LA SECESSIONE? ALMENO PARLIAMONE
di Paolo Crecchi
Ma siamo sicuri che «il mondo richiede la coesione degli Stati nazionali europei», come ha detto Giorgio Napolitano a Marsala? E perché mai dovrebbe essere «solo penoso che da qualunque parte, nel Sud o nel Nord, si balbettino giudizi liquidatori sul conseguimento dell’Unità»?
Per carità, il presidente della Repubblica fa il suo mestiere, non in base a quanto prontamente ribattuto da Umberto Bossi (per motivi tattici) ma perché lo afferma l’articolo 87 della Costituzione. «Il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale».
E tuttavia Napolitano ha già irritato storici di vaglia, come Luigi de Anna ed Eugenio di Rienzo, definendo «meschini» gli studi che non si uniformano al coro entusiasta delle celebrazioni: la sortita è del febbraio scorso, all’Accademia dei Lincei, ed è da sottolineare come sia de Anna che di Rienzo provengano dalla cultura della destra, e siano dunque al di sopra di ogni sospetto secessionista.
Ora, è un dato di fatto che gli stati europei siano quasi raddoppiati dalla caduta del Muro a oggi: erano una trentina e sono più di cinquanta, assolutamente più agili per muoversi sui mercati globali e all’interno di una dimensione europea (e dunque sovra-nazionale). Non solo, ma come dimostra l’indice sulla competitività redatto dal World Economic Forum, gli stati-regione vituperati dal presidente (le eventuali «macroregioni allo sbando») tendono ad essere i meglio governati e amministrati.
Tra i primi dieci nella classifica 2009/2010 ci sono Svizzera (1° posto), Singapore (3°), Svezia (4°), Danimarca (5°), Finlandia (6°), Paesi Bassi (10°). Tutti Paesi che hanno una popolazione compresa fra i 3 e i 17 milioni di abitanti; l’Italia, che ne ha 60, è al 48° posto.
Al di là della retorica non appare dunque «un salto nel buio immaginare la secessione», ma un’eventualità sulla quale val la pena discutere; non foss’altro che per ribadire la sacralità dell’ultima Patria, intendendo con l’aggettivo il semplice ordine temporale: perché anche l’Impero Austro-Ungarico era una patria, della quale gli alto-atesini si ritengono tutt’oggi orbati e per la quale più d’uno, nel Lombardo-Veneto, coltiva profonda nostalgia. E una patria era la Repubblica di Genova, annessa e messa a sacco dal generale piemontese La Marmora nel 1849. E una patria il Regno delle Due Sicilie, con migliaia di militari fedeli al giuramento deportati nei primi lager dell’Europa moderna, come quello di Fenestrelle in provincia di Torino, dove comparve un sinistro cartello che sarebbe poi stato ripreso: «Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce».
Episodi messi a tacere dalla storia ufficiale, scritta come sempre dai vincitori, ma dei quali si sapeva qualcosa anche nel 1961, anno del centenario dell’Unità. Mezzo secolo più tardi la novità è che non vengono messe in discussione le modalità più truci del Risorgimento, ma il suo stesso risultato: era questo, lo Stato che volevamo? La risposta merita di essere meditata, e non solo perché al governo c’è la Lega, un movimento che per statuto mette in discussione la patria indivisibile. Neppure per l’affermarsi delle inquietanti cricche, che stanno occupando gli spazi lasciati liberi dai partiti e prima ancora dagli ideali e dai valori della politica.
Il nodo da sciogliere, imbarazzante, è: l’Italia unita è la stessa che dichiara meno di 15 mila euro lordi l’anno, e cioè rifiuta platealmente di contribuire alla sopravvivenza dello Stato? Al di là della disattesa promessa berlusconiana di ridurre una pressione contributiva insopportabile per chiunque voglia creare impresa, la secessione fiscale - più che il federalismo - è cosa fatta, in chiave del tutto personale e profondamente anti-unitaria. Meno dell’1% della popolazione denuncia più di 100 mila euro l’anno. Artigiani e commercianti con imprese individuali e società di persone sostengono di guadagnarne 18.140, meno dei lavoratori dipendenti, riuscendo nel miracolo di campare con 800 euro al mese. I ristoratori prendono meno dei pensionati, costretti a vivere di stenti con 13.490 euro l’anno...
Basta, ha poi detto Napolitano, con i pregiudizi sul quel Mezzogiorno che «nel cammino unitario ha dato il meglio di sé». Il capo dello stato ha parlato a Marsala, la terra con il più alto indice di penetrazione mafiosa, dove si presume viva libero e spensierato il boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, latitante da tempo immemorabile.
La terra dove l’ex segretario generale dell’Assemblea regionale se ne è andato in pensione con 1 milione e 770 mila euro di liquidazione, dove ci sono 31.041 addetti alla forestazione contro le poche centinaia del Trentino, dove un politico «stabilizza» 18 mila precari in un giorno, alla vigilia delle elezioni, con un contratto valido fino alle elezioni successive...
Il meglio di sé, avrebbe dato il Mezzogiorno? Almeno parliamone.
La secessione? Almeno parliamone| italia| Il SecoloXIX




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