasse in una manifestazione reale. Nel mio più profondo essere ne ero certo e sapevo che “Il Guru non muore mai”.
    Ultima modifica di baba; 06-06-10 alle 18:23

 

 

Discussioni Simili

  1. Il Guru
    Di Regina di Coppe nel forum Filosofie e Religioni d'Oriente
    Risposte: 23
    Ultimo Messaggio: 04-06-12, 13:08
  2. Web Guru
    Di RAYO nel forum Filosofie e Religioni d'Oriente
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 01-12-11, 13:50
  3. CPI: 'L'Europa muore a Tripoli, l'Italia muore a Lampedusa'
    Di sorci verdi nel forum Destra Radicale
    Risposte: 17
    Ultimo Messaggio: 02-04-11, 14:08
  4. Guru
    Di Dragonball (POL) nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 12-07-08, 15:13
  5. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 05-09-07, 16:19

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito