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  1. #771
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207911.html

    La Nato dietro l’attacco turco in Siria
    di Manlio Dinucci

    RETE VOLTAIRE | ROMA (ITALIA) | 15 OTTOBRE 2019
    FRANÇAIS
    +
    JPEG - 49.4 Kb
    Germania, Francia, Italia e altri paesi, che in veste di membri della Ue condannano la Turchia per l’attacco in Siria, sono insieme alla Turchia membri della Nato, la quale, mentre era già in corso l’attacco, ha ribadito il suo sostegno ad Ankara. Lo ha fatto ufficialmente il segretario generale della Nato Jean Stoltenberg, incontrando l’11 ottobre in Turchia il pre-sidente Erdoğan e il ministro degli esteri Çavuşoğlu.

    «La Turchia è in prima linea in questa regione molto volati-le, nessun altro Alleato ha subito più attacchi terroristici della Turchia, nessun altro è più esposto alla violenza e alla turbolenza proveniente dal Medioriente», ha esordito Stoltenberg, riconoscendo che la Turchia ha «legittime preoccupazioni per la propria sicurezza». Dopo averle diplomaticamente consigliato di «agire con moderazione», Stoltenberg ha sottolineato che la Turchia è «un forte Alleato Nato, importante per la nostra difesa collettiva», e che la Nato è «fortemente impegnata a difendere la sua sicurezza». A tal fine – ha specificato – la Nato ha accresciuto la sua presenza aerea e navale in Turchia e vi ha investito oltre 5 miliardi di dollari in basi e infrastrutture militari. Oltre a queste, vi ha dislocato un importante comando (non ricordato da Stoltenberg): il Land-Com, responsabile del coordinamento di tutte le forze terrestri dell’Alleanza.

    Stoltenberg ha evidenziato l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia», forniti a rotazione dagli Alleati. A tale proposito il ministro degli esteri Çavuşoğlu ha ringraziato in particolare l’Italia. E’ dal giugno 2016 che l’Italia ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia. Una unità Samp-T comprende un veicolo di comando e controllo e sei veicoli lanciatori armati ciascuno di otto missili. Situati a ridosso della Siria, essi possono abbattere qualsiasi velivolo all’interno dello spazio aereo siriano. La loro funzione, quindi, è tutt’altro che difensiva. Lo scorso luglio la Camera e il Senato, in base a quanto deciso dalle commissioni estere congiunte, hanno deliberato di estendere fino al 31 dicembre la presenza dell’unità missilistica italiana in Turchia. Stoltenberg ha inoltre informato che sono in corso colloqui tra Italia e Francia, coproduttrici del sistema missilistico Samp-T, e la Turchia che lo vuole acquistare. A questo punto, in base al decreto annunciato dal ministro degli Esteri Di Maio di bloccare l’export di armamenti verso la Turchia, l’Italia dovrebbe ritirare immediatamente il sistema missilistico Samp-T dal territorio turco e impegnarsi a non venderlo alla Turchia.

    Continua così il tragico teatrino della politica, mentre in Siria continua a scorrere sangue. Coloro che oggi inorridiscono di fronte alle nuove stragi e chiedono di bloccare l’export di armi alla Turchia, sono gli stessi che voltavano la testa dall’altra parte quando lo stesso New York Times pubblicava una dettagliata inchiesta sulla rete Cia [1] attraverso cui arrivavano in Turchia, anche dalla Croazia, fiumi di armi per la guerra coperta in Siria [2]. Dopo aver demolito la Federazione Jugoslava e la Libia, la Nato tentava la stessa operazione in Siria. La forza d’urto era costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a poco prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Essi affluivano nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia aveva aperto centri di formazione militare. Il comando delle operazioni era a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. Tutto questo viene cancellato e la Turchia viene presentata dal segretario generale della Nato come l’Alleato «più esposto alla violenza e alla turbolenza proveniente dal Medioriente».

    Manlio Dinucci
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  2. #772
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207891.html

    Gli jihadisti al centro del disaccordo atlantista
    RETE VOLTAIRE | 14 OTTOBRE 2019

    FRANÇAIS ESPAÑOL TÜRKÇE DEUTSCH عربي PORTUGUÊS
    +

    La questione degli jihadisti prigionieri della Coalizione Internazionale anti-Daesh è il nocciolo della disputa tra i membri della NATO.

    Negli ultimi mesi il presidente Trump ha più volte annunciato l’intenzione di ritirare le truppe USA dal nord della Siria, che occupano illegalmente. Da questo ritiro conseguirebbe la fine del “Rojava” – il territorio siriano aramaico amministrato dai mercenari kurdi della NATO – nonché la chiusura dei campi di prigionia.

    Il Pentagono vuole invece mandare avanti il progetto di rimodellamento del Medio Oriente Allargato; non intende perciò ritirare i suoi soldati dalla Siria.

    Il 16 settembre 2019 Russia, Iran e Turchia hanno raggiunto un accordo sul futuro del nord della Siria, fondato sul progetto di una nuova Costituzione, cui è seguito un nuovo annuncio del presidente Trump di ritiro dei soldati statunitensi.

    In una dichiarazione, la Casa Bianca afferma che l’amministrazione Trump ha «fatto pressione su Francia, Germania e altre nazioni europee, da cui molti combattenti di Daesh catturati provengono, affinché se li riprendano. Questi Paesi hanno però rifiutato». Trump ha fatto sapere che gli USA non se ne sarebbero fatti carico e che i prigionieri sarebbero stati consegnati all’esercito turco [1].

    Gli Stati Uniti hanno trasferito i loro cittadini jihadisti in una prigione segreta, in un luogo sconosciuto. Il Regno Unito ha invece chiesto a Washington di trasferire i prigionieri britannici in Iraq. Cosa che è avvenuta.

    I kurdi dello YPG non temono il ritorno di Daesh, con cui prima si sono battuti e poi alleati con lo scopo, in entrambi i casi, di conquistare questo territorio aramaico della Siria, dove erano molto minoritari. Da molti mesi, ogni volta che si profila un intervento dell’esercito turco, chiedono protezione alla Siria contro la Turchia.

    Il presidente Trump ha fatto della cessazione del sostegno occidentale, finanziario e militare, al progetto jihadista territoriale (Daesh), la pietra miliare della sua politica nel Medio Oriente Allargato.

    Traduzione
    Rachele Marmetti
    Giornale di bordo
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #773
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207897.html

    In trappola i militari francesi in Siria
    RETE VOLTAIRE | 14 OTTOBRE 2019

    FRANÇAIS فارسى ESPAÑOL
    +

    Il 13 ottobre 2019 il presidente francese Emmanuel Macron ha riunito il Consiglio di Difesa al PC Jupiter dell’Eliseo (Poste de Commandement, struttura situata nel bunker del palazzo dell’Eliseo, ndt) per decidere in merito alle forze militari e civili di stanza nel nord della Siria.

    • Il presidente Macron ha segretamente aggiunto otto basi militari a quella installata dal presidente Hollande. Per il diritto internazionale sono tutte illegali. La loro missione era appoggiare lo smantellamento della Siria e la creazione di un nuovo stato, il Rojava (Kurdistan).
    • Macron aveva anche dato istruzioni alla DGSE di favorire l’arruolamento di anarchici francesi nelle fila dello YPG kurdo [1]; uno di questi anarchici è già rientrato in Francia e ha tentato di abbattere un elicottero della Gendarmeria nazionale [2].
    • Infine Macron ha incoraggiato lo spostamento di ONG umanitarie sotto controllo militare.

    Non si sa se il Consiglio di Difesa sia stato informato in tempo dell’accordo, negoziato dall’esercito russo sulla base aerea di Hmeimim, tra lo YPG e la Repubblica Araba Siriana.

    Senza essere autorizzato a intervenire, il personale francese ha assistito per tre anni ai crimini contro l’umanità commessi da elementi kurdi contro gli assiri cristiani e gli arabi mussulmani nel nord-est della Siria.

    Il personale francese non è stato ritirato quando, il 6 ottobre, la Casa Bianca ha informato la Francia dell’imminente invasione turca, iniziata il 9 ottobre.

    Oggi, senza la presenza delle forze USA, i francesi sono presi tra due fuochi: da una parte l’esercito turco, che il presidente Hollande ha tradito nel 2015, dall’altra gli ex alleati kurdi ricongiuntisi con la Repubblica Araba Siriana, che la Francia combatte.

    Mappa delle basi segrete francesi pubblicata a gennaio 2019 dall’agenzia di stampa ufficiale turca, Anadolu Agency:

    JPEG - 76.3 Kb
    Traduzione
    Rachele Marmetti
    Giornale di bordo
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #774
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207898.html

    L’accordo di Hmeimim
    RETE VOLTAIRE | 14 OTTOBRE 2019

    FRANÇAIS ESPAÑOL
    +

    La sera del 13 ottobre l’esercito russo ha negoziato un accordo tra lo YPG kurdo e la Repubblica Araba Siriana.

    Lo YPG kurdo ha dichiarato fedeltà alla Repubblica e rinunciato alla chimera francese di un “Rojava” turco nel territorio assiro e arabo della Siria.

    La Siria, preso atto della riconciliazione, si è impegnata a proteggere i propri cittadini kurdi e ha immediatamente dispiegato l’esercito nel nord-est del Paese.

    Potranno esserci scontri tra forze turche e siriane per la delimitazione dei territori, nel rispetto dei precedenti impegni reciproci.

    Considerando che l’esercito turco rischiava di estendere le proprie operazioni oltre la zona frontaliera di 32 chilometri di profondità, il segretario USA alla Difesa, Mark Esper, ha ordinato ai mille statunitensi ancora in Siria di ritirarsi in Iraq.

    Ci sono state scene di esultanza a Manbij e Hassaké, città fuori della striscia invasa dalla Turchia per mettere fine al “Rojava” francese; ma anche a Qameshli, città a maggioranza assira, che Ankara si è impegnata a non occupare, benché si trovi nella striscia frontaliera.

    La proposta russa del 2016 di Costituzione, esito dei negoziati condotti a Sochi dal ministro degli Esteri russo Sergueï Lavrov, potrebbe essere adottata dal Comitato Costituzionale di Ginevra. Dovrebbe essere modificata in modo che la Siria diventi una confederazione culturale, non più amministrativa.

    Mentre i negoziatori siriani discutevano sulla base aerea di Hmeimim, l’aviazione russa bombardava Al Qaed a Idlib.

    Traduzione
    Rachele Marmetti
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  5. #775
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207899.html

    I 15 campi di prigionieri di Daesh nel “Rojava”
    RETE VOLTAIRE | 14 OTTOBRE 2019

    FRANÇAIS
    +

    Fino al 6 ottobre 2019 i mercenari kurdi del “Rojava” sorvegliavano per conto degli Stati Uniti sette campi di detenzione di combattenti di Daesh fatti prigionieri, nonché otto campi in cui erano rinchiuse le loro famiglie.

    Secondo lo YPG, in questi campi erano detenuti 14.800 combattenti e diverse centinaia di migliaia di civili.

    Possiamo rivelare che i servizi segreti siriani hanno chiesto agli Stati stranieri di prelevare i propri jihadisti, fatti prigionieri dall’Esercito Arabo Siriano. Alcuni Stati hanno accettato, altri, in cui la pena di morte non esiste, hanno chiesto alla Siria di prenderseli. La Francia invece ha chiesto che fossero consegnati ai kurdi; cosa che è avvenuta.

    Tre giorni prima dell’invasione turca, la Casa Bianca ha chiesto agli Stati membri della Coalizione di prelevare i propri jihadisti, dato che il Rojava non è uno Stato e che le truppe USA sarebbero ripiegate in Iraq. Francia, Germania e altre nazioni europee hanno rifiutato [1].

    Il 13 ottobre lo YPG ha annunciato che, approfittando della confusione per l’invasione turca, 785 membri delle famiglie dei combattenti di Daesh sono fuggiti dal campo di Ain Issa.

    Traduzione
    Rachele Marmetti
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  6. #776
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207907.html

    TUTTO QUEL CHE VI NASCONDONO SULL’OPERAZIONE TURCA “FONTE DI PACE” (1/3)
    La genealogia della questione kurda
    di Thierry Meyssan

    Unanime, la comunità internazionale moltiplica le condanne dell’offensiva militare nel Rojava e assiste impotente alla fuga di decine di migliaia di kurdi, inseguiti dall’esercito turco. Tuttavia nessuno interviene, forse ritenendo che, a causa dell’inestricabile situazione creata dalla Francia e dei crimini contro l’umanità commessi da combattenti e civili kurdi, un massacro sia l’unica via che consenta di ristabilire la pace.

    RETE VOLTAIRE | DAMASCO (SIRIA) | 15 OTTOBRE 2019
    FRANÇAIS PORTUGUÊS TÜRKÇE ΕΛΛΗΝΙΚΆ
    +
    JPEG - 41.9 Kb
    Decine di migliaia di civili kurdi fuggono davanti all’esercito turco, abbandonando la terra conquistata, di cui speravano fare la loro patria.
    Tutte le guerre implicano un processo di semplificazione: su un campo di battaglia ci sono soltanto due schieramenti, ognuno deve scegliere il proprio. In Medio Oriente, dove esiste un incredibile numero di comunità e ideologie, il processo è particolarmente travagliato: la specificità di ognuno di questi gruppi non ha più modo di esprimersi e tutti sono costretti ad allearsi con qualcun altro, che tuttavia condannano.

    Quando una guerra è al termine, tutti cercano di cancellare i crimini commessi volontariamente o involontariamente, nonché, talvolta, di far sparire alleati scomodi, che si è desiderosi di dimenticare. Molti tentano di ricostruirsi un passato per rendere immacolata la propria immagine. A questo stiamo assistendo con l’operazione turca Fonte di pace alla frontiera siriana e con le inaudite reazioni che suscita.

    Per capire quanto sta accadendo non basta sapere che tutti stanno mentendo. Bisogna anche scoprire ciò che nascondono e prenderne atto, anche se chi ha sinora riscosso la nostra ammirazione si rivela un bastardo.

    Genealogia del Problema
    Se si prestasse fede al racconto dei media europei, si potrebbe pensare che i turchi cattivi stanno sterminando i kurdi buoni, che invece i saggi europei tentano di salvare, malgrado gli spregevoli statunitensi. Ebbene, queste potenze non svolgono il ruolo che si attribuisce loro.

    Innanzitutto è opportuno ricollocare gli avvenimenti attuali nel contesto della “Guerra contro la Siria”, di cui non sono che una battaglia, nonché in quello del “Rimodellamento del Medio Oriente Allargato”, di cui il conflitto siriano è solo una tappa.
    In occasione degli attentai dell’11 settembre 2001, il segretario della Difesa USA, Donald Rumsfeld, e il nuovo direttore della Trasformazione della Forza, ammiraglio Arthur Cebrowski, adeguarono la strategia del Pentagono al capitalismo finanziario. Decisero di dividere il mondo in due zone: l’area della globalizzazione economica e l’area da considerare come semplice riserva di materie prime. Le forze armate USA avrebbero dovuto distruggere le strutture statali di questa seconda regione del mondo, affinché nessuno potesse opporre resistenza alla nuova divisione del lavoro [1]. Si cominciò con il Medio Oriente Allargato.

    Nel 2003, dopo la distruzione di Afghanistan e Iraq, doveva essere la volta della Siria (Syrian Accountability Act), ma parecchi imprevisti richiesero il rinvio dell’operazione fino al 2011. Il piano d’attacco fu riorganizzato, tenendo conto dell’esperienza coloniale britannica nella regione. Londra consigliò di non distruggere completamente gli Stati, di ripristinare uno Stato minimale in Iraq e di mantenere in piedi governi fantocci in grado di amministrare la vita quotidiana delle popolazioni. Sull’esempio della Grande Rivolta Araba del 1915 di Lawrence d’Arabia, occorreva organizzare una “Primavera araba” per issare al potere la Confraternita dei Fratelli Mussulmani, al posto di quella dei wahabiti [2]. Si cominciò col rovesciare i regimi filo-occidentali di Tunisia ed Egitto, poi si attaccarono Libia e Siria.

    In un primo tempo la Turchia, membro della NATO, si rifiutò di partecipare alla guerra contro la Libia – suo primo cliente – e contro la Siria, con cui aveva creato un mercato comune. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ebbe l’idea di prendere due piccioni con una fava. Propose all’omologo turco, Ahmet Davutoğlu, di risolvere insieme la questione kurda, in cambio dell’entrata in guerra della Turchia contro Libia e Siria. I due ministri firmarono un Protocollo segreto in cui si prevedeva la creazione di un Kurdistan, non nei territori kurdi della Turchia, bensì in quelli aramaici e arabi della Siria [3]. La Turchia, che è in ottimi rapporti con il governo regionale del Kurdistan iracheno, mirava alla creazione di un secondo Kurdistan per mettere fine all’indipendentismo kurdo sul proprio territorio. L’interesse della Francia, che nel 1911 aveva reclutato tribù kurde per reprimere i nazionalisti arabi, era creare nella regione un Kurdistan-marionetta, allo stesso modo in cui i britannici riuscirono a creare una colonia ebrea in Palestina. Francesi e turchi ottennero il sostegno degli israeliani, che controllavano già il Kurdistan iracheno tramite il clan Barzani, ufficialmente membro del Mossad.

    JPEG - 55.9 Kb
    In marrone chiaro, il Kurdistan disegnato dalla Commissione King-Crane, convalidato dal presidente USA Woodrow Wilson e adottato nel 1920 dalla Conferenza di Sèvres.
    I kurdi sono in origine un popolo nomade (questo è il significato del termine “kurdo”) che si spostava nella valle dell’Eufrate, in Iraq, nella Siria e nella Turchia attuali. Organizzato non in tribù bensì in clan, e noto per il proprio coraggio, diede origine a numerose dinastie – fra cui quella di Saladino il Magnifico – che regnarono nel mondo arabo e persiano, e fornì truppe suppletive a numerosi eserciti. All’inizio del XX secolo, dei kurdi furono reclutati dagli ottomani per massacrare le popolazioni non-mussulmane di Turchia, in particolare gli armeni. Questi kurdi si sedentarizzarono in seguito in Anatolia, gli altri invece rimasero nomadi. Alla fine della prima guerra mondiale, il presidente statunitense Woodrow Wilson, in applicazione del paragrafo 12 dei 14 punti del suo famoso discorso (gli scopi della guerra), immaginò un Kurdistan sulle rovine dell’Impero Ottomano. Per delinearne il territorio, inviò sul posto la Commissione King-Crane; nel frattempo i kurdi proseguivano il massacro degli armeni. Gli esperti individuarono una zona in Anatolia e misero in guardia Wilson sulle conseguenze devastatrici di un espansionismo dei kurdi o di uno spostamento dal territorio loro destinato. L’Impero Ottomano fu rovesciato dall’interno da Mustafa Kemal, che proclamò la Repubblica e rifiutò l’amputazione di territorio prevista dal progetto Wilson. Alla fine, il Kurdistan non vide la luce.

    Per un secolo i kurdi tentarono la secessione dalla Turchia. Negli anni Ottanta i marxisti-leninisti del PKK avviarono una vera e propria guerra civile, repressa molto duramente da Ankara. Molti kurdi del PKK si rifugiarono nel nord della Siria, protetti dal presidente Hafez al-Assad. Quando il loro leader, Abdullah Öcalan fu arrestato dagli israeliani e consegnato ai turchi, abbandonarono la lotta armata. Alla fine della guerra fredda, il PKK, non più finanziato dall’Unione Sovietica, fu infiltrato dalla CIA e si trasformò: abbandonò la dottrina marxista e divenne anarchico, rinunciando alla lotta contro l’imperialismo e mettendosi al servizio della NATO. L’Alleanza Atlantica fece ricorso alle azioni terroristiche del PKK per contenere l’impulsività di un suo membro, la Turchia.

    Nel 1991 la comunità internazionale fece guerra all’Iraq, che aveva invaso il Kuwait. A conclusione della guerra gli occidentali incoraggiarono le opposizioni sciite e kurde a rivoltarsi contro il regime sunnita del presidente Saddam Hussein. Stati Uniti e Regno Unito consentirono il massacro di 200 mila persone, ma occuparono una zona del Paese che vietarono all’esercito iracheno. Ne cacciarono gli abitanti e vi raggrupparono i kurdi iracheni. Dopo la guerra del 2003 questa zona venne integrata nell’Iraq e diventò il Kurdistan iracheno, raccolto attorno al clan Barzani.

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    La mappa di stato-maggiore del piano Rumsfeld/Cebrowski per il «Rimodellamento del Medio Oriente Allargato».
    Fonte: “Blood borders – How a better Middle East would look”, Colonel Ralph Peters, Armed Forces Journal, June 2006.
    Agli inizi della guerra contro la Siria, il presidente Bashar al-Assad accordò la nazionalità siriana ai rifugiati politici kurdi e ai loro figli. I kurdi si misero immediatamente al servizio di Damasco per difendere il nord del Paese dagli jihadisti stranieri. Ma la NATO risvegliò il PKK turco e lo spedì a mobilitare i kurdi siriani e iracheni in vista della creazione di un Grande Kurdistan, come prevedeva sin dal 2001 il Pentagono, e come aveva messo nero su bianco la mappa di stato-maggiore, divulgata dal colonnello Ralph Peters nel 2005.

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    La mappa del «Rimodellamento del Medio Oriente Allargato», modificata dopo lo smacco della prima guerra contro la Siria.
    Fonte: “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, September 28, 2013.
    Questo progetto, imperniato sulla divisione della regione su basi etniche, non collima affatto con quello del presidente Wilson del 1919, finalizzato a riconoscere i diritti del popolo kurdo, né con quello francese, finalizzato a ricompensare i mercenari. Era troppo vasto e difficilmente controllabile. Gli israeliani invece ne erano entusiasti perché vi vedevano uno strumento per contenere la Siria dalle retrovie. Alla fine si dovette prendere atto dell’impossibilità di realizzarlo. L’USIP, un istituto dei “Cinque Occhi” legato al Pentagono, propose di modificarlo: un ridimensionamento del Grande Kurdistan a favore di un allargamento del Sunnistan irakeno [4], da affidare a un’organizzazione jihadista, il futuro Daesh.

    I kurdi dello YPG, branca siriana del PKK, tentarono di creare un nuovo Stato, il Rojava, con l’ausilio delle forze statunitensi. Vennero sfruttati dal Pentagono per confinare gli jihadisti nella zona loro assegnata. Non ci fu mai contrasto teologico o ideologico tra YPG e Daesh, solo rivalità per un territorio da spartirsi sulle macerie di Iraq e Siria. Del resto, quando l’Emirato di Daesh crollò, lo YPG aiutò gli jihadisti a ricongiungersi con le forze di Al Qaeda a Idlib, consentendogli di attraversare il loro “Kurdistan”.

    Riguardo ai kurdi iracheni del clan Barzani, parteciparono direttamente alla conquista dell’Iraq da parte di Daesh. Secondo il PKK, Masrour “Jomaa” Barzani, figlio del presidente, nonché capo dell’intelligence del governo regionale kurdo iracheno, partecipò il 1° giugno 2014 ad Amman alla riunione segreta della CIA in cui venne pianificata l’operazione [5]. I Barzani non scatenarono mai battaglie contro Daesh. Si contentarono di imporgli il rispetto del proprio territorio e di inviarne i combattenti ad affrontare i sunniti. Fecero di peggio: lasciarono che, nella battaglia di Sinijar, Daesh riducesse in schiavitù dei kurdi non-mussulmani, gli yezidi. Quelli che si salvarono lo furono grazie ai combattenti del PKK turco e dello YPG siriano, inviati sul posto.

    Il 27 novembre 2017, con il sostegno di Israele, i Barzani organizzarono nel Kurdistan iracheno un referendum di autodeterminazione, che perdettero nonostante gli evidenti brogli. La sera dello scrutinio, il mondo arabo scoprì con stupore a Erbil una marea di bandiere israeliane. Secondo la rivista Israel-Kurd, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era impegnato, in caso di vittoria, a trasferire 200 mila kurdi israeliani per proteggere il nuovo Stato.

    Per avere diritto all’autodeterminazione un popolo deve innanzitutto essere unito. Così non è mai stato nel caso dei kurdi. Deve inoltre abitare un territorio ove è maggioranza, cosa che vale per l’Anatolia, ma solo a cominciare dal genocidio degli armeni; per il nord dell’Iraq, ma solo dopo la pulizia etnica della zona di divieto di volo durante il dopo-Tempesta del deserto; infine per il nord-est della Siria, ma solo dopo l’espulsione degli assiri cristiani e degli arabi. Riconoscere oggi ai kurdi questo diritto equivarrebbe a legittimare i loro crimini contro l’umanità.

    (segue…)

    Thierry Meyssan
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  7. #777
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    "Non lasceremo che Turchia e Siria si scontrino"

    E così la polizia militare russa fa da cuscinetto da oggi tra i due schieramenti e alcuni autoblindo russi si incominciano a vedere al confine.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #778
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207956.html

    Gli eserciti siriano e turco tentano di conquistare terreno
    RETE VOLTAIRE | 16 OTTOBRE 2019

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    Ore 17.30 GMT del 14 ottobre 2019: nel nord-est della Siria si assiste a un vero e proprio Blitzkrieg.

    Ci arrivano contemporaneamente tante e contraddittorie informazioni, ma ci mancano gli strumenti per verificarle. Solo gli Stati che hanno accesso a una sorveglianza aerea o satellitare sono in grado di farlo in tempo reale.

    Esercito turco e milizie turkmene (talvolta chiamate “esercito siriano libero”, talaltra “esercito nazionale siriano”) tentano non soltanto d’invadere la striscia frontaliera di 32 chilometri, ma di estendersi anche nel resto della zona occupata dal Rojava (circa un terzo della Siria). I turchi avrebbero preso ai kurdi Tal Abyad e Ras al-Aïn (nella striscia frontaliera), ma i turkmeni combatterebbero contro i siriani a Manbij (fuori della striscia frontaliera).

    L’Esercito Arabo Siriano – quello della Repubblica Araba Siriana – si è mosso nel Rojava in diverse direzioni a velocità sorprendente e si è rapidamente posizionato nelle città principali, fra cui Raqqa e Hassaké. Un commando trasportato in aereo è arrivato a Qashmili, città che, secondo lo schema negoziato prima dell’operazione turca, avrebbe dovuto dividere in due parti la striscia frontaliera.

    Ritornati alla base, i negoziatori di Hmeimim hanno dichiarato che non avevano il mandato di decidere l’abbandono del progetto di Rojava. L’accordo va quindi interpretato come semplice alleanza tattica fra due forze “sovrane”. Ci sarebbe dunque una crisi all’interno della direzione dello YPG.

    Le forze USA si sono ritirate, a eccezione dei 150 uomini della base di Al-Tanf, che si trova vicino alla Giordania, sull’autostrada Damasco-Bagdad.

    Gli Stati Uniti hanno riportato l’accusa della Turchia, che sostiene che la fuga dal campo di Ain Issa di 785 famigliari dei membri di Daesh sarebbe stata intenzionalmente organizzata dallo YPG per far pressione sugli altri protagonisti.

    Traduzione
    Rachele Marmetti
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #779
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207952.html

    PKK-YPG, terroristi secondo il lato della frontiera
    RETE VOLTAIRE | 16 OTTOBRE 2019

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    Lo YPG si presenta come un’organizzazione politica siriana legata al PKK turco. Tuttavia la maggioranza dei suoi dirigenti non sono siriani, bensì turchi, il che fa pensare che lo YPG sia la branca siriana del PKK.

    Durante la guerra fredda il PKK era un partito rivoluzionario, legato all’Unione Sovietica. Ha condotto una lotta armata contro la dittatura turca affinché venisse riconosciuta la cultura kurda. Dopo l’arresto nel 1999 del suo capo, Abdullah Öcalan, il PKK si è progressivamente disgregato. Secondo l’ex capo di stato-maggiore turco, generale İlker Başbuğ, il PKK è stato in seguito infiltrato dagli Stati Uniti, che ne hanno trasferito la sede in Danimarca. Il partito ha quindi cambiato completamente dottrina: ha abbandonato il marxismo-leninismo per abbracciare l’anarchia di Murray Bookchin. La sede del rinnovato PKK è tornata clandestinamente in Turchia.

    Il PKK è progressivamente andato alla deriva. Dalle azioni contro lo Stato turco durante la guerra fredda, nel XXI secolo è passato ad attentati contro civili, trasformandosi in una semplice organizzazione terrorista.

    Lo YPG è stato creato dagli Stati Uniti nel 2011, nel contesto della guerra contro la Siria, per rovesciare la Repubblica Araba Siriana. Francia e Germania l’hanno sostenuto sin dalla fondazione, con l’obiettivo di creare uno Stato kurdo sulle terre assire e arabe, conformemente al progetto di Léon Blum e di Chaim Weizman del 1936.

    Il PKK è considerato organizzazione terrorista da Australia, Canada, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Unione Europea e Turchia (ossia dalla NATO e dai “Cinque occhi”). Classificazione che dopo lo smembramento dell’URSS non è cambiata. Da un punto di vista logico, anche lo YPG dovrebbe essere considerato terrorista. Ma nessuno lo fa, eccetto la Turchia.

    Traduzione
    Rachele Marmetti
    Giornale di bordo
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #780
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    Predefinito Re: Ormai è dietro l'angolo.

    https://www.voltairenet.org/article207953.html

    Lievi sanzioni degli USA contro la Turchia
    RETE VOLTAIRE | 16 OTTOBRE 2019

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    Il presidente Donald Trump si è intrattenuto al telefono con l’omologo turco, Recep Tayyip Erdoğan. I due si sono accordati sul fatto che l’esercito turco non occuperà Aïn al-Arab, città frontaliera conosciuta in Occidente con il nome tedesco (e non kurdo) di Kobané [1], diventata un simbolo.

    A fine 2015 una battaglia fra YPG e Daesh si svolse davanti alle telecamere, collocate dall’altra parte della frontiera turca. Kobané fu ampiamente distrutta e Daesh si ritirò. L’episodio è stato mediatizzato per celebrare il coraggio dello YPG davanti agli jihadisti. I combattenti kurdi però non si stavano battendo contro la dottrina islamista, ma per conquistare il territorio.

    Indipendentemente dalla conversazione telefonica, il presidente Trump ha annunciato sanzioni contro la Turchia [2]:
    - Congelamento dei beni dei ministri dell’Energia (Fatih Dönmez), della Difesa (generale Hulusi Akar) e dell’Interno (Süleyman Soylu).
    - Innalzamento dei dazi sull’acciaio turco al 50%.
    - Sospensione delle negoziazioni commerciali tra i due Paesi.

    Si tratta di azioni puramente simboliche: i tre ministri scelti non hanno interessi personali negli Stati Uniti; a maggio dello scorso anno l’acciaio turco era già tassato al 50%; l’economia turca dipende molto dagli Stati Uniti, sicché sarebbe molto facile per Trump metterla immediatamente in ginocchio.

    Tutto fa pensare che il presidente Trump abbia autorizzato l’omologo turco a lanciare l’operazione «Fonte di pace» per finirla con il Rojava e che abbia adottato sanzioni superficiali contro la Turchia per accontentare i Democratici.

    Traduzione
    Rachele Marmetti
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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