Forze di minoranza. […] Minoranza. È un termine che da tempo il diritto internazionale si è annesso o quasi per identificare i gruppi che in qualsiasi organismo, e quindi particolarmente in quello statuale, si distinguono dalla comunità dominanti o maggiori in cui sono inseriti, per differenti caratteristiche etniche, linguistiche, religiose o modelli di cultura e di costumi diversi. Quelle minoranze che il diritto moderno delle genti tutela largamente: con misure e provvidenze ispirate al principio della tolleranza e del rispetto delle fedi diverse, quasi si trattasse di gruppi “altri da sé”, differenziati in qualcosa di essenziale e di connaturale.
No, non è questo il sentimento di minoranza che qui richiamiamo. Anche se non mancò, ai tempi del mazzinianesimo o del partito d’azione, una certa coscienza perfino ombrosa o rabbiosa di diversità, di estraneità al costume nazionale accomodante e compromissorio: la prima letteratura antifascista potrebbe offrire più di uno spunto in tal senso.
Le minoranze, quindi, su cui si sofferma la nostra attenzione, sono quelle forze politiche di élite o di qualità, appunto il repubblicanesimo, il partito d’azione, la sinistra liberale o radicale, i movimenti ereticali del socialismo, tutto il frastagliato “terzaforzismo” del secondo dopoguerra, che Giorgio Amendola – in una polemica sollevata proprio dall’ “Italia della ragione” nell’agosto 1978 – bollò come “quella corrente permanentemente sconfitta sul piano politico”.
[…] Tutti vinti allora, da Salvemini a Gobetti, da Amendola padre a Pannunzio? Troppo semplice. Non sarebbe stato difficile rispondere fin da allora che le forze giudicate vittoriose, i grandi partiti di massa, in particolare quello del versante marxista, traversarono una crisi di identità che dal 1978 si è molto accentuata e che in ogni caso è così profonda da investirne perfino le basi ideologiche, i punti di riferimento essenziali e fino a pochi anni fa intoccabili. Preferimmo replicare ad Amendola con un quesito: ma sarebbe stata possibile la revisione profonda in atto, revisione profonda nel mondo socialista-comunista non meno che in quello cattolico, senza il continuo assillo della cultura laica, illuminista e razionalista, e le sue pur limitate proiezioni politiche?
Il peso dei voti, corrispondenti alle forze politiche operanti in un paese, non esaurisce la gerarchia delle forze culturali, che muovono la storia.
[…] La sinistra marxista, o ex-marxista, sarebbe giunta alle correzioni decisive di questi anni senza l’elaborazione intellettuale della scuola democratica, in tutte le sue forme? Chi se non la sinistra laica ha previsto il tramonto delle nazionalizzazioni e statizzazioni, ritenute il toccasana ancora negli anni della liberazione? Chi se non la sinistra laica ha indicato per l’Italia un modello di società industriale avanzata, con uno schema di programmazione, di politica dei redditi, di economia mista cui tutti rendono adesso omaggi anche ipocriti? Chi se non la sinistra laica ha difeso i valori della selezione e del merito, dalla scuola alla vita sociale, nel periodo della grande confusione mentale, scambiata per contestazione?
Lo Stato assistenziale, che cresce intorno a noi, è figlio dei vincitori: marxisti o cattolici politici. Su questo non c’è dubbio. Si tratta di vedere se questa vittoria non sia stata pagata ad un presso troppo alto. Per l’Italia della ragione – fu la risposta ad Amendola – c’è ancora spazio in Italia.


Giovanni Spadolini – Dalla prefazione a “Italia di minoranza. Lotta politica e cultura dal 1915 a oggi”, Le Monnier, Firenze 1983.