Il saggio sa di non sapere e ricerca la conoscenza, la quale può essere dolorosa... più si conosce e più ci si sente ignoranti...
E' meglio essere felici, ma senza conoscenza o essere saggi e infelici?


Il saggio sa di non sapere e ricerca la conoscenza, la quale può essere dolorosa... più si conosce e più ci si sente ignoranti...
E' meglio essere felici, ma senza conoscenza o essere saggi e infelici?
La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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Boh, è che ho letto il thread, e mi è sembrata una di quelle domande adolescenziali un po' contorte, tutto qui.
Il discorso è assai semplice.
Che tu sappia o non sappia, la tua vita nella maggior parte dei casi non cambierà di una cippa, cambierà solo la percezione che hai di essa.
Preferisco di no.


Adolescenziale? No, mi ha ispirato Ti Bibi nell'altro thread. Mi pare che abbia detto qualcosa come è meglio rimanere ignoranti, piuttosto che fare gli acculturati e dimostrarsi cmq ignoranti (lei mi correggerà se ho riportato male).
Ve bè volevo fare la filosofica, ma non mi viene bene...
Cmq che cambia la percezione della propria vita, non è proprio cosa da poco, no?
Ultima modifica di Hatshepsut; 14-04-15 alle 15:31
La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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Preferisco di no.


Ok, conoscere una serie di nozioni non fa la saggezza. Allora cosa è la saggezza?
Forse ci dà l'illusione di poterla almeno comprendere meglio, inoltre potrebbe fare la differenza fra essere più o meno felici appunto.
Cioè se non capisco fino in fondo la realtà, magari riesco a lasciarmi andare alla vita così come viene senza scervellarmi troppo e, di conseguenza, con maggiore serenità.
Iniziare a comprendere fa sorgere nuove domande, fino alla consapevolezza che non c'è fine alle domande.
La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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Il problema di questo thread, almeno per me, è che ho parecchie difficoltà a definire "meglio" e ancora di più a individuare cosa sia "sapere" e ovviamente "non sapere".
Quindi, come diceva un tale, wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen.


la felicità è l'aderenza della volontà alla perfezione connaturata, o meglio la percezione di tale adesione. Per indagare la perfezione dell'uomo si deve guardare alle sue facoltà e a ciò a cui tendono: il nutrirsi, riprodursi, muoversi, la sensazione lo apparentano al resto dei viventi, l'intellezione è prerogativa specifica che lo contraddistingue. Perciò la felicità dell'uomo è soprattutto la conoscenza intellettiva, cioè l'intendimento dell'ente separato dalla materia. Perciò il tuo interrogativo, sebbene non banale, è mal posto. certo, essendovi un nesso così stretto tra il sapere e la felicità, vi è più dolore nella consapevolezza dell'estensione dell'ignoranza che nella relativa inconsapevolezza, così come chi si abbandona senza freni ai piaceri venerei è più sereno se ignora di rovinare il proprio organismo, e l'intelligenza al servizio del male è più biasimevole del male compiuto senza intendimento. Ma è anche il pungolo per oltrepassare la propria condizione di appagamento illusorio (di chi s'immagina che basti scopare frequentemente con soddisfazione o darsi alla buona cucina per dirsi realmente realizzati) e incamminarsi sulla via della contemplazione..
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.


Ecco questo mi sembra un esempio di saggezza che mi fa venire in mente quel tale che diceva 'meglio tacere e passare per idioti che parlare e dissipare ogni dubbio'
Sul silenzio, La verità si trova solo rimanendo in silenzio*|*Cristina E. Cordsen
La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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