La crisi della definizione di morte cerebrale
Se tuttavia il dibattito sul criterio del silenzio-assenso informato sembra rimanere al momento attuale piuttosto una questione di principio non solo poiché in Italia esso non è ancora diritto vigente, ma forse perché a questo punto mai lo diventerà, vi è un altro problema connesso ai trapianti che nel nostro paese è stato del tutto tabuizzato, ma che in altri, soprattutto nel corso degli ultimi anni, è ritornato al centro dell’attenzione: la morte cerebrale è veramente un criterio attendibile per stabilire la morte dell’uomo?
La legge italiana, come quella di altri paesi, fa propria la nozione di morte cerebrale derivata dal rapporto Harvard, ma nel corso degli anni Novanta quel consenso scientifico e generalizzato che sussisteva all’inizio è andato gradualmente incrinandosi. Non solo da parte di filosofi e giuristi ma anche da parte di autorevoli medici sono cresciute di molto le perplessità su una definizione che da principio era stata quasi universalmente accolta.
Accenneremo qui soltanto alle critiche del primo versante, per concentrarci poi soprattutto su quelle interne alla medicina. Come è noto il primo grande critico della definizione di Harvard fu Hans Jonas, in un saggio scritto immediatamente dopo la pubblicazione del documento di Harvard. Sebbene il suo atteggiamento controcorrente sia rimasto inizialmente isolato, negli ultimi tempi anche in ambito filosofico le voci di dissenso sono andate aumentando e oggi tra i critici della definizione di morte cerebrale possiamo persino annoverare autori come Peter Singer, che muovono da una concezione filosofica diametralmente opposta a quella di Jonas.
Ralf Stoecker, ad esempio, ha recentemente sostenuto con argomenti stringenti la necessità di oltrepassare il dibattito etico-medico intorno alla morte cerebrale in un dibattito filosofico-morale che sfoci non in una (qualsiasi) definizione di morte, bensì in un’etica per il trapianto d’organi. Anche il filosofo Josef Seifert ritiene filosoficamente non accettabile e scientificamente non attendibile la definizione di morte basata su criteri neurologici.
In tutti questi autori, sebbene siano diversi i punti di partenza, vi è tuttavia la comune consapevolezza del fatto che individui cerebralmente morti non siano ancora in realtà cadaveri (e dunque non possano essere trattati come tali) e le divergenze vertono semmai sul modo in cui possano essere trattati individui la cui possibilità di un ritorno alla vita cosciente è comunque ormai definitivamente esclusa.
Ma l’aspetto forse ancora più interessante è che le crepe nella definizione di Harvard cominciano sempre più chiaramente ad essere messe in evidenza anche in ambito medico. La morte cerebrale totale non riesce a dimostrare ciò che invece vorrebbe provare, vale a dire l’assenza irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. Su questa conclusione oggi vi è in ambito scientifico ampia convergenza, più di quanto venga pubblicamente ammesso, anche da parte di coloro che comunque continuano a sostenere la necessità di mantenere una definizione di morte basata su criteri neurologici. Sotto il profilo giuridico va qui sottolineato che se attualmente si procede agli espianti
nonostante si sappia che non sono ancora cessate irreversibilmente tutte le funzioni cerebrali si sta espiantando quando a rigor di legge il donatore è ancora vivo.
Ci troviamo così di fronte al problema della coerenza logica tra definizione di morte, criteri e test necessari per diagnosticarla. Dal momento che la letteratura su questo tema è decisamente ampia, ci soffermeremo soltanto su due lavori di notevole interesse che affrontano, tra le altre, la problematica della coerenza logica e propongono due soluzioni alternative.
Nel 1992 due medici statunitensi, Robert Truog e James Fackler, hanno pubblicato un articolo in cui si dava conto delle più recenti scoperte neurologiche, ottenute attraverso studi, osservazioni cliniche e riscontri diagnostici. Tali ricerche hanno evidenziato che gli attuali criteri e test per accertare la morte cerebrale in realtà consentono di diagnosticare soltanto la morte corticale, ovvero la perdita irreversibile della coscienza in seguito a danni irrimediabili alla corteccia cerebrale. I pazienti che hanno subito tali danni si trovano nel cosiddetto “stato vegetativo persistente”: privi di coscienza, respirano autonomamente e presentano tutte le funzioni del sistema neurovegetativo (ritmi di sonno e veglia, deglutizione, ecc.), ma non sono in alcun modo in grado di interagire con il mondo circostante e devono essere nutriti artificialmente.
Truog e Fackler hanno sottolineato che tali soggetti non sono morti secondo i criteri cardio-respiratori né secondo quelli neurologici della morte cerebrale totale, che per definizione equivale alla cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo; tuttavia è chiaro che essi non sono neppure vivi nel senso pieno del termine: tali pazienti non hanno alcuna possibilità di riprendersi da questa condizione vegetativa, ma possono “vivere” per anni se si garantisce loro la minima assistenza infermieristica e medica. Non sono biologicamente morti ma neppure biograficamente vivi per riprendere una nota distinzione elaborata da James Rachels. La vita biologica può essere conservata mentre la vita biografica (l’insieme di sentimenti, desideri, aspettative, progetti) si è definitivamente spenta. Per questa ragione - secondo Truog e Fackler - i pazienti in stato vegetativo persistente potrebbero essere considerati morti a tutti gli effetti: in essi è venuta meno la coscienza, ciò che dà senso all’esistenza umana in quanto tale. Che senso può avere il mantenimento in vita del corpo quando non si possiede più la consapevolezza di esistere?
Truog e Fackler concludono, proponendo in forma interrogativa la seguente distinzione: se i criteri ed gli esami neurologici attualmente in uso riescono a determinare con un elevato grado di precisione la morte corticale, perché non adottare tale nozione, abbandonando quella di morte cerebrale totale, e continuare ad impiegare i criteri ed i test attualmente in uso? Questa strategia consentirebbe di superare il problema di coerenza logica tra definizione, criteri ed esami cui si è fatto prima riferimento. La soluzione proposta dai due medici lascia spazio ad alcune critiche, dal momento che nessuno oggi si sentirebbe di dichiarare morto un soggetto in stato vegetativo permanente e di accettare che questi sia inumato o cremato mentre ancora respira. Anche l’ipotesi avanzata dai due autori di praticare al soggetto una iniezione che ne arresti la respirazione oppure procedere all’espianto degli organi a scopo di trapianto se tale soggetto aveva manifestato la propria volontà in tal senso lascia perplessi.
Truog stesso qualche anno dopo si è reso conto di queste difficoltà e nel 1997 è ritornato sull’argomento della morte cerebrale in un saggio in cui giunge a conclusioni diverse rispetto a quelle sostenute nell’articolo a doppia firma con Fackler. Truog riconosce che il problema della coerenza logica tra definizione di morte cerebrale, criteri e test per l’accertamento di morte continua a restare irrisolto e ritiene inoltre che la soluzione proposta nel 1992 nell’articolo scritto con Fackler, ovvero adottare la definizione di morte corticale, allo stato attuale non sia realizzabile. Dal punto di vista filosofico, Truog resta convinto che la morte dell’essere umano coincida con la perdita irreversibile della coscienza, con la morte corticale dunque, ma per ragioni politiche e sociali auspica invece un ritorno all’impiego dei “vecchi” criteri cardio-respiratori: la cessazione del battito cardiaco e della respirazione continua ad essere concepita dalla maggior parte della popolazione come il segno
della ineluttabile fine della vita. Questo passo indietro consentirebbe il superamento dei problemi lasciati irrisolti dalla definizione di morte cerebrale e della diffidenza che essa continua a suscitare tra l’opinione pubblica. Beninteso, l’approccio corticale continua - secondo Truog - ad essere corretto per identificare ciò che vi è di rilevante nell’esistenza di una persona; ma ciò che ora si sottolinea è che la morte di un essere umano è comunque la morte di un organismo vivente e questa non si identifica con nessun criterio esclusivamente cerebrale, tanto meno con quello della morte corticale. Quest’ultimo criterio fa sorgere più problemi di quanti pretenderebbe di risolvere sostituendosi alla nozione di morte cerebrale totale. Innanzitutto perché, allo stato attuale delle nostre conoscenze, risulta impossibile diagnosticare in modo definitivo l’irreversibilità dello stato vegetativo persistente; in secondo luogo, nonostante siano passati alcuni decenni dall’introduzione della nozione di morte cerebrale, la stragrande maggioranza degli esseri umani continua a percepire la cessazione del battito cardiaco e della respirazione come il segno incontrovertibile della fine della vita, mentre ritiene controintuitivo considerare morti pazienti che ancora respirano. Le incoerenze teoriche generate dalla nozione di morte cerebrale e le difficoltà pratiche originate da quella di morte corticale hanno come risultato il ritorno ai tradizionali criteri cardiopolmonari: ad essi Truog propone nuovamente di fare affidamento per la dichiarazione di morte di ciascun essere umano.
Ciò che dunque viene proposto è una vera e propria inversione di marcia. Ma ciò non deve necessariamente implicare la fine dei trapianti: abbandonare la morte cerebrale non significa sospendere i trapianti, ma trovare per essi una diversa giustificazione da quella sino ad oggi offerta da una nozione di morte cerebrale sempre più traballante. Insomma, per accertare la morte non resta che ritornare al tradizionale standard cardiorespiratorio, mentre per rendere leciti i prelievi è sufficiente che essi avvengano nel rispetto di alcuni principi etici, anche prima che si verifichi la morte del paziente (non solo quella cardiorespiratoria, ma persino quella dell’intero cervello).
Un altro medico statunitense, per la precisione un neurologo pediatrico, Alan Shewmon è giunto ad un ripensamento complessivo della nozione di morte cerebrale, parzialmente analogo a quello di Truog. Negli anni Ottanta Shewmon era un convinto sostenitore della definizione di morte cerebrale e dei criteri e test adottati per accertarla. Egli era persino giunto a ritenere che l’adozione della nozione di morte corticale sarebbe stata il passo imposto dagli sviluppi della scienza medica.
Shewmon aveva presentato e discusso la propria posizione durante interventi tenuti a convegni internazionali e alla Pontificia Accademia delle Scienze nel 1989 in occasione della riunione del gruppo di lavoro sulla morte cerebrale espressamente convocato dall’Accademia stessa. Alla metà degli anni Novanta Shewmon ha totalmente mutato le proprie convinzioni. A ciò hanno contribuito non soltanto una letteratura sempre più ampia e ricca sulla morte cerebrale, ma soprattutto l’esperienza clinica e l’osservazione di alcuni soggetti diagnosticati in stato di morte cerebrale vissuti, seppure privi di coscienza, per settimane o mesi (in un caso persino molti anni).
Nel corso degli anni Shewmon ha dunque elaborato un nuovo modo di concepire la morte, come risultato del disfacimento non di un solo organo, per quanto importante, ovvero il cervello, ma di più sistemi organici fino ad un “punto di non ritorno”, una soglia oltre la quale qualsiasi intervento medico risulta fallimentare. Secondo Shewmon è certamente vero che alcuni pazienti in stato di morte cerebrale sono realmente morti, ma non perché il cervello è morto. Tali pazienti, nonostante i trattamenti intensivi, sono morti perché si sono verificate disfunzioni anche negli altri sistemi organici, fino alla perdita irreversibile dell’unità integrativa dell’organismo. Tale fenomeno si verifica anche a seguito di arresto cardiaco, seppure esso presenti una certa differenza con il caso dei
danni al sistema cerebrale: in quest’ultimo caso infatti un danno intracranico lascia intatti gli altri sistemi organici, che possono essere stabilizzati con opportuni interventi.
Shewmon ha inoltre dimostrato l’infondatezza scientifica della concezione secondo cui il cervello costituisce l’organo critico che conferisce unità integrativa all’organismo, trasformandolo da una pura collezione di organi e tessuti in un “organismo come un tutto”: secondo il neurologo statunitense la maggioranza delle funzioni integrative del cervello di fatto non sono somaticamente integranti mentre, al contrario, la maggior parte delle funzioni integrative corporee non sono mediate dal cervello. Shewmon ritiene che il cervello svolga un “ruolo di modulazione”, esaltando la qualità e il potenziale di sopravvivenza di un organismo che si presuppone sia vivente, e che l’unità integrativa di un organismo complesso sia un fenomeno olistico, non localizzabile, che implica la reciproca interazione di tutte le parti di quell’organismo.
In estrema sintesi, Shewmon ritiene che “se la morte cerebrale deve essere eguagliata alla morte, allora ciò deve essere fatto sulla base di un concetto di morte essenzialmente non-somatico, non-biologico (ad esempio, la perdita della personalità sulla base della irreversibile perdita della capacità di coscienza)” perché la giustificazione fisiologica della morte cerebrale è insostenibile proprio a livello fisiologico.
Bibliografia
Secondo quanto previsto dall’art. 1 della legge 578 (Norme per l’accertamento e la certificazione di morte, 29/12/1993, n. 578) la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.
Cfr. H. Jonas, Morte cerebrale e banca di organi umani: sulla ridefinizione pragmatica della morte, in H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, a cura di P. Becchi, Torino, Einaudi, 19992, pp. 167-184.
Cfr. D.A. Shewmon, Recovering from “Brain Death”. A Neurologist’s Apologia, in “Linacre Quarterly”, February 1997, pp. 30-96, in cui l’autore dà conto delle opposizioni alla definizione di morte proposta dalla Commissione ad hoc di Harvard. Shewmon cita filosofi (come Hans Jonas e Josef Seifert) ma pure medici (come D.W. Evans, il pediatra Paul Byrne e il neurologo Sean O’Reilly), ricordando che si è trattato di voci isolate di dissenso.
Cfr. P. Singer, Morte cerebrale ed etica della sacralità della vita, in “Bioetica”, 1, 2000, pp. 31-49. Per una ricostruzione dello sviluppo del pensiero di Singer su questo tema cfr. P. Becchi, Un passo indietro e due avanti. Peter Singer e i trapianti, in “Bioetica”, 2, 2002, pp. 226-247.
R. Stoecker, Der Hirntod. Ein medizinethisches Problem und seine moralphilosophische Transformation, Freiburg/München, Alber, 1999.
Cfr. J. Seifert, Is “Brain Death” Actually Death?, in “The Monist”, 76, 2, 1993, pp. 175-202.
Cfr. R.D. Truog, J.C. Fackler, Rethinking Brain Death, in “Critical Care Medicine”, 20, 12, 1992, pp. 1705-1713.
Cfr. J. Rachels, La fine della vita. La moralità dell’eutanasia, trad. it., Milano, Sonda, 1989, pp. 57-58.
E’ questa la conclusione cui perviene anche C.A. Defanti, Vivo o morto? La storia della morte nella medicina moderna, Milano, Zadig, 1999, p. 111.
R.D. Truog, Is It Time to Abandon Brain Death?, in “Hastings Center Report”, 27, 1, 1997, pp. 29-37.
Truog è recentemente ritornato a riflettere sulla questione della giustificazione etica del prelievo degli organi da destinare al trapianto e a ribadire che i principi di autonomia (autonomy) e non maleficenza (non maleficence) servono da fondamento per tali decisioni: cfr. R.D. Truog, Organ Transplantation Without Brain Death, in “Annals of the New York Academy of Science”, 913, 2000, pp. 229-239.
D.A. Shewmon, “Brain death”: a valid theme with invalid variations, blurred by semantic ambiguity, in R.J. White, H. Angstwurm, I. Carrasco de Paula (eds.), Working Group on the Determination of Brain Death and Its Relationship with Human Death, Città del Vaticano, Pontificia Accademia delle Scienze, 1992, pp. 23-51.
Si tratta in parte della stessa letteratura medico-scientifica impiegata da Truog e Fackler nell’articolo del 1992 per dimostrare che la morte cerebrale totale è una finzione e che la morte corticale dovrebbe essere adottata nella prassi medica. Shewmon ha utilizzato tali studi per la dimostrazione di una tesi differente.
Cfr. D.A. Shewmon, “Brain Death”, “Brain Stem Death” and Death: A Critical Re-Evaluation of the Purported Equivalence, in “Issues in Law & Medicine”, 14, 2, 1998, pp. 125-145 e Id., The Brain and Somatic Integration: Insights Into the Standard Biological Rationale for Equating “Brain Death” With Death, in “Journal of Medicine and Philosophy”, 26, 5, 2001, pp. 457-478.
Shewmon cita l’esempio di circolazione e respirazione, intese non in termini di attività cardiaca e polmonare, che possono essere sostituite con mezzi artificiali, ma come fenomeni che si verificano in ogni parte del corpo e sono necessari per garantire l’integrazione somatica. Cfr. D.A. Shewmon, The Brain and Somatic Integration: Insights Into the Standard Biological Rationale for Equating “Brain Death” With Death, cit., p. 469.
Ivi, p. 473: corsivo nell’originale inglese.
tratto da un saggio di Rosangela BARCARO e Paolo BECCHI
MORTE CEREBRALE E TRAPIANTO DI ORGANI
(pubblicato in “Bioetica”, XII, 1, 2004, pp. 25-44)




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