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    Predefinito Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti | Avanti!

    Il Mezzogiorno e la responsabilità
    delle sue classi dirigenti
    Pubblicato il 15-11-2014



    Sul n. 1/2014 della “Rivista di Storia Economica”, Vittorio Daniele e Paolo Malanima hanno pubblicato una recensione critica, volutamente polemica, del libro “Perché il Sud è rimasto indietro”, recentemente pubblicato da Emanuele Felice (“Perché il Sud è rimasto indietro”, recentemente pubblicato da Emanuele Felice, docente di Storia economica nell’Università Autonoma di Barcellona. Nell’articolo-recensione “Perché il Sud è rimasto indietro? Il Mezzogiorno fra storia e pubblicistica”, Daniele e Malanima, anch’essi storici economici dell’Università di Catanzaro, lamentano risentiti che Felice non si sia allineato sulle posizioni da loro sostenute nel libro “Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011”; essi, in particolare, rimproverano Felice per aver attribuito la responsabilità del ritardo del Mezzogiorno alle sue classi dirigenti e ad un uso, non sempre appropriato, dell’approccio istituzionalista, per l’interpretazione del perché le regioni meridionali siano “rimaste indietro”. Le loro osservazioni critiche li portano a non rinvenire niente di nuovo nel volume di Felice; per di più, il saggio di questi si connoterebbe, per i due critici, non già come una ricostruzione storica delle vicende delle regioni meridionali, ma come un “libello” del dibattito e della polemica sull’argomento. Giudizio negativo più tranchant non poteva essere immaginato.
    Daniele e Malanima condividono il giudizio che tra Sud e Nord dell’Italia esista un divario espresso in modo inoppugnabile da un insieme di indicatori economici e da una sostanziale carenza di capitale sociale (di civicness, o di senso civico); tuttavia, secondo loro, l’influenza del capitale sociale sulla crescita e sullo sviluppo di lungo periodo del Mezzogiorno non sarebbe del tutto evidente, poiché non sempre è possibile correlare il capitale sociale all’andamento del processo di crescita e sviluppo. Ciò in quanto, nel primo cinquantennio di Unità nazionale, il legame statistico tra capitale sociale e crescita è poco significativo, nel senso che restano senza spiegazione le ragioni del perché alcune regioni del Nord siano cresciute più di alcune regioni del Sud, seppure più dotate di capitale sociale; mentre, nel secondo cinquantennio di Unità, lo stesso legame statistico diventa significativo, perché sono state le regioni del Nord, più dotate di capitale sociale, a crescere ed a svilupparsi a tassi più sostenuti rispetto a quelle del Sud; ma poi esso diviene nuovamente poco significativo nel terzo cinquantennio di Unità, in quanto, a partire dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, sono state le regioni dotate di un minor capitale sociale, quelle meridionali, a crescere a tassi comparativamente maggiori rispetto alle regioni del Nord del Paese.
    Paradossalmente, secondo Daniele e Malanima, si potrebbe pensare che, soprattutto nel primo ventennio del terzo cinquantennio di Unità nazionale, la carenza di capitale sociale “non sembra aver avuto alcun ruolo nelle fasi di convergenza economica, ma solo in quelle di divergenza”. Questa constatazione ha portato i due critici del libro di Felice a concludere la loro interpretazione del processo di crescita e sviluppo del Mezzogiorno, affermando che il permanere e l’approfondimento dello squilibrio Nord-Sud è da ricondursi, in una prospettiva di lungo periodo, alle forze impersonali che hanno operato nel processo della crescita moderna dell’intero Paese; questa conclusione li induce a respingere l’idea che “una storia ideologica del Mezzogiorno e le accuse a governi o classi politiche del passato ci possano aiutare a vedere meglio le cose”.
    Hanno ragione Daniele e Malanima? Non proprio; la loro interpretazione dell’origine e del consolidamento dello squilibrio tra le regioni del Nord e quelle del Sud dell’Italia non è immune da critiche, considerato che quanto il Mezzogiorno ha sperimentato, ad esempio, nel periodo del dopoguerra (periodo cruciale per l’interpretazione della dinamica Nord-Sud) non è stato determinato dalle sole forze intrinseche al processo di trasformazione politica ed economica dell’Italia, ma è stato influenzato in modo decisivo anche dai comportamenti e dalle valutazioni ideologiche delle classi dirigenti meridionali e nazionali, con la complicità delle società politiche di tutte le regioni del Sud.
    Per un’interpretazione più esaustiva dell’esperienza negativa del Mezzogiorno, occorre partire da una valutazione critica dell’andamento delle principali grandezze macroeconomiche delle regioni meridionali, comparativamente a quelle riferibili mediamente all’intera economia nazionale. Sulla scorta dei dati Istat, tenuto conto dei margini di approssimazione che l’uso di tali dati comporta, ci si deve chiedere: com’è potuto accadere che, dal dopoguerra all’inizio del nuovo millennio, nonostante nel Mezzogiorno siano stati effettuati maggiori investimenti per abitante rispetto all’intero Paese, la produttività (misurata in termini di prodotto interno lordo per abitante) sia risultata minore di quella media nazionale? Come si giustifica il fatto che, nonostante la minore produttività della base produttiva, siano risultati notevolmente migliorati all’interno del Mezzogiorno gli standard di vita (misurati in termini di prodotto regionale lordo per abitante), risultando al di sopra delle possibilità offerte?
    La risposta a questi interrogativi può essere meglio compresa, considerando l’evoluzione del rapporto tra le importazioni nette di beni e servizi e il prodotto interno lordo del Mezzogiorno; questo parametro, che esprime l’incidenza delle risorse trasferite dall’esterno delle regioni meridionali rispetto a quelle prodotte al loro interno, è sempre stato elevato per gran parte del periodo post-bellico. Le importazioni nette di beni e servizi sono da alcuni considerate una sorta di “scatola nera”, racchiudente molte “cose” tra loro differenti, che vanno dai movimenti privati di capitali ai trasferimenti ridistributivi dello Stato nazionale. Tuttavia, con riferimento al Mezzogiorno, è plausibile ipotizzare che la maggior parte di queste “cose” in essa contenute abbia sostanzialmente coinciso, nel periodo di riferimento, con i trasferimenti pubblici orientati a fornire le risorse necessarie per finanziare la crescita e lo sviluppo dell’intera area meridionale.
    Le sole importazioni nette di beni e servizi, tuttavia, non racchiudono soltanto un “significato contabile”, in quanto assumono anche un “significato politico-economico”, la cui interpretazione consente di rispondere in termini più esaustivi agli interrogativi prima formulati. Dal punto di vista politico, le importazioni nette di beni e servizi possono essere considerate come la causa principale della deresponsabilizzazione delle élite politiche locali. Queste, omologate a quelle nazionali dalle ideologie dei grandi partiti, sono state “plasmate” dalle scelte nazionali di politica economica. I partiti nazionali, infatti, hanno indirizzato i trasferimenti, non disinteressatamente dal punto di vista elettoralistico, verso attività produttive ad alto rapporto capitale/lavoro e verso attività produttive locali di piccola dimensione; la debole capacità competitiva delle prime e la sottocapitalizzazione delle seconde hanno richiesto un continuo rifinanziamento per l’ottenimento del quale hanno avuto bisogno della continua tutela delle élite politiche locali e nazionali.
    È accaduto così che, a causa della deresponsabilizzazione delle élite politiche locali, siano state deresponsabilizzate anche quelle imprenditoriali, con la loro trasformazione da “imprenditorialità da reinvestimento”, di shumpeterriana memoria, in “imprenditorialità da trasferimento”, costantemente proiettata alla ricerca di possibili forme di impiego di risorse ottenute attraverso un circuito economico-politico perverso. Inoltre, dal punto di vista esclusivamente economico, i trasferimenti indirizzati prevalentemente verso attività produttive non in grado di sopravvivere autonomamente, ma conservate in vita coi continui rifinanziamenti, hanno creato l’illusione di una convergenza economica delle regioni del Sud verso quelle del Nord; in realtà la limitata convergenza si è verificata in termini di prodotto regionale lordo (ovvero in termini di prodotto disponibile lordo) e non in termini di prodotto interno lordo, essendo rimasto quest’ultimo, a meno di un trascurabile miglioramento, pressoché al palo di partenza.
    Pur non avendo concorso a migliorare la produttività del sistema economico delle regioni meridionali, la consistenza dei trasferimenti ha però alimentato il monte salari, contribuendo per tale via a sostenere una domanda crescente di beni di consumo privati e collettivi, che è stata soddisfatta con crescenti flussi di importazioni. In tal modo, la deresponsabilizzazione, sia delle forze politiche che di quelle imprenditoriali, da un lato, e le distorsioni nell’utilizzazione delle risorse disponibili, dall’altro, hanno impedito l’attuazione di una politica di crescita-sviluppo adeguata a garantire l’autonoma capacità decisionale del Mezzogiorno sul più razionale uso delle risorse disponibili.
    Sono queste le ragioni che spiegano perché il Mezzogiorno, dopo aver fruito per anni di “aiuti esterni”, è rimasto indietro; al presente, il ricupero di un’effettiva e reale autonomia decisionale, sia politica che economica, attraverso il miglioramento della qualità delle élite politiche ed imprenditoriali, è un obiettivo che non può essere eluso; tale ricupero può essere realizzato solo attraverso il ripensamento dei prevalenti modelli di comportamento, soprattutto politico, dell’intera società civile meridionale, utile a renderla idonea ad orientare il proprio sostegno ad una riformulazione delle linee del futuro processo di crescita-sviluppo dell’intero Mezzogiorno.

  2. #2
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    Eh si! E' davvero un peccato - si fa per dire, naturalmente- che il Meridione d'Italia non abbia avuto una classe politica "illuminata", a governare i propri territori, della caratura di: Craxi; Amato; Dini; Ciampi; Prodi; Berlusconi; Monti; Letta; Renzi. Uomini tutti nati e cresciuti al di là, o poco lontano, del Rubicone. Gli "eccellenti" risultati della classe politica targata Settentrione d'Italia - che è mancata al Meridione - sono, oggi, sotto gli occhi dell'intero pianeta.

  3. #3
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    e ti sei dimenticato giolitti e mussolini
    Ultima modifica di MaIn; 16-11-14 alle 23:25

  4. #4
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    No, non occorre andare molto indietro nel tempo, altimenti dovremmo ricordare anche Napoleone e quel campione di suo cognato: don Giacchino (reuccio di Napoli)
    Ritengo che bastino solamente i responsabili che hanno governato l'Italia negli ultimi 30 anni. Di fronte a simili elementi, ogni riferimento alla irresponsabilità della classe politica e imprenditoriale del Meridione è semplicemnte ridicolo.

  5. #5
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    è bene sempre evidenziare che trattasi di amministratori "italiani" sebbene nati nelle Due Sicilie.
    qualcuno davvero duosiciliano o lo hanno trombato o lo hanno ucciso come il povero e compianto Angelo Vassallo

  6. #6
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    Citazione Originariamente Scritto da Condor Visualizza Messaggio
    Eh si! E' davvero un peccato - si fa per dire, naturalmente- che il Meridione d'Italia non abbia avuto una classe politica "illuminata", a governare i propri territori, della caratura di: Craxi; Amato; Dini; Ciampi; Prodi; Berlusconi; Monti; Letta; Renzi. Uomini tutti nati e cresciuti al di là, o poco lontano, del Rubicone. Gli "eccellenti" risultati della classe politica targata Settentrione d'Italia - che è mancata al Meridione - sono, oggi, sotto gli occhi dell'intero pianeta.
    Faccio notare che "classe politica" è diverso da "classe dirigente".

    La classe politica meridionale ha espresso Salvemini, Nitti, e pochi altri validi. Ma non sono le eccellenze che contano: conta il sostegno che hanno.
    Giolitti aveva un grosso seguito di signor nessuno, che però erano manovrati bellamente.

    Ma mentre al Nord c'erano Agnelli e Pirelli, Ferrero e Barilla, Mattei e Borghi, e mille altri, al Sud c'erano proprietari terrieri volti a strappare miserevoli personali privilegi: la tariffa doganale di fine 800, che rappresentò la mazzata definitiva per il Sud agricolo, fu approvata fra l'indifferenza generale.

    La struttura sociale del Sud faceva comodo a tutti: e Giustino Fortunato lo affermava a chiare lettere. Sì, abbiamo colpe secolari: dice niente che le migliori analisi furono fatte da due toscani, Franchetti e Sonnino? Per non dire di Jacini.

    Quando mai un meridionale (a parte Fortunato) ha fatto un'inchiesta sul Sud?
    Ultima modifica di Corrado; 19-11-14 alle 19:48

  7. #7
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    Citazione Originariamente Scritto da Corrado Visualizza Messaggio
    Faccio notare che "classe politica" è diverso da "classe dirigente".

    La classe politica meridionale ha espresso Salvemini, Nitti, e pochi altri validi. Ma non sono le eccellenze che contano: conta il sostegno che hanno.
    Giolitti aveva un grosso seguito di signor nessuno, che però erano manovrati bellamente.

    Ma mentre al Nord c'erano Agnelli e Pirelli, Ferrero e Barilla, Mattei e Borghi, e mille altri, al Sud c'erano proprietari terrieri volti a strappare miserevoli personali privilegi: la tariffa doganale di fine 800, che rappresentò la mazzata definitiva per il Sud agricolo, fu approvata fra l'indifferenza generale.

    La struttura sociale del Sud faceva comodo a tutti: e Giustino Fortunato lo affermava a chiare lettere. Sì, abbiamo colpe secolari: dice niente che le migliori analisi furono fatte da due toscani, Franchetti e Sonnino? Per non dire di Jacini.

    Quando mai un meridionale (a parte Fortunato) ha fatto un'inchiesta sul Sud?
    Ringrazio, innanzitutto, per la enucleata differenza tra "classe politica" e "classe dirigente", ma quando quest'ultima è espressione della prima, francamente, non noto alcuna differenza.
    Cio' premesso, nel mio intervento ho apostrofato l'aggettivo illuminata, riferendomi alla classe politica e/o dirigente che ha governato l'Italia negli ultimi 30 anni. Come dire che una persona davvero illuminata ha visioni di orizzonti molto lontani, e poca differenza ho notato tra gli individui da me citati ed i miserabili proprietari terrieri meridionali che hanno strappato miserevoli personali privilegi ai conquistatori di turno delle terre meridionali.
    Come, francamente, non noto alcuna differenza di miserabilità tra gli industriali assistiti del Nord e i vari: baroni, conti, marchesi e principi, proprietari terriri meridionali.
    Ma se anche un meridionale avesse fatto un'inchiesta sul Sud, sarebbe stata presa in considerazione?
    A te dicono tanto le personalità che hai citato, a me, invece, dice tantissimo Carlo Levi.

  8. #8
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    Citazione Originariamente Scritto da Condor Visualizza Messaggio
    Ringrazio, innanzitutto, per la enucleata differenza tra "classe politica" e "classe dirigente", ma quando quest'ultima è espressione della prima, francamente, non noto alcuna differenza.
    Cio' premesso, nel mio intervento ho apostrofato l'aggettivo illuminata, riferendomi alla classe politica e/o dirigente che ha governato l'Italia negli ultimi 30 anni. Come dire che una persona davvero illuminata ha visioni di orizzonti molto lontani, e poca differenza ho notato tra gli individui da me citati ed i miserabili proprietari terrieri meridionali che hanno strappato miserevoli personali privilegi ai conquistatori di turno delle terre meridionali.
    Come, francamente, non noto alcuna differenza di miserabilità tra gli industriali assistiti del Nord e i vari: baroni, conti, marchesi e principi, proprietari terriri meridionali.
    Ma se anche un meridionale avesse fatto un'inchiesta sul Sud, sarebbe stata presa in considerazione?
    A te dicono tanto le personalità che hai citato, a me, invece, dice tantissimo Carlo Levi.
    Secondo me la classe dirigente, al nord, ha usato la class politica per i propri interessi. Al sud la classe politica non ha trovato gli industrialotti rozzi ma geniali (ricordo che il metro di giudizio è solo economico ... ), e quindi ha partecipato svogliata ed incapace.

    Tu parli degli ultimi 30 anni; io sono vecchio, e comincio da metà anni '50, quando cominciavo a capire qualcosa.

    Mio Padre partecipava attivamente alla lotta politica: era del PSI, e dall'altra parte non c'era alcun partito, ma solo un coacervo di interessi, raccolti in un gruppo non coeso, ma vincente.

    Si era fatto le ossa (politiche) a Milano, dove aveva conosciuto mia Mamma. La differenza era già allora grande.

    Perchè negli anni '50 io andavo in Emilia a trovare gli zii, e vedevo città ordinate, strade, ferrovie. In una parola, infrastrutture.

    Tornavo giù e, dopo le Calabrie a binario unico, trovavo a Messina la vaporiera col suo pestifero fumo.
    Un divario lampante, che si è aggravato nel dopoguerra.

    Quale la causa? (stavo per dire: di chi la colpa?). Mi hai detto dell'inutilità pratica di una ricerca teorica. E' vero: ma è vero anche che molti politici non conoscevano neanche i reali problemi del sud.

    E qui il discorso dovrebbe essere lungo.
    L'ignoranza del Meridione non è quella dei contadini (non esistendo operai): conoscendo i contadini dell'Appennino emiliano, non c'è poi molta differenza.

    Parlo dell'ignoranza della classe media: se molti medici, avvocati, insegnanti erano ben superiori alla media di quelli del nord, non ragionavano in modo unitario, ma ognuno per suo conto. L'individualismo è stato un grossissimo freno.

    Questo individualismo viene da lontano. La prima colpa è, secondo me, del sistema scolastico: che ha fornito quali esempi l'inutilmente colto, piuttosto che il lavoratore intraprendente.

    E la classe politica è venuta su senza un padrone (che, fino a prova contraria, è il popolo), e quindi ha giocato a mosca cieca.
    Anche oggi. Dico oggi.

    Io sono stato testimone dell'avanzare del nord; il sud si è mosso a passetti timidi, e sempre osteggiato. Al nord hanno capito presto che non si dovevano arruffianare il maresciallo o il parroco, ma il direttore della banca o il funzionario del genio civile.

    Lascia sfogare la mia amarezza: ma purtroppo la causa siamo noi, che abbiamo perso la coincidenza. Colpa del macchinista? Colpa del bigliettaio? colpa del capotreno? Colpa dell'orario ferroviario scaduto?
    Non lo so.
    Ultima modifica di Corrado; 23-11-14 alle 21:42

  9. #9
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    Predefinito Re: Il Mezzogiorno e la responsabilità delle sue classi dirigenti

    Citazione Originariamente Scritto da Corrado Visualizza Messaggio
    [...]
    Lascia sfogare la mia amarezza: ma purtroppo la causa siamo noi, che abbiamo perso la coincidenza. Colpa del macchinista? Colpa del bigliettaio? colpa del capotreno? Colpa dell'orario ferroviario scaduto?
    Non lo so.
    Caro amico di forum, come te, anche io sono al secondo tempo della vita che la natura assegna al genere umano.
    Sono figlio di emigranti meridionali, nato e vissuto oltre l'Atlantico, e da qualche tempo vivo in Italia, nella terra di origine dei miei genitori.
    La tua è un'amarezza condivisa, perché scaturisce da una percebibile conoscenza degli eventi e delle opportunità di progresso non colte per l'Italia tutta, e non solamente per il nostro Meridione.
    L'assurdo è che in passato si sono fatte guerre intestine per conquistare territori, preziosi al bene ed al progresso comune secondo il principio che l'unione fa la forza, oggi si pensa che dividendo le nazioni, i popoli, si possa vivere meglio. Ma meglio rispetto a chi?
    Nel rispondere a questa domanda potrebbe sfuggirci il pensiero di Amatya Sen, il quale asserisce che fino a quando ci sarà povertà e disagio per l'individuo, non potrà neanche esserci Libertà.
    Già, Libertà! Una libertà repressa nel Meridione non tanto dalle politiche sfavorevoli prodotte dopo il 1861, ma repressa dai pregiudizi e dall'ignoranza.
    Una ignoranza che a mio avviso accomuna tutti, anche gli insigniti di titoli accademici e nobiliari, e che tocca sia personalità del Nord che del Sud.
    Andare oltre è superfluo, ci si capisce benissimo leggendoci, soprattutto tra le righe dei nostri scritti, perché tra esse sono nascosti i sentimenti che accomunano la nostra amarezza.

    Malgrado l'inopportuno mezzo, ti prego di accogliere il mio cordiale saluto.

 

 

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