“[…] A ogni nuova pena troppo forte sentiamo un’altra vena emergere, disegnare la sua sinuosità mortale lungo le nostre tempie, sotto i nostri occhi. Ed è così che si formano a poco a poco i terribili volti devastati del vecchio Rembrandt, del vecchio Beethoven, di cui tutti si facevano beffe. E non sarebbero niente le borse sotto gli occhi e le rughe sulla fronte, se non ci fosse la sofferenza del cuore.[…] lasciamo che il nostro corpo si disgreghi perché ogni nuova particella che se ne distacca va – luminosa, stavolta, e leggibile, per completarla al prezzo di sofferenze di cui altri, più dotati, non hanno bisogno, per renderla più solida a mano a mano che le emozioni sbriciolano la nostra vita – ad aggiungersi alla nostra opera.[…]”
(Marcel Proust – “Il Tempo ritrovato”)
L’intensità di certi dolori affresca il nostro volto di nuovi solchi che lo rendono più attraente perché essi, anche a costo del più aspro cinismo, srotolano sotto gli occhi degli altri la pergamena in cui possono leggere il racconto di una vita carica dell’alternarsi pedissequo di attimi intrecciati dal misterioso tessuto formato da lancinanti sofferenze e gioie irraggiungibili.
Il vissuto irripetibile.
ED




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