16/5/2009
Pdl e strabismo meridionale
MARCELLO SORGI
Dei molti, imprevedibili paradossi che accompagnano Berlusconi, l’ultimo, che dipinge un Cavaliere «romano» o addirittura meridionalizzato, a dispetto delle proprie origini nordiche, è certamente il più strano. Nata a ridosso del declassamento, da parte di Alitalia, dell’aeroporto di Malpensa nei confronti di Fiumicino, scelto come unico hub e principale scalo internazionale, la polemica ha visto impegnato anche il governatore lombardo Roberto Formigoni.
Egli in un’intervista al Giornale s’è mosso in difesa, non solo di Milano e della Lombardia, ma anche del Piemonte e più in generale del Nord, annunciando che intende sollevare il problema di fronte all’esecutivo. Si sa, in campagna elettorale (mancano tre settimane al 7 giugno), tutte le questioni si complicano e Formigoni, come il sindaco Moratti, appena uscita da un lungo braccio di ferro con Palazzo Chigi sull’Expo, sente la concorrenza montante della Lega e l’ambizione di Bossi di guidare il primo partito del Nord. Ma dietro i due casi specifici c’è una lettura di questo primo anno di governo del Cavaliere, che tende a sottolineare la prevalenza, se non la preferenza, accordata dal premier ai problemi del Sud. A cominciare, naturalmente, dal modo in cui Berlusconi ha aggredito l’emergenza immondizia a Napoli e dalla plateale inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, alla vigilia dell’apertura del primo congresso del Popolo della Libertà. E per continuare con il suo impegno diretto nel dopo-terremoto in Abruzzo, culminato nella decisione di spostare il G8 a L’Aquila e nella riunione dell’intero Consiglio dei ministri nella città più colpita dal sisma.
Fin qui, al di là di qualche preoccupazione localistica ed elettorale all’interno di un governo che ha il più alto tasso di cittadinanza nordista dei ministri (8 su 23 provengono dalla Lombardia), la dimensione del problema rifiuti a Napoli e della catastrofe naturale in Abruzzo bastavano da sole, purtroppo, a motivare il drastico aggiustamento di rotta voluto da Berlusconi. Ma anche se il confronto con problemi importanti, ma non catastrofici, come Expo e Malpensa, è impossibile, il timore che si affaccia dalle parole di Formigoni o da quelle della Moratti è che, sull’onda delle emergenze, e complice la crisi economica, il governo possa soffrire di una sorta di strabismo meridionale.
Per un premier nato a Isola, quartiere centrale della città ambrosiana, non lontano dal Duomo, e cresciuto professando la sua personale, imprenditoriale - e settentrionale - «filosofia del fare», questo dovrebbe essere un errore impossibile. Ma d’altra parte Berlusconi sa bene - e fatica a convincere di questo una parte del suo partito - che nel Mezzogiorno si gioca la partita più incerta di queste elezioni.
Mentre infatti al Nord la competizione con la Lega avviene all’interno della stessa area elettorale di centrodestra, e al Centro l’insediamento del centrosinistra è ancora così radicato da non aprire grandi possibilità di penetrazione, nell’altra metà del Paese l’avversario del Pdl è un Pd stanco, fiaccato in molti casi (Campania, Calabria) da scandali giudiziari, e in altri (Sicilia) ridotto ai minimi termini da una lenta erosione di consensi. In quest’area, che comprende la maggior parte degli elettori (il Sud è più popoloso), c’è la concreta possibilità di cogliere risultati inattesi per il centrodestra e portare il Pdl ai livelli da record di cui parlano i sondaggi.
Come i socialisti ai tempi di Craxi, che stentavano al 7-8% a Milano, per raccogliere percentuali a due cifre e alle soglie del 20% a Napoli o a Bari, così anche Forza Italia ha conseguito finora i maggiori successi nelle circoscrizioni meridionali. E se un’insufficiente organizzazione di partito, e candidati non sempre competitivi, hanno fatto sì che in tre delle maggiori regioni (Campania, Puglia e Calabria), alle amministrative, alla fine il centrosinistra sia riuscito a vincere, i dati delle politiche dello scorso anno dicono che lì il centrodestra potrebbe rimontare oggi, per poi conquistare, domani, le amministrazioni dov’è adesso all’opposizione e dove si voterà nel 2010. È quel che è accaduto, del resto, in Abruzzo già prima del terremoto. E potrebbe ripetersi tra un anno nella Napoli di Bassolino, nella Bari di Vendola e nella Reggio Calabria di Loiero.
Non è un mistero tuttavia che al Sud le tornate elettorali, e gli spostamenti di voti decisivi da uno schieramento all’altro, si misurino ancora sul terreno dell’intervento pubblico dello Stato e spesso di ragnatele clientelari dure a morire, oltre che della ricca distribuzione di fondi nazionali ed europei destinati alle aree più deboli. Le quattro principali regioni meridionali - Campania, Puglia, Calabria e Sicilia - hanno a disposizione una dotazione che oscilla dai quattro ai dieci miliardi di euro per ciascuna e può diventare determinante di qui al voto.
È proprio su questo che si decidono all’interno del governo un difficile confronto e un delicato gioco di equilibri. Con il Cavaliere «romano» che preme per aprire le chiuse del fiume di finanziamenti pubblici, non solo per l’Abruzzo terremotato o la Campania ripulita, ma per il Sud nel suo complesso. E il Tremonti «nordista» che resiste in nome dell’emergenza economica, e della necessità di destinare parte dei fondi pubblici a interventi sociali e al rafforzamento degli ammortizzatori nelle aree industriali, dove più pesanti sono le conseguenze della congiuntura e più forte, per i lavoratori, il rischio di perdere il posto.
Così Berlusconi è al bivio: ciò che può farlo vincere al Sud, insieme con il nuovo look meridionale che alimenta il suo mito, rischia di riservargli sorprese, e infine di danneggiarlo, tra gli elettori del Nord, inquieti in questa primavera di crisi.
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