

Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.




Per fortuna che ogni tanto schiatta qualche personaggio che merita un elogio (e in itaglia sono proprio pochi).
Almeno ci giunge notizia che l'inquilino del Collo è ancora tra noi. (O almeno così ci fanno credere)
Perchè, se ci avete fatto caso, con i mille e gravi problemi in corso nel Paese di merda, spicca il suo silenzio assordante. Che in certi momenti potrebbe, ma non è, essere scambiato per complicità.
Mi fa tornare alla memoria una dichiarazione di Cacciari ai tempi delle nomine per il Collo.
In fondo non si può dire di no a Mattarella.
Ecco, questa misera e un po' squallida cosa detta dall'illustre, penso che sia l'unico elogio e merito che possa ben inquadrare il nostro PdR.
Oltre alla battuta (scarsa ed organizzata) sul barbiere.
Nulla a che vedere con il suo predecessore, il napuli.
Ma non dico "per fortuna".
Perchè in fondo è diverso nella forma, non nella sostanza.
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Viv la ditatur de la gosc!
E auguri alla prossima fotocopia.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


MA VEDRETE, ADESSO INTERVIENE IL CAPO DEL CSM…
Maurizio Blondet 22 Maggio 2020
Guido Crosetto
@GuidoCrosetto
Sono colpito dal silenzio assordante di coloro che dovrebbero rappresentarmi e difendere la nostra Costitizione, allora lo dico io:
I discorsi tra magistrati di quel livello che decidono, pur non essendoci motivi, di colpire il Ministro degli Interni si chiamano GOLPE o EVERSIONE
Chat contro Salvini, l’ex pm Nordio tuona contro le toghe (rosse): “Ipocriti, difendono solo i loro privilegi”
….In particolare ha fatto scalpore la frase “Salvini ha ragione (sulla politica degli immigrati, ndr) ma bisogna attaccarlo”, che dimostra come la magistratura è una corporazione che attacca la politica: “Quasi sempre il centrodestra – puntualizza Nordio in un’intervista a Il Giornale – ma qualche volta pure il centrosinistra, quando la politica prova a eliminare o ridurre privilegi non giustificati e varare riforme liberali”. A rendere la vicenda ancora più grave è che di mezzo c’è un processo l’accusa di sequestro di persona: “Ho sempre sostenuto che quell’accusa non stava né in cielo né in terra e quel capo d’imputazione – sottolinea Nordio – diventa ancora più incredibile oggi, dopo che il capo del governo ha sequestrato in casa sessanta milioni di italiani per il coronavirus”.
https://www.maurizioblondet.it/ma-ce...-dei-palamara/
Il titolo ironico dice tutto sulla fiducia e la stima che si ha del capo casta.
Quella che si è guadagnata.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Mi aguro che ci sia ancor qualcuno che ricordi quale precisa richiesta fece Mattarella a Conte quando doveva formare il Conte 2.
Oggi, dopo un anno e mezzo, si può dire che sia stato accontentato?
Eppure è ancora lì a reggergli il moccolo.
Situazione vergognosa!


Mattarella: 'Rifiuto assoluto di ogni tipo di intolleranza'
Quindi avanti veloce col ddl Zan!
Esattamente quanto richiesto al governo Draghi quando ci ha vietato le elezioni con motivazioni fasulle, vero?
E mi raccomando! Avanti col lavoro sporco sui bambini nelle squole! Il vero obiettivo di questa immonda legge.
Complimenti all'intollerante intoccabile ed incriticabile!
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


UE/ Quel filo che lega il mini-summit Macron-Zelensky al “discorso a Berlino” di Mattarella
Nicola Berti Pubblicato 18 Novembre 2025 - Aggiornato alle ore 16:13
Volodymyr Zelensky con Emanuel Macron (Ansa)
L’accordo Macron-Zelensky per la fornitura di Rafale va letto insieme alla strana visita di Mattarella al Bundestag e al Consiglio supremo di difesa di ieri
A Parigi, ieri, si sono dati appuntamento due uomini sempre più soli. Due leader in declino, Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky: costretti a cercare un sostegno reciproco e complice. Anche al prezzo di giocare una carta un po’ falsa e molto spregiudicata come l’accordo per la fornitura decennale all’Ucraina di sistemi di difesa aerea di produzione francese.
È in questi giorni che in sede Ue e nelle grandi capitali – fra cui Roma – si vanno elaborando decisioni strategiche sul versante ucraino. La più complessa appare quella di metter mano ai beni russi sotto sequestro in Europa per finanziare ulteriori sforzi bellici di Kiev. L’alternativa evidente è quella di lasciare il “tesoro russo” intatto sul tavolo delle future trattative di pace: certamente per sostenere una parte della ricostruzione in Ucraina, ma non esclusi in partenza i territori che prevedibilmente saranno sotto il controllo di Mosca.
Da ieri una parte di quelle centinaia di miliardi – aleatori e di maneggio geopolitico altamente rischioso – risulta comunque prenotata da Macron, nelle vesti del mercante d’armi sovranista; a vantaggio dell’industria militare transalpina, già impegnata in una lotta al coltello per il Grande Riarmo contro una vasta concorrenza globale (fra cui spicca l’italiana Leonardo).
La “volenterosità” geopolitica dell’Eliseo – dietro un’esibizione di grandeur mediatica – si conferma intanto ambivalente: apparentemente in appoggio alla resistenza di Kiev – contro le ipotesi di cessate il fuoco immediato –, ma con un occhio al disimpegno degli Usa da Nato ed Europa. Cioè a uno scenario evolutivo non in contrasto con i desiderata di Donald Trump. Di cui Macron rimane un dichiarato avversario politico-morale.
Lo stesso compratore di 100 caccia Rafale e molto altro – il presidente ucraino – ha firmato ieri un assegno scoperto: sia sul piano finanziario che su quello politico. Salvo colpi di scena, Zelensky non sarà più alla guida del suo Paese nel dopoguerra (a Kiev circolano già i nomi dei possibili successori).
Lo stessi Macron ha davanti a sé al massimo 16 mesi di presidenza, forse anche meno se la crisi politico-finanziaria francese dovesse avvitarsi. Pur di salvaguardare il vertice di ieri, l’Eliseo è giunto a imporre nel weekend uno stop arbitrario alla discussione del budget 2026, già in ritardo: all’Assemblea nazionale il governo Lecornu può cadere in ogni istante.
Il “contratto” siglato ieri è dunque in realtà una destrezza congiunta di Macron e Zelensky nel tentativo di ipotecare nel presente e soprattutto per il futuro dossier interni e internazionali su cui forse già oggi hanno poca voce in capitolo. E se Macron si mostra indifferente a una crisi senza precedenti nel suo Paese, Zelensky non teme di sedere al tavolo di un mega-appalto militare, pur inseguito dalle rivelazioni finali su una lunga gestione corruttiva degli enormi aiuti militari e finanziari giunti a Kiev dall’Occidente.
il presidente francese – popolare ormai solo presso l’11% dei suoi concittadini – ha dal canto suo esibito per intero i poteri su politica estera e difesa garantiti dalla Quinta Repubblica francese, ritagliati addosso 70 anni fa a un generale, Charles de Gaulle. Il quale nel maggio 1968 era pronto a schierare contro i cortei parigini i parà d’Algeria o i tank d’occupazione in Germania, ma in agosto non si sognò neppure un istante di mobilitare l’esercito francese in appoggio della Cecoslovacchia invasa dall’Urss.
De Gaulle difese cocciutamente il diritto della Francia ad essere una (piccola) potenza nucleare, inizialmente fuori dalla Nato, ma non dimenticò mai le dure lezioni apprese sul terreno delle due terribili guerre mondiali del secolo scorso. Macron si è invece fatto le ossa come banchiere dai Rothschild, che sulle guerre hanno sempre prosperato.
Quando s’intensificano gli sforzi per interrompere una nuovo conflitto quasi-globale, Macron ha ora compiuto un passo ufficialmente volto a garantire Kiev nel dopoguerra, ma sinonimo, qui e ora, di confrontation militare fra Occidente e Russia. Sinonimo di guerra, non di pace.
Lo ha deciso nei fatti in via autocratica, aggirando tutti i “check and balances” istituzionali, peraltro virtualmente inesistenti a Parigi (l’anno scorso Macron ha sciolto il Parlamento in tv e prima aveva varato per decreto una riforma delle pensioni, oggi polveriera della crisi francese).
Il presidente francese è platealmente fuggito in avanti, incurante dei vincoli che legano la Francia odierna alla Ue e alla Nato. Non propriamente un leader europeista. Semmai più il presidente che ha utilizzato l’Onu, in settembre, per un riconoscimento dello Stato palestinese del tutto sterile, funzionale solo a puntellare il suo potere personale in casa e fuori.
Non da ultimo, Macron “solo contro tutti” non ha mostrato timore di riprendere l’iniziativa senza più al fianco l’altro Grande Volenteroso: il premier britannico Keir Starmer, alla guida di un Paese uscito scalciando dalla Ue. Il complesso militar-industriale britannico e la City vorrebbero continuare la guerra in Ucraina, ma il Paese di Winston Churchill no. Il governo laburista barcolla: è stato eletto solo l’anno scorso, principalmente per curare le ferite lasciate a redditi e welfare da recessione Covid e inflazione da guerra. Non sembra esserci più spazio, a Londra, per un summit scenografico di Volenterosi a decine, come quello inaugurale di inizio anno.
È su questo sfondo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è andato in trasferta in Germania, con ampia eco mediatica: sebbene la missione non si sia prestata a una lettura lineare. Tanto che sembra lecito far risalire anche a questo passaggio un ennesimo incidente politico interno scoppiato oggi: quando il capogruppo FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, ha chiesto al Quirinale di smentire voci di stampa su ennesime manovre dello staff del presidente contro la maggioranza di governo. Una nota del Quirinale ha respinto come “ridicola” l’ipotesi mediatica fatta propria dal deputato meloniano.
Mattarella non ha reso a Berlino una visita di Stato programmata: ha compiuto un blitz al Bundestag per pronunciarvi un discorso. Lo ha fatto di domenica, giorno insolito per i protocolli istituzionali e diplomatici.
In ore critiche per la crisi geopolitica, vi si è focalizzato nel merito, ai limiti dei “poteri di esternazione” oggi riconosciuti al presidente italiano da una costituzione saldamente parlamentarista. E davanti a un parlamento ha in effetti parlato Mattarella: ma quello di un altro Paese, non del suo. Dove, senza alcun dubbio, non avrebbe potuto pronunciare il suo “discorso di Berlino”. A Roma (come a Berlino) il premier è l’unico responsabile davanti alle Camere, anche della politica estera.
Sergio Mattarella (d) con il presidente della Repubblica Federale Tedesca Frank-Walter Steinmeier (Ansa)
Lo stesso Consiglio supremo di difesa – che il Quirinale ha convocato ieri pomeriggio, forse non casualmente, per spingere la fornitura di nuove armi all’Ucraina – ha competenze consultive circoscritte, in alcun modo concorrenti con quelle del potere esecutivo. Non è un “Csm dei generali”: il capo delle forze armate è il presidente, ma in ruolo di garanzia costituzionale (come la Carta prevede del resto anche per l’autogoverno della magistratura). Nondimeno l’uno-due Berlino-Consiglio supremo di difesa ha inevitabilmente alimentato una narrazione “Quirinale vigile attivo sulla guerra in Ucraina”.
L’intervento del Capo dello Stato al Bundestag è parso molto articolato anche nei contenuti. Ha fatto titolo per l’anatema contro i “Dottor Stranamore” che vorrebbero rilanciare i test nucleari militari.
È risultata evidente la polemica con l’America di Trump, al cui fianco rimane costantemente l’Italia del governo Meloni. Ma la premier lo è stata anche quando alla Casa Bianca c’era il dem Joe Biden. Lo è stato anche l’esecutivo Pd-M5s a guida Conte 2, insediato dal ribaltone 2019, presidente Mattarella, con l’endorsement decisivo di Trump 1.
E allineati con gli Usa belligeranti in Europa sono stati il governo Draghi (all’inizio della crisi ucraina, presidente Mattarella) e perfino il governo D’Alema – di cui Mattarella era vicepremier con delega all’intelligence –, volenteroso partner Nato nell’intervento in Kosovo. Lo è stato addirittura – suo malgrado – il governo Berlusconi all’epoca dell’operazione Nato in Libia.
Nessun governo italiano, nessuna Italia repubblicana e democratica si è mai posta in scontro frontale con Washington; ne ha invece sempre assecondato le strategie geopolitiche, anche quando esse sono mutate (è certamente il caso odierno della crisi russo-ucraina). L’unica eccezione è stata rappresentata da Bettino Craxi sul “campo di battaglia” di Sigonella, quando il premier socialista fece scudo a un leader palestinese dopo l’assassinio – da parte di terroristi palestinesi – di un turista americano israelita sulla nave Achille Lauro.
L’anti-americanismo – a intensità variabile a seconda dell’inquilino della Casa Bianca – è prerogativa storica della sinistra, soprattutto di quella estrema e antagonista. Lo è oggi delle piazze agitate da Maurizio Landini, anzitutto contro l’America che ha appoggiato Israele nella guerra di Gaza contro Hamas (con Ue e Italia in appoggio geopolitico al governo Netanyahu, anche se con critiche crescenti sul versante umanitario).
Sul doppio fronte ucraino e mediorientale il Pd (il partito di Mattarella) ha però finito per essere soprattutto ondivago e reticente. Il partito è stato certamente soggetto a spinte e tensioni costanti: da quella del pacifismo cattolico fino alla pressione portata dalle sinistre radicali (M5s e Avs). E la segretaria Elly Schlein – cittadina Usa con padre israelita – si è ritrovata sempre in difficoltà nel tenere unito il partito, differenziando la posizione “dem” da quella della maggioranza di governo, ma senza compromettere la rotta occidentale di un partito che vuol tornare alla guida del Paese.
È anche su questo sfondo che va letto un altro passaggio forte del “discorso di Berlino”: quello in cui Mattarella denuncia come “crimine” ogni “guerra d’aggressione … a Kiev come a Gaza”. L’intonazione etico-civile è chiara (e del tutto condivisibile). I punti di caduta politici paiono invece meritevoli di qualche nota a margine.
Se la Russia di Putin è “un aggressore criminale”, l’orientamento consequenziale delle parole di Mattarella pare escludere un cessate il fuoco al più presto in Ucraina: lo stesso per il quale invece lavorano gli Usa. Mattarella pare volere sempre una “pace giusta”, ma questa, al momento, resta sinonimo di guerra.
Mattarella è evidentemente a favore del supporto finanziario e militare all’Ucraina, la prosecuzione della guerra e ReArm come stella polare dello sviluppo europeo, certamente sulla scia di Macron (cui Mattarella è legato da quattro anni in via quasi personale da un singolare “trattato d’amicizia”) e più in generale dell’Agenda Draghi. Che però non è mai divenuta l’Agenda “Draghi-Mattarella”. E se il Capo dello Stato sembra andare in oggettivo affiancamento degli orientamenti di fondo del governo, lo fa incuneandosi visibilmente nel confronto interno alla maggioranza di destra-centro (ancora una volta nel conto alla rovescia di un’impegnativa domenica elettorale).
Se Meloni rimane d’altronde riflessiva sull’uso degli asset russi, non è certo sola in Europa: allo stesso bivio si trovano Consiglio e Commissione Ue, oltreché la coalizione Cdu-Csu/Spd guidata a Berlino dal cancelliere Friedrich Merz. E qui le annotazioni sul “discorso di Berlino” chiedono di essere allargate ancora.
Mattarella è volato a Berlino su invito del presidente Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico, dunque compagno di partito del presidente italiano in Europa. Figura di peso istituzionale minore rispetto al presidente italiano nell’architettura costituzionale tedesca, Steinmeier si è segnalato nei giorni scorsi per una presa di posizione estremamente dura sull’avanzata delle forze populiste di estrema destra. Un’uscita fuori da ogni protocollo, a testa bassa contro AfD, benché questa rappresenti al Bundestag un elettore tedesco su cinque e contenda oggi alla stessa Cdu il primato nei sondaggi.
Nella sua inalberatura anti-AfD, Steinmeier si è esposto a inevitabili accuse di strumentalità politica. La sua Spd ha perso disastrosamente il voto di febbraio e la cancelleria di Olaf Scholz, protagonista di quattro anni di sequela passiva della Germania alla crociata occidentale di Biden a spese principali dell’industria europea, falcidiata dall’inflazione energetica da sanzioni alla Russia. Il tramonto dei socialdemocratici “senza qualità” ha reso debole fin dalla nascita anche il governo Merz, con il nuovo cancelliere mai fermo o pregiudiziale nell’escludere aperture ad AfD della maggioranza di governo.
Se dunque un “ribaltone” incombe in Germania (in senso opposto a quello italiano del 2019), esso si è già materializzato negli ultimi giorni all’europarlamento, dove un provvedimento di frenata alla transizione verde – proposto dalla Commissione di Ursula von der Leyen, una popolare tedesca – è stato sostenuto da un’inedita maggioranza di centrodestra, con i socialdemocratici all’opposizione.
L’”allarme democratico” del presidente tedesco va quindi letto anche sotto questa luce squisitamente politica: in Germania, in Italia, in Europa. Ed è comprensibile la prontezza di Mattarella nel rispondere all’invito dell’“amico Steinmeier” a parlare davanti al Parlamento tedesco. Contando sull’eco in quello italiano.
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https://www.ilsussidiario.net/news/u...rella/2905458/
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Da riportare!