Il referendum è naufragato indipendentisti contro Zaia
La Regione restituisce 115 mila euro donati per la consultazione: servivano 14 mln Morosin: «Il governatore non è uomo del cambiamento». Le critiche di Pd e tosianidi Filippo Tosatto
31 ottobre 2015
VENEZIA. La delibera regionale che ha certificato il fallimento del moto referendario indipendentista - 14 milioni il costo della consultazione, 114.919 euro le donazioni raccolte e ora restituite mestamente ai 1363 sottoscrittori - ha un retroscena che investe Luca Zaia e la Lega. Sabato scorso, a Vicenza, il governatore veneto è intervenuto (a porte chiuse) all’assemblea dei quadri convocata da Matteo Salvini e le sue parole hanno anticipato il fiasco imminente dell’iniziativa: «Siete in grado di mobilitare due milioni di persone come in Catalogna e dare una scossa al Paese? Se sì io sarò in prima linea, altrimenti la strada da seguire è un’altra». Quale sia, Zaia non lo spiega, salvo alludere ad un fumoso «pool di costituzionalisti incaricati di valutare e studiare nuove azioni, con riferimento anche al quadro giuridico nazionale e internazionale». Torna in mente l’ironia marxiana sulla socialdemocrazia tedesca («Vuole fare la rivoluzione con il permesso del Kaiser») abbinata al sospetto che il miraggio della secessione dall’Italia abbia assolto il suo compito propagandistico e si appresti a raggiungere la soffitta dove l’ha destinato la Corte Costituzionale, bocciando la consultazione indipendentista e ammettendo quella sull’autonomia, depurata del quesito “sensibile” sullo statuto speciale e perciò poco più che simbolica.
«Non abbiamo rinunciato all’idea dell’indipendenza, la restituzione dei fondi era un atto dovuto, soprattutto a fronte delle richieste avanzate in tal senso», ribatte il governatore; che evoca il percorso di devolution scozzese e conclude stizzito: «Il finanziamento popolare fu stabilito anche sull’onda di un movimento d’opinione che sosteneva come sarebbero stati milioni i veneti e gli imprenditori disposti a contribuire alla causa. Imprenditori che a tutt’oggi sono a me sconosciuti e ignoti».
Colpa dei venetisti, dunque... «Tutt’altro, Zaia è abile a raccogliere voti e a schierare liste civetta ma non è l’uomo del cambiamento», la replica di Alessio Morosin (Indipendenza veneta) «se credesse davvero nell’indipendenza del nostro popolo, allora sfiderebbe anche la sentenza della Corte per affermare, in modo pacifico e democratico, il nostro diritto all’autodeterminazione. Ma non lo farà e le sue promesse resteranno sulla carta». Più cauto, ma egualmente amareggiato, Antonio Guadagnini (Indipendenza Noi Veneto) che è partner della maggioranza zaiana: «L’errore è stato non prevedere un finanziamento pubblico al referendum, la democrazia ha un costo e permettere ai cittadini di esprimere la loro voce non è mai uno spreco di soldi. Il mio obiettivo? 33 consiglieri, inclusi quelli del M5S, hanno sottoscritto una mozione favorevole alla consultazione, entro il 2020 io mi batterò per dotarla di un fondo regionale».
Critiche pungenti dall’opposizione: «Ricordate quando i capoccia leghisti accusavano Flavio Tosi di essere tiepido sull’indipendenza del Veneto? Bene, ora che è finalmente evidente chi è contro i veneti, possiamo ancora definire Luca Zaia un leghista doc?», attaccano i consiglieri tosiani Maurizio Conte, Andrea Bassi e Giovanna Negro «il referendum è stato annullato per l’assenza dei contributi necessari, anche recentemente bocciati dalla stessa maggioranza, ma quando mai è stata avviata una campagna informativa ai cittadini sul referendum da parte della Regione?». Lapidario il vicecapogruppo del Pd Piero Ruzzante: «Ho chiesto più volte quanti fossero i donatori e a quanto ammontassero i fondi raccolti, non mi è mai stata data risposta e oggi comprendo perfettamente il perché; questo referendum, ancor prima di ogni consultazione, ha ricevuto una sonora bocciatura: quella,cetificata dai dati demografici Istat, di 4.926.233 veneti».
31 ottobre 2015





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