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  1. #101
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    I diritti degli altri scaricati sul nostro conto

    20 Jan 2016 · 0 Commenti




    di GILBERTO ONETO – Ogni vero autonomista crede che ognuno a casa propria abbia il diritto (e il dovere) di fare come gli pare. Ogni vero autonomista crede che ogni comunità debba affrontare e risolvere i problemi che gli si pongono davanti purchè si verifichino alcune condizioni imprescindibili: che la decisione sia presa democraticamente, che essa non danneggi i diritti inalienabili di qualcuno all’interno della stessa comunità, che non danneggi altre comunità, e che oneri e responsabilità non escano dai limiti della comunità che l’ha assunta.
    La prima cosa richiede che la decisione venga presa con strumenti democratici, in particolare – sui temi più importanti – con una
    libera consultazione popolare o referendum, proprio come fanno i Cantoni svizzeri, i cui cittadini non rilasciano deleghe su argomenti
    determinanti. La seconda significa che non si devono toccare i diritti di minoranze di qualsiasi genere e che non ledano i principi stessi di democrazia. Così una comunità non può, ad esempio, decidere di impedire a una minoranza di parlare la propria lingua o di esercitare libertà inalienabili.
    La terza condizione richiede che una decisione non coinvolga gli interessi o danneggi gli interessi di terzi: ove questo si verificasse, la decisione spetterebbe, in base al sacrosanto principio di sussidiarietà, al livello amministrativo superiore. Una comunità non può,
    ad esempio, decidere di costruire una diga su un fiume il cui corso interessa, a valle, altre comunità che ne verrebbero condizionate
    o danneggiate. L’ultima condizione significa essenzialmente che ciascuno deve fare fronte a costi e responsabilità di quello che decide e non scaricarli su altri. Nei casi di cronaca politica di questi giorni, le decisioni sono state prese a livello di rappresentanza delegata: ci sarebbe naturalmente piaciuto di più se le cose fossero avvenute mediante un referendum e non solo con il voto di qualche decina di privilegiati.
    Ma così è la legge italiana attuale e ce la dobbiamo (per il momento) tenere, salvo il ricorso a un referendum abrogativo. In entrambi i casi non sembra che si siano lesi i diritti di nessuno perché semmai si sono allargate e non ristrette le basi di talune franchigie.
    Le decisioni prese formalmente non implicano modifiche a interessi esterni: gli immigrati voterebbero solo a Genova e questo non darebbe loro alcun diritto politico fuori dalla cerchia comunale, il riconoscimento delle coppie di fatto riguarderebbe solo i cittadini
    residenti in Toscana e tale particolarità cadrebbe al momento stesso in cui questi si trasferissero altrove.
    Dove invece un problema c’è ed è enorme è nell’ultimo aspetto. I rappresentanti eletti a Genova dovranno prendere decisioni che riguardano quattrini che non sono raccolti e gestiti dal Comune di Genova ma che sono estorti in giro e trasferiti al Comune di Genova sulla base di parametri che di federalista hanno molto poco. Non significa nulla neppure il fatto che probabilmente Genova dia più di quel che riceve: in ogni caso i soldi che controlla non sono suoi nel vero senso della parola.
    Ancora più significativo e scabroso è il caso toscano sulle coppie gay: le coppie hanno un peso in termini soprattutto fiscali e pensionistici. Allargare certi benefici significa aumentare le spese (in reversibilità per esempio, in detrazioni fiscali). Siccome la Toscana non è indipendente ma i suoi pensionati ricevono soldi presi da una cassa comune (nel senso che è di tutti, non certo nel senso che tutti contribuiscono in uguale misura a riempirla), così facendo scarica di fatto le conseguenza di una sua decisione (per quanto formalmente legittima) su altri.
    Da decenni ci sono Regioni e Comuni, soprattutto di alcune aree geografiche che hanno preso decisioni totalmente autonomiste
    che sono finite a carico di altri: assunzioni, consulenze, regalie, spese, munificenze, eccetera. E finora nessuno se ne era adontato. Tranne gli autonomisti veri che da sempre sostengono che ognuno debba mettere le mani solo nelle proprie tasche. Anche sulle ultime vicende le reazioni dovrebbero essere costruite sugli stessi principi e l’obiezione da fare (la sola obiezione fondamentale di ogni autonomista) è che in assenza di Federalismo fiscale e di totale autonomia (indipendenza, ci piace di più) delle comunità certe scelte gravano su altri e diventano perciò illegittime.

    Non ci dobbiamo opporre per come sono state prese o per il valore intrinseco e morale che ci sta dietro, ma perché chi le prende non se le paga. Quindi l’argomentazione corretta non può riguardare l’incostituzionalità del voto agli stranieri (quella che si cita è la Costituzione di uno Stato oppressore, non saremo certo noi a difenderla e a divinizzarla), o la presunta immoralità dell’equiparazione fra le coppie tradizionali e quelle di fatto. Con chi si passino le notti sotto le lenzuola sono solo cavoli propri. Quello che non può essere
    tollerato è che sia qualcun altro a pagare. Quando la Toscana sarà indipendente (come Repubblica o come Granducato) farà come le
    pare. Per anni abbiamo chiesto la regionalizzazione o la macroregionalizzazione della previdenza sociale. Se l’avessimo ottenuta, oggi il problema non si porrebbe neppure.
    Quando saremo finalmente liberi, faremo ciascuno come gli pare a casa sua e con i suoi soldi, qualsiasi cosa ci verrà voglia di fare e
    avremo democraticamente e liberamente deciso di fare. Questo scandalizza chi ne fa una questione morale o religiosa? Sarà suo diritto
    e dovere opporsi con tutti i mezzi leciti quando saremo finalmente padroni del nostro destino, ma si dovrà adattare alle decisioni della maggioranza della nostra gente. Queste sono le obiezioni che mi sarebbe piaciuto sentire: credo sia venuto il momento di chiarire una volta per tutte se vogliamo essere un movimento autonomista o un partito della destra cattolica, se vogliamo uscire con coraggio dall’Italia o rinchiuderci pavidi in una sacrestia. L’opposizione a questi provvedimenti la dovremmo fare in ogni caso ma le motivazioni sono profondamente, radicalmente diverse.
    (da “Il Federalismo” anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)


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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #102
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #103
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Oneto: le 5 mosse contro nuovi sbarchi

    26 Jan 2016 · 2 Commenti



    di GILBERTO ONETO – Sono cinque i principali gruppi di motivazioni che vengono solitamente fuori per giustificare l’immigrazione: 1) che pone rimedio alla nostra denatalità, 2) che i nuovi cittadini pagheranno le nostre pensioni, 3) che gli immigrati fanno i lavori che gli Italiani non vogliono più fare, 4) che abbiamo il dovere della solidarietà, e 5) che la società multirazziale è l’ineluttabile futuro di tutti.
    Vediamo di esaminare ogni singolo punto.
    1 – Da noi c’è troppa gente, in Padania ci sono 230 abitanti per chilometro quadrato ma le aree abitabili di pianura e di collina sono meno
    di due terzi del totale, e qui la densità è largamente superiore a quella di tutti gli altri Paesi europei: in provincia di Venezia ci sono 341 abitanti per chilometro, a Como 375, a Genova 570 e in quella di Milano 1.455, come a Hong Kong o Singapore.

    A questi si devono sommare gli immigrati non censiti. Se la nostra gente ha deciso di diminuire di numero è una sua scelta libera e responsabile: abbiamo il tasso di natalità più basso del mondo e sono fatti nostri. Se abbiamo deciso di restare più larghi è per nostro vantaggio e non per fare posto ad altri. Non siamo affatto in via di estinzione ed è comunque un problema che dovremo – se mai si
    porrà – risolvere per conto nostro. La denatalità è strettamente collegata con il rifiuto dell’affollamento eccessivo, ma anche con l’insicurezza, con difficoltà economiche, e con la mancanza di prospettive di libertà. Negli anni Sessanta il Sud Tirolo sembrava avviato verso quella che veniva chiamata “la marcia della morte” della comunità autoctona: con l’acquisizione di larghe autonomie la provincia di Bolzano è balzata ai vertici dei tassi di rinnovata natalità. Se la comunità padana fosse libera si riprodurrebbe inevitabilmente lo stesso andamento. Oggi l’immigrazione crea ulteriore insicurezza e quindi minore natalità fra i Padani a vantaggio dei foresti di qualsiasi provenienza.

    Non ha neppure nessun senso spingere verso tassi più alti per evitare la formazione di vuoti e l’arrivo di ultronei: non avremmo alcuna possibilità di vincere tale devastante guerra dello spermatozoo. La nostra gente deve essere libera e soprattutto essere libera di scegliere i propri tassi demografici e non si deve neppure intromettere lo Stato con incentivi economici, si finisce per dare ulteriore vantaggio ad
    altri con i nostri soldi. Un popolo libero deve potersi regolare senza paura di intromissioni esterne, deve potersi alzare da tavola senza la paura che qualcuno gli freghi il posto.

    2 – La più parte degli immigrati non paga i contributi sociali perché lavora in nero, o evade, o non lavora affatto, o fa “lavori” (criminalità, droga e prostituzione) che non hanno vocazione né possibilità di essere assoggettati a contributi. In più, a causa di una legge sciagurata, gli immigrati che decidono di tornarsene a casa loro possono riprendersi quanto hanno versato e la più parte di loro ha tutto l’interesse a trasferire somme di denaro dove queste hanno maggiore potere di acquisto. Nel complesso quello che gli immigrati danno alla comunità è molto meno di quello che ricevono e di quello che costano: si ripete così una realtà già verificata anche con le migrazioni interne, moltiplicata nei suoi effetti nefasti dalla non appartenenza allo stesso contesto statuale e dalla sottrazione di enormi risorse dal mercato nazionale. Solo un sistema previdenziale a capitalizzazione regolato su base regionale e macroregionale potrebbe risolvere il problema e smascherare definitivamente la menzogna dell’utilità dell’immigrazione al sistema previdenziale complessivo. Non saranno
    in ogni caso gli immigrati a pagare le nostre pensioni ma rischiano di contribuire con forza al collasso del sistema.

    3 – La maggioranza degli immigrati non lavora in maniera convenzionale o non lavora affatto: le liste di collocamento sono piene di immigrati. Che senso ha farne venire altri? E poi quali sono i lavori che gli italiani non vogliono fare: il crimine, lo spaccio, la prostituzione? La più parte di loro ha forte vocazione al commercio che non è esattamente un lavoro che molti italiani – soprattutto veraci – non vogliano fare. È vero che alcuni di loro fanno lavori pesanti, socialmente squalificati o anche pericolosi ma è sicuramente vero che tali lavori non vengano assunti dagli italiani solo perché non vengono pagati abbastanza. È un problema che potrebbe essere risolto sia lasciando operare la legge del mercato (se non si trova nessuno che lo voglia fare a quel prezzo si aumenterà il prezzo) che incentivando economicamente i lavori più disagiati. Il primo caso non può però funzionare se il mercato viene lasciato aperto a tutti i disperati del mondo: ci sarà sempre qualcuno disposto anche solo temporanea-mente ad accettare anche le condizioni più sfavorevoli e il prezzo sarà perciò tenuto basso. Lo fanno solo per un po’ e poi si trovano qualcosa di meglio innescando così un doppio processo perverso: l’esigenza di lavoratori a basso costo diventa continua e l’operazione di abbassamento del costo del lavoro si trasferisce anche verso l’alto e finisce per intaccare tutti i livelli sociali: anche a quello di dirigenza – ad esempio – ci sarà così qualcuno disposto a prendersi qualsiasi mansione a meno. Il danno è generale con il degrado della qualità del lavoro, l’abbassamento dei salari e l’allontanamento dei lavoratori autoctoni più anziani o specializzati che non possono sostenere la concorrenza sleale dei nuovi arrivati. Questi accettano posizioni disagiate (o a condizioni meno favorevoli) per un po’ ma poi si sindacalizzano e diventano come gli altri, e così il gioco si ripete all’infinito con danno di tutti. Con alcuni miliardi di diseredati al mondo ci sarà sempre qualcuno disposto a concedersi per meno fino alla catastrofe economica e sociale.
    Si parla di lavoratori da fare venire in un Paese in cui c’è un tasso di disoccupazione fra i più alti del mondo occidentale, in cui si pagano sussidi di disoccupazione e stipendi a “lavoratori socialmente utili” (138.969 nel 1999) giusto per mantenerli, in cui ci sono milioni di pubblici dipendenti (una bella fetta dei quali “poco utili”), ci sono milioni di pensionati baby e di finti invalidi a cui si passa una pensione a mo’ di regalia, e dove ci sono legioni di cassintegrati.
    Una grossa fetta della ricchezza prodotta serve per mantenere gente che non ha lavoro, che non vuole lavorare o che fa pochissimo per il vantaggio della comunità. Si tratta di una cospicua forza lavoro che potrebbe essere impiegata a uguale costo in attività più utili per tutti. In ogni caso è folle sostenere la necessità di fare venire da fuori qualcuno che faccia il lavoro che potrebbero benissimo fare
    tutti questi. Se proprio ci sono attività molto sgradite (e ci sono), si deve risolvere il problema con i mezzi che abbiamo (e ne abbiamo). Se non bastano le leggi di mercato si trovi il modo di integrare gli stipendi per i lavori sgraditi ma necessari. Costerà sempre
    meno che mantenere tutto l’ambaradan dell’immigrazione. Si possono dare stipendi da nababbi a conciatori e raccoglitori di rifiuti e risparmieremo in ogni caso, come comunità, una montagna di soldi che ora va in assistenza, accoglienza, prevenzione, controllo, rimpatrio, eccetera, degli immigrati. Ma ci sono altre strade per risolvere il problema.
    Ci sono in Italia decine di migliaia di detenuti stranieri. Questi galeotti potrebbero lavorare, farebbero lavori che nessuno vuole fare, abbatterebbero i costi del loro mantenimento, farebbero del bene a se stessi guadagnando qualcosa, non marcendo nell’ozio e rigenerandosi col lavoro (assecondando così un diffuso cliché sociale) e contribuirebbero al bene comune, oltre che ripagare i loro debiti con la società anche in termini monetari. Ci sono lavori che non possono essere affidati a dei galeotti, come quello di badante. Qui si può ricorrere alle sovvenzioni (che costerebbero comunque infinitamente meno dell’assistenza generalizzata a tutti quelli che si presentano) oppure al lavoro sociale. È stata abolita la leva militare obbligatoria che è, oltre a tutto, sempre stata fonte di discriminazioni e ingiustizie. Si potrebbe richiedere a tutti i cittadini (indipendentemente dal sesso, dalla condizione sociale o dallo stato fisico) di prestare per un anno, al raggiungimento della maggiore età, un lavoro veramente utile alla società in assistenza agli anziani, ai disabili, negli ospedali, eccetera. Questo avrebbe un valore comunitario ed educativo straordinario e servirebbe a risolvere molti dei problemi posti dall’invecchiamento della popolazione. Alla finzione dell’immigrato che fa lavori che i nostri rifiutano ricorrono con uguale baldanza sia i sindacati che gli industriali. I primi devono giustificare la propria esistenza al mondo e i propri lucrosi stipendi, gli altri cercano solo i vantaggi economici di una mano d’opera sotto costo scaricando i costi sulla comunità. Una strana alleanza fra capitalisti
    della mutua (letteralmente) e sindacalisti che viene pagata da Pantalone e dalle fasce più deboli della società.


    4 – La solidarietà e l’amore per il prossimo rientrano sicuramente fra i doveri cristiani che sono parte essenziale della nostra cultura, ma che meritano alcune considerazioni: innanzitutto il prossimo (lo dice la parola) è chi ci è prossimo, vicino, parente, famigliare. Il nostro prossimo vero è chi appartiene alla nostra comunità antica, è chi ha sottoscritto con noi un contratto sociale anche istituzionale Poi, se ne avanza, ci si dedica agli altri ma questa estensione non può essere intesa come un dovere comunitario: può e deve essere solo una scelta singola che non deve coinvolgere gli altri. Il principio di porgere l’altra guancia è strettamente personale: non si può porgere l’altra
    guancia di nostra madre o del nostro vicino di casa. La generosità e l’umiliazione valgono solo per la nostra guancia. Nella comunità padana, considerata (spesso a torto) opulenta, ci sono molte migliaia di indigenti, di disabili, di anziani, di malati, di sfortunati che hanno
    bisogno della vera solidarietà e assistenza della nostra gente. Ci sono sacche geografiche di povertà straordinaria in aree marginali,
    di montagna ma anche di città, che necessitano di interventi sostanziosi. A questi dobbiamo dedicare le nostre risorse e attenzioni. Già la Padania è una delle aree con la più alta concentrazione di volontariato e di assistenza (un tempo si sarebbe detto “di carità”) ma non basta: dobbiamo aumentare i nostri sforzi per i nostri fratelli meno fortunati. Ogni energia dedicata ad altri è tolta ai nostri: ogni nuovo arrivato da fuori toglie spazio e attenzione ai nostri. Ogni nuovo immigrato peggiora le condizioni dei più deboli dei nostri. Noi non possiamo farci carico di tutti i diseredati del mondo che sono centinaia di milioni. Ogni anno la popolazione del mondo aumenta di circa 80 milioni di persone, se aprissimo indiscriminatamente le porte potremmo ovviare alla altrui esuberanza testosteronica per non più di 3 o 4 mesi e poi saremmo annientati. Lo stesso vale per i rifugiati, per le vittime di guerre e carestie, e di persecuzioni politiche: sono troppi! Non siamo in grado di essere di nessuna utilità accogliendoli qui senza autodistruggerci e non possiamo certo permettercelo.


    5 – La società multirazziale è una ineluttabile evoluzione di nulla. È l’invenzione e lo strumento che viene oggi tirato fuori da chi vuole distruggere: dopo avere usato la lotta di classe oggi impiega lo scontro etnico. È uno strumento della globalizzazione che vuole annientare bellezze, specificità e libertà. Ci sono ambientalisti che teorizzano la biodiversità, che fanno giustamente guerra contro l’introduzione di specie animali e vegetali esogene in habitat diversi ma che favoriscono l’immigrazione selvaggia, il mescolamento e la distruzione delle culture diverse. Non vale l’attenzione per le specificità culturali nella biodiversità? L’integrazione non ha mai funzionato: nei posti dove si sono trovate a convivere comunità diverse questo ha generato ghettizzazione e conflitti. La multietnicità porta generalmente a un aumento della criminalità e dei problemi sociali. È così anche da noi, dove non siamo mai veramente riusciti ad assorbire del tutto gli gli italiani con cui pure ci sono minori diversità. È impossibile integrare comunità,
    come – ad esempio – quella cinese (che ovunque nel mondo si è rinchiusa in ghetti autogestiti), o quella islamica che è aggressiva, invasiva e intollerante. Lo sradicamento ha come conseguenza la distruzione delle culture di chi migra e di chi li ospita. È la distruzione di ogni
    identità. È proprio in quest’ottica che l’immigrazione è uno straordinario strumento del processo di globalizzazione, ma anche -nel nostro caso – di aggressione alla Padania.


    L’immigrazione extracomunitaria è un mezzo impiegato dal centralismo colonialista italiano per distruggere le identità padane proprio in un momento in cui queste mostrano di risvegliarsi con decisione, è un modo per imporre una sorta di solidarietà italiana (riproponendo una identità inesistente) sulla base delle maggiori differenze rispetto agli altri. L’italianismo di destra e quello di sinistra sono, come sempre, alleati contro la Padania: gli uni per riproporre una italianità inventata, gli altri per arrivare a un mondialismo annientante. Ci si può difendere solo diventando veramente padroni a casa nostra. Indipendenza!


    - See more at: Oneto: le 5 mosse contro nuovi sbarchi | L'Indipendenza Nuova

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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #104
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

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    Dimenticavo: sugli amerikani, causa cosciente e scatenante del tutto.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #105
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    Dimenticavo: sugli amerikani, causa cosciente e scatenante del tutto.
    ... ma anche sui romani.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  6. #106
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Meglio Asterix del Corano

    28 Jan 2016 · 0 Commenti



    di GILBERTO ONETO – Per cercare di giustificare l’ingiustificabile pretesa turca di entrare in Europa, qualche bello spirito ha tirato fuori anche la storia dei Galati e, con essi, di presunte comunanze etniche con i popoli occidentali. In effetti il 278 a.C. circa 20.000 Celti si sono insediati sulle coste orientali dell’Egeo e, soprattutto, all’interno sull’altipiano anatolico. Si trattava delle tre tribù dei Tolostobogi (o Tolistoagi), dei Trogmi (o Trocmeri) e dei Tectosagi: erano arrivati nell’area per esercitare il mercenariato nelle continue guerre fra potentati locali e hanno finito per stanziarsi creando dei loro regni organizzati secondo le solite strutture politiche comuni a tutti i popoli
    celtici. Uno dei centri più importanti era Ankyra, l’attuale Ankara. Si conoscono le gesta di numerosi dei loro capi e, in particolare, di un re Deiotaro che era riuscito a unificare le tre tribù in un’unica struttura statuale. Dopo anni di lotte e di vigorosa resistenza anche i Galati sono però stati costretti a soccombere nel 25 a.C. all’occupazione romana. Come larga parte delle altre popolazioni galliche, si sono convertiti subito e piuttosto facilmente al Cristianesimo grazie anche alla predicazione dell’apostolo Paolo che ad essi ha indirizzato una delle sue lettere più note e significative con la quale li esortava a guardarsi da “risse, ubriachezze, gozzoviglie e altre cose simili” e a confidare più nella mitezza che nella spada: si tratta di raccomandazioni che sono sicura spia della conservata celticità dei Galati anatolici.


    Di quei lontani parenti possediamo anche alcuni dei pochissimi ritratti realistici esistenti, grazie al magnifico altare fatto erigere a Pergamo da Attalo per celebrare in pompa piuttosto sproporzionata una sua vittoria militare sui suoi scomodi e bellicosi vicini: il viso del cosiddetto “Galata morente” è una delle rappresentazioni più palpitanti di un volto che può essere incontrato in un qualsiasi paese padano, alpino o mitteleuropeo. Nei secoli i Galati si sono assimilati alle popolazioni vicine con molta lentezza: si sa per certo che la loro
    lingua non si era – ad esempio – del tutto estinta almeno fino al III secolo d.C. Nei secoli successivi hanno poi seguito in tutto le sorti dell’Impero d’Oriente (cui hanno per lungo tempo fornito soldati fra i migliori) che è stato lentamente ma inesorabilmente demolito dall’avanzata turca.


    Dopo la battaglia di Mantziquert nel 1071 (uno dei giorni più infelici dell’Europa cristiana), i Turchi convertiti all’Islam hanno continuato
    ad avanzare fino alla conquista di Costantinopoli nel 1453 e alla successiva espansione balcanica, fino a Vienna. È piuttosto significativo che l’ultimo quartiere della capitale a cadere in mano turca sia proprio stato il presidio genovese di Galata, che prendeva il nome dall’antico insediamento di famiglie celtiche. I Galati non ci sono più. Forse resta qualche loro traccia nel Dna di alcuni degli attuali cittadini turchi, ma si tratta di residui labili e fortemente mescolati con quelli di tutte le altre popolazioni travolte dall’avanzata della poderosa macchina da guerra turca.


    Di sicuro di loro non è rimasto nulla nella cultura dell’attuale Turchia. Niente è più diverso e antitetico all’Islam della visione del mondo celtica: si possono quasi prendere Celti e Maomettani come le due estremità dello spettro culturale dell’umanità intera. Lo spirito celtico era (ed è fortunatamente rimasto) gioioso, fantasioso, immaginifico, pieno di festa e di colore; il mondo fisico dei celti è stipato di raffigurazioni drammatiche o allegre, di un vigore artistico che non conosce patologie iconoclaste, che è addirittura il contrario dell’iconoclastia. Le comunità celtiche sono anarcoidi, libertarie, mal sopportano ogni autoritarismo, ogni ordine che non sia frutto di libera scelta; le comunità celtiche sono biologicamente autonomiste, federaliste e democratiche. Nelle società celtiche le libertà individuali sono sacre, le donne godono di condizioni di assoluta parità, non possono sussistere costrizioni e vincoli imposti. Sembra la descrizione in negativo della cultura e del mondo islamico, del suo grigiore, della sua sessuofobia, della sua negazione di ogni individualità (soprattutto femminile). Il villaggio di Asterix è la cosa più distante che possa essere concepita da una comunità che vive secondo la legge coranica.

    I Turchi hanno distrutto nella loro plurisecolare avanzata verso occidente un numero enorme di antiche e gloriose civiltà, hanno ricoperto con un manto uniforme una larga porzione di mondo che era un fantasmagorico patchwork di differenze, hanno cacciato i Greci dall’Egeo dove vivevano dall’alba dell’umanità e dove avevano scritto alcune delle pagine più significative della storia occidentale, hanno sterminato gli Armeni, hanno perseguitato antiche comunità cristiane, stanno opprimendo e annientando la nazione curda, hanno occupato l’antica capitale della Grecia, Costantinopoli, trasformando Santa Sofia, uno di più radiosi monumenti dell’architettura cristiana, in uno scatolone grigio. Hanno cancellato la memoria locale di tre antiche e gloriose tribù celtiche partite dal cuore della Gallia.

    Oggi qualcuno vorrebbe utilizzarne i fantasmi per inventarsi una parentela inesistente, un sodalizio contro natura. Non solo la Turchia non è europea, ma ha per secoli costituito il pericolo mortale e l’antitesi dell’Europa. Senza essere cambiati rispetto a quello che sono sempre stati, senza chiedere scusa per le loro malefatte, senza avere alcuna intenzione di sgomberare le terre altrui occupate, i Turchi pretendono di venire a casa nostra come fossero parenti stretti: sarebbe come se gli eredi di Custer o del colonnello Forsyth (il gentiluomo di Wounded Knee) volessero diventare membri di una delle superstiti tribù delle Grandi praterie e si presentassero
    in una impeccabile giubba blu.

    (da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)


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    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #107
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Beata l’Austria dell’ultimo imperatore Carlo d’Asburgo

    28 Jan 2016 · 0 Commenti



    di GILBERTO ONETO – Papa Giovanni Paolo II proclamò tra i nuovi Beati Carlo d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria. Carlo non è oggetto di speciale devozione popolare, non ha “fatto miracoli”, non è apparso a nessuno e non ci sono folle di devoti che vanno in pellegrinaggio alla sua tomba.
    È stato l’ultimo esponente di una dinastia millenaria, erede sia pure indiretto di quel Sacro Impero Cristiano fondato da un altro Carlo mille anni prima. È singolare la coincidenza onomastica che lega il primo e l’ultimo esponente dei grandi imperi europei: Carlo Magno e Carlo d’Asburgo, ma anche Romolo e Romolo Augustolo, e il primo Costantino con Costantino XI morto eroicamente sulle mura di Costantinopoli. Carlo Francesco Giuseppe Lodovico Uberto Giorgio Otto Maria era nato il 17 agosto 1887 nel castello di Persenbeug,
    nella Bassa Austria, sulle rive del Danubio.

    Il padre, l’arciduca Ottone Francesco era figlio di Carlo Luigi, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe. Era perciò pronipote del sovrano. La madre, Maria Giuseppina, era figlia di Giorgio, re di Sassonia. All’età di due anni, con la tragica scomparsa a Mayerling dell’erede al trono Rodolfo, Carlo si trova a essere il terzo nella linea di successione imperiale, dopo l’arciduca Francesco Ferdinando e
    suo padre Ottone. Questa sua posizione gli procura nell’efficientissima e attenta Corte di Casa d’Austria una educazione rigorosa e di impronta molto cattolica su cui ha influito la sua istitutrice irlandese, miss Bride Casey. Nel 1911 sposa la principessa Zita di Borbone-Parma, figlia del duca Roberto e della duchessa Maria Antonia, infanta di Portogallo, che gli da una numerosa nidiata di otto figli.


    Il 28 giugno 1914 a Sarajevo viene assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando, e Carlo si ritrova (nel frattempo era deceduto anche suo
    padre) a essere l’erede al trono in un momento estremamente difficile e cruciale per la dinastia asburgica e per l’intera Europa. Nel
    novembre del 1916 muore anche il vecchio Francesco Giuseppe (che aveva regnato dal 1848) e Carlo diventa imperatore. I suoi due anni di regno coincidono con il momento più drammatico della guerra e della più antica dinastia europea. Nel 1917 gli eserciti degli Imperi centrali sono ovunque vittoriosi, hanno disfatto la Russia zarista e premono sui fronti occidentali: al vigore militare non corrisponde
    però altrettanta forza sul piano economico e della coesione sociale. Austria e Germania sono assillate da enormi problemi di vettovagliamento e nelle terre slave dell’Impero si fanno sempre più baldanzose le istanze nazionaliste e indipendentiste. Conscio
    di questa debolezza e spronato dalla favorevole congiuntura militare, Carlo si dedica con grande passione a cercare di mettere fine alla guerra offrendo agli avversari una pace onorevole per tutti: i suoi contatti con il presidente francese Poincaré e con la corona inglese sono però interrotti dalla intransigenza degli alleati tedeschi (che sono ancora convinti di potere prevalere sul piano militare) e del
    governo italiano, che sulla mattanza bellica ha giocato tutte le carte della sopravvivenza dello Stato unitario.


    Si può sicuramente dire che, assieme a Benedetto XV, Carlo sia stato il più attivo e convinto ricercatore della pace. Anche per questo è
    stato sottoposto a una feroce campagna denigratoria da parte dei circoli nazionalisti occidentali e della massoneria internazionale.
    Alla caduta dell’Impero e con la proclamazione della Repubblica austriaca, Carlo e la sua famiglia si trasferiscono in Svizzera. La sua
    vicenda politica ha però avuto una breve e drammatica coda: per due volte nel 1921 tenta di riprendere il trono ungherese appoggiato
    dal favore popolare. Il primo tentativo, in marzo, viene frustrato dal tradimento dell’ammiraglio Horty che pure si era proclamato reggente al trono e che si rifiuta di consegnarlo al legittimo sovrano. Il secondo tentativo, in ottobre, fallisce dopo una serie di sanguinosi
    scontri fra i reparti fedeli al re e quelli del reggente. Qui Carlo mostra di non avere la tempra del comandante risoluto e preferisce
    ritirarsi in preghiera piuttosto che combattere contro suoi (sia pur infedeli) sudditi.


    Viene fatto prigioniero e consegnato agli Inglesi, che si fanno garanti del suo definitivo allontanamento dalla scena politica. Con la
    famiglia si ritira in esilio a Madera, dove muore da lì a poco, nell’aprile del 1922, stroncato da una infiammazione ai polmoni. I suoi
    ultimi dolorosi mesi di vita sono stati un calvario che Carlo ha sopportato con serena rassegnazione cristiana. Aveva 35 anni. Carlo è passato sulla storia d’Europa senza avere il tempo (e forse neppure la tempra) per lasciare tracce durature: a rappresentare una
    dinastia gloriosa è rimasta l’imperatrice Zita che, alla sua morte nel 1989, ha ricevuto onoranze di Stato e l’affetto travolgente dei
    popoli del vecchio Impero. Giovanni Paolo II, a più di 80 anni dalla morte lo proclamò Beato. Perché lo ha fatto e perché in quel momento?
    Il Pontefice ci abituò a prese di posizione apparentemente indecifrabili: è stato il principale artefice della fine della più pestifera ideologia moderna ma è anche estremamente tollerante, ai limiti della connivenza, con il più mortifero nemico della Cristianità, l’Islam contro cui proprio gli Asburgo hanno combattuto per secoli. Negli stessi giorni della beatificazione, quasi in corrispondenza con la ricorrenza di Lepanto, l’anziano pontefice incontrò, con effusioni coraniche e scambi di cioccolatini le due pulzelle di Baghdad.

    Possiamo avanzare due ipotesi contraddittorie ma entrambe verosimili sulla vicenda. La beatificazione di Carlo può essere vista come un monito all’Europa scristianizzata, un forte richiamo a uno dei simboli più significativi della tradizione cattolica e dell’Europa di Lepanto, di Vienna, del Principe Eugenio e dei tanti secoli di lotta contro i Turchi. In un momento in cui l’Europa dei burocrati, dei
    finanzieri e delle logge massoniche (che ha rifiutato di richiamarsi alle radici cristiane nella sua Costituzione) sta organizzando l’ingresso
    della Turchia nella Comunità, la bandiera degli Asburgo rappresenta quella della contrapposizione, dell’affermazione identitaria
    forte, della lotta all’Islam.


    Ma la cosa può essere anche letta in maniera opposta: Carlo era il sovrano della ricerca della pace quasi a qualsiasi costo, dell’abbandono
    di antichi principi in nome della pacifica convivenza, della rinuncia cristiana, dell’umiliazione, dell’abbandono delle armi. Se è così, aspettiamoci un ulteriore segno di ecumenismo, una generalizzata resa in nome dell’ideale di pace universale. Entrambe le ipotesi sembrano avere valore, anche se purtroppo siamo da tempo abituati al peggio. In ogni caso, non sappiamo se a questa beatificazione seguirà uno sventolio di gloriose bandiere nere e oro dell’Europa imperiale.

    (da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)


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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #108
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Speciale Terra Insubre 2 /Oneto: Se la Padania fosse una grande Svizzera

    29 Jan 2016 · 0 Commenti



    Sabato 30 gennaio a Concorezzo Terra Insubre celebra 20 anni di attività culturale ma non solo. Sabato, negli spazi dell’agriturismo La Camilla, interverranno il prof. Stefano Bruno Galli, Adolfo Morgani, Roberto Stefanazzi su “Gilberto Oneto e la sua opera in difesa dei popoli padano-alpini”, a seguire la presentazione del libro “Il Ducale, la bandiera della Lombardia”, con Giancarlo Minella; Giubiana, candelora, sant’Antoni del Purscel, i giorni della Merla: i riti di passaggio della tradizione insubre, con Massimo Centini. A chiudere, la cena.


    di GILBERTO ONETO – In uno straordinario lavoro di alcuni anni fa Marco Bassani, William Stewart e Alessandro Vitale hanno catalogato e descritto più di 400 definizioni di Federalismo, tratte da testi, studi e vicende storiche. Sembrerebbero moltissime ma sono nulla in confronto all’alluvione di tavanate che è uscita dalla fantasia mediterranea e dal vigoroso istinto di sopravvivenza dei nostri politicanti negli ultimi concitati mesi di sfrenato riformismo verbale: Federalismo trasversale, obliquo, solidale… Gran parte di costoro sono eredi (anche genetici) di quei preti che in passato si imbandivano la tavola di prelibati gourmet a base di carne anche nei giorni di Quaresima, tracciando un segno di croce su selvaggina e salumi, e pronunciando con solennità: «Ego te baptizo piscem».

    Gianfranco Miglio, che aveva imparato a conoscere molto bene i trucchi di un levantinismo che ha da tempo tracimato dagli ambiti geografici evocati dal nome, aveva dedicato – pochi anni prima della sua morte – un interessante studio proprio ai “Federalismi falsi e degenerati” portando come esempi dei due generi quello tedesco e quello americano. Chissà cosa sarebbe riuscito a dire di tutte le invenzioni lessicali e concettuali che il Parlamento di Roma continua a sfornare con la sicumera del Nerone di Petrolini. In quel libro che è ormai praticamente introvabile (come ormai, piuttosto significativamente, tutti i lavori di Miglio), il professore portava il Federalismo svizzero come solo vero esempio “vivente” di Federalismo compiuto e operante. Il grande rispetto per la tradizione, la storia e la cultura elvetica era una rassicurante costante del suo pensiero.
    Ritengo importante sottolineare il significato più profondo della cosa e cioè il rinnovato esercizio di democrazia diretta e di vera libertà civica in Svizzera. Che è poi la cosa che manda in bestia giornalisti e politici dell’italico pollaio: offesi dalla “sfrontatezza” degli Svizzeri che “osano” votare in difformità alle indicazioni dei partiti, dei mezzi di informazione e dei poteri forti. Come si permettono – hanno detto – questi montanari di contraddire quello che giornalisti e politicanti hanno già deciso per loro? Questo ha guadagnato loro le solite secchiate di “razzisti”, “buzzurri”, “nazisti”, “ignoranti” (che spettano a tutti quelli che la pensano diversamente), ma anche di “orologiai”, “mangiacioccolatoeformaggio”, e altre gradevolezze che sono poi la variante svizzera dei “gozzuti” e “polentoni” che toccano normalmente ai Padani che non leggono La Repubblica o Famiglia Cristiana.

    La vera differenza fra Federalismo e libertà veri e l’accozzaglia di cialtronate che da noi viene contrabbandata come democrazia
    parlamentare sta proprio qui: nell’esercizio diretto del diritto di organizzare e gestire la propria vita comunitaria. C’è un abisso fra la grande civiltà delle assemblee popolari (i Landsgemeinde) di cittadini che si radunano magari in piazza e attorno ai più rassicuranti simboli identitari, dove ognuno decide direttamente secondo coscienza dei problemi che lo toccano, che riguardano
    le sue libertà, la sua cultura e i suoi beni (la difesa e la conservazione di “sé, dei beni e dei diritti” del giuramento del Grütli, del 1291) e le riunioni di parlamentari riccamente retribuiti e scelti da non più di una quindicina di segretari di partiti. Ci passa un oceano fra i referendum propositivi e abrogativi delle comunità svizzere e quelli un po’ farseschi fatti di quorum, digiuni, rimborsi elettorali e di ministeri soppressi che cambiano nome e restano lì, alla faccia dei cittadini.


    Il Federalismo svizzero nasce da un’antica e radicata tradizione di libertà e di autonomia che è comune a larga parte d’Europa e che è rimasta particolarmente viva soprattutto sulle Alpi, che sono in questo senso un vero e proprio “forziere di libertà”, la colossale ghiacciaia in cui si conservano i semi dell’indipendenza e dell’autodeterminazione, anche quando tutto attorno sembrano venire spazzati
    via dai federalismi e dalle democrazie Ogm che sono espressione di circoli di potere, di ideologie prepotenti, di mafie, di conventicole finanziarie, di pericolose macchine che controllano i mezzi di informazione. Oggi la Svizzera è assalita da un mondialismo invadente, è fisicamente assediata da un’Europa di funzionari, di sbirri e di prefetti; anche le sue antiche leggi di libertà qualche volta scricchiolano sotto le pressioni esterne. Il voto referendario – e con esso il sistema di garanzie, la libertà di espressione e la cultura che ne è garante –
    sono però il rassicurante segno che l’antico spirito della Confederazione è vivo e vitale. È da lì che dobbiamo trarre ispirazione e forza, è lì che – come Cattaneo e Miglio – dobbiamo guardare nei momenti più bui dell’oppressione centralista e degli inganni del falso Federalismo.


    Non solo dobbiamo sperare che la piccola Svizzera non venga schiacciata dalle brume illiberali che ristagnano tutto attorno, ma dobbiamo lavorare perché tutta l’Europa (a partire dalla Padania) diventi una grande Svizzera. Un vecchio proverbio Walser dice che «finchè ci saranno le Alpi, da esse soffierà il vento della libertà».

    (da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)



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  9. #109
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    Predefinito Re: Ci lascia Gilberto Oneto.

    Risorgimento, dove sta l’imbroglio

    4 Feb 2016 · 0 Commenti



    di GILBERTO ONETO – Non passa giorno che qualche autorevole signore ci ricordi che il cosiddetto Risorgimento costituisce un
    valore condiviso. Di Risorgimento hanno riempito libri di scuola, strade e piazze, e ci si riempiono la bocca. Quando qualcosa non funziona (cioè sempre) si tirano fuori uomini e ideali del Risorgimento. Il Risorgimento è così una sorta di gigantesca foglia di fico che copre tutto: al Risorgimento si rifanno i liberali storici, i nazionalisti, i fascisti, le sinistre e da un po’ anche i cattolici cui logica e storia consiglierebbero altri riferimenti.
    Il Risorgimento è per definizione bello, popolare, e ovviamente patriottico: la parola stessa vuole indicare un intero popolo e una nazione che sono risorti dallo sgabuzzino maleodorante cui li avevano rinchiusi la storia e un destino cinico e baro.
    Si sventola il tricolore e si canta “La bella Gigogin” e tutto diventa bello e pulito: gli eroi sono fulgidi, i combattenti impavidi, i “Padri della Patria” ispirati e disinteressati. I termini di Italia e Patria si coniugano all’unisono dal Volturno a Caprera, da San Martino a Porta Pia.
    Tutto un popolo – ci dicono – s’è desto e dell’elmo di Scipio s’è cinto la testa (la rima funziona solo al femminile ma la sostanza patriottica è la stessa). Da qualche tempo però storici guastafeste stanno smascherando il grande imbroglio nazionale, tirando fuori strani finanziamenti, lo zampino di potenze straniere molto interessate, le porcherie, le violenze, le ruberie, l’inizio di un andazzo che continua gloriosamente fino a oggi. Anche i numeri vacillano sotto il revisionismo, anzi ne sono diventati uno degli strumenti.
    Della tragica messinscena dei plebisciti si sono già occupati in molti, e ormai neppure più Ciampi osa rievocarli. Tutti ormai ammettono
    che si sia trattato di elezioni truccate, di numeri taroccati. Ma la maggioranza della gente – tuonano con garibaldina baldanza i patrioti al
    nichel-cromo – era comunque favorevole e solo una piccola minoranza di codini e reazionari era contraria: si sono un po’ gonfiati i
    numeri ma lo si è fatto a fin di bene, per dare più enfasi a un giorno di gloria e a un gesto di grande portata storica e morale. Il popolo non era maturo ed ha avuto bisogno di un piccolo aiuto. Alla faccia.


    Ma era poi così maggioritario il movimento italianista o non si trattava invece di una piccola spudorata minoranza di esagitati amica
    di potenti? Vediamoli un po’ questi numeri. Quanti sono stati i combattenti, i volontari, gli eroi che sono andati a farsi ammazzare per la
    patria? Garibaldi non ha mai avuto ai suoi ordini nelle guerre di indipendenza, a Roma, a Mentana e sull’Aspromonte più di 5.000
    uomini. C’era uno zoccolo duro che lo seguiva ovunque con un po’ di comparse a rotazione.
    Al Volturno, alla fine della sua “travolgente” campagna di “liberazione” delle Due Sicilie, comandava circa 21.000 uomini, dei quali
    8.000 erano calabresi e siciliani al servizio di latifondisti e mafiosi (i volontari siciliani veri, quelli indipendentisti, se ne erano andati da
    un pezzo quando si erano accorti della fregatura sabauda e molti di loro passeranno alla resistenza), molti stranieri (soprattutto inglesi
    e ungheresi) e quasi tutti gli altri erano soldati sardi (fatti disertare a comando e poi regolarmente amnistiati). Sintomaticamente i Napoletani erano rappresentati da un solo ussaro disertore. Il nucleo dei patrioti per libera scelta era dunque rappresentato da non più di 2-3 mila volontari fissi, fra cui il centinaio di “uruguayani” che avevano seguito Garibaldi nel 1848.


    Sullo stesso numero dei Mille ci sono interpretazioni molto diverse: quelli sbarcati a Marsala sono ufficialmente 1.089 ma le fonti
    oscillano fra 1.044 e 1.170. E non dovevano essere un granché, visto che lo stesso Garibaldi li ha definiti in un discorso il 5 dicembre
    1861 al Parlamento di Torino: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche
    nel letamaio della violenza e del delitto». Nel ’59 li aveva accusati di «una vita effeminata e non abituati a un’attività virile». Anche
    peggio dovevano essere quelli del ’66. Giuseppe Nuvolari riferisce che l’Eroe dei due mondi li avrebbe descritti come «bricconi e avanzi d’osteria». Un bel rapporto fra il Capo e i suoi baldanzosi giovanotti… Che assieme a uno smilzo gruppetto di idealisti duri ci fosse un’accozzaglia di avventurieri e di delinquenti, lo dimostrano le accoglienze sempre riservate loro: nel ’48 la Repubblica romana non li
    vuole fra i piedi, nel ’59 Cattaneo dice che venivano accolti con sospetto e freddezza, nel ’66 erano i contadini trentini a sparare loro addosso.


    Oltre a questa massa di manovra “militare” e manesca c’era un gruppo di intellettuali, politici e faccendieri che ammontava a qualche
    centinaio di persone, forse poche migliaia, che sono poi quelli che si sono spartiti cariche, soldi e affari per qualche decennio. Una piccolissima minoranza che ha occupato le pagine dei libri di storia ufficiale e le dedicazioni stradali.
    Fino alla riforma DePretis-Zanardelli (1882) alle elezioni aveva diritto al voto solo meno del 2% della popolazione e dopo il 6,9%. Si
    diventava deputati con qualche decina di preferenze: bastava una loggia. Si diventava senatori su nomina del re, che premiava i suoi
    più teneri sodali. Nel processo unitario non c’è stato il popolo né il suo consenso. Nel 1859 i contadini allagavano le risaie per non fare passare i Francopiemontesi, l’intera Brigata estense ha seguito il suo sovrano in Austria, non meno di 30.000 soldati napoletani e pontifici sono stati deportati e gran parte di loro sono morti di stenti, nella cosiddetta guerra del brigantaggio i morti ammazzati dall’esercito italiano sono stati ufficialmente 73.875, in realtà più di 300.000 mila e forse anche molti di più.


    Il consenso popolare all’unità non è cresciuto col tempo: nella guerra del ’66 sono stati 12.269 i disertori e 4.633 sono passati al nemico
    Fra il 1861 e il 1915 più di 15 milioni di cittadini sono stati costretti a emigrare all’estero. Nelle varie rivolte a Genova, a Torino, in Sicilia, a Milano, nelle insorgenze padane de “La boje”, i ribelli (e le vittime) si sono contati a migliaia. Per contro nelle guerre coloniali i volontari sono stati poche manciate e anche nella prima guerra mondiale (gabbata come l’ultima guerra risorgimentale), su 5.038.809 arruolati i volontari sono stati solo 8.000, a fronte di 325.527 denunciati, 101.665 condannati per diserzione, 2.022 per passaggio al nemico, e di un numero enorme di renitenti. I condannati a morte sono stati 4.028, i decimati e quelli passati sommariamente per le armi decine di migliaia. In questo lungo e patriottico cammino verso l’unità, da che parte stava il popolo? Perché insistono a contrabbandare il Risorgimento e l’unità come valori condivisi.
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    (da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)



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