di G. Spadolini - “La Voce Repubblicana”, 15-16 ottobre 1981
“Mazzini è affascinante fino al 1836, quando ormai si è costruito il suo pensiero e ci vive dentro come un baco nel bozzolo della seta; è interessante nel 1848, 1849 e 1859-60. Ma dal 1860 in poi diventa un prete che ripete il suo rosario con una monotonia spaventosa. Fosse morto anche lui nel 1861, come Cavour, sarebbe stato meglio per lui…”. Così mi scriveva Gaetano Salvemini dall’Università di Harvard, il 5 maggio 1948, ringraziandomi per l’invio di un libricino di polemica repubblicano-revisionistica, intriso di Ferrari e di Gobetti e di Oriani, sulla rivoluzione del 1848 che, laureato da poco, non ancora ventitreenne, gli avevo inviato con qualche timidezza o paura; frutto acerbo ma schietto di un ripensamento globale della nostra composizione unitaria, frutto in chiave di “rivoluzione mancata” e di “Risorgimento tradito” (oppure, con evidente e ostentata influenza gobettiana, “Risorgimento senza eroi”).
Per la verità la lettera di Salvemini non si fermava lì, non si arrestava a quella tripartizione, pure impietosa, della parabola mazziniana: l’uomo che aveva contribuito a sostenere e assecondare, sette od otto anni prima, la “Mazzini Society”, il nucleo dell’emigrazione antifascista al di là dell’Atlantico, almeno nelle primissima fase, ben conoscendo la potenza nazionale e religiosa di quel simbolo, bene scontandone tutte le implicazioni.
Nel testo integrale della lettera, che non ho ancora pubblicato (ne anticipai, nelle pagine dell’ “Italia dei laici”, solo le parti più significative), Salvemini giungeva a delineare un certo parallelismo, in chiave di sfogo polemico, fra gli aspetti remoti del nazionalismo mazziniano e quelli ancora recenti e brucianti del “nazionalismo sgonfione” – così testualmente diceva – caratteristici dell’esperienza fascista: “Il nazionalismo e il fascismo si trovano in una metà del pensiero mazziniano, la democrazia illuministica forma l’altra metà ma è secondaria nel sistema. E Mazzini non tentò mai di conciliare le due metà”. Giudizio sommario e tranchant che si inseriva, con una punta di risentimento umorale, in una frequentazione semi-secolare oscillante tra la devozione e la critica, fra l’adesione e il rifiuto.
Ritrovo accenti e vibrazioni analoghe in una lettera di cinque anni successiva, il 19 ottobre 1953, che Gaetano Salvemini inviava non più da Harvard ma da Firenze a uno storico di origine azionista e di fermi e meditati interessi democratico-riformatori, Alessandro Galante Garrone, che la pubblica oggi nel quadro di un volume ricco di inediti salveminiani su Salvemini e Mazzini (in appendice: lezioni inedite di Salvemini), uscito da pochi giorni nella biblioteca di cultura contemporanea dell’editore D’Anna. Libro che coincide, in realtà, con la storia di un’amicizia, raccontata con mano discreta, sottile, mai invadente, rispettosa anche nel dissenso, la decennale amicizia fra Salvemini, già modello ad una generazione, e Galante Garrone, storico in formazione attraverso le indagini, anticipatrici e rivoluzionarie per i tempi, su Buonarroti e Babeuf e su Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento.
“Sì per molti anni ho sognato di scrivere un libro sulla formazione del pensiero mazziniano fino alla fine del 1835, quando quel pensiero si è cristallizzato definitivamente, perde l’incanto del divenire, non è più che il pensiero di un prete che pesta sempre l’acqua nello stesso mortaio”. Lo sfogo di Salvemini con Galante Garrone è patetico: il giovane storico del giacobinismo italiano gli sta addosso fin dal 1947, fin da quando l’ha conosciuto a Torino, insieme con gli esponenti della Resistenza piemontese, perché il maestro (a nessun uomo la parola, retorica, solenne, dava più fastidio che a Salvemini) riprendesse gli antichi appunti, portasse avanti, in modo unitario e organico, il lavoro più volte ideato e sempre rinviato.
Galante Garrone, che non ha mai condiviso nessuna delle superbie accademiche, si offre come “assistente”, come collaboratore disinteressato e silenzioso al fine di realizzare l’opera, in qualche modo integratrice del potente ma anche un po’ prepotente “profilo” di Mazzini che Salvemini aveva scritto fin dal lontano 1905, pieno di chiaroscuri e non senza taluni giudizi categorici e perentori.
A proposito: il “classico” su Mazzini nasceva da una prolusione del professore appena quarantenne all’Università di Messina. Era una prolusione di centoventi pagine, tagliate per più di metà nel momento della cerimonia ufficiale, frutto di un isolamento assoluto e altero dello storico a tu per tu col suo “eroe”. Uno storico di estrazione catteneana. Salvemini, che affrontava Mazzini fin da allora con tutte le diffidenze inseparabili del filone Cattaneo.
Il libro di Galante Garrone registra una devozione commovente, in questo come in altri punti della “reinterpretazione” mazziniana, fino al tema chiave dei rapporti col socialismo. A metà del ’49 è proprio Salvemini a proporre un lavoro a due mani, particolarmente lusinghiero per il giovane studioso (che bella cosa se potessimo fare “insieme” il libro). Nel dicembre del ’51, sembra che il progetto prenda corpo: “Io vorrei cominciare, scrive Salvemini a Galante Garrone, dal lavoretto su Dante del 1827 e arrivare alla tempesta del dubbio”. Fino alla lettere dell’ottobre ’53 già ricordata.
Al di là delle apparenti oscillazioni, la nostra impressione è che Salvemini non abbia mai pensato seriamente a riprendere in mano il vecchio lavoro, abbozzato e poi abbandonato, su Mazzini giovane. Le poche correzioni apportate in tante edizioni al volume centrale su Mazzini dimostrano che egli non aveva mai sostanzialmente rettificato il giudizio globale sull’apostolo dell’unità contento nel famoso libretto del 1905 che Pasquale Villari aveva aperto con una nota di timore e di fastidio, temendo che fosse una “cicalata” politica (e si era poi accorto che si trattava di un rigoroso inquadramento storiografico).
Il complesso rapporto di Salvemini con Mazzini non era mai mutato. Illuminista e problematico, lo storico pugliese diffidava dal misticismo mazziniano, respingeva la legge del “Dio e popolo”, sottoponeva a severa analisi la traiettoria del progresso indefinito dell’umanità, allontanava da sé ogni residuo teocratico. Ma storico di razza qual era collocava esattamente Mazzini, anche con quella carica utopica e mistica, fra i grandi animatori del progresso storico, fra i creatori di una storia vivente, che riviveva ancora un secolo dopo; con la sua potenza educatrice fascinatrice (ed ecco la “Mazzini Society”, ecco l’influenza del mazzinianesimo su “Giustizia e Libertà” e sul partito d’azione).
Il contatto con l’empirismo e il pragmatismo anglosassoni, felicemente individuato da Bobbio, non solo ha portato Salvemini a correggere la valutazione iniziale, ma semmai lo ha spinto a integrarla e ad arricchirla. Basterebbe rileggere il giudizio lapidario rivolto ai suoi studenti dell’Università di Harvard nel 1936: “Chi ‘fece’ l’Italia? Mazzini o Cavour? L’uno e l’altro. Mazzini fu l’apostolo, Cavour lo statista. Mazzini creò il problema, Cavour lo risolse. Cavour raccolse dove Mazzini aveva seminato”.
“Mazzini possedeva la fede che muove le montagne. Mazzini fu un mistico. Ma sono i mistici, e non gli scettici, che muovono il mondo”. Sono ancora alcuni dei bellissimi frammenti di argomento mazziniano che Galante Garrone ha raccolto dalle carte salveminiane, in materia, a lui tutte donate. Mi ricordo un giudizio che Salvemini dette di Mazzini, all’Università di Firenze”, a fine novembre 1949, quando tenne la prima lezione nella vecchia facoltà di Lettere di Piazza San Marco: “Mazzini non fu né un uomo di Stato né un filosofo. Fu un mistico. Chiunque vive non per se stesso ma per gli altri è un mistico, anche se è un ateo”.
Aveva ragione Carlo Rosselli quando segnava il confine fra Mazzini e Cattaneo in un corsivo del “Quarto Stato”, la rivista del revisionismo socialista, il 3 luglio 1926, alla vigilia dell’ultimo crollo delle pubbliche libertà: “È a Cattaneo più che a Mazzini che noi dovremo rifarci, per una lezione di concretezza e di internazionalismo. Non c’è ragione di dubitare, però, che è a Mazzini che dobbiamo chiedere un atteggiamento di intransigenza religiosa”. Ecco perché anche Galante Garrone è un “rosselliano” e, attraverso Rosselli, un po’ “mazziniano”.
Giovanni Spadolini





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