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  1. #51
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    Perche' l'I-taglia e' invasa


    La questione immigrati e' ormai chiara.
    Esiste un patto scellerato per il quale a fronte di atteggiamenti morbidi in merito di bilancio comunitario da parte dell'europa, l'I-taglia si accolla milioni di immigrati.
    Cosi' facendo l'UE, da provetto cravattaro, tiene sempre di piu' per le briglie l'I-taglia, impedendone qualsiasi sviluppo e facendo in modo che si indebiti sempre di piu' e nel contempo fa un favore alla germania.
    Quale?
    Dato che la germania e' stata eletta dai $atana d'oltreoceano ad essere il paese vassallo da porre alla guida dell'europa, per omaggiarla e darle il contentino si sta regalando alla stessa la distruzione dell'apparato produttivo dell'unico paese che avrebbe potuto farle concorrenza nell'ambito della manufatturiera.
    Un bel disegno non c'e'che dire.
    Lasciare che l'I-taglia si riempia di debiti e di allogeni, per poi distruggere il suo apparato produttivo e permettere alla germania di primeggiare nelle esportazioni ed alla francia di procedere a fare shopping di marchi I-tagliani.
    In tutto questo ci guadagna solo il PD ed i suoi amici, la chiesa le ONG, e qualche criminale delle penisola.....per tutti gli altri l'oblio fino all'inedia finale!
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  2. #52
    Klassenkampf ist alles!
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    Perche' l'I-taglia e' invasa


    La questione immigrati e' ormai chiara.
    Esiste un patto scellerato per il quale a fronte di atteggiamenti morbidi in merito di bilancio comunitario da parte dell'europa, l'I-taglia si accolla milioni di immigrati.
    miliardi, non milioni.
    Una Cina, una Yugoslavia, una Russia, una Corea, una Palestina, un'Irlanda. E zero USA
    Il Mein Kampf è una nota a margine del Manifest Destiny

  3. #53
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    Uno dei piu' beceri forum anticomplottisti che buttano in vacca ogni notizia che vada contro al NWO, USA, Usrael.

    C'e' solo da chiedersi...quanto saranno pagati????

    Bufale.net | Bufale internet - bufale facebook -
    qui c'è una bella analisi dei motivi per cui gli anticomplottisti sostengono tesi che non hanno nessuna superiorità scientifica su quelle dei complottisti, poggiandosi sostanzialmente sulla fallacia ad auctoritatem ("è vero perchè lo dice il tiggì").

    Tante volte mi sono chiesto chi siano davvero i complottisti. Gli studi condotti a partire dal classico lavoro di Lipset e Raab sull'estremismo politico (1970) pongono l'accento sulle tare metodologiche del complottismo come tendenza semipatologica ad anteporre fantasie e paure alla consequenzialità dei materiali empirici. In questi lavori troviamo ipotesi sulla genesi del fenomeno, mappature socioeconomiche sulla sua diffusione, saggi di psicologia sociale, pareri psichiatrici.

    La prospettiva, riproposta in una vasta e ridondante letteratura, ha il generico merito di esporre le cause e gli effetti dell'irrazionalità nelle dinamiche macrosociali. Ciò che però quasi sempre le manca è una critica del concetto stesso di complottismo: della sua genesi e della sua tassonomia, e più in particolare dei suoi scopi nella comunicazione di massa, nonché del suo eventuale contributo a quella stessa irrazionalità che con esso ci si propone di denuciare.
    Prima di parlare dei complottisti e dei loro moventi bisognerebbe definirne l'etichetta nel contesto politico e culturale di riferimento. Nelle corti europee dei secoli scorsi intrighi e complotti erano all'ordine del giorno, ma non c'erano i complottisti. E chi metteva in discussione la verità di regime nelle dittature comuniste era sì un dissidente, ma non un complottista. La novità, il tema che sarebbe fertile approfondire, non sono quindi coloro che credono nei complotti - veri o falsi che siano - ma i motivi per cui, nel sistema contemporaneo di produzione e distribuzione della verità, si ricorra da entrambe le parti proprio alla categoria del complotto per designare coloro che criticano determinati messaggi.

    Un'analisi di questo tipo sarebbe oggi opportuna, anzi urgente. Negli ultimi anni il complottismo sembra infatti essersi riqualificato da risibile tara intellettuale di pochi disadattati in un'emergenza sociale e quindi - come è nello spirito dei tempi - anche economica. Sul Sole 24 Ore di domenica 9 ottobre appariva un elzeviro del filosofo Gilberto Corbellini dal titolo Ecco quanto ci costa la mania dei complotti. Il quale, oltre a non fornire nessuna stima dei costi del complottismo, non spiegava nemmeno in cosa esso debba consistere. Come già in altri studi e riflessioni sul tema, le premesse sono sottintese così da condurre automaticamente ai giudizi, che infatti appaiono già in apertura del pezzo:

    ... le derive più rischiose, che causano sia danni e morti a persone fisiche sia costi economici, disfunzioni istituzionali e instabilità sociale, sono le credenze pseudoscientifiche e le paranoie complottiste.
    In ciò l'articolo di Corbellini non si discosta dalla quasi totalità della letteratura giornalistica d'opinione, il cui scopo è quello di consolidare tramite reiterazione il sistema di idee a cui è abituato il lettore, senza fornire contributi informativi sulla formazione di quelle stesse idee.

    ***
    La premessa più ovvia è che i complotti sono sempre esistiti, fanno parte del complicato bagaglio delle relazioni socioeconomiche, sicché credervi non è indice di malattia né, appunto, di complottismo. Alcuni autori (ad es. Dean, 2000) ipotizzano che la sensibilità ai complotti sia il portato evoluzionista di epoche in cui i complotti erano una norma sociale da cui proteggersi. Dello stesso avviso il Corbellini:
    Immaginarsi o credere ai complotti doveva essere vantaggioso, o almeno non dannoso, per i nostri antenati preistorici. Sospettare macchinazioni ai propri danni teneva in allerta i nostri antenati, e quelli che sviluppavano questo tratto evidentemente lasciavano più figli, cioè sono stati favoriti dalla selezione naturale. Ogni tratto fenotipico si esprime in una popolazione a livelli più o meno spiccati, per cui le persone possono essere più o meno appagate dal credere in teorie complottiste. Si può anche pensare che coltivare il sospetto prevenisse dal diventare più facilmente preda di inganni e manipolazioni da parte di aggregazioni sociali di potere. Tuttavia, viviamo in società che non sono più quelle preistoriche o anche premoderne, e in un mondo dove sono disponibili conoscenze e metodi scientifici per controllare come stanno i fatti, dove esistono leggi scritte, governi democraticamente eletti.
    Ora, si prova sempre una certa tenerezza quando qualcuno se ne esce dalla teoria dei millenni per segnare col gessetto una cesura epocale, smarcarsi dagli avi e credersi protagonista di una svolta che renderebbe obsolete le lezioni della storia. L'idea che "questa volta è diverso" deve avere accarezzato i semplici di ogni evo - e i risultati si vedono: mentre scrivo si radunano truppe al confine russo come nel 1947, si pensa di unire l'Europa sotto i tedeschi come nel 1939, si perpetua una crisi economica con l'austerità come negli anni Trenta, si importano africani come nell'Ottocento, si sognano le crociate come nell'undicesimo secolo.

    Ma anche accettando l'ipotesi di vivere in una felix aetas postcomplottista, bisogna supporre che la svolta sia avvenuta in tempi recenti, anzi recentissimi, se ancora nel 2001-2003 i "governi democraticamente eletti" cospiravano per far credere ai propri elettori che in Iraq si progettava lo sterminio dell'umanità, così da poterlo radere al suolo a spese di tutti e a beneficio di pochissimi. E se ancora negli anni sucessivi le "conoscenze e [i] metodi scientifici per controllare i fatti" non impedivano a poche aziende farmaceutiche di vendere miliardi di vaccini inutili facendo credere al mondo che si preparavano pandemie epocali: SARS, H5N1, AH1N1.

    Evidentemente si viveva, fino all'altro ieri, in società "preistoriche o anche premoderne".
    ***
    Si consideri un esempio di scuola: gli eventi dell'11 settembre 2001. In quel caso alcune persone conclusero che gli attacchi erano stati condotti per iniziativa o con la complicità dello stesso governo americano per giustificare le successive guerre al "terrore". Ai sostenitori di questo complotto, conseguentemente etichettati come complottisti, si opponeva la tesi istituzionale secondo cui i terroristi erano finanziati e addestrati da un miliardario pazzo con l'appoggio di alcuni governi del quarto mondo. Il che è a sua volta un complotto, non meno convoluto e spericolato del primo. L'opinione pubblica si trovava così divisa tra due complotti, di cui uno anche complottista.

    Il caso suggerisce che il complottismo non è definito né dalla natura né dalla narrazione di un evento, ma dal suo narratore. È un problema di fonti. Una credenza perfettamente razionale - come ad esempio il sospetto che un imprenditore diffonda informazioni false per aumentare i profitti - può essere complottista, laddove una risibile e indimostrata - come le recenti accuse di pirateria informatica rivolte da Hillary Clinton al governo russo - può non esserlo. Dipende, appunto, da chilo racconta.
    Quando scrissi l'articolo Come si fabbrica un terrorista qualcuno mi diede - in quel caso come complimento - del complottista. Ma in quella ricostruzione non c'era una riga che non fosse tratta dagli atti processuali e dalle testimonianze rese sotto giuramento dagli stessi funzionari dell'FBI. Il documentario riportato in calce all'articolo era montato quasi esclusivamente con materiali originali e diffusi in aula, senza attori. Ciò nondimeno si trattava di notizie mai apparse sui giornali, sicché doveva trattarsi di complottismo.
    ***
    Quanto osservato mette seriamente in crisi le pretese epistemologiche di chi si spende contro la piaga del complottismo. Se quest'ultimo si definisce nel suo rapportarsi con l'autorità narrante di un evento - se più o meno "ufficiale" - allora cade il nesso tra complottismo e rifiuto del metodo scientifico. A prescindere dalla verosimiglianza e razionalità delle ipotesi messe in campo dai complottisti, il solo fatto di qualificarli secondo la loro adesione a una fonte è antiscientifico in partenza perché implica una fallacia ad auctoritatem.
    Un'informazione è ufficiale quando è emanata o approvata dall'autorità in carica. Per estensione lo è anche se vi si conforma nel messaggio e nel linguaggio, come di norma avviene nella stampa di più larga diffusione. L'ufficialità è quindi un attributo politico, non epistemologico. Associarla alla correttezza, rigore, buon senso ecc. di un messaggio esprime semplicemente la fiducia del destinatario nel sistema politico che lo sancisce, non nel messaggio stesso.

    Sul punto osserviamo che, oltre a quanto riportato, il citato articolo di Corbellini si apriva proprio con un atto di fede politica:
    I valori che hanno consentito alla civiltà occidentale di prevalere sul resto del mondo – per parafrasare un bel libro di Niall Ferguson – raddrizzando e adattando come mai prima il legno storto di cui siamo fatti...
    Se la civilità occidentale è la migliore del mondo (perché? chi lo dice? dove è dimostrato?), allora i suoi messaggi non possono che soddisfare i requisiti della verità e della scienza. Il resto è noia, zeppa retorica per non dire che chi si candida a insegnare il pensiero critico ai lettori lo fa agganciandosi a un acritico credo nella civiltà a cui si gloria di appartenere.

    Se quella del complottismo è una mera questione di auctoritas, il suo rapporto con il metodo scientifico è neutro: può aderirvi rigorosamente o allontanarsene fino al delirio. L'accusa di pseudoscientificità mossagli dai suoi inquisitori, selezionando all'uopo i suoi esponenti più fantasiosi e allucinati, non è che l'incidentale strumentalizzazione dialettica della dignità scientifica in quanto valore universalmente riconosciuto dal pubblico. Poi poco importa se sono loro, gli inquisitori, i primi a violare quel valore omettendo l'obbligo della critica delle fonti. Se oggi i complottisti sono antiscientifici, qualche secolo fa sarebbero stati eretici, empi o blasfemi.
    Scientifico o meno, il complottismo è un indicatore di fiducia nell'autorità. Per questo i giornali se ne occupano sempre più spesso. Negli ordinamenti democratici moderni, dove non esiste formalmente una verità di Stato da imporre con la forza pubblica, l'adesione dei cittadini ai messaggi approvati dal sistema di potere in carica misura la loro disposizione ad accoglierne l'agenda politica.

    Detta più in breve, la lotta al complottismo è una lotta per il consenso.
    ***
    Ma perché i complotti? I fatti denunciati dai presunti complottisti sono in origine reati o comportamenti riprovevoli: truffe, conflitti di interesse, illeciti regolatori, abusi di potere, falsi ideologici, tradimenti, omicidi, stragi, eventualmente ragion di stato. Solo in seguito diventano complotti, quando cioè si calano in una cornice intepretativa che ha poco a che fare con gli atti e molto con le emozioni.Per quanto in certi casi di enorme portata criminale, i cosiddetti complotti possono essere utilmente ricondotti alla più asettica fattispecie dell'associazione a delinquere, così da non incorrere nelle derive interpretative tipiche del credo cospirazionista: un'esagerazione nella stima delle complicità e, quindi, delle doti intellettuali dei custodi dell'ufficialità; l'attribuzione di intenti malvagi in luogo di più intellegibili interessi e paure; la credenza in una perfetta impermeabilità degli eventi alla conoscenza esterna; la credenza in un'altrettanto perfetta comunione di intenti dei perpetranti, fino a elidere la dialettica dei poteri nell'ipotesi di una mente unica che governerebbe il mondo.
    Se è vero che i ricchi e i potenti intrigano oggi come nel passato, è anche vero - per concedere un punto ai Corbellini - che i valori politici contemporanei creano un'aspettativa positiva nei confronti di un sistema giuridico e mediatico che dovrebbe tendere a esporre i misfatti e a promuovere una naturale convergenza tra verità ufficiale e verità fattuale. In un'epoca in cui la trasparenza e la partecipazione popolare sono iscritte nelle leggi e la libertà di stampa che-fa-la-guardia-al-potere è celebrata a ogni piè sospinto, è facile cadere nell'illusione che certe imprese criminali debbano avvalersi di vastissime trame di complicità per restare nell'ombra. Che è poi lo stesso equivoco di chi, all'estero, crede che in Italia le cupole mafiose non potrebbero prosperare senza la collusione di tutti i nostri concittadini, nessuno escluso.
    Paradossalmente è proprio la fiducia nell'ufficialità che, una volta tradita, crea la percezione del complotto. Se si accettasse, come si è sempre fatto, che in primo luogo le verità di regime non possono nuocere al regime, e che le regole del buon governo esistono proprio perché c'è chi le viola, si considererebbero atti e posizioni ufficiali secondo gli interessi che di volta in volta esprimono e si abbandonerebbe la pretesa che debba esistere una fonte certificata della verità. O della menzogna.

    ***
    In quanto ai custodi del consenso, per loro è diverso. Per loro la semantica del complotto è una manna dal cielo perché riqualifica le opposizioni al pensiero dell'autorità come disturbi mentali, ossessioni persecutorie e manìe che non meritano l'attenzione dei sani. In ciò li aiuta anche una schiera accademica che, a partire dal famoso saggio di Hofstadter, 1964, associa l'idea della cospirazione alla patologia psichica e al disagio sociale, con derive esclusiviste che è facile prevedere. Ad esempio, per Zonis e Craig, 1994, il complottismo sarebbe una "malattia" che colpisce collettivamente i neri e i musulmani mediorientali, a motivo di pratiche materne e sessuali i cui dettagli ci piace risparmiare ai lettori.La pratica di dichiarare pazzi gli oppositori politici è comune a molti regimi. Nella Russia sovietica lo psichiatra Andrei Snezhnevsky e i suoi collaboratori ritenevano che il dissenso politico fosse il sintomo di una mai udita "schizofrenia latente" (вялотеку́щая шизофрени́я) che nei casi più "gravi" poteva giustificare l'internamento a vita nei manicomi di stato, come quello famigerato e remoto di Kazan, in Tatarstan, dove trovarono la morte centinaia di nemici del regime. Oggi naturalmente siamo lontani da quegli eccessi, che però covano nella caccia al complottismo, sostituendosi l'insinuazione all'accusa e la squalificazione ad personam alla repressione fisica.
    Il risultato manipolatorio è quello, già descritto su questo blog, della paura della paura. Il timore che chi presiede i centri di potere politico, finanziario e imprenditoriale possa agire contro l'interesse delle comunità per realizzare i propri particolari e inconfessati interessi, e che lo faccia mentendo per non compromettere il consenso, è un timore da reprimere per non apparire deboli e malati.Poi poco importa se alla follia di certe teorie complottiste corrisponda una dimostrata follia di certe azioni del potere in carica, dalle tante guerre presenti e future alle politiche in corso di diseguaglianza, revoca dei diritti e spoliazione della ricchezza diffusa. E se ai sorrisi che può strappare l'idea di una terra piatta o di un governo alieno dell'umanità corrispondano le lacrime di chi perde il lavoro per l'urgenza pelosa di abbattere i confini del mondo. E se all'immaginario deterioramento della salute pubblica per un calo insensibile delle vaccinazioni corrispondano la malattia e la morte certe di migliaia di greci lasciati senza cure per arricchire pochi speculatori e con il pretesto bugiardo della stabilità del continente.
    Nel paradigma del complotto le narrazioni alternative sono paranoiche in quanto tali. Così gli abusi e le menzogne che coprono gli abusi, laddove esistono, si trasformano in complotti non per il machiavellismo di chi li ordisce, ma per la complicità di chi non li denuncia: per paura di averne paura.
    L'idea di complottismo, come già altre esposte su queste pagine pedanti, integra uno dei tanti volti della tecnocrazia. Perché mortifica le opposizioni dialettiche e quindi la sorveglianza democratica, suggerisce l'idea di un buon governo in quanto governo e di un rigore scientifico garantito da chi ha la forza di reclamarne la titolarità, non dai suoi risultati. In ciò promette ai governati il vanto della salute mentale e di immaginarsi, dopo millenni di lotte tra chi esercita il potere e chi lo subisce, al capolinea della storia, cittadini di un mondo vocato al bene comune dove il sospetto è obsoleto, la paura un peccato.
    Il Pedante
    Una Cina, una Yugoslavia, una Russia, una Corea, una Palestina, un'Irlanda. E zero USA
    Il Mein Kampf è una nota a margine del Manifest Destiny

  4. #54
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    i semidei biblici si ritrovano nelle classi regnanti e nelle 60 potenti famiglie sioniste e dominanti

    I padroni del mondo di oggi sono i "semidei" dell'Antichità
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  5. #55
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  6. #56
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    per non dimenticare le be$tie ameriCane...i liberatori......


    Storie di Guerra

    L’addio a Giuseppe, l’aviere italiano fucilato tre volte dagli americani

    Si è spento pochi giorni fa, a 99 anni, il militare italiano scampato tre volte dopo la resa alle esecuzioni degli americani in Sicilia. «Eravamo in 50, i miei compagni caddero su di me. Prima le raffiche, poi il colpo di grazia». Sessant’anni trascorsi cercando giustizia

    di Alessandro Fulloni


    L’aviere Giuseppe Giannola durante la guerra in Sicilia (archivio Corriere della Sera)
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    «Guarda che io sono vecchio, ma resterò in vita sinché tutti i miei commilitoni uccisi non saranno stati ritrovati e torneranno ad avere un nome e un cognome». Parole soffiate al telefono, piangendo con un senatore della Repubblica che dall’altra parte della cornetta lo stava ascoltando, impegnandosi ad aiutarlo. Giuseppe Giannola ha mantenuto quel giuramento preso con se stesso: dopo aver trovato quel che cercava - dignità, ricordo e giustizia - se n’è andato pochi giorni fa, a 99 anni, ultimo protagonista di una storia di guerra pazzesca ambientata in Sicilia, in quei giorni folli del luglio 1943. In sintesi: sopravvissuto a chi gli ha sparato tre volte nel giro di poche ore. Lui soldato in grigioverde: fucilato dal protone d’esecuzione. Senza scarpe e casacca, obbligato a spogliarsi da quei G.I. in tenuta kaki che gli stavano assiepati davanti, inquadrandolo nel mirino. Esplode la scarica di un fucile mitragliatore che lo falcia assieme a un’altra cinquantina di suoi commilitoni. Quelli per cui - oltre sessant’anni dopo - è riuscito a ritrovare un ricordo dignitoso, grazie anche all’aiuto del senatore Andrea Augello, un passato mai dimenticato nel Msi e un presente con «Identità e Azione», dove è approdato giungendo da An e Pdl. Appassionato di studi storici, il parlamentare ha pubblicato nel 2012 un poderoso e trascinante studio – «Uccidi gli italiani», 230 pagine edite da Mursia - sulla battaglia di Gela e sulla sorte dei militari italiani e tedeschi fucilati dagli americani.


    Con Luz Long, il campione battuto da Owens

    Pagine in cui compaiono tante storie drammatiche. Storie che s’incrociano ma non si toccano, pur raccolte nella stessa battaglia, nella stessa trincea, l’una a pochi passi dall’altra. C’è la vicenda di Giuseppe ma c’è anche quella di Luz Long, il campione tedesco di salto in lungo battuto dall’americano Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e morto con la divisa da artigliere del 1° reggimento della Lufwaffe “Hermann Göring”». Lo uccidono sempre lì, in quella stessa battaglia a Biscari, in quelle stesse ore calde del 14 luglio 1943. L’operazione «Husky» - lo sbarco alleato in Sicilia - è scattata quattro giorni prima. Estate, sole alto, cielo azzurro. Il mare è poco lontano. Ma qui la brezza non porta il profumo di zagare né quello della salsedine. Si respira solo fumo. E l’odore acre della cordite. Poi esplosioni e grida disumane. Si combatte furiosamente. Americani da una parte, italiani e tedeschi dall’altra. Mentre quel che accadrà il 25 luglio sembra un’eventualità inimmaginabile, le truppe in grigioverde – peraltro senza direttive chiare provenienti dagli alti comandi - combattono vigorosamente. Addirittura sono a un passo dal ricacciare i nemici – la cui superiorità in mezzi e armamenti è schiacciante – in mare.






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    Luz Long e Jesse Owens, nemici-amici



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    Gli italiani combattono

    Tanta ostinazione viene pagata a caro prezzo: se catturati, quei fanti catanesi, romani, bresciani e milanesi vengono passati per le armi immediatamente come chiarito senza mezzi termini dal generale Patton prima dello sbarco: «non fate prigionieri».
    E appunto: spostiamo ancora l’obiettivo sulla fucilazione degli italiani. Giuseppe, allora aviere ventiseienne, cade in mezzo agli altri corpi. Intervistato sul Corriere della Sera da Gianluca Di Feo il 3 marzo 2005, raccontò così quella ore tanto drammatiche quanto incredibili: «Io pensavo che fosse tutto finito... Da noi, nelle trincee dell’ aeroporto di Biscari, non si sentiva più sparare. Dopo quattro giorni di combattimenti avevamo alzato le braccia: noi avieri con i nostri fucilini non potevamo fare di più. Mentre gli americani ci spogliavano, io pensavo alla festa, pensavo a casa. Poi abbiamo camminato sotto il sole: saremmo stati in cinquanta, tutti senza scarpe, a torso nudo, in mutande o con i pantaloni corti. Dopo qualche ora ci hanno fatto fare una sosta, stavamo seduti in un campo all’ ombra degli ulivi. Quelli che ci sorvegliavano si sono appartati, fumavano e parlavano. Tempo un quarto d’ ora e ci siamo alzati di nuovo: ci hanno fatto mettere su tre file. Io ero in mezzo a quella centrale, accanto avevo due commilitoni, palermitani come me che conoscevo sin da quando eravamo bambini. A quel punto gli americani hanno cominciato a sparare».


    Il primo miracolo

    E avviene il primo miracolo. «Sono stato colpito subito: un proiettile mi ha spezzato il polso e mi sono buttato a terra. Ho fatto solo in tempo a fissare l’ immagine di quel sergente gigantesco, con il tatuaggio sul braccio, che impugnava il mitra. Poi i corpi degli altri mi sono caduti addosso. Non vedevo nulla, sentivo solo quegli scoppi che non sembravano finire mai. Prima raffiche lunghe, quindi delle esplosioni secche, sempre più rare. Erano i colpi di grazia».


    Il secondo miracolo

    Ed ecco il secondo miracolo. «Io stavo fermo, con il braccio infuocato e la faccia che si copriva del sangue dei miei amici. Sono rimasto immobile per un paio d’ ore, finché il silenzio non è diventato totale. “Se ne sono andati”, ho pensato. Lentamente, quasi paralizzato dalla paura, ho spostato i corpi e mi sono alzato. Ho fatto solo in tempo a guardarmi attorno ed è arrivata la fucilata. Ricordo il botto e il calore che mi bruciava la testa. Sono caduto, sorpreso di essere ancora vivo. Il proiettile mi ha preso di striscio, scavando un solco tra i capelli: sarebbe bastato un millimetro più giù per ammazzarmi. Con terrore ho cercato di non respirare. Sapevo che ci doveva essere qualche americano lì intorno, appostato per non lasciare nessuno vivo. Con la faccia a terra credevo di non avere più scampo. Invece nulla».


    Il terzo miracolo

    Però avviene un terzo miracolo. «Non so quanto tempo sia passato. Mi dicevo: “Non muoverti”. Ma avevo sete. Il polso spezzato e la ferita alla testa bruciavano. Il dolore ha superato la paura. Mi sono mosso carponi, temendo un altro sparo. Ho camminato così fino a una strada sterrata. Vedevo in lontananza delle colonne di camion americani. Non si sentiva più la battaglia. E’ passata un’ ambulanza e si è fermata. Si sono resi conto che ero un italiano, ma mi hanno dato da bere e bendato le ferite con attenzione. Poi a gesti mi hanno fatto capire di restare vicino alla strada: “Verranno a prenderti”. Io mi sono seduto: avevo solo i pantaloncini, il resto del corpo era impastato di terra e sangue. E’ arrivata una jeep con tre soldati. Quelli davanti sono scesi: penso mi avessero scambiato per uno di loro. Mi parlavano sorridendo, poi si sono accorti che non capivo. Li ho visti guardarsi in faccia: quello con il fucile ha indicato all’ altro la jeep, lo ha mandato via. E’ rimasto solo, in piedi, di fronte a me. Io ero seduto, lui mi fissava. Poi ha imbracciato la carabina, ha mirato al cuore e ha sparato». Sopravvive. Arriva un’ambulanza. Stavolta è britannica. Sembra tutta un’altra storia... Lo raccolgono, lo portano all’ospedale da campo di Scoglitti. Due giorni dopo viene imbarcato su una nave e portato all’ospedale inglese di Biserta ed altri del Nord Africa. Rientra in Italia - dove nel frattempo era stato dato per disertore... - il 18 marzo 1944 e ricoverato all’ospedale militare di Giovinazzo. Al Corriere che lo intervista mostra la cicatrice sul petto, lì dove la pallottola è entrata. «Poi si gira: sulla schiena c’ è un cratere, come se degli artigli avessero strappato la carne».

    L’epilogo di questa storia lo si legge nel libro di Augello. Giuseppe prova a denunciare quel che è successo a Biscari, ma non viene ascoltato. Non sa nemmeno, come del resto non lo sanno le autorità italiane, che il sottufficiale che trucidò i soldati in grigioverde, Horace West, già nel 1944 era stato condannato all’ergastolo dalla giustizia miliare, pena peraltro commutata in obbligo di continuare a combattere, rimozione del grado e successivo congedo obbligatorio. Ma grazie anche a quell’intervista sul Corriere e al contemporaneo lavoro di ricostruzione storica condotto dal senatore, la procura militare di Padova aprì un’inchiesta nel 2009 ( West peraltro era morto nel 1994...). Nel settembre 2009 Giuseppe fu ricevuto al Quirinale dal generale Mosca Moschini, consigliere militare del Presidente della Repubblica, al quale consegnò una lettera appello nella quale chiedeva che si facesse di tutto per individuare il luogo dove furono seppelliti i suoi commilitoni, per restituire l’onore a chi combattè quella «sporca guerra», cancellandoli dall’elenco dei dispersi o, peggio ancora, dei disertori. E la sua testardaggine è stata finalmente premiata il 14 luglio del 2012 quando, a Santo Pietro, è stata inaugurata una targa di marmo che ricorda i nomi di tutti i soldati italiani uccisi nella strage. Compresi quattro tedeschi. Infine l’onorificenza al merito concessa da Giorgio Napolitano. Giuseppe ha così mantenuto quel giuramento a se stesso. «Guarda che io sono vecchio, ma resterò in vita sinché tutti i miei commilitoni uccisi non saranno stati ritrovati e torneranno ad avere un nome e un cognome...».


    alefulloni
    11 dicembre 2016 (modifica il 11 dicembre 2016 | 15:10)
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    GRAN BRETAGNA
    Regeni, l’ambasciatore italiano: «La tutor? Vuole collaborare ma svicola»
    Il diplomatico Pasquale Terracciano conferma che la «donna nasconde qualcosa
    »

    di Luigi Ippolito, corrispondente da Londra

    Parlare di una congiura del silenzio, o peggio di una rete di menzogne tessuta dall’università di Cambridge sul caso di Giulio Regeni «è una semplificazione — spiega l’ambasciatore d’Italia a Londra, Pasquale Terracciano — perché Cambridge non è un’entità unica, ma una federazione di college. E dunque all’università in quanto tale non sanno nulla del caso Regeni».
    La morte di Giulio: cosa sappiamo



    Cosa hanno detto gli americani a Renzi?

    Il nostro ambasciatore è al centro di una fitta rete di contatti che si dipana fra l’Italia e la Gran Bretagna nel tentativo di far luce sull’omicidio del ricercatore italiano, avvenuto venti mesi fa al Cairo ad opera degli agenti del regime del dittatore egiziano Al Sisi. Regeni era nella capitale mediorientale per svolgere ricerche relative al suo dottorato presso l’università di Cambridge: il tema erano le organizzazioni sindacali e, sottolinea l’ambasciatore, l’argomento viene scelto dagli studenti, non imposto dai professori.
    Regeni, la verità negata un anno dopo


    In Egitto dall'autunno 2015

    Terracciano ha avuto modo di incontrare i rappresentanti di Cambridge e ha ricevuto la solidarietà del Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico, cui la diplomazia italiana si è rivolta per sollevare il caso. Quindi sul piano istituzionale non ci sono stati ostacoli o reticenze. «L’elemento che manca è la docente», afferma l’ambasciatore: ossia la dottoressa Maha Abdelrahman, la professoressa di orgine egiziana che aveva il compito di supervisionare il lavoro di Giulio.

    «Quando in un primo momento è stata avvicinata in maniera informale dagli inquirenti italiani — ricostruisce l’ambasciatore — la Abdelrahman si è sottratta, dicendo che avrebbe collaborato ma seguendo le vie ufficiali». Ma c’è di più, perché in un primo momento la professoressa ha messo davanti gli avvocati: «E questa è una cosa strana — commenta Terracciano — perché il suo obiettivo avrebbe dovuto essere quello di dare una mano a scoprire i colpevoli della morte di Regeni. E invece ha mostrato un atteggiamento diverso».

    Dopodiché la professoressa è scomparsa praticamente per un anno, «non per un sabbatico — rivela l’ambasciatore — ma perché caduta in depressione, probabilmente provata dalla vicenda».Ora la Abdelrahman è tornata a Cambridge e si è trovata di fronte alla rogatoria trasmessa dai magistrati italiani alle autorità britanniche. Ma la professoressa continua a comportarsi in maniera elusiva: «Adesso dice che sarebbe pronta a collaborare, ma in maniera informale e confidenziale — racconta l’ambasciatore — ma questo non è più possibile perché siamo di fronte a una procedura giudiziaria. La professoressa continua a impiegare tecniche per svicolare: è come se uno dicesse che vuole giocare a tennis quando si gioca al calcio e poi quando si decide di passare al tennis dice che vuole rigiocare al calcio. Qualcosa non va».

    A questo punto si aprono le ipotesi, che secondo l’ambasciatore sono sostanzialmente due e alla fine potrebbero sovrapporsi: «È evidente che la Abdelrahman nasconde qualcosa. Secondo fonti diplomatiche egiziane sarebbe legata ai Fratelli Musulmani», l’organizzazione islamista repressa nel sangue da Al Sisi. In questo scenario «Regeni sarebbe stato lanciato in un giro di attivisti e implicato in attività anti-regime». L’altro elemento da considerare è che «la professoressa ha famiglia e parenti al Cairo e potrebbe temere ritorsioni». Va tuttavia aggiunto che secondo gli amici di Regeni la Abdelrahman era piuttosto vicina agli ambienti dell’opposizione di sinistra che non ai Fratelli Musulmani.

    Ciò a cui il nostro ambasciatore non sembra dare molto credito è lo scenario che vede implicati i servizi segreti. «È vero che Cambridge è un bacino di reclutamento» degli 007, ammette Terracciano, ma se questa ipotesi fosse vera «vorrebbe dire che sono messi veramente male: non hanno davvero bisogno di impiegare uno studente con poca esperienza per raccogliere quelle informazioni. Non sembra una pista credibile. E se lo fosse, in questo caso non lo scopriremmo mai». A Cambridge avranno senz’altro qualcosa da chiarire, ma la tesi del complotto è dura da dimostrare.

    2 novembre 2017 (modifica il 2 novembre 2017 | 22:18)
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    Sempre detto che dietro al martirio del ricercatore c'erano i figli d'Albione....merdacce!
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    Predefinito Re: Gli anticomplottisti sbugiardati

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    Sempre detto che dietro al martirio del ricercatore c'erano i figli d'Albione....merdacce!
    adesso non esageriamo con le parole. Anche il più cretino di questo ng sa benissimo che se in in regime come quello egiziano, che può essere definito democratico solo dalla carta da cesso della stampa occidentale, i sindacalisti e chi li segue rischiano la vita. E se lo sappiamo noi, che in Egitto non ci siamo mai stati, a maggior ragione doveva saperlo lui, che ha studiato per anni quello stato. QUindi, se lo sapeva, si è assunto consapevolmente dei rischi. Se non lo sapeva perchè credeva davvero che al Sisi fosse democratico, allora era troppo stupido per non ficcarsi nei casini comunque, con o senza Cambridge dietro. Ma se sei stupido, non fai il dottorato a Cambridge. L'unico motivo valido per definirli merdacce è che siano stati i mandanti dell'omicidio, ma quale sarebbe il movente?
    Una Cina, una Yugoslavia, una Russia, una Corea, una Palestina, un'Irlanda. E zero USA
    Il Mein Kampf è una nota a margine del Manifest Destiny

 

 
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