
Originariamente Scritto da
Troll
Aldo Pardi
2 hrs · Edited ·
Del dolce e dell'amaro nel significato di "militanza" oggi.
Ieri sera sono andato ad un'iniziativa in supporto del presidio "no borders" di Ventimiglia. Una trentina di persone, forse quaranta, tutte del giro autonomo di qui. Le facce, le tenute, i comportamenti, erano quelli che ho visto tante e tante volte in anni di militanza. Molti simboli punk, molto alcool, molto senso di appartenenza di gruppo. Un concerto, del cibo vegan, un tavolo di materiali politici. Due o tre persone con problemi psichiatrici che si sbattono alla musica, eccitate.
Ha parlato un compagno italiano. Magro, movimenti nervosi e l'espressione concentrata sul compito, molto inorgoglito dall'essere un simbolo concreto di una lotta. Molto soddisfatto degli sguardi che si concentravano su di lui. Venticinque-trent'anni. Studente. Un compagno come ne ho visti tanti, in tanti anni di militanza. Una missione, un ruolo, un messaggio. L'ego.
Si sta intorno al baracchino dell'amplificazione. Non c'é un migrante. Non c'é nessuno che non sia francese bianco. O italiano bianco. Siamo nella città dove più forte é la presenza nordafricana, il posto dove sono più dolorosi i colpi del colonialismo francese, quello del passato e quello attuale, con i quartieri ghetto, le camionette della celere 24 su 24, con le barriere che impediscono ad un qualunque ragazzo di origine non francese di andare ad un liceo, di raggiungere una qualche posizione sociale non marginale o inferiore, con l'esclusione quotidiana, con la differenza di statuto civile. Eppure, solo bianchi.
Perché? Perché questo isolamento di un'azione che dovrebbe, invece, unire? Cosa siamo noi, per un ragazzo nordafricano? Donne scoperte e tatuate, alcool, irreligione, dei bisogni e dei modi, nella loro apparente immediatezza, culturizzati, elaborati da decenni di sperimentazioni sovradeterminate culturalmente di modi alternativi di vivere, agire, stare insieme. Il rifiuto del consumo, l'anticonformismo, il femminismo, la trasgressione, la negazione di ogni istituzione, familiare o comunitaria, il comunismo, sono un universo vissuto forse inconcepibile per queste persone, ragazzi donne e uomini che pretendono certo di affermare il proprio diritto, ma non di essere tutto questo. È già un solco vastissimo, che spiega la solitudine nostra, che siamo lontani da loro.
Per chi lottiamo, allora? Di chi siamo "solidali"? Siamo solidali di ragazzi nordafricani che vogliono vestire "firmato" all'"italiana"? Che vogliono fare i soldi? Che ritengono un dato di natura la gerarchia sociale? Che pensano che esistono padroni e servi? Che pensano che non esiste un altro sistema di vita che non sia capitalismo? Che considerano le donne una proprietà ed un genere inferiore? Che ritengono l'ateismo un peccato, le altre religioni eresia e la legge religiosa un imperativo assoluto? Siamo vicini a donne che si sentono soggette al maschio? È per loro che facciamo quelle battaglie? Che rifiutiamo ed attacchiamo il sistema delle barriere? È a queste persone che tendiamo la mano di compagni nelle nostre azioni? È per permettergli di affermare tutto questo, con il pieno riconoscimento degli Stati in cui vengono a chiedere asilo, é per dargli la possibilità di divenire, secondo le modalità che loro conoscono e riconoscono, un pezzo di potere del capitale, che cerchiamo di allentare il controllo del sistema neoliberista sulle loro vite? È per dargli la libertà di divenire agenti autonomi di questa struttura sociale, e dei suoi ordini, che ci impegnamo?
Siamo veramente coscienti di quello che implica una battaglia contro le forme di gestione dei corpi e dei loro movimenti nel regime del capitale neoliberale? Siamo veramente coscienti che molte, tante di queste persone sono tutto meno che alleati nel nostro percorso, e che invece, una volta arrivate ad acquisire una qualche collocazione, tanto più se agiata, sarebbero pronti a combatterci per la precisa cognizione politica della loro posizione di agenti del sistema?
Siamo veramente coscienti del significato politico di un'azione, alla fine, "umanitaria"?
Siamo veramente coscienti di cosa indichiamo con "popolo", o "popolare", quando usiamo questo termine in termini politici per definire tutti gli elementi soggetti alle operazioni di gestione e dominanza del capitalismo attuale, che siano migranti, membri di ceti sociali economicamente svantaggiati, pezzi di società marginali, esclusi, sottomessi, dominati?
Abbiamo veramente cognizione del senso del nostro agire? Sappiamo come affrontare tutto questo? C'abbiamo mai pensato? Credo che siano i problemi che i nostri progenitori, nell'ottocento, si sono tante e tante volte posti.
E noi? Ce li siamo posti?
Sono domande che mi sono venute, mentre stavo lì. Poi mi sono sentito triste, e sono andato via.
Aggiungo: noi bianchi, non riusciamo ad agire se non come bianchi, maschere di noi stessi. Invece di fare azioni di solidarietà con i migranti nei quartieri dove i migranti vivono, le facciamo in centro, dove non vengono mai - perché la polizia li controlla, per esempio - , che é il luogo del divertissement militante di noi bianchi.
"Eri così carino, eri così carino,
proprio un amore
di ragazzino".