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    Predefinito Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

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    Apro questo 3d con l’intento di raccogliere scritti e pensieri del grande leader socialista
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

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  2. #2
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)



    Un’opposizione di stoppa


    di Pietro Nenni – “Avanti!”, 20 gennaio 1924, non f.to.

    Se le informazioni sono esatte, la porta del gabinetto di Palazzo Chigi è stata sprangata agli uomini politici non iscritti al Partito fascista. E su quella porta anche si può scrivere la parola “Esaurito” come alle prime recite di grido.
    Inutile la ressa dei postulanti, inutile il lavorio delle anime in pena che troppo tardi si sono decise al passo… estremo, incerte tra il bene e il meglio, e ora si accorgono di essere arrivate in ritardo. Signori, bisogna rassegnarsi, c’è tanto di “completo”. A un’altra rappresentazione, dunque… tra cinque anni!
    Oggi, prima del decreto di scioglimento, prima della convocazione dei comizi[1], prima della giornata elettorale, le elezioni sono già fatte e il governo è già plebiscitariamente rieletto colla sua maggioranza fedelissima. Gran virtù della mirifica riforma elettorale, mercé la quale la dittatura si fa dare l’avallo dalla sovranità popolare ridotta a un fantoccio… senza corona e senza scettro! Bisogna proprio essere della levatura portentosa di Michelino Bianchi per insistere sulla necessità di una riforma costituzionale che garantisca al governo il potere per tutta la durata della legislatura. E bisogna essere costituzionali della stoffa della “miserabile classe dirigente”, per non capire che la riforma costituzionale c’è già tutta nella riforma elettorale a cui hanno dato il “placet” tutti i più ortodossi zelatori di tanti princìpi.
    Ora le elezioni sono fatte a Palazzo Chigi, là il governo ha manipolato la sua maggioranza futura, ha dato i primi posti e i più numerosi, agli uomini del suo partito, e poi ha dosato il resto con una scelta di ascari fedeli dalla truccature variopinte[2]. Varata ufficialmente quella lista, essa è già eletta, nella sua integrità, senza possibilità di contendenti nel campo nazionale perché la minaccia è sospesa contro chi ardisse da parte costituzionale contrastare razionalmente la lista del governo, che rappresenta il Partito fascista e quindi, senz’altro, la patria. Se non c’è già qui una riforma costituzionale – dato che si possa chiamare riforma… l’abrogazione della Costituzione – non sappiamo quali altre elucubrazioni possano a tal riguardo fermentare nei cervelli geniali dei nuovi statisti pullulati dalla marcia su Roma.
    È ben vero che le elezioni sono sempre state manipolate nei Gabinetti della Presidenza. I regimi cambiano e le turlupinature della volontà popolare restano. A Palazzo Braschi di vetusta giolittiana memoria si faceva né più né meno di quanto si fa ora a Palazzo Chigi: accaparramento di gruppi, manipolazioni di liste, istruzioni ai… governatori delle province. Ma talvolta accadeva che il corpo elettorale potesse permettersi la facoltà di mettere in iscacco il governo, ed è accaduto più di una volta che la nuova Camera si disfacesse immediatamente… dell’autore dei suoi giorni. Il duce invece è catafratto contro questa eventualità. Non gli può capitare l’infortunio di Baldwin, né può trovarsi nella penosa incertezza in cui si troverà tra pochi mesi Poincaré.
    Quando un regime ha al suo servizio le autorità ufficiali e le illegali, e ha una propria milizia a sua disposizione, ed è spregiudicato in materia di legalità, non può temere nessun imprevisto. Ha in pugno il suo destino.
    Noi attendevamo l’opposizione costituzionale alla prova. Senza illusioni e senza speranze, per semplice curiosità. Questa opposizione che ha una propria stampa, che è sempre pronta a giurare nei santi princìpi del liberalismo aveva ancora questa occasione per riabilitarsi di tutti i trascorsi passati. Ha accettato la marcia su Roma come un rivulsivo energico ma necessario, ha accordato i pieni poteri come una eccezione reclamata dalla speciale situazione del paese, ha trangugiato la riforma elettorale per un sentimento di disciplina… nazionale; e ora per le elezioni, si prepara ad affrontare la lotta con lo stesso stato d’animo di adattamento e di rinuncia. Basta che il duce arroti i denti, e agiti lo staffile, ed eccoli tutti accovacciati come nella storica seduta del bivacco.
    Non c’è spettacolo più comico di quello che danno in questo preludio elettorale gli esponenti del liberalismo di fronte alla nuova marcia… legale alla conquista del potere.[3] Giolitti, il gran patriarca del parlamentarismo tradizionale, ha escogitato i più bassi servigi ai dominatori. Egli non entra nella lista del governo perché vuol salvare di fronte alla storia la sua verginità di perfetto liberale. Ma egli giura che non sarà mai oppositore del governo, e la sua lista[4] sarà concorrente con quella delle opposizioni… solo per sottrarre dei posti alla minoranza. Il fascismo non troverà mai un più zelante servitore di questo neutralista, bruciato in effigie nelle radiose giornate.
    Orlando, altro grande nume del costituzionalismo, in attesa di dire una parola definitiva, lancia incenso sull’altare del fascismo e dichiara che il destino dell’Italia riposa sulle ginocchia di Giove e di Mussolini.
    Nitti, già capo-gruppo, che a Montecitorio da quando il fascismo è al potere ha sempre mandato a battersi la sparuta schiera dei gregari, si ritira sotto la tenda come lo sdegnoso Achille e rifiuta il combattimento.
    De Nicola, grande speranza di tutte le sinistre allorché nel paese infuriava la tempesta e la fragile barca dello Stato era affidata alle mani imbelli di Facta, se le sue resistenze non saranno come sempre di breve durata, pare deciso a disertare la lotta.[5]
    Il Partito popolare infine, questo partito equivoco, sempre ministeriale con molte reticenze di opposizione, lealista nell’aula e demagogico nelle piazze, sta correndo a galoppo nelle braccia del nuovo regime.[6] Il centrismo si sposta a destra, e per mantenere a galla la navicella tra i flutti agitati si butta a mare a gran forza la zavorra di sinistra. Don Sturzo, a propiziarsi la benevolenza del governo, offre l’agognata testa di Miglioli, il che vuol dire che la formula “né collaborazione, né opposizione” sta per essere mutilata della seconda parte e il popolarismo entrerà colla nuova legislatura nell’orbita della maggioranza devota e servile.
    Con una opposizione di tale stoffa, con duci così pavidi di ogni mossa, e duellanti come il sòr Panera solo a patto che l’avversario non si muova, il fascismo ha ragione di fare lo spavaldo e di usare a volte l’ironia, a volte il disprezzo e a volte la minaccia. Segno è che la difesa degli interessi di classe è più forte dell’attaccamento ai più vetusti e gloriosi princìpi. Il capitalismo italiano mai come con questo regime ha avuta mano libera contro il proletariato né mai ha trovato nello Stato una più valida difesa. È questa ragione che disarma ogni volontà di lotta nel campo borghese e suggerisce la rinuncia, sotto la menzogna delle superiori necessità nazionali. Ond’è, che una sola opposizione ha la sua ragione d’essere e ha una chiara e inequivocabile fisionomia. Ed è quella che si ispira agli interessi calpestati e derisi della classe proletaria.
    Diranno i prossimi eventi se questa potrà misurarsi in una lotta civile di idee e di programmi; o se la classe capitalistica vorrà stravincere soffocando coi mezzi che ha a sua disposizione la libera espressione della volontà delle masse.

    [Pietro Nenni]


    [1] I comizi per le nuove elezioni del 6 aprile erano indetti con decreto reale del 25 gennaio 1924.
    [2] Da parte fascista infatti era stato deciso che non vi sarebbe stata alcuna alleanza con altri partiti. Nella lista nazionale governativa, il “listone”, sarebbero entrati uomini di tutti i partiti a titolo personale.
    [3] Il Partito liberale, lasciata ogni decisione ai singoli appartenenti per l’entrata nel “listone”, non presentò una propria lista.
    [4] Capeggiata da Giolitti, fu presentata una lista di liberali-democratici del Piemonte.
    [5] De Nicola il 3 aprile deciderà di ritirarsi dalla competizione elettorale e anche dall’attività politica.
    [6] Mentre i popolari dissidenti erano entrati nel “listone”, il PPI presentò una propria lista con il contrassegno dello scudo crociato.

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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)


    I valori democratici del socialismo


    “Avanti!”, 7 dicembre 1958

    Siamo in debito di una risposta all’articolo di Togliatti su “Rinascita”: “Le decisioni del XX Congresso e il Partito Socialista Italiano”. Il tema è così strettamente connesso al dibattito in atto nel Partito che verrebbe quasi voglia di pubblicare la risposta nella rubrica pre-congressuale. Non si tratta del resto di una interferenza illecita, come se ne producono tante da parte comunista. I problemi di un partito operaio interessano tutto il movimento operaio, interessano tutto il paese. Naturale che provochino una serie di interventi esterni dei quali andremo esaminando, via via, la portata e il contenuto.L’articolo del quale ci occupiamo ha il vantaggio di attaccare in pieno la politica che ha preso nome dal Congresso di Venezia. Per questo il compagno Togliatti rinuncia all’argomento di comodo di quanti fissano a Pralognan la svolta della politica del P.S.I. Il punto di partenza, a suo giudizio, è nella valutazione che noi demmo, che tutto, o quasi, il Partito dette, del XX Congresso di Mosca e dei successivi avvenimenti di Polonia e di Ungheria. In quella valutazione si anniderebbe il germe della “deviazione socialdemocratica” che ci viene arbitrariamente attribuita. In verità, per intendere il senso della politica socialista di Venezia, occorre risalire ancora più indietro, occorre risalire al giudizio critico sui postumi del frontismo; occorre risalire all’impegno, che si diparte dal 1951, per una politica di distensione, di apertura a sinistra, di alternativa democratica tra aspetti diversi coerenti e conseguenti della politica di rottura dello schieramento conservatore. Il XX Congresso ed i fatti polacchi ed ungheresi furono una conferma dell’indirizzo che il Partito andava configurando, non ne furono le cause. Essi influirono anche sul tentativo di risolvere il problema dell’unificazione socialista, tentativo condotto senza la benché minima concessione alla socialdemocratizzazione del partito, e per eliminare un equivoco ed un elemento di disturbo che ha giovato e giova soltanto alla borghesia. Quello che oggi i comunisti chiedono è il ritorno puro e semplice alla precedente prassi dell’alleanza politica dei due partiti, è il ripudio del nostro giudizio sia sul XX Congresso sia sui fatti ungheresi e polacchi.

    “Rinascita”, valendosi degli articoli del Segretario del Partito su “Mondo Operaio” (Luci ed ombre del XX Congresso di Mosca, ecc.) e della relazione al Congresso di Venezia, ha cercato di individualizzare il bersaglio, laddove il tiro viene diretto contro il Partito nel suo insieme. Sarebbe infatti stato preferibile riferirsi agli atti collegiali ed ufficiali del Partito. Sono molti e non possono essere tutti citati. Basterà riferirsi ad alcuni di essi. Ecco, per esempio, come il 6 luglio 1956 la Direzione del Partito si esprimeva all’unanimità sul XX Congresso e sul processo cosiddetto della destalinizzazione: “La revisione dell’esperienza sovietica aperta al XX Congresso e con il dibattito sul rapporto Krusciov dimostra che i valori della libertà sono indissolubili dal socialismo e che essi, pur se contenuti per necessità delle cose o errori degli uomini, alla fine prorompono come forze essenziali. La revisione non si può esaurire nella condanna delle degenerazioni del potere avvenute sotto la direzione staliniana, non può arrestarsi al ritorno alla direzione collegiale, non può appagarsi delle riabilitazioni o di metodi più tolleranti. Essa deve investire l’organizzazione politica del potere, trasfondere i principii di libertà nelle istituzioni, nei metodi di governo, nel costume, dare ampie garanzie democratiche ai cittadini nei loro rapporti con lo Stato”.

    A distanza di due anni e mezzo, ed alla luce (ed alle ombre) delle esperienza successive, ci sembra che non ci sia nulla da mutare. Gli “errori di Stalin”, come dice “Rinascita”, o quelli di Rakosi, o di altri dirigenti comunisti, non bastano a spiegare le degenerazioni burocratiche e poliziesche del potere rivoluzionario. Furono conseguenze, non causa. Né il rimedio può essere soltanto nelle importanti riforme della struttura economica citate dal nostro critico. Il rimedio è nella vita democratica delle masse da stabilire in tutte le sue espressioni, in tutte le sue forme.

    Non meno valido ci sembra il giudizio collettivo e pressoché unanime del nostro Partito sui fatti di Polonia e di Ungheria. Quei fatti venivano considerati dalla Direzione del Partito, in una risoluzione del 1° dicembre 1956, come la “conseguenza di una degenerazione del potere popolare in forme burocratiche e poliziesche e di una impostazione della politica economica in termini forzati rispetto alla realtà produttiva e sociale del Paese, e che hanno isolato il vecchio gruppo comunista, lo hanno staccato dalla classe operaia e dalle masse popolari, hanno impedito la libera circolazione delle idee e il ricambio dei quadri direttivi”.

    “In tali condizioni – aggiungeva la risoluzione della Direzione del Partito – la pubblica denuncia di errori e delitti non venne seguita tempestivamente, né dalla giustizia richiesta dalla coscienza popolare, né dall’indispensabile revisione dei metodi e del sistema di direzione politica. Lo stesso irresponsabile appello all’intervento delle armi sovietiche fu la conseguenza estrema del metodo di chi ha perduto il legame e la fiducia nel popolo e nei lavoratori e si affida soltanto alla forza”.

    La Direzione definiva l’intervento armato sovietico “incompatibile col diritto dei popoli alla indipendenza”. Quindi diceva: “Quanto è avvenuto in Polonia e in forma drammatica e sanguinosa in Ungheria, comporta un insegnamento per tutto il movimento operaio e socialista in tutti i paesi del mondo. I fatti hanno posto in tragica evidenza che vi è una linea di demarcazione oltre la quale le conquiste realizzate dal movimento operaio non possono essere mantenute e sviluppate senza l’instaurazione di metodi di direzione e di strutture politiche che garantiscano la piena affermazione dei valori democratici del socialismo. L’insegnamento che scaturisce dagli avvenimenti polacchi ed ungheresi è che occorre affermare senza riserve il carattere democratico autonomo e creativo del socialismo, rifiutando ogni principio autoritario sia nella organizzazione dello Stato, sia nella direzione delle lotte operaie e popolari”.

    Anche su questo giudizio, a distanza di due anni, non crediamo ci sia nulla da mutare. Se mai gli avvenimenti successivi ne hanno sottolineato la validità. È del tutto ingiusto dire, come fa “Rinascita”, che nella nostra valutazione la democratizzazione viene ridotta “a una banalità puramente giuridica”. È vero il contrario. Ciò che interessa i socialisti è la sostanza della democrazia, è la sostanza della libertà. Perciò i sermoni borghesi sulla democrazia e sulla libertà ci fanno sbadigliare, costruiti come sono su una concezione formale e giuridica della democrazia. Del pari ci rifiutiamo di ridurre la concezione della democrazia e della libertà a formule esclusivamente economiche. Il socialismo è proprietà sociale, è socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Ma è anche liberazione dell’uomo da tutti i rapporti sociali politici culturali che lo umiliano e lo opprimono.

    La garanzia per l’avvenire che, in tale senso, il Congresso di Venezia ha inteso dare, non fu una ingenuità, non fu neppure un inganno. È esatto quanto scrive “Rinascita” e che cioè noi ignoriamo cosa sarà l’avvenire. Sappiamo tuttavia cosa vorremmo che fosse, sappiamo quale Stato vogliamo costruire, quale società. Sappiamo qual è la via, quali i metodi e i mezzi che noi consideriamo i più idonei alla costruzione del socialismo.

    Sappiamo, per adoperare le parole stesse del Congresso di Venezia, che “il socialismo non è soltanto un certo modo di produzione, la statizzazione o la socializzazione dei mezzi di produzione, ma è democrazia operaia e contadina delle aziende, in un sistema di garanzie costituzionali individuali e collettive che renda impossibile la violazione della legalità di fronte alla sempre possibile degenerazione burocratica e poliziesca dello Stato. La libertà di opinione, di stampa, di organizzazione, di sciopero non sono borghesi o proletarie, sono conquiste di valore universale da difendere sempre e in ogni caso”.

    Formulazioni di tale natura non potevano non influire sui rapporti tra socialisti e comunisti nella lotta per il potere, mentre non incidono sulla condotta unitaria delle lotte quotidiane dei lavoratori per le loro rivendicazioni di classe e di categoria. Ma se avessimo dato un diverso giudizio, se avessimo usato un diverso linguaggio, è chiaro che avremmo rinunciato ad essere socialisti, avremmo rinunciato ad affermare e difendere nel movimento operaio e popolare, nella lotta per il potere, nella edificazione del socialismo, quei valori di libertà e di democrazia che sono l’essenza stessa del socialismo.


    Pietro Nenni


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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)



    La bomba Ercoli

    “Avanti!”, 3 aprile 1944



    Mentre andiamo in macchina (con le difficoltà inerenti ai tempi) le radio diffondono il messaggio che il segretario generale del Partito comunista Togliatti (Ercoli) ha lanciato agli italiani sbarcando a Napoli dopo il lungo esilio a Mosca.
    È chiaro che lo storico Congresso di Bari del 28 gennaio, riconfermando la duplice pregiudiziale dell’abdicazione del re e della non-collaborazione con Badoglio, ma non prendendo nessuna concreta decisione per forzare il re ad abdicare e Badoglio ad andarsene, aveva arenato la barca antifascista a un punto morto. Per uscire dal quale, al congresso di Bari, i Partiti socialista, comunista e d’azione avevano chiesto l’incriminazione del re e proposto che il congresso sedesse in permanenza costituendosi così, sotto l’ausilio del consenso popolare, centro animatore della riscossa popolare. La proposta fu respinta, e noi lo deplorammo amaramente. Dopo il discorso di Churchill, iniziando una pubblica campagna di comizi, di petizioni, di scioperi, i Partiti socialista, comunista e d’azione dell’Italia meridionale tentarono nuovamente di prendere l’iniziativa, col prestigio accresciuto che davano loro gli scioperi di Milano e Torino, i martiri della battaglia di liberazione nell’Italia nazificata, le gesta dei partigiani.
    Con l’odg del 9 febbraio è su questa via che il nostro partito voleva incanalare la lotta per il potere, premessa indispensabile alla resurrezione del paese. Era la via che storicamente si illuminava coi precedenti francesi del terrore settembrino e maratiano, quando per poter vincere il nemico di fuori fu giuoco-forza schiacciare prima quello di dentro, e della Comune.
    Il compagno Ercoli, mosso probabilmente da una preoccupazione simile, rovescia il vapore, proponendo non l’accantonamento della monarchia, ma l’accantonamento della questione morale e politica contro la monarchia; non di cacciare Badoglio ma di allargare la basi del suo governo con la partecipazione dei partiti di massa. (A ottanta anni d’intervallo è un poco il ritorno al garibaldino “Italia e Vittorio Emanuele” che valeva all’eroe di Calatafimi dieci anni di amari gemiti a Caprera nel “non per questo dal fatal di Quarto scoglio sul mare ecc.”.)
    Gli organi competenti stanno esaminando la proposta di Ercoli con la volontà di confluire a un risultato e non di impantanarsi in polemiche.
    Non dobbiamo però tacere che la “svolta” partecipazionista suggerita dal compagno Ercoli non è giudicata da noi conforme all’interesse delle masse popolari e al fine che Ercoli stesso si propone: la intensificazione della guerra, l’unione degli italiani contro il nazifascismo.
    C’è qualche cosa che è più importante della guerra, ed è il fine della guerra, nella quale noi non esaltiamo l’ “igiene del mondo”, ma un mezzo barbaro impostoci dal nemico barbaro per raggiungere il duplice obiettivo della liberazione del paese e del suo rinnovamento democratico.
    Rispetto a questi obiettivi il problema, in certo senso pregiudiziale, è di strappare la direzione politica e militare del paese e della guerra alle forze reazionarie annidate dietro la monarchia e dietro Badoglio. Chi elude questo problema non serve la guerra.
    Onde noi riassumeremo il nostro pensiero così. Bisogna uscire dal punto morto in cui s’era caduti a Napoli e a Bari, ma non ci sono due vie per uscirne, ce n’è una sola: eliminare dalla direzione politica della nazione e della guerra le forze, gli interessi, gli uomini del 25 luglio e dell’8 settembre, che sono poi ancora quelli (sotto mutate spoglie) del 28 ottobre 1922 e del 10 giugno ’40.
    Su questa base siamo pronti a discutere e a fare, badando alla sostanza delle cose più che alla loro forma, e ubbidendo a una sola pregiudiziale: l’esigenza della vittoria nella lotta di vita o di morte nella quale siamo tutti impegnati e per la quale il fiore di nostra gente muore nei massacri ordinati dai nazisti e dai fascisti.


    Pietro Nenni
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    Intervista “postuma” a Nenni



    di Arturo Colombo – “Nuova Antologia”, gennaio-marzo 1980, Le Monnier, Firenze 1980


    Il 4 giugno 1977, nella tarda mattinata (era un sabato pieno di sole) sono stato a trovare Pietro Nenni nella sua casa al mare, a Formia, non molto lontano dal grandioso rudere della tomba di Cicerone, e con lo straordinario scenario sul golfo di Gaeta. L’occasione di quella visita era molto precisa: volevo raccogliere dalla viva voce di Nenni (come avevo già fatto, il giorno prima, a Roma con Pertini e Terracini) alcuni ricordi, e magari alcuni episodi o alcune testimonianze aneddotiche, su Matteotti, su Gramsci, sui Rosselli, su Salvemini, per un ciclo di rievocazioni storiche dedicate alla “figure dell’antifascismo”, che stavo curando per la televisione svizzera.
    Nenni quei protagonisti di una lunga e dura battaglia li aveva conosciuti tutti di persona, li aveva frequentati, aveva lavorato e discusso con loro, spesso condividendone i programmi, le aspirazioni, le speranze, in un sodalizio ideale, e non solo ideologico, che – come nel caso di Carlo Rosselli – aveva dato vita anche a una comune, intensa, appassionata esperienza giornalistica. E proprio col richiamo a Rosselli era cominciata la conversazione, mentre Nenni con un maglione di lana rosso-violacea era nel suo studio, seduto davanti a una scrivania, che non mi pareva così terribilmente ingombra di carta e ritagli di giornali e libri come quella nella sua abitazione di Roma, in piazza Adriana, ma che denotava pur sempre la sua abitudine, il suo metodo, direi lo “stile” del grande, espertissimo giornalista, abituato a un’intensa routine di lavoro, che neppure col passare degli anni si era andata attenuando.
    Gli avevo garantito, telefonandogli, che non lo avrei fatto parlare di questioni politiche legate all’attualità. “Altrimenti, puoi fare a meno di venire fin qui col registratore” era stata la sua risposta, detta con la voce non più ferma di un tempo, ma con la stessa schiettezza, un tantino perentoria, di chi è abituato a parlare solo quand’è necessario, e soprattutto non vuole perdere tempo. E infatti, la riprova l’avevo avvertita subito, vedendo che Nenni teneva in mano un lungo foglio di agenzia (lo conservo ancora), su cui lui stesso aveva fatto alcune, marcate, sottolineature in matita rossa, e aveva scritto di proprio pugno, a mo’ di titolo: “Rosselli, 9 giugno 1937.
    Era il testo di un comunicato-stampa, che risaliva a pochi giorni prima, quando Nenni era intervenuto ai lavori del Comitato centrale del PSI, e in apertura aveva “ricordato il quarantesimo della morte di Carlo e Nello Rosselli”. Nessun migliore “aggancio”, dunque, o pretesto, per cominciare e porgli qualche domanda, mentre il sole filtrava dalla grande porta-finestra, alla sua sinistra, e illuminava le pareti con gli scaffali stipati di libri, e qualche zona di “riposo” con quadri e disegni appesi al muro.
    “I rapporti di Carlo Rosselli col socialismo furono di estremo interesse ma anche di persistente critica” aveva cominciato a leggere con tono lento, un po’ affaticato, seguendo dietro le grosse lenti il foglio di agenzia. Ma aveva preferito lasciare subito da parte quel comunicato, per riandare – sul filo dei ricordi, sempre lucidissimi – al primo incontro, avvenuto verso la fine del 1925, in un periodo doppiamente difficile, per la vita del partito socialista non meno che per l’intero paese, scosso dalla politica mussoliniana, sempre più intollerante.
    “La stampa fascista – dice Nenni – era venuta in possesso di un documento, da me inviato alla direzione del mio partito, in cui proponevo l’unificazione socialista e misure urgenti da prendere, per dare maggior vigore e maggiore slancio all’azione socialista contro il fascismo. In quel documento facevo qualche accenno all’epoca degli attentati che si era aperta, prevedevo che potessero intensificarsi e che ci potessimo anche trovare di fronte a delle situazioni, diciamo così, di emergenza. Il documento sollevò molto scandalo nella stampa fascista, e questo è perfettamente spiegabile”.


    ***

    Nenni fa una lunga pausa, quasi per raccogliere meglio quelle lontane immagini, che ha fisse nella memoria, e aggiunge: “una mattina sentii bussare alla porta di casa mia, in corso XXII Marzo a Milano, dove allora abitavo. Aprii, e mi venne incontro un giovane, che si qualificò per il professor Carlo Rosselli, e che suppergiù mi fece questo discorso: ‘quella tua lettera è il primo documento di un rinnovamento socialista e antifascista; tale è anche l’aspirazione più importante della mia vita. Se noi due ci mettiamo insieme, facciamo una rivista, quella che ho già in animo di fondare da parecchio tempo. Ci mettiamo il nostro lavoro comune, e naturalmente i miei capitali, perché io non ho bisogno di chiedere soldi a nessuno’. E così nacque l’idea di ‘Quarto Stato’, che poi si realizzò nel marzo del 1926, colo sottotitolo di ‘rivista socialista di cultura politica’”.

    A questo punto chiedo a Nenni se vuole ricordare, e precisare, quale fu, fra lui e Rosselli, la comune strategia antifascista, elaborata sulle colonne di “Quarto Stato”. Ma Nenni mi interrompe: “Non tanto si trattava, come forse tu pensi, di definire un programma di lotta al fascismo, quanto di realizzare un rinnovamento dall’interno del movimento socialista italiano nel suo insieme, tale da collocare i socialisti su una posizione di avanguardia nella lotta contro il fascismo. Il proposito era, in fondo, di trovare un termine nuovo fra massimalismo e riformismo, che esprimesse ad un tempo la fedeltà alla tradizione e ai principi fondamentali del marxismo e una prospettiva di rinnovamento nei metodi, nel modo di parlare, nel modo di agire. Insomma, il programma di ‘Quarto Stato’ non riguardava in generale la lotta contro il fascismo, sulla quale naturalmente non c’erano dissensi, ma riguardava la posizione che il socialismo doveva assumere in questa lotta e la necessità che la assumesse, realizzando attraverso l’unificazione il massimo della sua unità, in una visione più moderna e più concreta dei legami fra socialismo, democrazia e libertà”.
    Nenni si ferma di nuovo, riprende in mano il testo del comunicato stampa, e quasi sbirciando coi suoi tipici occhi da miope (ma un miope, che in politica sapeva vedere lontano!), allarga il discorso ai successivi sviluppi della posizione rosselliana. “Col libro Socialismo liberale – precisa – Rosselli fece i conti con quello che chiamava a torto il fatalismo marxista”. Ma evita di riprendere la polemica con l’antico compagno “di lotte, di prigione, di confino, di esilio”: una polemica che, del resto, lo stesso Nenni aveva alimentato, appena uscì il libro di Rosselli, con un articolo critico sull’ “Avanti!” del 17 gennaio 1931, dove accanto a severi giudizi politici, si potevano però leggere anche aperti riconoscimenti a proposito delle “pagine più belle del suo libro”, quelle dove – secondo la chiave di lettura di Nenni – Rosselli “descrive la borghesia che era rivoluzionaria un secolo fa e che è diventata conservatrice, e ci mostra la borghesia affannata a trasformare in privilegi ciò che a un certo momento fu un diritto derivante dalla sua incontestabile opera di progresso”.
    Nenni, del resto, aveva rivisto Rosselli a Parigi, appena Carlo era giungo dopo la fuga da Lipari con Lussu; tre anni prima, esattamente il 13 novembre del ’26, mi ricorda, era stato Rosselli, insieme a Parri, a aiutare Nenni a fuggire in Svizzera con Mario Bergamo, a pochi giorni dallo scioglimento dei partiti di opposizione. E nella capitale francese, diventata il maggior punto di raccolta del fuoruscitismo, già agli inizi del 1930 riprendono i contatti, e anche i dibattiti, fra Nenni e Rosselli. “A quel tempo – mi precisa con molta franchezza -, la situazione non era più tranquilla fra noi due, fra lui e me. C’era stata una evoluzione in senso liberale nel suo pensiero, o una involuzione, come può dire chi si ponga solo sul piano critico. Comunque, non ritornammo ai problemi del ‘Quarto Stato’, ai problemi dell’unificazione, verso i quali Rosselli era diventato tiepido, per non dire indifferente; ma affrontammo i problemi dell’azione politica e della lotta in Italia”.


    ***

    Quelli, si sa, erano i tempi caratterizzati dalla Concentrazione antifascista, che era sorta nel ’27 e alla quale, dal ’31, avrebbe aderito anche il nuovo movimento di “Giustizia e Libertà”, che aveva Carlo Rosselli come leader. “I suoi rapporti con la Concentrazione antifascista – aggiunge Nenni -, quella Concentrazione che volgeva al suo termine, avendo esaurito di lì a qualche anno il suo compito, furono di rappresentarla nell’azione in Italia col gruppo appunto di ‘Giustizia e Libertà’. E questo fu anche il suo rapporto col partito socialista, concentrato attraverso un accordo scritto, diciamo un patto di lavoro comune, che durò per alcuni anni, finché poi il Centro socialista interno di Milano non riprese la propria autonomia anche nei confronti di G. L.”.

    Dall’esperienza parigina alla guerra di Spagna corre ancora un filo di continuità, destinato a legare questi due uomini, anche se “le loro mentalità erano profondamente differenti”, come avrebbe detto Nenni sul “Nuovo Avanti” del 27 novembre 1937, cinque mesi dopo il duplice assassinio di Bagnoles de l’Orne: “L’uno – Rosselli – era un mistico, un romantico. L’altro era piuttosto uno scettico. L’uno era un ottimista, che aveva dietro a sé il profumo di una giovinezza felice. L’ottimismo dell’altro era temperato da quel tanto di pessimismo che versa nella vita di un uomo una giovinezza senza gioia e senza pane. L’uno giungeva alla battaglia con la sete di assoluto che è propria dei giovani dotati di grandi qualità morali e intellettuali. L’altro usciva da una durissima battaglia amareggiato e un poco scoraggiato”.
    Il richiamo alla Spagna deve ridestare ogni volta nel vecchio Nenni una quantità di emozioni, come sa bene chi ha letto i suoi articoli e i suoi ricordi di quegli anni (che rimangono, come tanti altri “pezzi” di Nenni, qualcosa di più di semplici testimonianze giornalistiche: come ha detto l’amico Arfè, “non sono solo documenti di storia, ma interventi attivi nella storia”). Infatti, Nenni mi dice: “Rosselli ed io andammo in Spagna assieme, pochi giorni dopo il colpo di stato del luglio 1936. Rosselli andò a Barcellona, secondo le sue naturali inclinazioni libertarie, e io andai a Madrid, a rappresentare presso il partito socialista spagnolo il partito socialista italiano in primo luogo, e poi l’Internazionale socialista. L’esperienza nostra si volse, quindi, in due campi diversi, e direi che quella di Rosselli fu più tormentata, più piena di difficoltà, tanto nella guerra civile quanto nei rapporti con le frazioni più inquiete e libertarie catalane”.
    Anche stavolta Nenni non chiude qui il suo discorso. Alza la testa, e solleva i grossi occhiali sulla fronte in un gesto abituale, quasi istintivo. “Comunque – aggiunge subito -, io credo che Rosselli dette di sé la sua misura proprio attraverso l’esperienza spagnola. Fu suo un motto, che poi diventò di tutti gli antifascisti impegnati: ‘Oggi in Spagna, domani in Italia’. E questo tradusse quello che era veramente il nostro comune sentimento: eravamo alla prova generale, a una specie di prova generale di una guerra, che di fronte alle debolezze dell’Europa democratica diventava sempre più inevitabile, e di cui Hitler s’apprestava a prendere l’iniziativa, e quindi il conflitto, aperto in Spagna sul terreno della guerra civile, si sarebbe aperto in Italia sul medesimo terreno”.
    Nenni, a questo punto, ha un improvviso mutamento nel tono della voce, ma le sue parole risultano chiarissime: “le cose poi storicamente non sono andate esattamente nello stesso modo, perché la storia ha più capacità inventiva di quella che non abbiano gli uomini…”. A risentire adesso quel richiamo alla capacità inventiva della storia, non soltanto mi confermo che quello di Nenni è sempre stato un marxismo sui generis, ma trovo l’eco dell’analoga componente “volontaristica”, così marcata in Rosselli, e rammento una lontana, pungente affermazione di Nenni, che proprio in polemica con Rosseli nel ’31 scriveva: “in ogni marxista sonnecchia un birichino che tirerebbe volentieri le code al professore che sale in cattedra e disquisisce dottamente sulla Morale e la Virtù o un iconoclasta che sopporta con mal celata ironia i classici sviluppi oratori sul Bene e sul Male, sulle Giuste leggi e gli Equi salari”…


    ***

    Parlando di Rosselli, a un certo punto a Nenni scappa detto che “Carlo ha finito la sua vita come Matteotti e per la stessa causa di Matteotti”. Così il discorso, quasi senza accorgersene, cambia direzione; dallo straordinario mondo della memoria di Nenni, l’ombra di quello che lui stesso, già all’indomani del rapimento, aveva chiamato “magnifico combattente dell’Idea”, sembra di colpo riprendere corpo, riacquistare una “presenza”, simbolica ma viva, fra le pareti silenziose dello studio di Formia. L’assassinio di Matteotti e il processo al regime è il titolo di un pamphlet, vigoroso e tagliente, che Nenni scrisse “a caldo”, nel ’24, quando la battaglia aventiniana bruciava le sue ultime speranze, anzi le sue estreme illusioni, mentre lo shock per quel delitto tremendo cominciava a sconvolgere un po’ tutti i paesi europei.

    Nenni se lo ricorda benissimo. “L’eco dell’assassinio di Matteotti nell’Europa socialdemocratica, democratica e liberale di allora fu immensa” dice, riandando ai messi terribili dell’estate-autunno del ’24. E aggiunge: “si può dire che l’Europa abbia scoperto il fascismo solo dopo il delitto Matteotti, e dopo essersi cullata nell’illusione che si trattasse di una ‘cosa’ priva di qualsiasi serietà e di qualsiasi influenza, al di là delle frontiere del nostro paese. Ci fu addirittura una identificazione nel nome di Matteotti, che doveva durare fino al 25 aprile, una identificazione della lotta antifascista nel nome di Matteotti. E questo era, del resto, quanto Matteotti meritava, perché il suo appartiene a quei sacrifici non anonimi, ma di cui si conoscono con precisione le cause, un vero e proprio delitto di stato; quindi l’insorgere nei confronti del fascismo di una questione morale, che trovò espressione più o meno felice a seconda del punto di vista dell’Aventino, ma che rimane uno dei dati permanenti della battaglia antifascista fino alla Liberazione”.
    È, questo giudizio sul ruolo “storico” di Matteotti, un convincimento, che Nenni ha colto subito, e che in seguito è andato ripetendo con insistenza, ogni volta che si accorgeva dei nuovi pericoli, delle nuove minacce, che incombevano sull’Italia, sull’Europa, sul mondo intero. Per lui – l’aveva scritto fin dal maggio del 1934 – Matteotti era destinato a rappresentare, a personificare “l’antifascismo attivo e cosciente, ligio al proprio dovere senza romanticherie”. Per questo, anche a distanza di oltre mezzo secolo da quel delitto, l’eredità – ideale, prima che politica o partitica – di Matteotti era un “punto fermo”, che Nenni non rinuncerà mai a ribadire.
    Ormai vecchio e saggio, senza più i fremiti né gli impeti “barricadieri” dei tempi lontani (durante la “settimana rossa”), Nenni, appoggiando la mano destra sul volto, quasi a fermare un attimo le parole, per meglio condensare e “chiudere” l’essenza del proprio pensiero, che conteneva anche il senso della propria, lunga, appassionata, vita di militante, era subito pronto a cogliere un bilancio di quei cinquant’anni, “che non sono passati inutilmente: e dico inutilmente in senso drammatico!”. Infatti, usando parole semplici, quasi elementari, ma didascaliche nella loro perfetta essenzialità, commenta: “è vero, al nome di Matteotti si sono aggiunti altri nomi, ugualmente illustri: quelli di Gramsci, o dei Rosselli, per esempio, che hanno pagato con la vita la loro devozione alla causa della libertà o a quella del proletariato. E tuttavia, il nome di Matteotti rimane ancora oggi fra i più conosciuti d’Europa e nel mondo, perché in quel nome si identifica l’urto della coscienza civile nei confronti di uno Stato autoritario, che non può tollerare nessuna parola di libertà e di verità, se non soffocandola nel sangue”.
    Certo, la voce non era più quella potente, tribunizia, tipica del famoso oratore che ha imparato a combinare passione e retorica, dosando con tale accortezza gli accenti, le pause, persino i silenzi, così da fare scattare l’applauso, quasi “ a comando”, come gli era successo tante volte nei comizi, durante le campagne elettorali o nei congressi di partito. Ma, dietro la fatica fisica ormai esplicita, il filo dei ragionamenti non si ingarbugliava un attimo e il revival dei ricordi manteneva una trasparenza cristallina, che neppure gli anni, i dolori, le sconfitte hanno saputo offuscare o intorbidire.
    Quello che sorprendeva nel parlare insieme a lui (e lo stesso accade con qualche altro dei grandi vecchi “padri della patria”: per esempio, con Terracini) era constatare la capacità, magari attraverso un episodio minimo, un aneddoto anche infinitesimale, di fondere insieme memoria storica e giudizio politico, con una prontezza, un distacco, che sembrano impossibili in chi per decenni, nella buona o nell’avversa sorte, ha svolto il ruolo di protagonista e di leader. Forse, a facilitargli questa dote, Nenni possedeva il vantaggio di un temperamento aperto, fondamentalmente generoso, pronto anche a sbagliare ma incapace di lasciarsi irretire dai personalismi vanesi e dalle piccole meschinerie (anche perché in lui dominava sempre l’abitudine a pensare e a agire in grande, sulle lunghe distanze).


    ***

    Ecco perché, quando sposto il discorso su Gaetano Salvemini, mi interessa registrare la prontezza delle “reazioni” di Nenni, anche come indice, come spia per capire meglio, sul piano emotivo, psicologico, il grado di realismo, lo spirito di “apertura”, che ha caratterizzato la sua forma mentis. Tutto il contrario, almeno sotto certi aspetti, del carattere di quel cattivo carattere che fu Salvemini, “anima di fuoco” – come ripete spesso Valiani – ma anche inguaribile bastian contrario, iroso e focoso quanto Nenni non si è mai sognato di essere.

    I due, Nenni e Salvemini, possedevano una storia personale, umana, molto diversa: eppure, contatti, rapporti, frequentazioni ne hanno avuti in buon numero, specie durante gli anni dell’esilio, fra le due guerre, quando a Parigi hanno vissuto entrambi una tormentosa stagione di lotte e di speranze (lo racconta lo stesso Salvemini nelle Memorie di un fuoriuscito). Fin dal settembre del 1927, su “La Libertà”, l’organo della Concentrazione antifascista, diretto da Claudio Treves, era stato Nenni, con lo pseudonimo di Ennio, a replicare a Salvemini, che aveva pubblicato tre articoli sui compiti degli uomini dell’emigrazione politica nella lotta contro il fascismo. E a rileggerlo oggi, in quel “pezzo” giornalistico di Nenni ci sono accenti, di sostanza e di metodo, che evidenziano le differenze, e le divergente, fra le loro mentalità, i loro disegni, le loro ipotesi tattiche e strategiche.
    “Perché, mio caro Salvemini – scriveva Nenni -, i casi sono due: o noi siamo guariti (noi, cioè gli italiani della nostra generazione d’avanti guerra e della guerra che sopportano il peso di questa battaglia politica) dalla mentalità accademica, astratta, antistorica alla quale dobbiamo la disfatta e allora domani o dopodomani, quando scocchi l’ora buona, faremo quel che si deve fare, cioè quello che si potrà fare, senza aver paura che sia troppo a sinistra, o troppo a destra, ma avendo di mira l’abbattimento dell’attuale società italiana (il fascismo è la società italiana d’oggi, non soltanto la banda che è al governo), oppure da questa mentalità non siamo guariti e allora saremo da capo, coi congressi, con le discussioni, col tira e molla, coi pretesti storici, filosofici, morali per non far niente, con gli imperativi categorici che vietano questo o quell’altro. Becchi e bastonati!”.
    Chi dirà, all’indomani della sua morte, che Nenni “non ci lascia né una dottrina né un dogma”, coglierà un tratto, costante e caratterizzante, del personaggio, naturalmente incapace di gettare la spugna e darsi per vinto, malgrado le batoste (non solo politiche) e le tante esperienze sofferte. Mi sembra di trovarne un’ulteriore conferma, quando riascolto la voce di Nenni che parla di Salvemini sullo sfondo della Parigi di un tempo ormai lontanissimo, quando insieme a Nenni polemizzavano e litigavano anche Saragat e Buozzi, il vecchio Turati e tutto il composito entourage socialista.
    “Avevo una vecchia amicizia con Salvemini – precisa Nenni -, un amicizia che risaliva a prima della guerra e che aveva dato luogo alla comune posizione in favore dell’intervento italiano, e aveva provocato anche la rottura sua e di Bissolati con Mussolini nel 1919, e anche la mia”. Poi, quasi a voler accentuare la nota autobiografica, aggiunge: “fra l’altro, io non ho avuto solo rapporti di amicizia verso di lui, ma anche di ammirazione per il suo metodo storico, che mi ha molto aiutato a capire l’Italia e il mondo, e in particolare il nostro Mezzogiorno. A Parigi lo frequentai molto: lo accompagnavo sovente durante le sue passeggiate nel Quartiere Latino, e soprattutto lo ascoltavo, perché da lui avevo da apprendere, non da comunicare. Studiava in quel momento l’inglese, perché si preparava a partire per l’America, e questo per lui era un grosso affanno e un grosso problema. Io lo ascoltavo, ascoltavo il suo giudizio, maturato storicamente e psicologicamente, sulle cause che avevano portato l’Italia all’avventura mussoliniana e fascista”.
    Il ricordo nenniano non finisce qui. Anche da politico accorto qual era, non dimenticava che nelle vene gli scorreva il sangue del giornalista di razza, che non poteva tacere almeno qualche parola sul “caratterino” o sul “caratteraccio” di quel suo antico compagno e maestro, che in gioventù si era nutrito di Marx e poi aveva lanciato accuse graffianti contro il marxismo, definendolo con asprezza addirittura incredibile “una droga meravigliosa: prima sveglia gli animi dormienti, e poi li rimbecillisce nella ripetizione di formule che spiegano tutto e non dicono nulla”.
    Ma Nenni, l’uomo che aveva fatto del principio politique d’abord una sorta di imperativo categorico, non era personaggio da serbare rancore né astio, specie nei confronti di chi non era “animale politico”, di istinto e di fiuto come lui. Da qui il suo giudizio pacato e sagace su Salvemini uomo. “I rapporti con Salvemini – precisa Nenni – sono sempre stati bruschi, caratterizzati da una grande schiettezza e, da parte sua, da una specie di brutalità, con cui alcune volte aggrediva chi, su un punto qualsiasi, non era d’accordo con lui. Comunque, al di là della durezza del suo temperamento nel giudicare uomini e cose, i nostri rapporti sono rimasti improntati alla volontà mia di trarre profitto dalle sue conversazioni, e dalla volontà sua di mantenere i migliori rapporti con i socialisti”.


    ***

    E Gramsci? Non volevo concludere quell’incontro con Nenni, nel clima ormai estivo di Formia, senza raccogliere dalla sua viva voce almeno una “battuta”, dedicata a un’altra delle grandi figure dell’antifascismo. Ma a sentire quel nome ha avuto una “risposta” diversa, completamente diversa rispetto all’atteggiamento così aperto, spontaneo, disponibile, tenuto durante l’intervista. Si è limitato soltanto, con un cenno cortese ma eloquente e deciso, a farmi chiudere il registratore, aggiungendo, quasi parlando fra sé: “ho avuto troppe divergenze con Gramsci per potermene dimenticare, ma in questa occasione preferisco non ricordare”.
    Non sono più riuscito a cavargli altra parola. Anche nei silenzi, Nenni sapeva essere lapidario.


    Arturo Colombo
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    Che cosa intendo per unità socialista (1926)





    (da “Echi e Commenti”, 5 gennaio 1926)


    Taciutasi la “cagnara” seguita alla pubblicazione della lettera cui devo tanti improperi fascisti e la scomunica della direzione del mio partito (1), non è inutile tornare sull’argomento dell’unità socialista e precisare, dopo le interessate deformazioni delle recenti polemiche, che cosa sarà. Dico “che cosa sarà” perché se sulla ineluttabilità dell’unità socialista io non avevo dubbi allorché ne presi l’iniziativa, oggi, dalla mole dei consensi che ho ricevuto – fra i quali i più preziosi sono quelli venuti da giovani fuori da ogni organizzazione di partito – dalla indeterminatezza e il vieto tradizionalismo delle critiche incontrate, questa della unità mi pare la questione che più profondamente appassiona e interessa le residue e le nuove forze socialiste. Ma occorre intenderci.
    Qualcuno ha supposto che per me l’unità fosse una somma di discordi, concordi nel minimo comune determinatore di un astratto antifascismo. Si prende il Partito socialista italiano (così detto massimalista), si prende il Partito socialista unitario (ribattezzato Partito socialista dei lavoratori italiani) si incolla l’uno all’altro e l’unità è fatta. Ma dopo è esattamente come prima, si ha cioè un movimento socialista tutto dedito al culto di evanescenti formule, inetto a riformare quando è l’ora della riforma, inetto a rivoluzionare quando è l’ora della rivoluzione, predestinato a perdere regolarmente tutti i treni. No. Di una simile unità non c’è bisogno. Essa potrebbe, se mai, essere propugnata per motivi esclusivamente sentimentali, come mezzo di difesa di un comune patrimonio ideale.
    Sul terreno politico l’unità va intesa in altra maniera. Essa va intesa come la premessa di una rinascita e di un rinnovamento i quali esigono una rielaborazione non tanto della dottrina del socialismo, quanto della sua applicazione, e soprattutto esigono una profonda rieducazione politica del partito e del proletariato. A quest’opera tutti i socialisti, quali siano le loro tendenze, hanno il diritto e il dovere di partecipare, così come debbono parteciparvi quei repubblicani al cui senso politico non sfugge il carattere preminentemente sociale della lotta da condurre contro il fascismo.
    Di ogni fatto si possono dare infinite spiegazioni, della crisi del socialismo, che fu assieme causa ed effetto dell’insorgente e trionfante fascismo, la spiegazione più vera e maggiore è questa: mancanza di senso politico, astrazione, assenza di azione.
    Capita spesso nelle vita che uomini o partiti vadano a dar di cozzo col capo sui muri, credo che raramente si sia verificato il caso di uomini e partiti che hanno innalzato essi i muri sui quali sono andati a spaccarsi la testa. Ebbene questo è il caso del movimento socialista, dei suoi uomini maggiori, di quelli che lo hanno diretto fra il 1918 e il 1922.
    I resoconti dei congressi socialisti, la vita interna del partito, la dilagante accademia delle sue assisi comunali, provinciali, regionali, nazionali offrono la documentazione di una mentalità dogmatica e generalizzatrice, incapace di interessare le forze operaie e di dominare quelle nemiche, incapace di tradurre un pensiero in azione, incapace di darsi una mentalità di maggioranza, cioè – secondo il fondamentale monito di Marx – di “elevare la propria rivoluzione a rivoluzione nazionale”. Mentre premeva l’azione, incalzavano gli eventi, tumultuavano le folle, il Partito socialista discuteva, e discuteva non il problema del giorno, non la tattica da applicare all’attimo fuggente, non il contegno da tenere verso i contadini o verso i ceti medi, non i piani concreti della rivoluzione ma discuteva apoditticamente secondo gli schemi eterni della eterna verità rivelata, di destra, di sinistra, di centro, scartando a priori tutto ciò che non rientrava nella più assoluta ortodossia dottrinaria e stando fermo per non correre il rischio di sbagliare. E ciò mentre lo sfaldamento delle vecchie classi dirigenti e il fallimento dello Stato liberale italiano ponevano il dilemma: o governo socialista o restaurazione reazionaria.
    1919! 1920! Anni fervidi d’azione, dominati dalla forza crescente del movimento socialista. Ma la sinistra – ipnotizzata dagli eventi stessi – proclamava che non valeva la pena di fare il minimo dei sacrifici per una rivoluzione che non fosse totalitaria e massimalista e non si concretizzasse nella formazione dei soviets – invano tentata – e nella dittatura del proletariato. Né diceva, questa sinistra, ai ceti medi e piccolo borghesi, ai contadini, agli intellettuali allarmati che la dittatura del proletariato non è la liquidazione della democrazia ma una fase, un momento dell’avviamento alla democrazia politica ed economica; né avvertiva la diversità della situazione italiana – (che di riflesso aveva compiuto il suo 1789 e il suo 1848) – da quella russa – (dove la giovinezza storica del proletariato e l’abbrutimento dei contadini rendevano vitale soltanto un socialismo autoritario); né parlando di violenza precisava che essa in un caso solo è levatrice della storia, quando cioè conduce alla luce una nuova civiltà già maturatasi nella vecchia.
    D’altro canto la destra, paga di affermare l’incontrovertibile principio che la forma giuridica durevole del dominio della maggioranza è la democrazia, resisteva cocciutamente sul terreno delle pretese “eterne verità” democratiche, dalle quali pretendeva assurdamente che non ci si potesse discostare.
    1921! 1922! L’assalto fascista e da parte socialista la salvezza di una formula e di un dogma, preferita alla salvezza del proletariato e del socialismo. Una miopia così acuta da non vedere che l’intransigenza politica del partito, il suo no alla rivoluzione o al compromesso, i suoi non possumus, erano la condizione necessaria per il trionfo del fascismo. Una vana ortodossia dottrinale che si risolveva in un inconscio abbandono delle masse alle vendette della incalzante reazione agraria. Allora la parola d’ordine del capo del movimento socialista fu: “ci ritiriamo in Sicilia” come se si fosse trattato di salvare non tutto il proletariato ma un manipolo di ufficiali e graduati di un esercito disfatto.
    Questa fu la crisi socialista, crisi quindi d’inazione. Nel tentativo di sostituire l’accademia all’azione divenivano fatali le scissioni e le riscissioni. Ma oggi che significato hanno più queste scissioni?
    Lasciamo stare la scissione di Livorno, perché ormai il movimento comunista ha razionalmente e internazionalmente caratteristiche sue proprie e un suo centro insostituibile. Ma la scissione di Roma, la separazione cioè della destra e del centro socialista cosa può rappresentare?
    Musica del passato.
    Nel regime fascista manca lo spazio sociale e politico del riformismo o del collaborazionismo. La sola ragione quindi di contrasto fra socialisti potrebbe esser l’intransigenza o la transigenza politica. L’intransigenza è arcibattuta. A essa risale in gran parte la responsabilità della disfatta del movimento socialista. La rifiutano ormai concordemente i comunisti e i social-democratici. È il rifugio dei parolai e dei rivoluzionari verbali. È il falso passaporto degli oppositori per burla, i quali si rifugiano nelle sideree regioni dei principii generali dove stanno tranquillamente, come se fossero al disopra della mischia.
    Il socialismo non può più essere politicamente intransigente perché esso ha troppi e troppo grandi interessi da tutelare e da difendere e perché da tempo non è più nella fase della propaganda ma nella fase delle realizzazioni. La stessa difesa delle conquiste del passato e della rivoluzione borghese dagli assalti della reazione plutocratica e fascista, rientra oggi – in tutta Europa – nei doveri dei partiti socialisti. In Italia la sconfitta socialista è divenuta inevitabile il giorno in cui il partito ha creduto che questa difesa non lo riguardasse. Se lo stesso errore fosse stato compiuto in Germania, fosse compiuto in Francia si avrebbero le medesime conseguenze. Difendere la costituzione? Difendere le conquiste della stessa rivoluzione borghese? Roba da far venire il vomito ai campioni dell’intransigenza cosiddetta classista, a scusante dei quali occorre supporre non sospettino neppure che ogni costituzione essendo il risultato dai rapporti di forza fra le varie classi, la sua difesa da assalti reazionari equivale a difendere il grado di forza già conseguito dalla classe operaia.
    Ove venga a mancare la pregiudiziale assoluta dell’intransigenza, ove cioè il socialismo assuma seriamente e sul terreno politico – (ogni lotta di classe è una lotta politica) – la causa del proletariato, la scissione fra socialisti diviene un non senso. Ci potranno essere diverse valutazioni tattiche, ma non è su dissensi tattici che si può edificare una concorrenza politica.
    Ma, torno a dire, superare le scissioni ha da essere un punto di partenza, non un punto di arrivo.
    Il Partito socialista italiano è a un momento molto importante della sua storia. Può essere – dilatando il suo fronte nei limiti naturalmente dei principii fondamentali del socialismo – il centro della opposizione anti-fascista. Possono stringersi attorno alla sua bandiera non solo tutti i socialisti, ma molte nuove forze ed energie, molti giovani ai quali la recente esperienza ha dimostrato che la lotta contro l’attuale dittatura va concepita e condotta sotto il suo duplice aspetto di lotta di classe e di lotta repubblicana. Può diventare rapidamente non solo l’antagonista ideale del fascismo ma l’antagonista concreto, d’ogni giorno e d’ogni ora.
    L’antagonista e il successore, non il comodo fantoccio lasciato in piedi per le necessità polemiche del fascismo. Per questo esso ha bisogno di liberarsi della mentalità dogmatica, generalizzatrice, intransigente e riformista (fieri campioni di un riformismo sociale politicamente intransigente sono stati assai più dello stesso Turati i rivoluzionari come Serrati). Oppure può restare una chiesuola avulsa dalla realtà politica, tagliata fuori dalla storia, posta in terzo e quarto ordine sia di fronte ai comunisti sia di fronte a una nuova democrazia che inevitabilmente sorgerebbe assumendo gli oneri e gli onori della prima fila nella battaglia antifascista. Ecco perché penso che quello dell’unità socialista sia un problema di vita o di morte. Ed ecco perché, la situazione politica imperniandosi sul dilemma: “fascismo o socialismo”, non si possono avere dubbi sull’istinto che guiderà il partito a preferire alla morte la vita.


    Pietro Nenni




    (1) In un odg approvato il 17 dicembre, la Direzione socialista, considerando che le manifestazioni unitarie di Nenni erano in contraddizione con la politica del partito (“né con Londra né con Mosca” e “né coi socialdemocratici né coi comunisti”), accettò le dimissioni che Nenni aveva già presentato il 12 dicembre. Riccardo Momigliano era incaricato a dirigere l’ “Avanti!”. (“Avanti!”, 18 dicembre 1925).
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)


    Meditazioni su una battaglia perduta (1948)*


    * Il Fronte democratico popolare, tra comunisti e socialisti, viene sconfitto alle elezioni del 1948 e, all’interno del Fronte stesso, i socialisti subiscono un pesante ridimensionamento. L’unità politica della classe sembra a Nenni costituire l’unica linea di resistenza contro le tendenze conservatrici. In questo articolo, pubblicato sull’ “Avanti!” subito dopo le elezioni, il leader socialista esamina le cause di una battaglia perduta.



    Dopo le elezioni del 2 giugno io intitolai “Una battaglia vinta” un libercolo nel quale avevo raccolto discorsi e scritti sulla Costituente e la Repubblica. Se m’avvenisse di fare altrettanto con i discorsi e gli scritti che costituiscono il mio apporto alla formazione ed alla lotta del Fronte dovrei stavolta intitolare il libro “Una battaglia perduta”.
    Conosco il prezzo delle battaglie perdute e non sono tale da eludere le responsabilità. Il Consiglio Nazionale del Partito e il Congresso avranno l’occasione di giudicare se fu giusta la politica proposta e adeguata la esecuzione. Le decisioni che saranno prese faranno legge. La vita democratica di una organizzazione come la nostra va intesa come un rapporto fiduciario fra base e dirigenti che non si stabilisce una volta per sempre, ma si saggia, si rinnova, si sospende e si revoca alla prova dei fatti.
    Logica, quindi, la deliberazione con la quale la Direzione del Partito, senza bisogno di sollecitazioni esterne, ha aperto, con la convocazione del Consiglio Nazionale, la consultazione dei militanti. Logico il fervore di critica e di auto-critica a cui si inspirano i commenti alla battaglia del Fronte non dettati soltanto da spirito polemico.
    Il Fronte si è battuto nelle condizioni più difficili che potessero darsi. La sua – avrebbe detto Claudio Treves – è stata una lotta del razionale contro l’irrazionale e dei programmi contro gli spettri. In ciò bisogna riconoscere che De Gasperi è stato miglior psicologo, allorché al tentativo nostro di discutere le cose, i programmi, le esperienze per ciò che sono, ha opposto una astratta contrapposizione del Bene e del Male, di Cristo e di Mefisto, della Civiltà e della Barbarie. Se può mettersi in dubbio che noi abbiamo sottovalutato l’influenza della Chiesa presso larghi strati della popolazione, come abbiamo sottovalutato lo sfacciato intervento americano, tradottosi nella minaccia di privare l’operaio del lavoro e del pane per punirlo di votare col Fronte.
    Che ciò abbia servito la pace religiosa e la stima degli italiani per gli americani è questione da valutarsi a parte. Che ciò abbia tolto alla vocazione ogni carattere di spontaneità e di lealtà è pure una questione sulla quale avremo più di una occasione di tornare. È comunque con le armi della dannazione perpetua e dell’affamamento che al Fronte sono stati sottratti due dei dieci milioni di voti sui quali ragionevolmente nostre organizzazioni contavano, e che, a beneficio della Democrazia cristiana, sono stati strappati dalle case, dai conventi, dagli ospizi due altri milioni di elettori normalmente indifferenti alle competizioni politiche.
    Infirma, tuttavia, la constatazione di questo fatto, il presupposto che, in ogni caso, la battaglia andava data?
    L’esigenza del Fronte, cioè di una coalizione politica di tutte le sinistre attorno alla classe lavoratrice, si è imposta all’indomani del 2 giugno e si può ben dire fosse implicita nei risultati contraddittori del referendum istituzionale e delle elezioni per la Costituente.
    I due milioni di voti dati allora dalla democrazia cristiana alla vittoria repubblicana e gli otto milioni di voti da essa raccolti nelle elezioni per la Costituente, fecero sì che la Repubblica nascesse con una ipoteca moderata che lasciava presagire una rapida involuzione di tipo austriaco o tedesco o spagnolo. Con ciò risultava rafforzata sul terreno del consolidamento dello Stato democratico, l’esigenza di classe di una lotta per il potere che eliminando l’ipoteca moderata ricacciasse indietro l’assalto allo Stato repubblicano degli interessi agrari e capitalistici i quali già avevano tenuto sotto tutela lo Stato fascista.
    Purtroppo la paura piccolo-borghese del comunismo impedì alle sinistre di prendere coscienza del pericolo moderato. La prima irragionevole manifestazione di paura si ebbe – non a caso – nel seno stesso del nostro Partito, con la scissione del gennaio 1947, che offrì alla Democrazia cristiana l’occasione da tempo spiata e sollecitata di liberare lo Stato da ogni contrappeso popolare, restituendolo alla sua funzione di comitato di affari della borghesia.
    Nella seconda metà del ’47, caratterizzata dal rapido aggravarsi dei rapporti fra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, si andò delineando non soltanto in Italia ma in tutta Europa, l’isolamento della classe operaia e dell’Estrema Sinistra. Il Fronte fu il tentativo coraggioso ed audace di rompere l’assedio, un tentativo tutt’altro che fallito, malgrado l’insuccesso elettorale, se ad esso dobbiamo l’alleanza che si è stabilita fra operai, contadini e intellettuali sulla base del mutuo impegno di una lotta a fondo per una rinnovata struttura dello Stato e della Società, dei rapporti politici e di quelli di classe e di produzione.
    Non vi è dubbio che noi socialisti, esposti più dei comunisti, subiamo un forte contraccolpo per la mancata vittoria. È anche evidente che abbiamo pagato e paghiamo un prezzo assai alto ai rapporti di forza all’interno del Fronte fra compagni di cordata.
    Ma infinitamente maggiore sarebbe la nostra amarezza – e più pesante la nostra responsabilità in questo Primo Maggio – se ci fossimo per viltà sottratti o se pensassimo a sottrarci, costi quel che costi per dirla con De Gasperi, al dovere di realizzare e mantenere la coesione della classe lavoratrice e delle forze democratiche di avanguardia, unica difesa e garanzia contro l’incombente minaccia reazionaria.
    Tanto più ciò è vero che nessuna delle istanze da noi poste si trova superata o elusa della vittoria elettorale dei clerico-moderati. Non quella della lotta per lo Stato popolare e contro lo Stato di polizia. Non quella di una politica estera di neutralità che sventi il tentativo di fare indossare al nostro popolo l’uniforme della legione straniera del capitalismo. Non quella dello Stato e della Scuola laica. Meno che mai quella delle fondamentali riforme di struttura.
    La vittoria clerico-moderata del 18 aprile, ad appena tre anni dalla liberazione, si inserisce nella tradizione della nostra destra monarchica e borghese sempre volta a risolvere e soffocare in termini di compromesso le iniziative rivoluzionarie fin da quelle mazziniane e garibaldine dell’Ottocento.
    Se al nuovo tentativo di dare un soggetto moderato alla lotta dell’avanguardia popolare contro la triade fascismo monarchia capitalismo, risponderanno la nostra intransigenza e la nostra fedeltà di classe, allora nulla è da considerarsi compromesso e l’onda stessa che oggi minaccia di sommergerci ci riporterà in cima.
    Come sempre si tratta di non perdersi d’animo, di non smarrire la via perché un ostacolo imprevisto ne sbarra il tracciato, di non perdere di vista il fine solo perché i mezzi impiegati sono risultati inadeguati o per difetto di impostazione o, più probabilmente, per difetto di esecuzione.
    Il Primo Maggio è propizio a meditazioni di questo genere in quanto ci ricorda con quanta pazienza e perseveranza e coraggio il proletariato abbia dovuto condurre la sua dura lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento, senza stancarsi mai di ricominciare daccapo dopo i terremoti devastatori delle reazioni e delle guerre. Eppure molto cammino è stato fatto. Eppure la mèta sarà raggiunta.


    Pietro Nenni


    https://www.facebook.com/notes/pietr...17733551676489
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    "...la via parlamentare [...] non implica soltanto il riconoscimento della legge dei numeri – maggioranza, minoranza – o del diritto di conquistare la maggioranza, ma il rispetto della legalità democratica, quale è sancita dalla Costituzione, quando si è opposizione, e quando si è maggioranza”.


    Pietro Nenni, 1956
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  9. #9
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    Golda Meir definì Nenni “l’ultimo grande socialista”; Nenni disse: “non credo di essere un ‘grande’ socialista, certo non sono l’ultimo: il socialismo non è morto, è più vivo che mai”. E quando lesse in un articolo: “Nenni è un combattente per la causa dell’umanità” l’ho sentito, quasi parlando con se stesso, sussurrare: “forse perciò ho perso”.

    G. Tamburrano, “Pietro Nenni”, Laterza, Roma-Bari, p. IX.
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  10. #10
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    Predefinito Re: Pietro Nenni (Faenza, Ravenna, 1891 - Roma, 1980)

    La sua vita politica è una instancabile agitazione, tanto che sembra monotona. Dove c’è un’occasione per manifestare la sua fede repubblicana, egli è presente con un incredibile coraggio fisico che sfiora l’incoscienza. Per capire il suo carattere e la carica del suo impegno, ecco un episodio tra tanti: il nazionalista Federzoni tiene una conferenza al Teatro Rossini di Pesaro, l’8 gennaio 1914. Nenni si mette in viaggio e si presenta nel teatro affollato soprattutto di nazionalisti arrabbiati, quelli che, ad esempio a Bologna, hanno picchiato repubblicani, anarchici e socialisti che manifestavano contro la guerra di Libia. Quando Federzoni finisce di parlare, Nenni chiede il contraddittorio. E non per dissentire con la prudenza e la cautela del caso. No! “Tranquillo, sorridente”, come riferiscono i giornali, dice frasi del genere: “Voi siete dei reazionari, fate gli interessi dei clericali ed è questa la vostra vergogna”. Nella sala scoppiano tumulti, e i pochi repubblicani presenti sono aggrediti; interviene la forza pubblica che, manco a dirlo, “arrestò tra gli applausi del pubblico nazionalista (bel coraggio!) cinque dei nostri amici”, come annotò “Il Lucifero”. Pochi mesi dopo è di nuovo davanti ai giudici, in Corte d’assise ad Ancona, imputato di vilipendio delle istituzioni. In un comizio a Cupramontana, il 5 ottobre dell’anno prima, aveva detto: “Putrida monarchia asservita alla nemica Austria”. Molto pubblico a Palazzo di giustizia. Ecco la dichiarazione di Nenni: “Avrei potuto portare molti testimoni per dimostrare che non ho detto quelle parole; ma a che pro? Ne ho dette altre, forse più pesanti. Ed è naturale: io sono repubblicano. È concepibile un repubblicano che non parla male della monarchia? Se mi si facesse un processo tutte le volte che parlo o scrivo male della monarchia io sarei qui in Tribunale dal primo all’ultimo giorno dell’anno. Potete quindi assolvermi o condannarmi, io resterò indifferente”. Fu assolto.


    G. Tamburrano, “Pietro Nenni”, Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 44-45.
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