[…] Nella Federazione giovanile repubblicana la posizione anticentrista era rimasta in minoranza al congresso nazionale del 1949: ma la maggioranza non aveva rappresentanti a Roma, e dunque in quel tempo di trasporti difficili e costosi elesse sulla fiducia gli esponenti della minoranza, che a Roma vivevano.
Nel Partito repubblicano la Federazione giovanile svolgeva il suo compito naturale: dare fastidio al Segretario politico, che era l’avvocato Oronzo Reale, un uomo intelligente, integro, prudente, ricco di un’ironia pungente, del tutto privo di carisma. Era contestato nelle riunioni della direzione da Guglielmo Negri e Tullio Gregory (gli dicevano con irriverenza: “avvocato, se vuole farci paura si metta i baffi”). Ne era criticata la politica sulla stessa “Voce Repubblicana”, dove i giovani avevano una pagina quindicinale, non genialmente intitolata “La Voce dei giovani” e guardata a vista dai responsabili del giornale, il più occhiuto dei quali era Alberto Ronchey.
[…] La sproporzione delle forze messe in campo dai laici e dai comunisti era immensa. Ad esempio, per quanto riguarda la stampa noi non avevamo molto più di un quotidiano (“La Voce Repubblicana”), un settimanale (“Il Mondo”) e qualche rivista poco letta. L’organo del Pli, “Risorgimento liberale”, che Pannunzio aveva abbandonato nel 1947 per l’involuzione destrorsa del Pli, cessò le pubblicazioni nell’ottobre 1948. Il quotidiano dei socialdemocratici “L’Umanità” ebbe sempre vita stentata e scarsamente incisiva. Rispetto a questa condizione, l’elenco delle pubblicazioni facenti capo al Pci […] è impressionante.
[…] Come rispondeva il mondo laico? Il “Giorno” ancora non esisteva. Il “Corriere della Sera” era ora diretto da un vecchio volpone come Mario Missiroli, dopo che il “Messaggero” era diventato plumbeo sotto la sua direzione. Solo “La Stampa”, a Torino, usciva spesso dal conformismo. I laici reggevano soprattutto col settimanale di Pannunzio, sul quale volevano scrivere tutti, e col quotidiano repubblicano, al quale pochi aspiravano a collaborare. “Il Mondo” era il giornale più prestigioso pubblicato in Italia: 16 pagine in rotocalco, grandi firme, grafica raffinata, indipendenza assoluta, un direttore che era un mito. “La Voce” non era altrettanto prestigiosa. Però, politicamente, era l’organo ufficiale di un partito della maggioranza e le sue posizioni non potevano essere ignorate. Del resto, alla “Voce” si formarono giovani di qualità, che finirono più tardi con l’avere parti di rilievo nella migliore stampa italiana.
“La Voce Repubblicana” nel 1945-46 tirava 100.000 copie. Poi decadde e fu rilanciata nel 1947 da Antonio Calvi, già leader delle sinistra liberale, che riportò nuovo sangue: Luigi Salvatorelli, Bruno Visentini, Ennio Flaiano, Enzo Forcella, Giorgio Granata, Achille Battaglia. Ma entrò nuovamente in crisi dopo l’insuccesso elettorale del Pri del 1948. Pochi anni dopo, quando vi entrai nel 1952, si era ristretta in quattro stanzette di un mezzanino sopra la tipografia del “Corriere dello Sport”. Si stampavano, sì e no, 15.000 copie in rotativa, con composizione in linotype. Nella stanza meno angusta del mezzanino stavano i tre giornalisti residuati dal corso precedente: Alberto Ronchey, che era il caporedattore e che molti anni dopo da giornalista divenne ministro dei Beni culturali; Pasquale Bandiera, più tardi deputato, che curava gli Esteri; e Giovani Campana, prossimo caposervizio dell’Ansa, responsabile del servizio parlamentare. Il direttore del giornale, invece, era una pura fictio iuris: un nume del partito come il senatore romagnolo Cino Macrelli, che si prevedeva non venisse mai al giornale tanto da non avervi neppure un tavolo. Il vicedirettore era Michele Cifarelli, figura di rilievo della lotta antifascista e dell’azionismo, allocato per necessità in un bugigattolo dove la mattina si tratteneva per qualche ora lasciando poi ogni potere a Ronchey.
Sull’amministrazione, collocata su un nobile quando cadente edificio del Valadier, in via dei Prefetti, regnava sovrano un personaggio di Molière: un vecchio repubblicano dal volto legnoso, di un’avarizia amministrativa smisurata e assoluta, che per risparmiare sulle spese imponeva di riutilizzare le buste delle lettere giunte al giornale. Era un siciliano di forte accento, bizzarro anche nel nome, Cono Di Lena. Quando gli si chiedeva un anticipo di stipendio faceva ricorso a una scena divenuta col tempo famosa: negava risolutamente che un anticipo fosse possibile, e traeva dalla tasca il suo portafoglio vuoto, facendo capire che egli stesso si trovava in difficoltà. Si sparse però la voce che teneva il denaro in un secondo portafoglio; e da allora, per dimostrare la sincerità del suo diniego, dovette girare con tre portafogli. Il suo profilo è immortalato da Carlo Levi (che lo aveva avuto come direttore amministrativo quando nel 1945 dirigeva “L’Italia Libera”) nel suo grande affresco della Roma post-bellica, L’Orologio.
In un quotidiano di questa fatta imparavo il giornalismo curando la pagina regionale e dividevo con una intelligente signora, Gelsy Cappiello, un corridoio, un tavolo e una derivazione telefonica. Con grande sorpresa ricevetti un giorno una telefonata del mitico direttore del “Mondo”, il quale disse che leggeva la mia rubrica di costume in prima pagina e domandò se mi sarebbe piaciuto collaborare al suo giornale. Con emozione naturale andai a trovarlo in via Campo Marzio, dov’era allora la redazione. E vissi da vicino la vicenda del “Mondo”, scrivendo in otto anni con piena libertà più di 500 articoli.
Alla “Voce Repubblicana” era più dura. Il giornale era l’organo ufficiale di un partito della coalizione, e il segretario del Pri stava ben attento sia ai temi trattati sia agli umori da esprimere. La sua mediazione tra le opposte tesi politiche di Pacciardi e di La Malfa accentuava tanto la sua cautela quanto la vigilanza di Ronchey. Il quale da parte sua acutamente definì la differente indole dei tre leader con i quali aveva a che fare: per Pacciardi chi dissentiva da lui era un traditore, per La Malfa un cretino, e per Reale un seccatore.
Problemi seri nacquero dunque quando Ronchey si dimise per andare prima a “Stampa sera”, come corrispondente da Roma, e poi a “La Stampa”, come inviato a Mosca. Venne Livio Zeno-Zencovich, un uomo intelligente, già vicino al ministro repubblicano degli Esteri Carlo Sforza. Aveva purtroppo carattere autoritario e risentiva degli umori filogovernativi facenti capo a Pacciardi e, dietro di lui, agli ambienti conservatori americani. Al giornale ne derivarono conflitti duri. E in una riunione dell’esecutivo avvenne che La Malfa sfasciasse una sedia dinanzi a Reale, in preda all’ira per la sua mancanza di presenza politica. Finalmente, nel 1958, l’intesa tra Reale, La Malfa e Macrelli permise di mettere in minoranza Pacciardi. L’antico leader azionista assunse così la Direzione del giornale repubblicano e vi scrisse articoli bellissimi, ricchi di consapevolezza storica e di cultura economica, alcuni tra l’altro dedicati a una pagina allora poco nota dei difficili anni Venti: la spaccatura del gruppo dei giovani antifascisti che erano stati legati a Giovanni Amendola e l’adesione di una parte di essi (fra cui il figlio Giorgio) al Pci con la convinzione di continuare la battaglia liberale.

Adolfo Battaglia, “Né un soldo, né un voto. Memoria e riflessioni dell’Italia laica”, il Mulino, Bologna 2015