http://www.carmillaonline.com/2010/07/01/tema-di-maturita-le-foibe/
Un mio sogno ricorrente è quello di dover affrontare di nuovo l’esame di maturità, sogno che mi dà sempre una sensazione di angoscia perché mi rendo conto che, a distanza di tanti anni, ho ormai dimenticato buona parte delle cose che avevo studiato al liceo. Però, quando ho visto che tra le “tracce” dei temi per i maturandi di quest’anno c’era un titolo sulle “foibe”, ho pensato per un attimo che mi sarebbe piaciuto rifare la maturità in modo da scrivere su questo tema.
Poi mi sono messa nei panni di uno studente maturando nell’anno di grazia 2010 e mi sono detta: alt, non è una passeggiata. Intanto perché bisognerebbe capire quale preparazione hanno avuto gli studenti su questo argomento, su quali testi storici sono stati istruiti, o se piuttosto quello che sanno è solo quanto è stato diffuso come propaganda, se la loro conoscenza delle foibe deriva dal filmino “Il cuore nel pozzo”, dalle esternazioni dei gruppi neofascisti o neoirredentisti, dalle semplificazioni ideologiche (e non storiche) sulle quali si basano la maggior parte degli storici “accreditati”.
No, non sarebbe stato un tema facile da svolgere per un maturando. Però io, che ho al mio attivo una quindicina di anni dedicati allo studio delle “foibe”, ho pensato di sviluppare questa “traccia” nel modo seguente, che è la rielaborazione di un intervento che ho fatto al festival delle culture antifasciste di Bologna il 1° giugno scorso. Consapevole che uno svolgimento del genere non avrebbe probabilmente ottenuto il massimo dei voti dalla commissione esaminatrice, lo propongo qui.
Resistenza al confine orientale e questione “foibe”: ricerca storica o disinformazione strategica?
I fase: dopo l’ 8/9/43: ecco il conto!
Nella ricerca storica sulla questione delle “foibe” il primo periodo storico da esaminare è quello dell’immediato dopo 8 settembre 1943, quando, in seguito all’armistizio firmato con gli Alleati, i militari italiani furono abbandonati dai vertici dell’esercito e si trovarono allo sbando. In questo stato di vacanza del potere alcune zone dell’Istria passarono per breve tempo sotto il controllo delle formazioni partigiane; vi furono arresti di persone, in genere compromesse con il regime fascista, ed anche esecuzioni sommarie causate da vendette personali. Le vittime di questo periodo furono circa 300; i corpi di 200 di queste vittime furono riesumati da svariate “foibe”, ma su questi recuperi torneremo più avanti.
Consideriamo ora invece che per riprendere il controllo del territorio i nazifascisti causarono, tra fine settembre ed i primi di ottobre, migliaia di vittime nel territorio istriano: il fatto è che di questi morti non si parla mai, come se non esistessero, nonostante siano almeno dieci volte più numerosi degli “infoibati” nel periodo immediatamente precedente.
Da subito iniziò l’uso strumentale delle foibe per nascondere i crimini commessi dai nazifascisti: si misero in evidenza esclusivamente le violenze operate dai partigiani tacendo della feroce repressione nazifascista. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti. Si volle in tal modo creare un clima di terrore nella popolazione allo scopo di isolare il movimento partigiano, che veniva descritto come feroce e pericoloso per tutti i civili, e che lo scopo del potere era proprio quello di difendere la popolazione dalle violenze dei partigiani.
Per comprendere come iniziò la propaganda nazifascista cito ora un’analisi di Paolo Parovel (1): < I servizi della X Mas assieme a quelli nazisti organizzarono la riesumazione propagandistica degli uccisi, con ampio uso di foto raccapriccianti dei cadaveri semidecomposti e dei riconoscimenti da parte dei parenti. Le prime pubblicazioni organiche di propaganda sulle foibe sono due: “Ecco il conto!” edita dal Comando tedesco già nel 1943, ed “Elenco degli Italiani Istriani trucidati dagli slavo-comunisti durante il periodo del predominio partigiano in Istria. Settembre-ottobre 1943” redatto nel 1944 per incarico del Comandante Junio Valerio Borghese, capo della X Mas e dell'on. Luigi Bilucaglia, Federale dei Fasci Repubblicani dell'Istria, da Maria Pasquinelli con l'ausilio di Luigi Papo ed altri ufficiali dei servizi della X Mas >.Oltre a queste due pubblicazioni vanno citati come basilari per la creazione di questa propaganda anche gli articoli che comparivano sul “Piccolo” di Trieste e sul “Corriere istriano”. Nell’autunno del ’43 il giornalista del “Piccolo” Manlio Granbassi (fratello di Mario, giornalista ma anche volontario fascista in Spagna caduto in sostegno dei golpisti di Franco), che firmava i propri articoli con la sigla P.C., si recò in Istria da dove relazionò sui recuperi dalle foibe effettuati dal maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich per conto dei nazisti. Non avendo trovato documenti datati precedentemente agli articoli di Granbassi, supponiamo che sia stato lui il primo a descrivere con dovizia di particolari le presunte sevizie ed esecuzioni cui sarebbero stati sottoposti “sol perché italiani” coloro che furono poi riesumati dalle varie cavità istriane.La propaganda sulle foibe, dovendosi basare su circostanze inesistenti, non considera logicamente la documentazione storica del periodo. Vi sono due documenti dell’epoca che possono servire ad inquadrare le vicende, sono ambedue noti agli storici da decenni, ma di essi anche recentemente gli storici continuano a non tenere conto.
Il primo documento è la cosiddetta relazione Cordovado, redatta dal dottor Marcello Cordovado, che si trovava a Pisino alla fine del 1943. Secondo un appunto (probabilmente del capitano Ercole Miani, membro del CLN triestino, che fu successivamente il fondatore della Deputazione di storia del movimento di liberazione di Trieste) l’autore redasse questa relazione su incarico dello stesso CLN, che a Trieste era di sentimenti anticomunisti e nazionalisti.
Lo scritto, intitolato “La dura sorte di Pisino”, consta di 7 pagine e descrive gli avvenimenti dal 10 settembre ai primi di ottobre del 1943. Ne leggiamo alcune parti che possono servire ad inquadrare la situazione.
Dopo avere descritto come i partigiani prendessero il controllo di Pisino senza colpo ferire, dato che i comandanti militari e dei carabinieri cedettero loro le armi alla prima richiesta, Cordovado fa queste descrizioni: “Il dominio partigiano si svolgeva senza eccessivi disordini, salvo qualche ammazzamento tra i partigiani stessi nelle frequenti liti durante le loro libazioni” (…) “Alcuni squadristi vennero uccisi ed altri vennero imprigionati nel castello Montecuccoli. Perquisizioni, arresti e minacce si susseguirono in questo periodo di ansia da parte della popolazione che assisteva e subiva impotente la situazione” (…) “Il Capo partigiano tuttavia si scusava di qualche eccesso e dell’uccisione di alcuni squadristi, biasimando il fatto ed attribuendolo ad elementi fanatici ed estremisti”.
Dopo questo periodo di relativa calma arrivarono i tedeschi. Il 4 ottobre verso le 11 del mattino 13 Stukas iniziarono il bombardamento a bassa quota con bombe di medio calibro “colpendo indistintamente tutto l’abitato”. La popolazione cercò scampo nelle campagne, ma “molti incappavano nel peggio”, perché i reparti tedeschi di rastrellamento “non badavano troppo per il sottile” e spesso mitragliavano ed uccidevano i fuggiaschi “che non sapevano spiegarsi in tedesco e giustificare la loro presenza fuori di casa” (come se questo fosse un motivo valido per venire falciati?), ed in tal modo vennero uccisi dai tedeschi anche il podestà ed il preside del ginnasio che stavano scappando verso nord.
Verso mezzogiorno cessò il bombardamento e nello stesso tempo si avvicinò la prima colonna corazzata germanica dal sud di Pisino, accolta da “nutrito fuoco di fucileria dalle prime case”. I carri armati aprirono il fuoco contro le case “che tosto andarono in fiamme e distrutte. Coloro che da dette case scappavano venivano indistintamente tutti mitragliati e stesi al suolo”, e furono uccisi “molti innocenti tra cui donne e bambini”. Proseguendo verso il centro di Pisino se da qualche casa proveniva una fucilata essa veniva “per pronta rappresaglia immediatamente incendiata”.
“Pisino presentava uno spettacolo pauroso: incendi in tutte le direzioni, in parte dovuti al bombardamento del mattino ed in parte al cannoneggiamento delle colonne (…) la popolazione era letteralmente atterrita dalle distruzioni compiute: l’ottanta per cento delle case era rimasto distrutto in poche ore”.
Le colonne tedesche fermarono gruppi di persone tra le case, sottoposti ad interrogatorio ed in parte fucilati, o portati al castello, dove “per una pura combinazione non successe una tragedia più grande”, in quanto alcuni reparti tedeschi vedendo il castello pieno di prigionieri italiani che erano stati lì abbandonati dai partigiani che avevano lasciato Pisino, li scambiarono per partigiani e puntarono loro contro le mitragliatrici pesanti. Solo per l’intervento di un capitano tedesco che riuscì a spiegare la situazione solo “il primo che si era presentato davanti” venne ucciso.
Da questo documento, che descrive chiaramente sia il comportamento dei partigiani, sia quello successivo dei nazifascisti, appare senza ombra di dubbio chi fu a mettere a ferro e fuoco l’Istria e provocare il martirio di quel popolo.
Andiamo ora a vedere un altro documento, redatto nell’estate del 1945, il cosiddetto “Rapporto Harzarich”, così chiamato dal nome del sottufficiale dei Vigili del Fuoco di Pola maresciallo Arnaldo Harzarich, che eseguì diversi recuperi da varie “foibe” istriane, dal 16 ottobre 1943 (immediatamente dopo che le truppe tedesche ebbero preso in mano il controllo di tutta l’Istria) fino alla primavera del ’44. Lavorava sotto il diretto controllo dei nazisti e non era sicuramente sospettabile di simpatie “filoslave” o “filocomuniste”. Questo documento non è la relazione dei recuperi ma una “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, interrogatorio reso al “Centro J” dell’esercito angloamericano nel luglio 1945 (2) .
In esso Harzarich descrive i recuperi effettuati dalla sua squadra (circa 200 corpi), ma è degno di nota che per le identificazioni degli “infoibati” il maresciallo faccia riferimento, più che non a documentazione propria o ricordi personali, a quanto apparve all’epoca delle riesumazioni sia sulla stampa (cioè gli articoli di Granbassi, anche se spesso molti particolari riportati da Granbassi nei suoi articoli non corrispondono proprio a ciò che Harzarich dichiarò di propria mano), sia in “Ecco il conto!”.
È però fondamentale dire che dal racconto di Harzarich risulta chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di Harzarich. Così come, a proposito di una delle “mitologie” che furono create intorno alle foibe, e cioè che gli “infoibatori” usassero gettare un cane nero sopra i corpi degli infoibati (gesto al quale sono stati dati negli anni i significati più vasti, dalla superstizione allo spregio, rasentando la magia nera), nei fatti Harzarich disse che in UNA foiba fu trovata la carogna di UN cane nero.Un altro documento che dovrebbe servire a mettere fine alla querelle sul numero degli infoibati nel periodo in questione è una nota inviata al capitano Miani dal federale dell’Istria Bilucaglia, nell’aprile 1945, che accompagnava 500 pratiche relative a risarcimenti destinati a parenti di persone uccise dai partigiani dall’8/9/43 fino allora. È quindi una stessa fonte ufficiale fascista a dichiarare che, ad aprile 1945, gli “infoibati” in Istria non erano stati più di 500, comprendendo in questo numero anche gli uccisi per fatti di guerra nei 18 mesi successivi al breve periodo di potere popolare nella zona di Pisino.
Questa nota è stata pubblicata da Luigi Papo nel suo “E fu l’esilio” (Italo Svevo 1998), lo stesso che dichiarò al PM Pititto che indagava sulle “foibe” istriane che all’epoca “si trattò di vero e proprio genocidio (…) gli italiani, per il solo fatto di essere italiani venivano prelevati a centinaia e portati quasi tutti nel castello di Pisino (…) ne vennero ammazzati circa 400” (3).
Proseguendo con la creazione delle false notizie sulle foibe, è sempre Papo a dirci che fu Maria Pasquinelli (4) a portare “in salvo” da Pola sul finire della guerra “per incarico del Centro Studi Storici di Venezia ” (5) assieme ad altri documenti, anche “copia di tutta la documentazione sulle foibe”. Giunta a Milano il 26 aprile 1945, in Piazzale Fiume (dove aveva sede l’Ufficio Stampa della X Mas), prese contatto con Bruno Spampinato, l’ufficiale della Decima che aveva ricevuto l’incarico dal comandante Borghese, e gli consegnò tutto il materiale, parte del quale era già stata utilizzato per la stesura di svariati articoli e che successivamente fu diffuso dagli uffici stampa della Decima. Fu così che iniziò quell’operazione propagandistica che dura da sessant’anni ed i cui effetti arrivano fino al giorno d’oggi e sono ben evidenti ai nostri occhi: le foto sono le stesse che vengono pubblicate in ogni occasione in cui si parla di foibe, indipendentemente dalla zona o dal periodo storico di cui si parla, amplificando in questo modo anche il numero reale dei morti. Nel dopoguerra i servizi segreti che avevano fatto riferimento alla Decima collaborarono anche con i servizi segreti degli Alleati in funzione anticomunista ed una delle loro attività fu appunto continuare a propagare la “mitologia” dei “migliaia di infoibati dai titini”.
II fase: dopo il maggio 1945: le foibe come “contraltare” ai crimini di guerra italiani.
La propaganda sugli infoibamenti e sui crimini che sarebbero stati commessi dai liberatori ricominciò dopo la fine della guerra. In tutta Italia (come del resto negli altri paesi d’Europa che furono occupati dai nazifascisti) si verificarono delle rese dei conti contro chi aveva collaborato con il nemico invasore, però (pur in presenza di operazioni come la corposa produzione letteraria sui “crimini dei liberatori”, della quale Giampaolo Pansa è uno dei capiscuola) la propaganda oggi sembra concentrarsi per la maggior parte sugli avvenimenti del confine orientale.
A Trieste, nonostante la vulgata generalizzata, le esecuzioni sommarie furono molto limitate, proprio perché la dirigenza jugoslava che aveva sotto controllo la città vigilava in modo che non si svolgessero abusi. Ricordiamo qui quanto scrisse lo storico triestino Mario Pacor a proposito del “malcontento operaio” nel maggio del ’45, quando Trieste era sotto amministrazione partigiana jugoslava:
“Fu così che agli operai insorti non fu permesso di procedere a quelle liquidazioni di fascisti responsabili di persecuzioni e violenze, a quegli atti di “giustizia sommaria” che invece si ebbero a migliaia a Milano, Torino, in Emilia e in tutta l’Alta Italia nelle giornate della liberazione e poi ancora per più giorni. “Non ce lo permettono” mi dissero ancora alcuni operai “pretendono che arrestiamo e denunciamo regolarmente codesti fascisti, ma spesso, dopo che li abbiamo arrestati e denunciati, essi li liberano, non procedono. E allora?” ne erano indignati… > (6).
In questo senso scrisse anche, nel lontano 1948, il quotidiano “Trieste Sera”: < a Trieste non avvenne come nell'Italia settentrionale. Niente morti ai margini delle strade, niente uccisioni sulla soglia di casa. Gli arresti o “prelevamenti” avvenivano sulla base di precedenti segnalazioni. La maggior parte degli arrestati ritornavano a casa dopo alcuni giorni di indagini e molti subito. Sarebbe interessante invitare tutti gli arrestati durante i primi giorni di occupazione della città che hanno ripreso immediatamente la loro vita civile e sarebbe interessante vedere quanti di essi erano compromessi col fascismo e col nazismo per giudicare le autorità popolari d'allora. Circa 2.500 persone vennero arrestate e trattenute, 2.500 su 250.000, dunque l'uno per cento. Molte di queste ritornarono durante questi due anni e mezzo, ma del loro numero nessuno si occupò di tener conto. Oggi tutti, anche i ritornati, vengono sempre fatti figurare come scomparsi > (7) .
Nella “fabbrica” della propaganda sulle foibe un ruolo preminente lo ebbe il CLN triestino, quello che si era staccato dal CLN Alta Italia perché non voleva conformarsi alle direttive nazionali di collaborare con il Fronte di Liberazione-Osvobodilna Fronta di Trieste, che aveva contatti con l’esercito di liberazione jugoslavo. Già da maggio 1945 il CLN di Trieste iniziò a fornire notizie false ai comandi alleati per creare un “allarme” sulla questione degli infoibamenti, dando false notizie su presunti infoibamenti a Basovizza di 400 o addirittura 600 persone gettate dagli jugoslavi nel pozzo della miniera (quello che oggi è diventato il monumento nazionale). Nonostante queste bufale venissero di volta in volta smentite dalle autorità, nonostante lo stesso capitano Miani avesse dichiarato allo studioso triestino Diego de Henriquez che “le persone scomparse durante l’occupazione di 40 giorni jugoslavi erano circa cinquecento e non migliaia come egli (cioè Miani, ndr) usa dire nelle sue azioni di propaganda contro gli slavo-comunisti” (8), ancora oggi si continua a fare confusione e mistificazione sul reale numero degli “scomparsi” nel maggio 1945 a Trieste.Nello stesso tempo, a livello internazionale si creò un altro tipo di problema, riguardante la punizione dei criminali di guerra italiani richiesti dalla Jugoslavia, problema che fu sollevato dagli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer (9) nel 2001:
< Come dimostra un importante documento dell'agosto 1949 (doc. 19 Segr. Pol. 875, inviato il 20/8/49, firmato Zoppi, inviato A S.E. l'Ammiraglio Franco ZANNONI, Capo Gabinetto Ministero Difesa ROMA), nessuno dei pur pochi indagati considerati dalla Commissione d'inchiesta deferibili alla giustizia fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo. Qualcuno lo fece rifugiandosi all'estero. La tattica dilatoria delle autorità italiane ebbe quindi pieno successo. Ciò anche in ragione dei mutamenti internazionali avvenuti nel 1948. La rottura fra Jugoslavia ed URSS del giugno 1948 privò, infatti, Belgrado dell'appoggio dell'unica delle quattro grandi potenze dimostratasi fino ad allora disposta a sostenerne le rivendicazioni >.
A questo punto va inserito un intervento del procuratore militare di Roma Antonino Intelisano, < “alla fine degli anni Quaranta fu aperto presso questo ufficio un procedimento nei confronti di 33 persone accusate di concorso in uso di mezzi di guerra vietati e concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge. Il procedimento si concluse il 30 luglio 1951 con una sentenza del giudice istruttore militare. Questi stabilì che non si doveva procedere nei confronti di tutti gli imputati, perché non esistevano le condizioni per rispettare il principio di reciprocità fissato dall'articolo 165 del Codice penale militare di guerra”. Secondo tale norma, un militare che aveva commesso reati in territori occupati poteva essere processato a patto che si garantisse un eguale trattamento verso i responsabili di reati commessi in quella nazione ai danni di italiani. Vale a dire, per esempio: noi processiamo i nostri militari colpevoli, voi jugoslavi condannate i responsabili delle uccisioni nelle foibe. L'articolo 165, continua Intelisano, è stato riformato, con l'abolizione della clausola di reciprocità, nel 2002 > (10).
Lo studioso triestino Fabio Mosca ha tratto queste conclusioni: il “nuovo” esercito italiano ricostituito al Sud, “formato da ufficiali già impegnati nella guerra fascista, minacciati di essere processati dai paesi aggrediti che ne chiedevano l’estradizione” si unì ai “politici della ‘nuova Italia’ in un coro nel gridare alle foibe”; cioè avrebbero “visto nelle foibe una buona occasione per occultare le sue colpe”. In questo contesto “la foiba di Basovizza, unica in zona accessibile, assurse a grande valore nella campagna per delegittimare la nuova Jugoslavia nelle sue richieste di estradizioni. Gli anglo americani acconsentirono alla manovra conservando il segreto sulla realtà del ricupero di ‘soli” 10 corpi in divisa di tedeschi dalla suddetta foiba. Nel 1948 la Jugoslavia non contò più sul suo alleato sovietico e smise di richiedere le estradizioni. I criminali non vennero mai consegnati né processati e cessò per decenni la campagna sulle foibe. Dalla morte di Tito in poi, le foibe vennero nuovamente riproposte per preparare l’opinione pubblica per l’eventuale blitz per il recupero dei territori perduti nel ’45” (11).
La situazione rimase poi statica fino all’inizio degli anni ’90: la destra continuava ad usare la questione delle foibe in senso anticomunista, antijugoslavo ed irredentista, mentre la sinistra preferiva ignorare il problema. Unica voce fuori dal coro il professor Giovanni Miccoli dell’Università di Trieste che nel 1976, all’epoca del processo per i crimini della Risiera di San Sabba (campo di concentramento e di sterminio nazista a Trieste), di fronte alla richiesta di settori della destra estrema (tra i quali l’ex esponente triestino di Ordine nuovo, Ugo Fabbri, supportato dalla rivista “Il Borghese”) di procedere anche contro gli “infoibatori”, definì “accostamento aberrante” quello che si voleva fare tra foibe e Risiera, in quanto i crimini della Risiera furono il prodotto di una violenza di stato, organizzata a tavolino, con fini ben determinati, mentre ciò non si poteva dire per le vittime delle foibe (all’epoca, ricordiamo, la terminologia “foibe” non aveva ancora assunto quella caratteristica di generalizzazione che vedremo più avanti).
Le richieste della destra non tenevano inoltre conto delle decine di processi celebrati dal GMA tra il 1946 ed il 1949 contro membri della Resistenza accusati di essersi fatta giustizia da sé, spesso condannati a pene piuttosto severe.
Possiamo fissare come punto fermo della storiografia nel 1990 lo studio di Roberto Spazzali “Foibe. Un dibattito ancora aperto” (edito a cura della Lega Nazionale di Trieste), dove lo storico raccoglie quasi tutto ciò che era stato pubblicato e detto sulle foibe fino a quel momento.




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