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    Predefinito La FSSPX sulle conclusioni del Sinodo

    La Passione della Chiesa

    La Relazione finale del sinodo sulla famiglia è stata approvata dai padri sinodali che l’hanno votata nei suoi i 94 punti approvandoli tutti ai 2/3 dei voti. Questo testo sotto certi aspetti costituisce uno scandalo senza precedenti. In esso infatti si chiamano “membra vive della Chiesa”[1] coloro che vivono pubblicamente nell’adulterio affermando che occorre valutare nella pratica la possibilità per essi di accostarsi alla S. Eucaristia “caso per caso”.

    Si mina così la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio come se questa potesse variare in ragione delle circostanze. Lo stesso 6° comandamento: “Non commetter adulterio” sarebbe così valido in generale, ma poi occorrerebbe considerare ogni caso particolare, ammettendo i questo modo eccezioni. Siamo in presenza di una tecnica rivoluzionaria, già utilizzata al Concilio Vaticano II, per sconvolgere la dottrina, introducendo una morale a geometria variabile, non più riferita a principi immutabili ma che si adatta alle circostanze. Tutto ciò in perfetta continuità con i dei due Motu proprio di Papa Francesco sull’abbreviazione della procedura per l’annullamento dei matrimoni che hanno aperto la via a quello che è già stato chiamo il “divorzio cattolico”.

    È questa la nuova, falsa misericordia, non per il peccatore, ma per il peccato. La vera misericordia infatti non consiste nel modificare la morale per giustificare una condotta disordinata ma nel mostrare la gravità del male e spingere il peccatore alla conversione.

    Come già affermò il nostro fondatore, Mons. Marcel Lefebvre, stiamo vivendo la Passione della Chiesa che si manifesta sempre più con il tradimento della gerarchia: è il bacio di Giuda; è Caifa che fa liberare Barabba e condanna Gesù a morte.

    Tacere di fronte a questo scandalo significa acconsentire. La Fraternità San Pio X non può tacere e nel seguente comunicato il nostro Superiore generale ribadisce la dottrina cattolica di fronte a questi errori diffusi dalle stesse autorità ecclesiastiche.

    don Pierpaolo Maria Petrucci



    [1] N. 84

    La Passione della Chiesa

    Dichiarazione di Mons. Bernard Fellay

    Dichiarazione a proposito della Relatio finalis del Sinodo sulla Famiglia

    La relazione finale della seconda sessione del Sinodo sulla Famiglia, pubblicata il 24 ottobre 2015, lungi dal manifestare un consenso tra i Padri sinodali, è l’espressione di un compromesso tra posizioni profondamente divergenti. Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni, e soprattutto delle brecce aperte nella disciplina nel nome di una misericordia pastorale relativista. L’impressione generale che si ricava da questo testo è quella di una confusione che non mancherà di essere sfruttata in un senso contrario all’insegnamento costante della Chiesa.

    Per questo ci sembra necessario riaffermare la verità ricevuta dal Cristo sulla funzione del Papa e dei vescovi[1] e sulla famiglia e il matrimonio[2]. Lo facciamo nello stesso spirito che ci ha spinti a presentare una supplica a Papa Francesco prima della seconda sessione di questo Sinodo.

    La funzione del Papa e dei vescovi

    Figli della Chiesa cattolica, noi crediamo che il Vescovo di Roma, Successore di san Pietro, è il Vicario di Cristo, e allo stesso tempo Capo di tutta la Chiesa. Il suo potere è una giurisdizione in senso proprio, e nei suoi confronti i pastori come i fedeli delle chiese particolari, presi ciascuno isolatamente o riuniti insieme, anche in concilio, in sinodo o in conferenze episcopali, sono tenuti a un dovere di subordinazione gerarchica e di vera obbedienza.

    Dio ha disposto così, in modo che mantenendo con il Vescovo di Roma l’unità della comunione e la professione della vera fede, la Chiesa di Cristo sia un solo gregge con un solo Pastore. La Santa Chiesa di Dio è divinamente costituita come una società gerarchica, dove l’autorità che governa i fedeli viene da Dio al Papa solo, e attraverso lui ai Vescovi che gli sono sottomessi1.

    Quando il Magistero Pontificio supremo ha dato l’espressione autentica della verità rivelata, sia in materia dogmatica sia in materia disciplinare, non spetta agli organismi ecclesiastici dotati di un’autorità di rango inferiore – come le conferenze episcopali – introdurre delle modifiche.

    Il senso dei sacri dogmi che deve essere conservato in perpetuo è quello che il Magistero del Papa e dei vescovi ha insegnato una volta per tutte e non è mai permesso allontanarsene. Per questo la pastorale della Chiesa, quando esercita la misericordia, deve cominciare con il rimediare alla miseria dell’ignoranza, donando alle anime l’espressione della verità che le salva2.

    Nella gerarchia così stabilita da Dio, in materia di fede e di Magistero, le verità rivelate sono state affidate come un deposito divino agli Apostoli e ai loro successori, il Papa e i vescovi, affinché li conservino fedelmente e li insegnino con autorità. Questo deposito è contenuto come nelle sue fonti nella Santa Scrittura e nelle Tradizioni non scritte che, ricevute dagli Apostoli dalla bocca del Cristo stesso o trasmesse come di mano in mano dagli Apostoli sotto la guida dello Spirito Santo, sono giunte fino a noi.

    Quando la Chiesa docente dichiara il senso di queste verità con tenute nelle Scritture e nella Tradizione, lo impone con autorità ai fedeli, perché le credano come rivelate da Dio. Ed è falso dire che spetta al Papa e ai vescovi di ratificare semplicemente quello che è loro suggerito dal sensus fidei o dall’esperienza comune del popolo di Dio.

    Come abbiamo già scritto nella Supplica al Santo Padre: «La nostra inquietudine viene dalla condanna che san Pio X ha formulato, nell’enciclica Pascendi, di un simile adattamento del dogma alle pretese esigenze contemporanee. San Pio X e Voi, Santità, avete ricevuto la pienezza del potere di insegnare, di santificare e di governare nell’obbedienza al Cristo, che è Capo e Pastore del gregge in ogni tempo e in ogni luogo, e del quale il Papa deve essere il fedele Vicario sulla terra. L’oggetto di una condanna dogmatica non può diventare, con il tempo, una pratica pastorale autorizzata».

    Questo fece dire a Monsignor Lefebvre nella sua Dichiarazione del 21 novembre 1974: «Nessuna autorità, neppure la più alta nella gerarchia, può costringerci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal Magistero della Chiesa da diciannove secoli. “Se avvenisse - dice San Paolo - che noi stessi o un Angelo venuto dal cielo vi insegnasse altra cosa da quanto io vi ho insegnato, che sia anatema”[3].

    Il matrimonio e la famiglia cattolica

    Circa il matrimonio, Dio ha provveduto alla crescita del genere umano con l’istituzione del matrimonio, che è l’unione stabile e perpetua di un uomo e una donna[4]. Il matrimonio dei battezzati è un sacramento, poiché il Cristo l’ha elevato a tale dignità; il matrimonio e la famiglia sono dunque di istituzione divina e naturale.

    Il fine primo del matrimonio è la procreazione e l’educazione dei figli, che nessuna volontà umana deve escludere con atti ad esso opposti. Il fine secondario del matrimonio è l’aiuto reciproco tra gli sposi e il rimedio alla concupiscenza.

    Il Cristo ha stabilito che l’unità del matrimonio sarebbe stata definitiva, per i cristiani come per tutti gli uomini. Quest’unità gode di un’indissolubilità che non può mai essere sciolta né dalla volontà delle due parti, né da un’autorità umana: «ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi»[5]. Nel caso del matrimonio sacramentale dei battezzati, l’unità e l’indissolubilità si spiegano inoltre con il fatto che è il segno dell’unione del Cristo con la sua Sposa, la Chiesa.

    Tutto ciò che gli uomini possono decretare o fare contro l’unità o l’indissolubilità del matrimonio non corrisponde né a quello che esige la natura né al bene della società umana. In più, i fedeli cattolici hanno il grave dovere di unirsi con il cosiddetto matrimonio civile, senza tener conto del matrimonio religioso prescritto dalla Chiesa.

    Ricevere l’Eucarestia (o comunione sacramentale) richiede lo stato di grazia santificante e l’unione al Cristo tramite la carità; la comunione aumenta questa carità e significa nello stesso tempo l’amore di Cristo per la Chiesa, che è a Lui unita come Sua unica Sposa. In conseguenza, coloro che deliberatamente vivono insieme in un’unione concubinaria o anche adultera, contro le leggi di Dio e della Chiesa, dando un cattivo esempio di mancanza di giustizia e carità, non possono essere ammessi all’Eucarestia e sono considerati come pubblici peccatori: «Colui che sposa una donna ripudiata, commette adulterio»[6].

    Per ricevere l’assoluzione dei suoi peccati nel quadro del sacramento della Penitenza, è necessario avere il fermo proposito di non peccare più e in conseguenza coloro che rifiutano di mettere un termine alla loro situazione irregolare non possono ricevere un’assoluzione valida[7].

    In conformità alla legge naturale, l’uomo ha il diritto di usare della propria sessualità solo nel quadro di un legittimo matrimonio, e rispettando i limiti fissati dalla morale. Per questo l’omosessualità contraddice il diritto divino naturale. Le unioni compiute fuori dal matrimonio, che siano concubinarie, adultere o omosessuali, sono un disordine contrario alle esigenze della legge divina naturale e costituiscono quindi un peccato; non ci si potrebbe riconoscere alcuna parte di bontà morale, nemmeno diminuita.

    Di fronte agli errori attuali e alle legislazioni civili contro la santità del matrimonio e la purezza dei costumi, la legge naturale non ammette eccezioni, poiché Dio, nella sua infinita sapienza, dando agli uomini la Sua legge, ha previsto tutti i casi e tutte le circostanze, a differenza dei legislatori umani. Così non si può ammettere la cosiddetta morale di situazione, che si propone di adattare le regole di condotta dettate dalla legge naturale alle circostanze variabili delle diverse culture. La soluzione dei problemi di ordine morale non deve essere sottomessa alla sola coscienza degli sposi o dei pastori, e la legge naturale si impone alla coscienza come regola dell’agire.

    La sollecitudine del Buon Samaritano verso il peccatore si manifesta con una misericordia che non scende a patti con il peccato, come il medico che vuole aiutare efficacemente un malato a recuperare la salute non scende a patti con la malattia, ma l’aiuta a vincerla. Non ci si può liberare dell’insegnamento evangelico in nome di una pastorale soggettivista che –pur ricordandolo in termini generali – l’abolirebbe caso per caso. Non si può accordare ai vescovi la facoltà di sospendere la legge dell’indissolubilità ad casum, senza esporsi a un indebolimento della dottrina del Vangelo e a un frazionamento dell’autorità nella Chiesa. In effetti in questa prospettiva erronea quello che è affermato dottrinalmente potrebbe essere negato pastoralmente, e quello che è proibito de jure potrebbe essere autorizzato de facto.

    In questa confusione estrema, spetta ormai al Papa – in conformità alla sua carica e nei limiti a lui fissati dal Cristo – ribadire con chiarezza e fermezza la verità cattolica quod semper, quod ubique, quod ab omnibus[8], e di impedire che questa verità universale non sia praticamente o localmente contraddetta.

    Seguendo il consiglio del Cristo: vigilate et orate, noi preghiamo per il Papa: oremus pro Pontifice nostro Francisco, e restiamo vigilanti: non tradat eum in manibus inimicorum eius, perché Dio non lo abbandoni al potere dei suoi nemici. Supplichiamo Maria, Madre di Dio, di ottenergli le grazie che gli permetteranno di essere il custode fedele dei tesori del Suo Divin Figlio.



    Menzingen, 27 ottobre 2015

    +Bernard Fellay

    Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

    Fonte: DICI



    [1] Mt XVI, 18-19; Io XXI, 15-17; costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I.

    [2] Concilio di Trento, IV sessione; Concilio Vaticano I, costituzione Dei Filius; decreto Lamentabili, n. 6.

    [3] Gal. 1, 8

    [4] Gn 2, 18-25.

    [5] Mt 19, 6.

    [6] Mt 19, 9.

    [7] Leone XIII, Arcanum divinae sapientiae; Pio XI, Casti connubii.

    [8] S. Vincenzo di Lerino, Commonitorium.

    Dichiarazione di Mons. Bernard Fellay
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #2
    controrivoluzione
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    Predefinito Re: La FSSPX sulle conclusioni del Sinodo

    Giò, se permetti, posto l'analisi dell'impeccabile prof. de Mattei, proprio a margine della conclusione del Sinodo.


    Il Sinodo fallito: tutti sconfitti, a cominciare dalla morale cattolica


    (di Roberto de Mattei)

    All'indomani del XIV Sinodo sulla famiglia, tutti sembrano aver vinto. Ha vinto Papa Francesco, perché è riuscito a trovare un testo di compromesso tra le opposte posizioni; hanno vinto i progressisti perché il testo approvato ammette alla Eucarestia i divorziati risposati; hanno vinto i conservatori, perché il documento non contiene un riferimento esplicito alla comunione ai divorziati e rifiuta il “matrimonio omosessuale” e la teoria del gender.

    Per capire meglio come sono andate in realtà le cose, bisogna partire dalla sera del 22 ottobre, quando è stata consegnata ai Padri sinodali la relazione finale elaborata da una commissione ad hoc sulla base degli emendamenti (modi) alla Instrumentum laboris, proposti dai gruppi di lavoro divisi per lingua (circuli minores).

    Con grande sorpresa dei Padri sinodali il testo loro consegnato giovedì sera era solo in lingua italiana, con assoluto divieto di comunicarlo non solo alla stampa, ma anche ai 51 uditori e agli altri partecipanti all’assemblea. Il testo non teneva alcun conto dei 1355 emendamenti proposti nel corso delle tre settimane precedenti e riproponeva sostanzialmente l’impianto dell’Instrumentum laboris, compresi i paragrafi che avevano suscitato in aula le più forti critiche: quelli sull’omosessualità e sui divorziati risposati. La discussione era fissata per la mattina seguente, con la possibilità di preparare nuovi emendamenti solo in nottata, su di un testo presentato in una lingua padroneggiata solo da una parte dei Padri.

    Ma la mattina del 23 ottobre, papa Francesco, che ha sempre seguito con attenzione i lavori, si è trovato di fronte a un inatteso rifiuto del documento redatto dalla commissione. Ben 51 Padri sinodali intervenivano nel dibattito, la maggior parte dei quali contrari al testo avallato dal Santo Padre. Tra questi i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi; Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale italiana; Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo di Caracas; Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna; e i vescovi Joseph Edward Kurtz, Presidente della Conferenza Episcopale americana; Zbigņevs Gadecki, Presidente della Conferenza Episcopale polacca; Henryk Hoser, Arcivescovo-Vescovo di Warszawa-Praga; Ignace Stankevics, Arcivescovo di Riga; Tadeusz Kondrusiewicz, Arcivescovo di Minsk-Mohilev; Stanisław Bessi Dogbo, Vescovo di Katiola (Costa d’Avorio); Hlib Borys Sviatoslav Lonchyna, Vescovo di Holy Family of London degli Ucraini Bizantini, e tanti altri, tutti esprimendo, con toni diversi, il loro disaccordo dal testo.

    Il documento non poteva essere certo ripresentato il giorno successivo in aula, con il rischio di venire messo in minoranza e di produrre una forte spaccatura. La soluzione di compromesso veniva trovata seguendo la via tracciata dai teologi del “Gemanicus”, il circolo che includeva il cardinale Kasper, icona del progressismo, e il cardinale Müller, prefetto della Congregazione della Fede. La commissione tra venerdì pomeriggio e sabato mattina rielaborava un nuovo testo, che veniva letto in aula la mattina di sabato 24 e poi votato, nel pomeriggio, ottenendo per ognuno dei 94 paragrafi la maggioranza qualificata dei due terzi, che sui 265 padri sinodali presenti era pari a 177 voti.

    Nel briefing di sabato il cardinale Schönborn ne aveva anticipato la conclusione per quanto riguarda il punto più discusso, quello sui divorziati risposati: «Se ne parla, se ne parla con grande attenzione, ma la parola chiave è “discernimento”, e vi invito tutti a pensare che non c’è un bianco o nero, un semplice sì o no, è da discernere, e questa è proprio la parola di san Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio: l’obbligo di esercitare un discernimento perché le situazioni sono diverse e l’esigenza di questo discernimento il Papa Francesco, buon gesuita, l’ha imparata da giovane: il discernimento è cercare di capire quale è la situazione di tale coppia o tale persona».

    Discernimento e integrazione è il titolo dei numeri 84, 85 e 86. Il paragrafo più controverso, il n. 85, che fonda l’apertura verso i divorziati risposati e la possibilità per loro di accostarsi ai sacramenti – pur senza menzionare esplicitamente la comunione – è stato approvato con 178 voti a favore, 80 contrari e 7 astenuti. Un solo voto in più rispetto al quorum dei due terzi.

    L’immagine di papa Francesco non esce rafforzata, ma appannata e indebolita al termine dell’assemblea dei vescovi. Il documento che egli aveva avallato è stato infatti apertamente respinto dalla maggioranza dei Padri sinodali, il 23 mattina, che è stata la sua “giornata nera”. Il discorso conclusivo di papa Bergoglio non ha espresso alcun entusiasmo per la Relatio finale, ma una reiterata riprovazione contro i Padri sinodali che avevano difeso le posizioni tradizionali. Perciò, ha detto tra l’altro il Papa la sera di sabato,

    «concludere questo Sinodo significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite. (…) Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile».

    Parole dure, che esprimono amarezza e insoddisfazione: non certo quelle di un vincitore.

    Sono stati sconfitti anche i progressisti, perché non solo ogni riferimento positivo all’omosessualità è stato rimosso, ma anche l’apertura ai divorziati risposati è molto meno esplicita di quanto essi avessero voluto. Ma i conservatori non possono cantare vittoria. Se 80 Padri sinodali, un terzo dell’assemblea, hanno votato contro il paragrafo 86, vuol dire che esso era insoddisfacente. Il fatto che per un voto questo paragrafo sia passato non cancella il veleno che esso contiene.

    Secondo la Relatio finale, la partecipazione alla vita ecclesiale dei divorziati risposati può esprimersi in “diversi servizi”: occorre perciò

    «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa» (n. 84);

    «il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere» (n. 86).

    Ma che cosa significa essere “membra vive” della Chiesa, se non trovarsi in stato di grazia e ricevere la Santa Comunione? E la “più piena partecipazione alla vita della Chiesa” non include, per un laico, la partecipazione al sacramento dell’Eucarestia? Si dice che le forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale, possono essere superate, “caso per caso”, seguendo una “via discretionis”. Può essere superata l’esclusione dalla comunione sacramentale? Il testo non lo afferma, ma non lo esclude. La porta non è spalancata, ma socchiusa, e dunque non si può negare che essa sia aperta.

    La Relatio non afferma il diritto dei divorziati risposati a ricevere la comunione (e dunque il diritto all’adulterio), ma nega di fatto alla Chiesa il diritto di definire pubblicamente adulterio la condizione dei divorziati risposati, lasciando la responsabilità della valutazione alla coscienza dei pastori e degli stessi divorziati risposati. Per riprendere il linguaggio della Dignitatis Humanae, non si tratta di un diritto “affermativo” all’adulterio, ma di un diritto “negativo” di non essere impediti ad esercitarlo, ovvero di un diritto alla “immunità da ogni coercizione in materia morale”. Come nella Dignitatis Humanae viene cancellata la distinzione fondamentale tra il “foro interno”, che riguarda la salvezza eterna dei singoli fedeli, e il “foro esterno” relativo al bene pubblico della comunità dei fedeli. La comunione infatti non è un atto solo individuale, ma un atto pubblico compiuto di fronte alla comunità dei fedeli. La Chiesa, senza entrare nel foro interno, ha sempre proibito la comunione dei divorziati risposati perché si tratta di peccato pubblico, commesso in foro esterno. La legge morale viene assorbita dalla coscienza che diviene un nuovo luogo, non solo teologico e morale, ma canonico. La Relatio finalis si integra bene, sotto questo aspetto, con i due motu proprio di Papa Francesco, di cui lo storico della scuola di Bologna ha sottolineato il significato sul Corriere della Sera del 23 ottobre: “Restituendo ai vescovi il giudizio sulla nullità Bergoglio non ha cambiato lo status dei divorziati, ma ha fatto un silenzioso, enorme atto di riforma del papato”.

    L’attribuzione al vescovo diocesano della facoltà, come giudice unico, di istruire discrezionalmente un processo breve e arrivare alla sentenza è analoga alla attribuzione al vescovo del discernimento sulla condizione morale dei divorziati risposati. Se il vescovo locale riterrà che il percorso di crescita spirituale e di approfondimento di una persona che vive in una nuova unione è compiuto, questa potrà ricevere la comunione.
    Il discorso di Papa Francesco del 17 ottobre al Sinodo indica nella “decentralizzazione” la proiezione ecclesiologica della morale “caso per caso”. Il Papa ha poi affermato il 24 ottobre che

    “al di là delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato”.

    La morale dell’inculturazione, che è quella del “caso per caso” relativizza e dissolve la legge morale che, per definizione è assoluta e universale. Non vi è né buona intenzione, né circostanza attenuante che possono trasformare un atto cattivo in buono. La morale cattolica non ammette eccezioni: o è assoluta e universale, oppure non è una legge morale. Non hanno torto, dunque, quei giornali che hanno presentato la Relatio finale con questo titolo: “Cade il divieto assoluto di comunione ai divorziati risposati”.

    La conclusione è che ci troviamo di fronte ad un documento ambiguo e contraddittorio che permette a tutti di cantare vittoria; anche se nessuno ha vinto. Tutti sono stati sconfitti, a cominciare dalla morale cattolica che esce profondamente umiliata dal Sinodo sulla famiglia conclusosi il 24 ottobre. (Roberto de Mattei)

    Il Sinodo fallito: tutti sconfitti, a cominciare dalla morale cattolica | CR ? Agenzia di informazione settimanale


    Parole critiche giungono anche dal Cardinale Raymond Leo Burke:

    Sinodo: il commento del Card. Raymond Leo Burke sulla Relatio finalis


    (di Mauro Faverzani) Riportiamo integralmente , in una nostra traduzione il commento, pubblicato dal National Catholic Register del Card. Raymond Leo Burke, in merito alla Relatio finalis del Sinodo Ordinario sulla Famiglia.

    L’intero documento richiede un attento studio, per capire esattamente quale sia il suggerimento offerto al Romano Pontefice, in accordo con la natura del Sinodo dei Vescovi, «nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica» (can. 342).

    La sezione intitolata Discernimento e integrazione (paragrafi 84-86) è, tuttavia, motivo di immediata preoccupazione per la mancanza di chiarezza su di una questione fondamentale per la fede: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che tanto la ragione quanto la fede insegnano a tutti gli uomini. Innanzi tutto, il termine integrazione è banale e teologicamente ambiguo. Non vedo come possa essere «la chiave dell’accompagnamento pastorale di queste unioni matrimoniali irregolari».

    La chiave interpretativa della loro cura pastorale dev’essere la comunione fondata sulla verità del matrimonio in Cristo, matrimonio che va onorato e praticato, anche quando un coniuge sia stato abbandonato dall’altro a causa del peccato. La grazia del Sacramento del Santo Matrimonio rafforza il coniuge lasciato nel vivere fedelmente il vincolo nuziale, perseverando nel chiedere la salvezza del consorte che ha abbandonato l’unione matrimoniale.

    Io ho conosciuto sin dalla mia infanzia e continuo a conoscere fedeli Cattolici, i cui matrimoni sono stati, in qualche modo, interrotti, ma che, credendo nella grazia del Sacramento, continuano a vivere nella fedeltà la loro unione. Essi guardano alla Chiesa affinché li accompagni, così da aiutarli a restare fedeli alla verità di Cristo nella loro vita.

    In secondo luogo, la citazione fatta del n. 84 della Familiaris Consortio è fuorviante. Nel 1980, in quel Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia, come in tutta la storia della Chiesa, vi sono sempre state pressioni perché si ammettesse il divorzio a causa delle situazioni dolorose di coloro che vivono unioni irregolari, cioè di coloro che non vivono in accordo con la verità di Cristo sul matrimonio, quella che Lui ha chiaramente annunciato nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12).

    Benché nel n. 84 san Giovanni Paolo II riconosca le diverse situazioni di quanti si trovino a vivere un’unione irregolare ed esorti i pastori e l’intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in virtù del Battesimo, egli conclude: «La Chiesa tuttavia ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati». Egli ricorda poi la ragione di tale prassi: «dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata ed attuata dall’Eucaristia». Ha poi notato giustamente come una differente prassi indurrebbe i fedeli «in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio».

    In terzo luogo, la citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1735) sull’imputabilità dev’essere interpretata in termini di libertà, che «rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari» (CCC, n. 1734).

    L’esclusione dai Sacramenti di coloro che vivano un’unione matrimoniale irregolare non costituisce un giudizio circa la loro responsabilità per la rottura del vincolo nuziale, cui sono legati. È piuttosto il riconoscimento oggettivo di questo legame. La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000, che viene citata, è in completo accordo con l’insegnamento costante e la prassi della Chiesa in materia, richiamando il n. 84 della Familiaris Consortio. Quella Dichiarazione mette in chiaro anche la finalità del confidarsi con un sacerdote in foro interno, cioè, con le parole di San Giovanni Paolo II, l’esser disposti «ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio» (Familiaris Consortio, n. 84).

    La disciplina della Chiesa provvede ad una continua assistenza pastorale per seguire quanti, in situazione di unione irregolare, «per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possano soddisfare l’obbligo della separazione», cosicché possano vivere castamente, nella fedeltà alla verità di Cristo (Familiaris Consortio, n. 84)». (Mauro Faverzani)

    Sinodo: il commento del Card. Raymond Leo Burke sulla Relatio finalis | CR ? Agenzia di informazione settimanale
    Ultima modifica di GLADIUS; 28-10-15 alle 20:18

  3. #3
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    Predefinito Re: La FSSPX sulle conclusioni del Sinodo

    La famiglia sotto l’attacco di Satana

    La famiglia è oggi aggredita dalle forze del Male. è questo il messaggio che proviene da molti dei partecipanti al Sinodo sulla Famiglia che si è appena concluso. Gli uomini, i popoli e la Chiesa stessa sono chiamati a scegliere tra i due poli del Bene e del Male.


    RC n.109 - novembre 2015 di Roberto de Mattei

    Il cardinale Robert Sarah, una delle figure più eminenti del collegio cardinalizio, ha delineato in aula questo sintetico ma drammatico quadro della situazione:

    «Un discernimento teologico ci permette di vedere nella nostra epoca due minacce inaspettate (quasi come due “bestie apocalittiche”) situate in poli opposti: da un lato l’idolatria della libertà occidentale, dall’altro il fondamentalismo islamico: secolarismo ateo contro fanatismo religioso. Per usare uno slogan, ci troviamo tra “ideologia di genere e ISIS”. I massacri islamici e le richieste di libertà si contendono regolarmente le prime pagine dei giornali (ricordiamoci quello che è accaduto il 26 giugno!). Da queste due radicalizzazioni sorgono le due minacce principali alla famiglia: la sua disintegrazione soggettivista nell’Occidente secolarizzato attraverso il divorzio facile e veloce, l’aborto, le unioni omosessuali, l’eutanasia ecc. (cfr. teoria del gender, ‘Femen’, la lobby LGBT, IPPF,…). Dall’altro lato, la pseudofamiglia dell’islam ideologizzato che legittima la poligamia, l’asservimento femminile, la schiavitù sessuale, il matrimonio infantile, ecc. (cfr. Al Qaeda, ISIS, Boko Haram ...)».

    «Vari indizi ci permettono di intuire la stessa origine demoniaca di questi due movimenti. A differenza dello Spirito di Verità che promuove la comunione nella distinzione (perichoresis), incoraggiano confusione (omo-gamia) o subordinazione (poli-gamia). Richiedono inoltre una regolamentazione universale e totalitaria, sono violentemente intolleranti, distruggono la famiglia, la società e la Chiesa e sono apertamente cristianofobici. (…) Non ci si può unire a Cristo e a Belial! Quello che il nazifascismo e il comunismo erano nel XX secolo sono oggi le ideologie omosessuali e abortive occidentali e il fanatismo islamico».

    Il cardinale Sarah ha invitato a questo punto i padri sinodali a riscoprire la bellezza e l’importanza della famiglia e del matrimonio monogamico cristiano.

    «Di fronte a queste due sfide mortali e senza precedenti (“omo-gamia” e “poli-gamia”), la Chiesa deve promuovere una vera “epifania della Famiglia”. A questa possono contribuire sia il Papa (come portavoce della Chiesa) che i singoli vescovi e pastori del gregge cristiano. Ovvero “la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (Atti 20, 28). Dobbiamo proclamare la verità senza paura, ad esempio il Progetto di Dio, che è la monogamia nell’amore coniugale aperto alla vita. Tenendo a mente la situazione storica appena richiamata, è urgente che la Chiesa, nel suo incontro, dichiari definitivamente la volontà del Creatore per il matrimonio. Quante persone di buona volontà e senso comune si unirebbero a questo luminoso atto di coraggio della Chiesa!»

    La voce del cardinal Sarah non è stata isolata. Anche l’arcivescovo Péter Fülöp Kocsis, metropolita greco-cattolico e presidente del Consiglio della Chiesa Ungherese, ha evocato il ruolo di Satana, affermando che il mondo della famiglia «è sotto attacco, un attacco feroce ed enorme. E questo attacco viene dal diavolo»; «dobbiamo chiamare queste forze diaboliche con il loro nome», perché ci troviamo in una «lotta spirituale per combattere gli attacchi di Satana nel nostro tempo».

    Da parte sua l’arcivescovo di Astana (Kazakistan),Tomas Peta, ha ricordato le parole di Paolo VI nel 1972, secondo cui «da qualche fessura il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio». «Sono convinto – ha detto – che queste erano parole profetiche del beato pontefice, autore della Humanae Vitae. Durante il Sinodo, l’anno scorso, il fumo di Satana stava cercando di entrare nell’aula Paolo VI. In particolare: 1)la proposta di ammettere alla Santa Comunione coloro che sono divorziati-risposati; 2) l’affermazione che la convivenza è un’unione che può avere in essa stessa dei valori; 3) la difesa dell’omosessualità come qualcosa che è normale». «Alcuni padri sinodali – ha aggiunto l’arcivescovo Peta – non hanno capito correttamente l’appello del Papa ad una discussione aperta e hanno cominciato a portare avanti idee che contraddicono la bimillenaria Tradizione della Chiesa fondata nella Parola di Dio. Sfortunatamente si può anche percepire la puzza di questo fumo infernale in alcuni passi dell’Instrumentum laboris e anche in alcuni interventi di alcuni Padri del Sinodo di questo anno. Per me il compito fondamentale del Sinodo consiste nel riaffermare il Vangelo del matrimonio e della famiglia e cioè l’insegnamento del nostro Salvatore. Non è permesso distruggere il fondamento, distruggere la Roccia. Possa lo Spirito Santo, che sempre vince nella Chiesa, illuminare tutti noi per cercare il vero bene per le famiglie e per il mondo. Maria, Madre della Chiesa, prega per noi».

    A queste voci dei Padri sinodali ne va aggiunta un’altra, che si era precedentemente espressa fuori dal Sinodo: quella del cardinale Carlo Caffarra. Il card. Caffarra ebbe da Giovanni Paolo II l’incarico di ideare e fondare il Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia, di cui oggi è professore emerito. «All’inizio di questo lavoro – ha raccontato in un’intervista concessa a La Voce di Padre Pio (marzo 2008) – ho scritto a suor Lucia di Fatima, attraverso il vescovo perché direttamente non si poteva fare. Inspiegabilmente, benché non mi attendessi una risposta, perché chiedevo solo preghiere, mi arrivò dopo pochi giorni una lunghissima lettera autografa – ora negli archivi dell’Istituto». In quella lettera di Suor Lucia è scritto che lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. «Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti i modi, perché questo è il punto decisivo».

    Le parole di questi Padri sinodali ci ricordano l’alternativa che ogni uomo, ma anche ogni comunità e ogni popolo, ha sempre davanti a sé: da una parte Dio, Sommo Bene e Verità assoluta, da cui ogni bene creato discende; dall’altra parte il Nulla, che non esiste come realtà assoluta, ma solo come allontanamento da Dio, come negazione della verità e privazione del bene. Dio o nulla è, non a caso, il titolo del’ultimo libro del card. Sarah, tradotto in Italia da Davide Cantagalli.

    L’uomo è chiamato a scegliere tra questi due poli: o percorrere la strada che ci conduce a Dio, ascoltando la sua Parola e osservando la sua Legge; o trasgredire la sua Volontà e cadere nel peccato, che è l’unico male assoluto dell’universo, perché si oppone a Dio, che è l’unico Bene assoluto. Nella storia esistono le forze del Male e le forze del Bene, i “figli delle tenebre” e i “figli della luce”. La Madonna, Regina degli Angeli, guida le milizie celesti in una battaglia a cui anche noi partecipiamo, difendendo, con la famiglia e il matrimonio, le basi della Civiltà cristiana, la Verità del Vangelo e l’onore della Chiesa Cattolica.

    La famiglia sotto l?attacco di Satana | Radici Cristiane

 

 

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