Originariamente Scritto da Ferruccio1
il 2002-10-16 19:01:11
ERO UN BALILLA 1944-45
Ho gia' detto che l'Istituto Leone XIII, dei Rev. Padri Gesuiti, aveva ripreso a funzionare utilizzando la sede del Collegio delle Orsoline in via Parini, a circa cento metri dal collegio andato distrutto a causa di una o due bombe di PIPPO.
Era un ambiente ben diverso dal Collegio di Clusone. I Padri erano per lo piu' persone raffinate e di cultura notevolissima, che li portatava però a voler sempre avere l'ultima parola. In pratica, avevano sempre ragione loro. In sottordine stavano i cosidetti Fratelli, una sorta di persone di servizio permanenti che facevano tutti i lavori più umili. Una specie di proletariato religioso.
Sovrastavano tutti i Padri due figure di sacerdoti: il Preside Rev. Padre Andretta e il nostro Padre Spirituale Fossati, due santi uomini in tutto e per tutto dei quali conservo grande memoria e che, in fin dei conti, furono gli unici a darmi veramente qualcosa. L'educazione dei Padri Gesuiti era basata su una grande sfiducia in noi ragazzi. Tendevano a deresponsabilizzarci alquanto e mantenevano sempre una certa distanza con noi.
Niente scapaccioni e niente dialetto bergamasco. E neanche fame; quando iniziò il doposcuola, e di conseguenza la refezione di mazzogiorno, notai come i pasti fossero qualitativamente e quantitativamente regolari e accettabili.
Nella mensa c'era l'inconveniente dello sfasciarsi di sedie e tavoli, conseguenza del fatto che le Orsoline avevano portato via tutto ed era stata utilizzata mobilia recuperata dal bombardamento. Ogni tanto qualcuno sprofondava dal pavimento. Un giorno cadde tutta una tavolata.
La nostra giornata, salvo il sabato, finiva alle 17, ora di uscita e che ci vedeva volare fuori e correre verso i vicini bastioni di Porta Venezia, dove da mesi si trovava un Luna Park, impossibilitato ormai a trasferirsi data la situazione di pericolo. Era un'autentica "corte dei miracoli". Vi affluivano ragazzi, adulti, militari italiani e tedeschi. Noi ci divertivamo sulle giostre, che erano quelle di allora calcinculo compreso, gabbia a spinta, ecc.
Ma l'attrazione più importante stava in fondo, verso Porta Venezia, ed era un casottello dove si poteva fare il tirassegno
alle pipette di gesso ferme o in movimento. La sua particolarità di stava nel fatto che non si vincevano i soliti pupazzetti di peluche o simili. Il premio era dato dalla proprietaria stessa e cioè Francesca, una bionda sui trent'anni.
In ordine crescente, se si arrivava ad un certo punteggio raggiungibile, però, dopo ripetute serie di cinque palline o piumini) c'erano questi premi: palpare il sedere di Francesca, mettere la mano sotto la camicetta e toccarle di conseguenza il seno oppure oltre la sottana e in mezzo alle gambe.
Non c'era premio più grosso. Se uno voleva la COSA, ed era maggiorenne, da un pertugio nella rete che circondava i giardini pubblici poteva accoppiarsi con Francesca pagando.
Lei metteve una coperta sul prato, ecc.
Noi ragazzini potevamo guardare rimanendo a una certa distanza, magari dietro una pianta; però a un certo punto,
sul finire dell'anno scolastico, fummo ammessi a stare in cerchio intorno. Ricordo che la Francesca emetteva grida che, come capii dopo erano, una simulazione dell'orgasmo; una volta gridò in milanese: "Uh che bel! Uh che bel!".
Dai Padri Gesuiti la parola SESSO era proibita; tutto quanto riguardava il sesso lo ignoravano, lasciando che la natura facesse il suo corso. L'educaziomne dei Gesuiti era quello che era, ma qui avevano ragione perché, in tal modo, non creavano nei ragazzi né complessi né sensi di colpa (coseguenza molto comune, invece, dell'educazione religiosa in genere.
Ciò non toglie che mi pentii di aver raccontato tutto questo, in confessione, al Padre Spirituale Fossati. Temetti gli prendesse un colpo quando sentì cosa combinavamo fuori dal Collegio.
Talvolta, alla sera, nel giardino pubblico vicino al Luna Park si esibiva, a grande richiesta e a pagamento, un soldato tedesco che, tenendo il pubblico a debita distanza, faceva esplodere una di quelle bombe a mano con il manico in legno in dotazione al suo esercito. Si metteva l'elmetto e, tenendo la bomba dritta sulla testa e il manico di legno appoggiato all'elmetto, la faceva esplodere. Io questo non lo vidi mai, però mi fu raccontato dai compagni. Non so se fosse vero o meno, tuttavia là non c'era più da stupirsi di nulla.
Una variante a tutto questo era uno scherzo, direi psicologico, che ordivamo ai danni dei passeggeri del tram che passava per Viale Vittorio Veneto.
Erano tempi di attacchi aerei e quant'altro, e tutti erano molto tesi. Noi acquistavamo per qualche lira circa cinquanta centimetri di nastro da mitragliatrice dai quasi coetanei delle Decima Mas e andavamo a piazzarlo sui binari del tram, al passaggio del quale provocava il rumore di una raffica che seminava il panico specie nei passeggeri e nel guidatore. Il mezzo si bloccava e tutti scappavano via terrorizzati, pensando a un attacco aereo. Noi ci godevamo lo spattacolo fuori portata, ma poi smettemmo perché i tranvieri avevano mangiato la foglia e non era il caso di insistere.
La fiera di Porta Venezia era un parte molto importante della nostra vita scolastica. A scuola andavamo con il massimo entisiasmo poiché ogni giorno, si può dire, era come se fosse una nuova avventura. Poi tornavo a casa, compiti già fatti, con il tram. I miei erano molto contenti di avermi messo all'Istituto Leone XIII, e io con loro.
Di quanto accadeva fuori dal Collegio neppure una parola. La nostra era come un'isola sul mare in tempesta. A dare tono alla scuola erano anche le lezioni di scherma, che facevano parte dell'educazione fisica ma solo per chi pagava. La retta era, secondo mia madre, abbastanza salata.
La giornata cominciava alle ore 8 con una Santa Messa con relativa Santa Comunione, motivo per il quale chi si era comunicato faceva colazione (a pagamento) in Istituto. Non sempre la colazione arrivava a buon fine, perché bastava una parola di uno qualsiasi che interrompesse il silenzio affinché la colazione venisse tolta; ma si pagava lo stesso, anche se la colazione veniva lasciata sui tavoli e si saliva in classe. Inchiostro (da versare nell'apposito calamaio), quaderni, diari, carte per i temi in classe, gomme, matite, penne ecc., tutto (o quasi) si acquistava alla cartoleria interna.
Dopo il pranzo c'era il doposcuola (a pagamento), che era ottimo perché, con un poco di faccia tosta, grazie ai padri prefetti si risolvevano tutte le difficoltà, in particolare di latino.
Avevamo anche imparato che, quando si chiedevano lumi al doposcuola, se c'era un certo prefetto era meglio mettersi davanti alla sua cattedra, spalle alla classe, e non vicino a lui, onde non essere discretamente "palpati".
Il nostro insegnante, però, non era un gesuita ma un prete solito Don Manazza. Altezza metri 1.50 circa, dotato di una bacchetta di bambù, con questa teneva a posto tutta la classe sia con tre vergate sulla mani (voleva le nocche rivolte all'insù) sia con bacchettate sulle gambe nude.
Un giorno ebbe da dire con il padre di un nostro compagno di classe, perché aveva dato da studiare a memoria la poesia del Giusti "Sant'Ambrogio", il che era stato interpretato in chiave antitedesca. Dopo il 25 aprile il compagno ebbe anche qualche minaccia da qualcuno che ricordava l'episodio, ma finì in nulla.
Un saluto a tutti. Ditemi se Vi annoio.