Il piccolo austriaco sa che si tratta dei primi passi, quelli che son sempre molto duri. Sa che occorre perseverare; egli ha pazienza, cova dentro di sé un'ostinazione che gli farebbe smuovere le montagne, perché dunque non dovrebbe smuovere i compassati cittadini di Monaco?
La mancanza di nome e di notorietà del partitino di cui ha la tessera numero 7 non lo spaventa minima¬mente. L'unico fatto grave è la scarsa partecipazione alle riunioni.
«...spesso si radunavano per ascoltare le nostre parole soltanto sei o sette persone e quindi ci era piuttosto difficile suscitare in ambienti così ristretti la fede nel futuro del nostro movimento. Si tenga poi in mente che quei sei o sette individui, tutti dei poveri spostati, si radunavano con lo scopo di arrivare a formare un grande movimento che doveva arrivare ad aver successo proprio là dove avevano fallito i gran¬dissimi partiti di massa. Quei quattro gatti volevano la rinascita di un impero tedesco, glorioso e potente. Se avessimo ricevuto delle critiche, se anche fossimo stati messi in ridicolo, noi saremmo stati lieti di ciò. Ciò che invece ci buttava a terra era la completa indifferenza che ci circondava. E di questo stato di cose quello che soffriva di più ero io. Quando ero entrato in quella ristrettissima cerchia non si poteva, ovviamente, parlare di partito e tanto meno di asso¬ciazione. Ho già descritto le pessime impressioni suscitate in me da quel primo incontro con il grup¬petto. Nelle settimane che seguirono ebbi poi il modo di osservare quanto fosse ridicolo tutto quel movi¬mento. Anzi più che di ridicolo si trattava di un che di triste.
»Non c'era niente. Il partito si identificava con i suoi dirigenti, i quali a loro volta erano in piccolo la rappresentazione di quello che affermavano di voler combattere con tutte le forze: un minuscolissimo parlamento, ecco che cosa contribuivano a formare quegli individui. C'era anche qui il principio della votazione, c'era una logorrea che non finiva più; e intanto, fuori, la gente non era al corrente di niente. A Monaco nessuno conosceva neppure il nome di quel partitino, e sì e no lo conoscevano i parenti degli aderenti. Ogni mercoledì, in un caffè della città, aveva luogo la riunione del gruppo dirigente e una volta la settimana si procedeva alle solite discussioni. Tutti i membri... facevano parte del gruppo dirigente; perciò i presenti erano sempre gli stessi. Occorrevano energie nuove, sforzi nuovi. Si pensò dunque di adottare una nuova prassi: ogni mese, al minimo, o ogni due settimane bisognava tenere un comizio in pubblico; gli inviti erano battuti a macchina o addirittura distri¬buiti manoscritti su cartoncini e le prime volte li avremmo portati noi stessi ai rispettivi recapiti. Ognuno si rivolgeva alla cerchia di amici, parenti, conoscenti, per convincerli a partecipare. Il risultato era sempre deludente. In quei giorni arrivai per esem¬pio a portare personalmente ottanta inviti; la sera eravamo tutti lì, ad aspettare quelle masse di popolo che sarebbero dovute intervenire. Il presidente apriva la seduta con un'ora di ritardo; quando ci contavamo eravamo i soliti sette... Prendemmo finalmente la decisione di far battere gli inviti in una copisteria di Monaco. Il risultato... non si fece attendere: ci furono due o tre uditori in più. Il numero dei presenti salì allora, dopo reiterati tentativi, a tredici, poi ce ne furono diciassette, ventitré, e un giorno avemmo addirittura trentaquattro persone! »
La Fantastica esistenza di Adolf Hitler di Ricchezza, Forni Editore, pp. 137-138




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