25 aprile ’45 quarant’anni dopo. Ricordiamo oggi quel grande giorno che segnò il traguardo della lotta di Liberazione: quando l’Italia intera riconquistò indipendenza e unità nazionale, dopo il drammatico 8 settembre, che aveva diviso il territorio del paese, con quell’occupazione nazista simboleggiata dalla “linea gotica”. Segno di una lacerazione che costituiva la malinconica eredità di una guerra già troppo dolorosa per il popolo italiano.
di Giovanni Spadolini - “La Voce Repubblicana”, 25-26 aprile 1985
Tornavano le libertà civili e politiche, e tornavano con il contributo decisivo del popolo italiano, in quel secondo Risorgimento che aveva riunito forze regolari e forze volontarie come nel primo, in un intreccio tale da riprodurre la geografia politica dell’intero antifascismo: cattolici e comunisti, azionisti e repubblicani, socialisti e liberali. Il vecchio e il nuovo antifascismo si fondevano con uno sforzo unitario che avrebbe condotto alla Costituente.
Fra primo e secondo Risorgimento c’era una linea di continuità tracciata con quella “religione della libertà” che diveniva il punto di incontro, quasi comune denominatore, di un’Italia in lotta contro un irrazionalismo attivistico e indiscriminato, fondamento di totalitarismi svolti al più assoluto disprezzo della dignità umana. Negli anni segnati dal nazionalismo e dal bellicismo: come profonda negazione di quei principi di libertà e di umanità che avevano accompagnato la nascita e il consolidamento delle democrazie occidentali.
“Ritorno alla ragione”, scriverà Guido De Ruggiero, in quel filone ideale e politico che univa azioniamo e repubblicanesimo sul tronco di una sinistra democratica e risorgimentale che non si riconosceva tout court in quell’Italia monarchica e prefascista, frutto di un Risorgimento incompiuto, espressione di antiche carenze e di antichi vizi del processo di formazione dello Stato unitario: un complesso di limiti congeniti che avrebbero condotto al fascismo: “autobiografia della nazione”, come disse Piero Gobetti.
Ecco perché, nel programma dell’antifascismo democratico, quello raccolto dalle due famiglie legate da una comune origine di democrazia risorgimentale, repubblicani e azionisti, la lotta di Liberazione non doveva essere separata dalla battaglia istituzionale. Verso il traguardo della Repubblica, che unisce idealmente il 25 aprile al 2 giugno.
Non era bipolare l’Italia che usciva dalla lotta di Liberazione, perché la comparsa della vecchia democrazia prefascista era seguita dalla nascita di un quadro politico già complesso e variegato, con equilibri politici che non potevano essere ricondotti alla sola presenza cattolica e comunista. C’era una tradizione laica e riformatrice capace di interpretare quei ceti medi che rompevano ogni schema classista, manifestando i primi segni di un cambiamento sociale che sarebbe proseguito, e si sarebbe accentuato, negli anni della Repubblica.
Quarant’anni dopo, l’intuizione di chi identificava nel nuovo ceto medio il futuro protagonista di una profonda trasformazione della società italiana è stata pienamente confermata. In questi lunghi decenni, l’Italia è cambiata, si è collocata fra i paesi più industrializzati dell’Occidente, ha abbandonato tutte quelle chiusure autarchiche, autoctone e protezionistiche che erano e sono incompatibili con un’economia sociale di mercato, programmata ma non soffocata dal potere politico.
È cambiata la società italiana come è cambiata la cultura politica del nostro paese, con quella crisi delle ideologie che dovrà essere accompagnata da una maggiore sensibilità delle forze politiche e delle forze sociali ai concreti problemi di una società che continua a trasformarsi con un ritmo sempre più veloce e inarrestabile.
Sono in crisi i partiti: mai come oggi c’è un distacco così profondo fra classe politica e società civile. Mai come oggi l’immagine della classe politica si è profondamente deteriorata, con una questione morale che diviene sempre più la grande questione nazionale della democrazia italiana.
Una cosa è certa. I partiti che indebitamente “occupano” tanta parte dello Stato sono partiti che perdono tutto il legame con la società civile, così forte e intenso negli anni compresi fra la Liberazione e la nascita della Repubblica, e così debole oggi: fino al punto di danneggiare le stesse fondamenta della nostra democrazia.
Un obiettivo è prioritario rispetto a ogni altro: compiere ogni sforzo per ricuperare quel clima ideale da cui nacquero le istituzioni repubblicane. Quasi una nuova costituente.
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