
Originariamente Scritto da
Platone
la felicità è l'aderenza della volontà alla perfezione connaturata, o meglio la percezione di tale adesione. Per indagare la perfezione dell'uomo si deve guardare alle sue facoltà e a ciò a cui tendono: il nutrirsi, riprodursi, muoversi, la sensazione lo apparentano al resto dei viventi, l'intellezione è prerogativa specifica che lo contraddistingue. Perciò la felicità dell'uomo è soprattutto la conoscenza intellettiva, cioè l'intendimento dell'ente separato dalla materia. Perciò il tuo interrogativo, sebbene non banale, è mal posto. certo, essendovi un nesso così stretto tra il sapere e la felicità, vi è più dolore nella consapevolezza dell'estensione dell'ignoranza che nella relativa inconsapevolezza, così come chi si abbandona senza freni ai piaceri venerei è più sereno se ignora di rovinare il proprio organismo, e l'intelligenza al servizio del male è più biasimevole del male compiuto senza intendimento. Ma è anche il pungolo per oltrepassare la propria condizione di appagamento illusorio (di chi s'immagina che basti scopare frequentemente con soddisfazione o darsi alla buona cucina per dirsi realmente realizzati) e incamminarsi sulla via della contemplazione..