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    Predefinito Allo scoglio avvinta: la parabola di Singapore

    Allo scoglio avvinta: la parabola di Singapore - Limes




    Con tutta la buona volontà, è impossibile operare un’analisi della resiliente potenza geofinanziaria di Singapore senza tenere un occhio fisso sulla sua storia e geografia.

    Polis post-moderna armata fino ai denti e collocata nel cuore tumultuoso del Sud-Est asiatico, animatrice dell’Asean che scruta quotidianamente il turgore del dragone cinese, questa realtà rappresenta un prodigioso distillato del calderone asiatico. Principale snodo navale del pianeta ma singolarmente privo di acque territoriali proprie, mélange di etnie (cinesi, indiani, thai, malesi), compromesso non facile tra il rigido senso della gerarchia nipponico e la tolleranza britannica che confluiscono nella formazione giovanile del suo mitico padre fondatore Lee Kuan Yew, Singapore è un prisma dalle molte facce e non privo di enigmi.

    All’origine della sua affermazione c’è senz’altro una tensione fortissima e non ancora esauritasi verso l’Occidente. È questa – l’attrazione di industrie e capitali da Stati Uniti ed Europa – la chiave per l’emancipazione economica attraverso un’industrializzazione a tappe forzate a suon di regimi fiscali di favore, ma ancora di più la garanzia di sopravvivenza in un vicinato ricco di insidie. In effetti, le analogie con Israele sono numerose, ma mentre quest’ultimo ha un imprinting religioso e trova un’origine sacra nei testi veterotestamentari, Singapore nasce essenzialmente dalla testa del suo Zeus.

    Energico avvocato di etnia cinese educato a Cambridge, Harry Lee (rimpadronitosi dell’originario nome Lee Kuan Yew nell’ora in cui scelse di votarsi alla politica) è il fondatore il cui marchio appare impresso neldestino di Singapore. La figura di Lee è fuori dal comune, capace com’è stata di estrarre dal corpo moribondo dell’impero britannico l’alito vitale e le garanzie necessarie per incubare Singapore in un ambiente tecnocratico ma non democratico, al riparo dal contagio comunista in un’architettura democratica dopo il secondo conflitto mondiale.

    Piccola potenza priva di risorse petrolifere – a differenza del Brunei – Singapore dispone di un’Aviazione militare delle stesse dimensioni dell’Australia e di una Marina da guerra di tutto rispetto. Rispetto alle Filippine, paese sinofobo e geopoliticamente emotivo, Singapore si distingue per la freddezza con cui studia la crescente assertività di Pechino e il funambolismo geopolitico di cui dà prova. Nemmeno i picchi di neoisolazionismo statunitense successivi alla guerra in Vietnam o l’idea accarezzata da Jimmy Carter di ritirare le truppe americane dalla Corea del Sud hanno sprofondato Singapore nel panico.

    Per l’intera durata del decennio che segue alla separazione dalla Malaysia, lo sviluppo di Singapore è impetuoso e fa registrare tassi di crescita dell’8% del pil pro capite annuo in regime di cambi fissi. La crescita si contraddistingue anche per tassi di investimento elevati, pari quasi al 50% del prodotto interno lordo, con un picco del 59% nel 1984. I tassi di investimento elevati sono un elemento che non viene meno neanche quando gli ottimati di Lee Kuan Yew decidono di lanciare i propri fondi sovrani. Il primo, Temasek, viene chiamato a battesimo nell’ormai lontano 1974 per sfruttare gli avanzi di bilancio di Singapore e integrare una politica industriale fortemente orientata all’export. All’origine della storia di Temasek fanno mostra di sé investimenti nel trasporto marittimo, nei servizi finanziari, nelle industrie pesanti, nel trasporto e nelle tecnologie.

    Diversa è nel 1981 la genesi della Government of Singapore Investment Corporation (Gic), costola della Banca centrale di Singapore (Singapore Monetary Authority o, per brevità, Smp) la cui missione è quella di assicurare rendite superiori e placare la crescente insoddisfazione popolare per la gestione delle riserve valutarie. In un atto dai forti risvolti simbolici, la Smp nomina come presidente della Gic nientemeno che Lee Kuan Yew. Questi mantiene l’incarico fino al maggio del 2011, quando viene avvicendato dal figlio Lee Hsien Loong con una mossa che i mercati interpretano (con apprezzamento) alla stregua di una vera e propria successione dinastica. Logica che appare del tutto evidente già con la nomina di Ho Ching a capo di Temasek, avvenuta nel 2002. Donna, laurea in ingegneria a Stanford e un inizio di carriera al ministero della Difesa, Ho Ching è la moglie di Lee Hsien Loong.

    La presenza della famiglia Lee alla testa dei fondi sovrani di Singapore è nel segno della continuità e segnala al mondo che anche la discendenza del fondatore è coinvolta attivamente e al massimo livello nella gestione del capitalismo statale di Singapore.

    Eppure, lo stesso fondatore aveva ideato un’architettura di pesi e contrappesi. Per esempio, nonostante il fondo sia di proprietà del governo e venga gestito dalla Gic in virtù di uno specifico mandato di investimento, il presidente ha diritto di ottenere informazioni e a lui, così come al parlamento, riferisce l’auditor-general circa la propria attività di controllo sulla gestione dei fondi governativi. Inoltre, i membri del board sono nominati dal governo di concerto con il presidente. Così, d’altra parte, stabiliscono le disposizioni 6 e 7 dei princìpi di Santiago, best practice internazionale a cui si rifanno gli appartenenti dell’esclusivo club di fondi sovrani che rivendicano la trasparenza e l’indipendenza della propria gestione. A fronte della quale rimane invece, fastidiosa, l’ombra dei bilanci di Temasek; questi, secondo il giovane accademico americano basato a Pechino Christopher Balding, sono platealmente gonfiati e nascondono un buco fatto a spese dei contribuenti di Singapore.

    La rendita dichiarata da Temasek (16% medio annuo lungo quattro decenni di vita) è infatti pressoché impossibile da riconciliare sia con le performance degli indici della Borsa di Singapore, dove sono quotate molte delle partecipate di Temasek, sia con i saldi di finanza pubblica. L’aspetto è delicato, perché investe da vicino i vasi comunicanti tra Temasek e il proprio governo. Nel caso della Gic, l’esecutivo può invece spendere fino al 50% del long-term expected real return del fondo, il resto è tesaurizzato dalla stessa corporation.

    L’esistenza di limiti all’arbitrarietà finanziaria della politica è un elemento chiave per distinguere tra i fondi sovrani (relativamente) autonomi rispetto ai governi – e quindi vero e proprio potere dello Stato – e quelli che, se oggetto delle brame del sovrano, rischiano di venire spolpati da quest’ultimo. A Singapore il limite di spesa è peraltro previsto dalla costituzione, il che la dice lunga sull’importanza dei fondi sovrani nell’assetto complessivo dei poteri di questa città-Stato dalle risorse sproporzionate rispetto alle dimensioni esigue. E che forse, se potesse disporre di maggiori somme originate dai propri fondi sovrani, sarebbe tentata di spenderli per la propria politica estera.

    In fondo Singapore è sulla punta dello Stretto di Malacca, snodo cruciale del passaggio delle merci da e verso la Cina, all’estremo Sud del Mar Cinese Meridionale che, nonostante tutta l’acqua di mare che contiene per definizione, è una polveriera.

  2. #2
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    Predefinito Re: Allo scoglio avvinta: la parabola di Singapore

    Singapore è un miracolo vivente, altro che i pagliacci che governano il Club Med, e l'Africa, il mondo islamico o l'America latina.

    Lunga vita a Singapore.

    grazie OCCIDENTE, grazie anglo-americani, grazie Israele, grazie ucraini.



    la libertà avanza ...........

 

 

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