
Originariamente Scritto da
Druuna
Come ho detto talmente tante volte che mi si secca la lingua, non sono femminista, e non condivido nessuno dei filoni ideologici femministi, propriamente detti (per chi sappia cosa significa la parola "femminista"), in quanto il femminismo non è altro che una riconferma, per reciprocità, della visione maschilista, la quale certo non è il mio ideale.
Seconda cosa, per parlare in modo più o meno critico del fatto che le donne sono sempre state scambiate dagli uomini, nei millenni, dovresti almeno avere una base di antropologia.
In particolare, uno che le femministe le ha fatte incazzare parecchio è stato Lévi-Strauss, la cui opera è definita sulla Treccani (per esempio) "imprescindibile per spessore cognitivo e profondità analitica, e costituisce uno degli assi cardinali delle scienze umane contemporanee."
Quindi se vuoi definire in malafede o dare del mediocre a uno dei massimi studiosi del comportamento e del pensiero umano, giudicato criticamente dalle femministe, accomodati. Io non sto facendo altro che farmi portatrice di ciò che menti ben più alte delle mie hanno elaborato.
Per la cronaca:
Lévi-Strauss ⟨levì stròs⟩, Claude. - Antropologo francese (Bruxelles 1908 - Parigi 2009). Massimo teorico dello strutturalismo applicato agli studi antropologici, la sua opera è imprescindibile per spessore cognitivo e profondità analitica, e costituisce uno degli assi cardinali delle scienze umane contemporanee.
Negli anni del secondo conflitto mondiale, L.-S. soggiornò negli S.U.A., dove entrò in contatto diretto con la tradizione etnografica di F. Boas e con le più generali prospettive teoriche dell'antropologia culturale. Di estrema importanza fu l'incontro con la linguistica strutturale, e in particolare con R. Jakobson (1942). Primi segni della fecondità dell'incontro si trovano già in alcuni saggi (poi raggruppati nel volume Anthropologie structurale, 1958; trad. it. 1966), nei quali si applicano i metodi dell'analisi strutturale in linguistica allo studio di fenomeni, come la parentela o il mito, che, secondo L.-S., si prestavano facilmente a un simile tentativo. Fondata su una analoga assunzione teorica e metodologica è la prima grande opera di L.-S.,
Les structures élémentaires de la parenté (1948; trad. it. 1969). In questo
studio monumentale, che rappresenta un punto di riferimento teorico imprescindibile per qualsiasi studio sull'argomento, L.-S. elabora una nuova teoria della parentela. Egli, partendo dall'analisi di aspetti fino allora non ben comprensibili delle relazioni di parentela (il matrimonio preferenziale tra cugini incrociati - figli di germani di sesso differente -; l'esclusione del matrimonio tra cugini paralleli - figli di germani dello stesso sesso -; le organizzazioni dualiste), riesce a mostrare come tutti questi comportamenti siano espressione di un unico modello strutturale elaborato a partire da alcuni principî elementari. Per L.-S. l'elemento centrale nella costituzione delle unità e dei gruppi di parentela è
l'unione matrimoniale, che egli considera essere uno scambio, messo in atto dai maschi, delle donne e delle loro capacità riproduttive. L.-S. coglie in questo modo alcuni
principî elementari dell'organizzazione di tutte le società umane, in primo luogo il principio bifronte dell'incesto e dell'esogamia. Gli uomini non possono contrarre unioni sessuali e matrimoniali all'interno di una sfera, culturalmente variabile, ma socialmente necessaria, di individui. Tutte le società umane, a partire da questa assunzione negativa, si danno regole positive per definire un'area, più o meno ampia, di evitazione dell'unione matrimoniale. Per L.-S. il divieto dell'incesto rappresenta il principio che consente ai gruppi umani di passare da una condizione puramente naturale, pre-sociale, a una condizione culturale, di uscire dalla natura per collocarsi nella cultura. Solo vietandosi alcune donne, quelle sulle quali hanno più stretto controllo, i maschi possono, attraverso
lo scambio, stabilire le prime relazioni sociali. Alla base dello scambio opera un principio mentale elementare: l'idea di reciprocità, che consente, almeno idealmente, e fondandosi su un piano inconscio, il realizzarsi stesso dello scambio delle donne.
Lévi-Strauss, Claude nell'Enciclopedia Treccani