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    Predefinito La politica estera afro-americana: i neri musulmani

    La politica estera afro-americana: i neri musulmani - rivista italiana di geopolitica - Limes

    di Enrico Beltramini
    Insieme al legame con l’Africa, l’islam è il più importante elemento fondativo della politica estera della comunità afro-americana. La storia di Malcolm X e della Nation of Islam.

    La caccia al presidente nero


    [Malcolm X durante un comizio. Fonte: america.aljazeera.com]

    In generale, non è mai stato facile essere musulmano in America. Ai tempi della schiavitù, i pastori cristiani promettevano la libertà postmortem agli schiavi che abiuravano la loro fede islamica. Anche dopo, le cose non sono migliorate.

    È una lunga storia. Negli Usa ci sono circa un milione e mezzo di neri islamici. Spesso sono stati guardati con sospetto in quanto non cristiani; a volte perché separazionisti. "Separazionisti" vuol dire che propongono una specie di nazione nera islamica autonoma all’interno degli Stati Uniti.

    In realtà, sono pochi i nazionalisti islamici neri, ma ben organizzati. La Nation of Islam è certamente la più importante – anche se non la più grande - organizzazione nera musulmana. Sede a Chicago, divenne famosa negli anni sessanta, grazie a Malcolm X, che ne era lo speaker ufficiale. Grazie a Malcolm X, la Nation of Islam divenne famosa. Ma non senza qualche preoccupazione. I suoi membri erano (e ovviamente sono tutt’ora) musulmani e separazionisti. Promuovono la costruzione e la difesa di una nazione nera musulmana posta all’interno, nel cuore della realtà bianca cristiana. Consapevoli della delicatezza della loro posizione, i capi della Nation of Islam non hanno mai promosso iniziative politiche, almeno fino al 1995. Si sono accontentati di mostrare la loro diversità, indossarla come un’uniforme, e tenersi alla larga dalla vita pubblica americana.

    Unica eccezione, appunto, Malcolm X. Considerato un nemico dei bianchi, morì per mano dei neri. Temuto alla stregua di un terrorista, in realtà non fuoriuscì mai dai confini del confronto dialettico. Se Martin Luther King era un pastore prestato alla politica, Malcolm X era un agente culturale prestato alla politica. La sua condotta immacolata, la sua figura torreggiante, la sua logica implacabile, la sua devozione per la causa nera, la sua totale e indiscutibile incorruttibilità ne fecero la figura archetipale del Black Power. Creò un vocabolario e dotò una certa comunità nera di una grammatica.

    La sua dimensione politica non era sincronizzata con l’elaborazione intellettuale, che procedeva a velocità superiore e che rendeva obsolete le posizioni politiche appena faticosamente raggiunte. Fino a quando restò nella Nation of Islam, poté sfruttare la sua organizzazione per promuovere il proprio messaggio. Quando si ritrovò da solo, si accorse di non avere un veicolo politico che ne promuovesse e diffondesse le idee. Mancava di un veicolo e pure di un piano d’azione. Mancava di quello che aveva creato Martin Luther King: un’organizzazione politica. Malcolm X non era un politico, nel senso che mancava della lucidità di interpretare i fenomeni storici in termini politici, e della capacità organizzativa per esercitare pressione politica.

    Malcolm abbracciò l’Islam perché il cristianesimo era la religione dei bianchi. Una religione che aveva accettato e approvato la schiavitù di alcuni uomini su altri uomini. Insomma, legava il cristianesimo alla razza bianca e l’islam a quella nera. Nell’ultimo anno della sua vita, Malcolm andò in Medio Oriente, e poi in Africa. In Arabia, in Egitto, e in tanti altri paesi islamici. Incontrò tutti i leader politici delle principali nazioni islamiche dell’Africa e dell’Asia mediorientale. Discusse con loro da pari a pari, trattato come un diplomatico. E vide il collegamento tra la discriminazione razziale in America e il colonialismo nel terzo mondo, ma smise di leggerlo in termini di bianchi contro neri.

    Era – scrisse - più una realtà di oppressione e di oppressi. Rivide le sue posizioni più radicali. Restò scettico sul cristianesimo, ma si mostrò possibilista sulle relazioni razziali. Era un nazionalista musulmano nero ma in Africa scoprì l’esistenza dei nazionalisti musulmani bianchi. Era un nazionalista musulmano nero, ma pochi mesi prima di morire spiegò che nella sua organizzazione potevano entrare musulmani e non. Era un separatista – nel senso che abbiamo spiegato sopra – ma nel 1964 stava cominciando a costruire una piattaforma comune con gli integrazionisti.

    E’ stata proprio questa commistione tra islamismo e nazionalismo nero che ha reso altamente sospettosa la società americana nei confronti dei musulmani neri. Ecco perché nei decenni scorsi chiunque in America si proponesse pubblicamente come musulmano, era immediatamente guardato con sospetto, e messo ai margini della società. Ovviamente, razzismo, separazionismo e islamismo hanno giocato in forme diverse nelle diverse circostanze storiche. Nel 1968, Richard Nixon poté usare il codice razzista perché la crisi d’ordine era causata anche dall’esplosione dei ghetti e dalle rivendicazioni sociali del Black Power.

    Dodici anni dopo Ronald Reagan poté impiegare lo stesso codice per dipingere i neri come corresponsabili della perdita di competitività del sistema industriale facendo leva sulla bassa efficienza delle linee di montaggio, piene di colletti blu afro-americani. Nel 2004 George W. Bush poté legare la sicurezza nazionale alla lotta all’islamismo, e la lotta all’islamismo alla comunità afro-americana, che al 15 per cento è appunto islamica. L’irrazionalità, l’antipatriottismo, la sempre latente inclinazione al separatismo e al nazionalismo. Queste le accuse di Nixon. La poca voglia di lavorare, la mancanza di spirito d’iniziativa, la marcata preferenza per lavori poco impegnativi, poco professionali, poco coinvolgenti. Queste le abbastanza esplicite assunzioni di Reagan. La connivenza con il nemico, la quinta colonna, il traditore nel cortile di casa. Questo il messaggio di Bush.

    Tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni ottanta, la Nation of Islam è stata più volte accusata di atteggiamenti e posizioni anti-semiti. In una lettera inviata al Wall Street Journal nel 1997, Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, ha dettagliatamente spiegato che la sua organizzazione non è contro il giudaismo, religione a cui al contrario guarda con simpatia. Non è neppure attraversata da sentimenti anti-ebraici, ma al massimo può essere accusata di nutrire sentimenti anti-sionisti.

    Il punto, insomma, non sono gli ebrei e neppure la loro religione, quanto il nazionalismo ebraico e, in ultima istanza, lo Stato di Israele.

  2. #2
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    Predefinito Re: La politica estera afro-americana: i neri musulmani

    Citazione Originariamente Scritto da carter Visualizza Messaggio
    La politica estera afro-americana: i neri musulmani - rivista italiana di geopolitica - Limes

    di Enrico Beltramini
    Insieme al legame con l’Africa, l’islam è il più importante elemento fondativo della politica estera della comunità afro-americana. La storia di Malcolm X e della Nation of Islam.

    La caccia al presidente nero


    [Malcolm X durante un comizio. Fonte: america.aljazeera.com]

    In generale, non è mai stato facile essere musulmano in America. Ai tempi della schiavitù, i pastori cristiani promettevano la libertà postmortem agli schiavi che abiuravano la loro fede islamica. Anche dopo, le cose non sono migliorate.

    È una lunga storia. Negli Usa ci sono circa un milione e mezzo di neri islamici. Spesso sono stati guardati con sospetto in quanto non cristiani; a volte perché separazionisti. "Separazionisti" vuol dire che propongono una specie di nazione nera islamica autonoma all’interno degli Stati Uniti.

    In realtà, sono pochi i nazionalisti islamici neri, ma ben organizzati. La Nation of Islam è certamente la più importante – anche se non la più grande - organizzazione nera musulmana. Sede a Chicago, divenne famosa negli anni sessanta, grazie a Malcolm X, che ne era lo speaker ufficiale. Grazie a Malcolm X, la Nation of Islam divenne famosa. Ma non senza qualche preoccupazione. I suoi membri erano (e ovviamente sono tutt’ora) musulmani e separazionisti. Promuovono la costruzione e la difesa di una nazione nera musulmana posta all’interno, nel cuore della realtà bianca cristiana. Consapevoli della delicatezza della loro posizione, i capi della Nation of Islam non hanno mai promosso iniziative politiche, almeno fino al 1995. Si sono accontentati di mostrare la loro diversità, indossarla come un’uniforme, e tenersi alla larga dalla vita pubblica americana.

    Unica eccezione, appunto, Malcolm X. Considerato un nemico dei bianchi, morì per mano dei neri. Temuto alla stregua di un terrorista, in realtà non fuoriuscì mai dai confini del confronto dialettico. Se Martin Luther King era un pastore prestato alla politica, Malcolm X era un agente culturale prestato alla politica. La sua condotta immacolata, la sua figura torreggiante, la sua logica implacabile, la sua devozione per la causa nera, la sua totale e indiscutibile incorruttibilità ne fecero la figura archetipale del Black Power. Creò un vocabolario e dotò una certa comunità nera di una grammatica.

    La sua dimensione politica non era sincronizzata con l’elaborazione intellettuale, che procedeva a velocità superiore e che rendeva obsolete le posizioni politiche appena faticosamente raggiunte. Fino a quando restò nella Nation of Islam, poté sfruttare la sua organizzazione per promuovere il proprio messaggio. Quando si ritrovò da solo, si accorse di non avere un veicolo politico che ne promuovesse e diffondesse le idee. Mancava di un veicolo e pure di un piano d’azione. Mancava di quello che aveva creato Martin Luther King: un’organizzazione politica. Malcolm X non era un politico, nel senso che mancava della lucidità di interpretare i fenomeni storici in termini politici, e della capacità organizzativa per esercitare pressione politica.

    Malcolm abbracciò l’Islam perché il cristianesimo era la religione dei bianchi. Una religione che aveva accettato e approvato la schiavitù di alcuni uomini su altri uomini. Insomma, legava il cristianesimo alla razza bianca e l’islam a quella nera. Nell’ultimo anno della sua vita, Malcolm andò in Medio Oriente, e poi in Africa. In Arabia, in Egitto, e in tanti altri paesi islamici. Incontrò tutti i leader politici delle principali nazioni islamiche dell’Africa e dell’Asia mediorientale. Discusse con loro da pari a pari, trattato come un diplomatico. E vide il collegamento tra la discriminazione razziale in America e il colonialismo nel terzo mondo, ma smise di leggerlo in termini di bianchi contro neri.

    Era – scrisse - più una realtà di oppressione e di oppressi. Rivide le sue posizioni più radicali. Restò scettico sul cristianesimo, ma si mostrò possibilista sulle relazioni razziali. Era un nazionalista musulmano nero ma in Africa scoprì l’esistenza dei nazionalisti musulmani bianchi. Era un nazionalista musulmano nero, ma pochi mesi prima di morire spiegò che nella sua organizzazione potevano entrare musulmani e non. Era un separatista – nel senso che abbiamo spiegato sopra – ma nel 1964 stava cominciando a costruire una piattaforma comune con gli integrazionisti.

    E’ stata proprio questa commistione tra islamismo e nazionalismo nero che ha reso altamente sospettosa la società americana nei confronti dei musulmani neri. Ecco perché nei decenni scorsi chiunque in America si proponesse pubblicamente come musulmano, era immediatamente guardato con sospetto, e messo ai margini della società. Ovviamente, razzismo, separazionismo e islamismo hanno giocato in forme diverse nelle diverse circostanze storiche. Nel 1968, Richard Nixon poté usare il codice razzista perché la crisi d’ordine era causata anche dall’esplosione dei ghetti e dalle rivendicazioni sociali del Black Power.

    Dodici anni dopo Ronald Reagan poté impiegare lo stesso codice per dipingere i neri come corresponsabili della perdita di competitività del sistema industriale facendo leva sulla bassa efficienza delle linee di montaggio, piene di colletti blu afro-americani. Nel 2004 George W. Bush poté legare la sicurezza nazionale alla lotta all’islamismo, e la lotta all’islamismo alla comunità afro-americana, che al 15 per cento è appunto islamica. L’irrazionalità, l’antipatriottismo, la sempre latente inclinazione al separatismo e al nazionalismo. Queste le accuse di Nixon. La poca voglia di lavorare, la mancanza di spirito d’iniziativa, la marcata preferenza per lavori poco impegnativi, poco professionali, poco coinvolgenti. Queste le abbastanza esplicite assunzioni di Reagan. La connivenza con il nemico, la quinta colonna, il traditore nel cortile di casa. Questo il messaggio di Bush.

    Tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni ottanta, la Nation of Islam è stata più volte accusata di atteggiamenti e posizioni anti-semiti. In una lettera inviata al Wall Street Journal nel 1997, Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, ha dettagliatamente spiegato che la sua organizzazione non è contro il giudaismo, religione a cui al contrario guarda con simpatia. Non è neppure attraversata da sentimenti anti-ebraici, ma al massimo può essere accusata di nutrire sentimenti anti-sionisti.

    Il punto, insomma, non sono gli ebrei e neppure la loro religione, quanto il nazionalismo ebraico e, in ultima istanza, lo Stato di Israele.
    Articolo che non mi stancherò mai di postare da la Stampa:
    Al Zawahiri ha dato voce agli insulti che fin dall'elezione si vanno rieptendo sui siti islamisti della supremazia araba

    Servo negro, o negro di casa, a seconda delle traduzioni. Al Zawahiri ha dato voce a quello che sui blog islamici e/o islamisti si ripete fin dalla notte dell'elezione di Obama quando si è cominciato a chiamare il neoeletto presidente Usa «uno schiavo negro», «un negro blasfemo a capo di una nazione blasfema», un «eunuco negro», estendendo il disgusto al fatto «per la prima volta nella storia la First Lady americana sarà una schiava negra». Secondo Abu Ahmad "Il Salafita", «Per noi musulmani sarebbe stato meglio McCain, mentre ora ci troviamo questo schiavo negro, fondamentalista cristiano, pronto a servire gli ebrei».
    Non è nulla di strano. Da tempo nel mondo islamico si lamenta il razzismo arabo, quella convinzione settaria di essere i depositari della verità che spiace ad africani neri, indonesiani e ai tanti altri che hanno creduto al Corano perché predica l'uguaglianza, almeno quella di tutti i veri credenti e che tuttora devono leggerlo in arabo perché le traduzioni non sono considerate vera parola divina, così come le preghiere recitate in una lingua diversa.
    I negri non piacciono agli arabi, O almeno ad alcuni di loro. Con buona pace di Malcolm x, conconvertitosi all’Islam in carcere persuaso che fosse la risposta all'ansia di riscatto degli afroamericani.
    ''Ho udito il Profeta dire ''chiunque voglia vedere Satana deve guardare Nabtal'' egli era un uomo nero (Ishaq 243 ); ''Gabriele ha detto a Muhammad: il cuore di un nero è più rozzo di quello di un asino'' (Ishaq 243); ''Lasciate perire gli schiavi di Dinar. Se uno schiavo nero chiede qualcosa non deve essergli concessa. Se ha bisogno di intercessione per andare in Paradiso gli verrà negata'' (Bukhari V4B52N137)
    Il razzismo, indubbio, di una parte del mondo occidentale e il sacrosanto mea culpa per il fenomeno dello schiavismo hanno a lungo velato una parte della storia, che pure è evidente: la tratta degli schiavi, praticata con disinvolto successo dagli europei, era stata iniziata dai mercanti arabi e anche in seguito erano questi ultimi spesso a compiere il primolavoro dia cattura e selezione. Un fenomeno tuttora evidente in Mauritania, ad esempio, dove lo schiavismo, salvo temporanei ripensamenti, è tuttora praticato e dove i padroni sono i Mauri (detti in arabo bayan, bianchi), che da secoli opprimono e tengono in soggezione gli harratin, i servitori "di colore".
    O anche in Sudan, dove l'oppressione data a partire dal Medioevo con il sopravvento arabo sulle popolazioni autoctone nere e dove il conflitto tra il Nord del paese arabo e il Sud cristiano animista e nero è alimentato da una guerra civile che dura da oltre 40 anni e dalle imprese tragicamente note dei Janjaweed.
    Il razzismo arabo, nota Moses Ochonu, un accademico nigeriano che vive negli Usa, è così radicato che il termine generico per indicare un nero è il prefisso abd, che significa alla lettera schiavo, come nel nome Abd- allah (servo del Signore).

    "You should be aware, Fräulein, that there are some people in this world, some irredeemable louts, for whom the means do not require an end. I speak, of course, of myself."

  3. #3
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    Predefinito Re: La politica estera afro-americana: i neri musulmani

    Il nemico del tuo nemico è tuo amico.

    Alla fine il calcolo combinatorio diventa difficile.

    grazie OCCIDENTE, grazie anglo-americani, grazie Israele, grazie ucraini.



    la libertà avanza ...........

  4. #4
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    Predefinito Re: La politica estera afro-americana: i neri musulmani

    La NoI ha delle teorie che se la giocano alla pari con Scientology.
    Con un decreto speciale / è stata abolita la lingua del mio paese / sostituita da una nuova / tutto quello che finora avevo scritto / si considera non tradotto.

 

 

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