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Discussione: Poesie sul padre

  1. #1
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    Predefinito Poesie sul padre

    Stavo pensando alle poesie sul padre. Sono abbastanza rare e datate, o almeno io non ne conosco di recenti. A leggerne qualcuna, si riconoscono i padri di una volta un po' diversi da quelli di oggi.


    Il pastrano
    di Alda Merini.

    Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
    era un pastrano di lana buona
    un pettinato leggero
    un pastrano di molte fatture
    vissuto e rivoltato mille volte
    era il disegno del nostro babbo
    la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
    Appeso a un cappio o al portabiti
    assumeva un’aria sconfitta:
    traverso quell’antico pastrano
    ho conosciuto i segreti di mio padre
    vivendoli così, nell’ombra.


    Mi’ padre me diceva
    di Aldo Fabrizi.

    Mi’ padre me diceva: fa’ attenzione
    a chi chiacchiera troppo; a chi promette;
    a chi, dop’èsse entrato, fa: “permette?”;
    a chi aribbarta spesso l’opignone.

    E a quello co la testa da cojone,
    che nu’ la cambia mai; a chi scommette;
    a chi le mano nu’ le strigne strette;
    a quello che pìa ar volo ‘gni occasione …

    … pe dì de sì e offrisse come amico;
    a chi te dice sempre: “so’ d’accordo”;
    a chi s’atteggia com’er più ber fico.

    A chi parla e se move sottotraccia;
    ma soprattutto a quello, er più balordo,
    che, quanno parla, nun te guarda in faccia.
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  2. #2
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    ‘O PATE
    di Eduardo De Filippo.

    Pe tutta a vita st’Omme te sta accante,
    e tu, a stiente, t’accuorge che sta llà,
    p’e figlie fa e tutto, e nun se vante,
    e soffre spisso senza mai parlà.

    E comme a S. Giuseppe, zitto e muto,
    s’abbraccia a croce e fa o vulere e Dio:
    fatica, prega e resta scanusciuto,
    e quanno chiagnechiagne,
    t’ dich’io!

    Si pure tene mpietto nu dolore,
    o stesso, p’a fatica, esce a matina;
    p’ a famiglia, è nu martire d’ammore,
    all’ufficio, a o negozio o all’officina.

    Te vò bene e t’ o dice quasi maje,
    te fa l’elogio, si nun staje presente;
    te vase nfronte quanno a durmi’ staje;
    pe’ na carezza, gode veramente.

    Si te richiama, o’ ffa pè vero amore;
    pè te dà gioia, soffre tutt’e’ ppene;
    e ogni ghiuorno se consuma o core,
    pecchè è pate, è vecchio i è piccerillo.

    Salutalo quante jesci e quante tuorne,
    e falle qualche vòta na carezza:
    t’accuorgi ampressa ca te gira attuorne,
    suspiruso e te fa na tenerezza.

    O bene che fa o pate l’annasconne,
    pecchè è ommoe ll’omme accussì fa:
    quanne o figlio se sceta a dint’ o suonne,
    quanno sposa e addeventa isso Papà.
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  3. #3
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    Papà, radice e luce, portami ancora per mano
    nell’ottobre dorato del primo giorno di scuola.
    Le rondini partivano, strillavano:
    fra cinquant’anni ci ricorderai.

    di Maria Luisa Spaziani
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  4. #4
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    Ricordo del padre
    di Sibilla Aleramo

    Sempre che un giardino m’accolga
    io ti riveggo, Padre, fra aiuole,
    lievi le mani su corolle e foglie,

    vivo riveggo carezzare tralci,
    allevi rose e labili campanule,
    silenzioso ti smemorano i giacinti,

    stai fra colori e caldi aromi, Padre,
    solitario trovando, ivi soltanto,
    pago e perfetto senso all’esser tuo.
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  5. #5
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    A mio padre
    di Giorgio Caproni

    Non più il catrame odora
    di remoti velieri
    dietro San Giorgio: un gorgo
    d'altri e più acri aromi
    pullula, Sottoripa,
    nei tuoi fondachi bui.

    Ma è festa ai marinai
    d'oggi come fu ieri
    un tanfo di bolliture
    rancide, d'olii di semi,
    o all'osterie nel fresco
    morto d'acque portuali
    carnali risa di donne
    frequentate dai mori.
    La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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  6. #6
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    ELEGIA PER MIO PADRE
    (Robert Strand 1908 -1968)



    1 IL CORPO VUOTO


    Le mani erano tue, le braccia erano tue,
    ma tu non c’eri.
    Gli occhi erano tuoi, ma chiusi, e non si aprivano,
    Il sole lontano c’era.
    La luna sospesa sulla spalla bianca del colle c’era.
    Il vento sul Bedford Basin c’era.
    La luce verde tenue dell’inverno c’era.
    La tua bocca c’era,
    ma tu non c’eri.
    Quando qualcuno parlò, non vi fu risposta.
    Nubi calarono
    e seppellirono gli edifici sull’acqua,
    e l’acqua fu muta.
    I gabbiani guardavano.
    Gli anni, le ore, che non t’avrebbero trovato
    ruotavano ai polsi degli altri.
    Non c’era il dolore. Se n’era andato.
    Non c’erano i segreti. Non c’era nulla da dire.
    L’ombra spargeva le sue ceneri.
    Il corpo era tuo, ma tu non c’eri.
    L’aria rabbrividiva sulla tua pelle.
    Il buio si chinava nei suoi occhi.
    Ma tu non c’eri.



    2 RISPOSTE


    Perché viaggiavi?
    Perché la casa era fredda.
    Perché viaggiavi?
    Perché è quel che ho sempre fatto fra tramonto e l’alba.
    Cosa indossavi?
    Indossavo un abito blu, camicia bianca, cravatta e calze gialle.
    Cosa indossavi?
    Non indossavo nulla. Mi scaldava la sciarpa di pena.
    Con chi dormivi?
    Dormivo ogni notte con una donna diversa.
    Con chi dormivi?
    Dormivo solo. Ho sempre dormito solo.
    Perché mi mentivi?
    Ho sempre pensato di dire la verità.
    Perché mi mentivi?
    Perché la verità mente più di ogni altra cosa e io amo la verità.
    Perché te ne vai?
    Perché nulla ha senso per me ormai.
    Perché te ne vai?
    Non lo so. Non l’ho mai saputo.
    Quanto dovrò aspettarti?
    Non aspettarmi. Sono stanco e mi voglio sdraiare.
    Sei stanco e ti vuoi sdraiare?
    Sì, sono stanco mi voglio sdraiare.



    3 IL TUO MORIRE


    Niente riusciva a fermarti.
    Non il giorno più bello. Non la quiete. Non l’ondeggiare
    dell’oceano.
    Continuavi a morire.
    Non le piante
    sotto cui camminavi, non le piante che ti davano ombra.
    Non il dottore che ti aveva avvertito, il dottorino biancocrinito che già
    una volta t’aveva salvato.
    Continuavi a morire.
    Niente riusciva a fermarti. Non tuo figlio. Non tua figlia
    che ti imboccava e ti aveva reso di nuovo bambino.
    Non tuo figlio che credeva che saresti vissuto per sempre.
    Non il vento che ti strattonava il bavero.
    Non l’immobilità che si offriva al tuo movimento.
    Non le scarpe che ti appesantivano.
    Non gli occhi che si rifiutavano di guardare avanti.
    Niente riusciva a fermarti.
    Te ne stavi in camera e guardavi la città.
    E continuavi morire.
    Andavi al lavoro e lasciavi che il freddo ti penetrasse i vestiti.
    Lasciavi trasudare sangue nei calzini.
    Il volto ti si faceva bianco.
    La voce ti spezzava in due.
    Ti appoggiavi al bastone.
    Ma niente ti riusciva a fermarti.
    Non gli amici che ti consigliavano.
    Non tuo figlio. Non tua figlia che ti guardava rimpicciolire.
    Non la stanchezza che viveva nei tuoi sospiri.
    Non i polmoni che si riempivano d’acqua.
    Non le maniche che sopportavano il dolore delle braccia.
    Niente riusciva a fermarti.
    Continuavi a morire.
    Quando giocavi con i bambini continuavi a morire.
    Quando ti accomodavi a pranzo,
    quando ti svegliavi di notte, bagnato di lacrime, il corpo scosso
    da singhiozzi,
    continuavi a morire.
    Niente riusciva a fermarti.
    Non il passato.
    Non il futuro con il suo bel tempo.
    Non la vista della finestra, la vista del cimitero.
    Non la città. Non la città orrenda dagli edifici di legno.
    Non la sconfitta. Non il successo.
    Non facevi altro che continuare a morire.
    Avvicinavi l’orologio all’orecchio.
    Ti sentivi venir meno.
    Stavi a letto.
    Ti mettevi le braccia conserte e sognavi il mondo senza di te,
    lo spazio sotto gli alberi,
    lo spazio in camera tua,
    gli spazi che sarebbero fatti vuoti di te,
    e continuavi a morire.
    Niente riusciva a fermarti.
    Non il tuo respiro. Non la tua vita.
    Non la vita che volevi.
    Non la vita che avevi.
    Niente riusciva a fermarti.



    4 LA TUA OMBRA


    Hai la tua ombra.
    I luoghi in cui sei stato l’hanno restituita.
    I corridoi e i prati spogli dell’orfanotrofio l’hanno restituita.
    La Newsboys Home l’ha restituita.
    Le strade di New York l’hanno restituita e anche le strade di
    Montreal.
    Le camere di Belém dove le lucertole divoravano le zanzare l’hanno
    restituita.
    Le strade scure di Manaus e quelle afose di Rio l'hanno
    restituita.
    Città del Messico dove te ne volevi andare l’ha restituita.
    E Halifax dove il porto si lavava le mani di te l’ha restituita.
    Hai la tua ombra.
    Quando viaggiavi la scia bianca del tuo incedere affondava
    l’ombra, ma quando arrivavi la trovavi ad attenderti.
    Avevi la tua ombra.
    Le soglie che varcavi ti sottraevano l’ombra e quando uscivi te
    la restituivano. Avevi la tua ombra.
    Anche quando te la dimenticavi, la ritrovavi; l’ombra era stata
    con te.
    Una volta in campagna l’ombra di un albero coprì la tua ombra
    e tu non venisti riconosciuto.
    Una volta in campagna pensasti che la tua ombra fosse proiettata
    da un altro. L’ombra non disse nulla.
    I tuoi abiti portavano dietro la tua ombra; quando li toglievi,
    lei si diffondeva come il buio del tuo passato.
    E le tue parole che volavano come foglie in un’aria persa, in
    un luogo che nessuno conosce, ti hanno restituito la tua ombra.
    Gli amici ti hanno restituito la tua ombra.
    I nemici ti hanno restituito la tua ombra. Hanno detto che era
    pesante e avrebbe coperto la tua tomba.
    Quando moristi la tua ombra dormiva sulla bocca del forno e
    mangiò come pane i ceneri.
    Esultava tra le rovine.
    Vigilava mentre gli altri dormivano.
    Risplendeva come cristallo tra le tombe.
    Componeva se stessa come l’aria.
    Voleva essere come sull’acqua.
    Voleva non essere nulla, ma non era possibile.
    Venne a casa mia.
    Mi sedette sulle spalle.
    La tua ombra è tua. Glielo dissi. Le dissi che era tua.
    L’ho portata con me troppo tempo. La restituisco.



    5 LUTTO


    Ti piangono.
    Quando ti alzi a mezzanotte
    e la rugiada luccica sulla pietra delle tue guance,
    ti piangono.
    Ti riconducono nella casa vuota.
    Riportano dentro le sedie e tavoli.
    Ti fanno sedere e respirare.
    E il tuo respiro brucia,
    brucia la scatola di pino e le ceneri cadono come luce del sole.
    Ti danno un libro e ti dicono di leggere.
    Ascoltano e gli occhi gli si colmano di lacrime.
    Le donne ti carezzano le dita.
    Ti pettinano restituendo il giallo ai tuoi capelli.
    Radono via il gelo della tua barba.
    Ti massaggiano le cosce.
    Ti vestono elegante.
    Ti strofinano le mani per tenerle calde.
    Ti danno da mangiare. Ti offrono denaro.
    Si inginocchiano e ti scongiurano a non morire.
    Quando ti alzi a mezzanotte ti piangono.
    Chiudono gli occhi e continuano a sussurrare il tuo nome.
    Ma non possono sfilarti dalle vene la luce sepolta.
    Non possono afferrare i tuoi sogni.
    Vecchio mio, è impossibile.
    Alzati e continua ad alzarti, non giova a nulla.
    Ti piangono come possono.



    6 L’ANNO NUOVO


    È inverno, anno nuovo.
    Nessuno ti conosce.
    Via dalle stelle, dalla pioggia della luce,
    giaci sotto il clima delle pietre.
    Non c’è alcun filo che ti riconduca qui.
    Gli amici s’assopiscono nel buio
    del piacere e non possono ricordare.
    Nessuno ti conosce.
    Sei il vicino del nulla.
    Non vedi la pioggia e l’uomo che s’allontana a piedi,
    il vento sudicio che soffia le proprie ceneri per la città.
    Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco.
    Non vedi il cuore ferito andare in fiamme,
    i crani degli innocenti farsi fumo.
    Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce.
    È finita. È inverno, anno nuovo.
    I mansueti trascinano la propria pelle in paradiso.
    I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno
    nulla da nascondere.
    È finita e nessuno ti conosce.
    Luce di stella alla deriva su acqua nera.
    Vi sono le pietre nel mare che nessuno ha visto.
    C’è una riva e la gente aspetta.
    E niente ritorna.
    Perché è finita.
    Perché c’è silenzio invece di un nome.
    Perché è inverno, anno nuovo.



    Mark Strand
    “Non prenderti a cuore guadagno e perdita”

  7. #7
    il pleure dans mon coeur
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    A MIO PADRE
    di Alfonso Gatto


    Se mi tornassi questa sera accanto
    lungo la via dove scende l'ombra
    azzurra già che sembra primavera,
    per dirti quanto è buio il mondo e come
    ai nostri sogni libertà s'accenda
    di speranze di poveri di cielo,
    io troverei un pianto da bambino
    e gli occhi aperti di sorriso, neri
    neri come le rondini del mare.
    Mi basterebbe che tu fossi vivo,
    un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
    Ora alla terra è un'ombra la memoria
    della tua voce che diceva ai figli:
    "Com'è bella la notte e com'è buona
    ad amarci così con l'aria in piena
    fin dentro al sonno". Tu vedevi il mondo
    nel plenilunio sporgente a quel cielo,
    gli uomini incamminati verso l'alba.

  8. #8
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    Tre di notte. In cucina. Parla mio padre.


    Per anni è stata la terra a lavorarmi, pozzi di petrolio,
    campi di cotone, poi ho comprato un pezzo di terra, l’ho
    lavorata. A quei tempi si poteva quasi
    campare. Facevo il tagliaboschi.

    Allora ho mandato a dire in Missouri. Tua madre
    è venuta qui. Ci siamo sposati.
    Abbiamo avuto figli. Cinque.
    Così siamo andati avanti.

    Abbiamo comprato un pezzo di terra vicino all’acqua.
    Era a buon mercato, allora. L’acqua
    era lì fuori. Bastava guardare dalla
    finestra. Non l’abbandonava mai, la finestra.

    Mi sono comprato una barca. Una quattro metri.
    Ce n’era parecchio pesce, allora.
    Te lo ricorderai, prendevamo sempre
    sei, otto pesci e li pulivamo lì
    fuori, in giardino. Avrei potuto pescare fino in Cina.

    Poi ho lasciato perdere i boschi. Un bel giorno
    me ne sono andato, mi sono tolto i tappi, mi sono detto
    basta. Ho lavorato giù al porto.
    Addetto alla gru. Bisognava stare attenti
    che niente cadesse dall’imbracatura. Se
    ammazzavi qualcuno non te lo saresti
    mai scordato. Tutti
    quegli anni ho lavorato e basta,
    ero sull’orlo, ogni giorno. Lavorare e basta.

    Voi ragazzi. Potrei raccontarti
    un sacco di cose. Ma non mi va.

    È inverno. Gioco parecchio a carte
    giù alla taverna. Tua madre.
    Mi tocca inventarmi delle scuse
    per uscire di casa. Sprechi
    tempo, dice lei. Sprechi
    soldi.

    Tu non hai idea, Threasie.
    Non ho più cose
    per cui lavorare. E che diavolo, perché mai
    non dovrei giocare a carte? Threasie,
    ci sono giorni adesso che proprio non lo so.


    Tess Gallagher
    “Non prenderti a cuore guadagno e perdita”

  9. #9
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    FOTOGRAFIA DI MIO PADRE A VENTIDUE ANNI



    Ottobre.
    Qui in questa fetida, estranea cucina
    studio la faccia di mio padre imbarazzata da giovane.
    Un sorrisetto timido, in una mano tiene una sfilza
    di persici gialli e spinosi, nell’altra
    una bottiglia di birra Carlasbad.


    In jeans e camicia di tela, sta appoggiato
    contro il paraurti anterior di una Ford del 1934.
    Gli piacerebbe avere un’aria spavalda e cordiale per i posteri,
    portare il suo vecchio cappello inclinato su un orecchio.
    Per tutta la vita mio padre ha voluto essere un duro.


    Ma gli occhi lo tradiscono, e le mani
    che mostrano senza convinzione quella sfilza di persici morti
    e la bottiglia di birra. Padre, ti voglio bene,
    ma come posso dirti grazie, io che pure non reggo l’alcol,
    e che non conosco nemmeno i posti buoni per pescare?



    Raymond Carver
    “Non prenderti a cuore guadagno e perdita”

  10. #10
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    Predefinito Re: Poesie sul padre

    A babbu meu


    Su continu pensare, su suffrire,
    No han bintu sa tua volontade,
    A sas tempestas d’ogni calidade
    Has ischidu che rocca resistire.

    Cun sos fizos pienu de buntade
    Cun mamma sempre prontu all’obbidire,
    Ogni viziu has pòttidu fuire,
    Onestu sempre e senza vanidade.

    Como subra sa forte conca tua,
    Chi dolorosas penas han frittidu,
    De s’edade cumparit cuddu nie.

    E passen sos annos, passen sempre a fua,
    Ma a mie restat s’esempiu candìdu
    D’unu nobile babbu che a tie.


    Montanaru


    trad.
    A mio padre


    Il costante pensare, il soffrire
    non hanno piegato la tua volontà
    Alle tempeste d'ogni genere
    Come roccia hai saputo resistere


    Con i figli pieno di bontà
    con mamma sempre pronto ad obbedirLe
    Ogni vizio hai saputo fuggire
    Onesto sempre e senza vanità


    Ora sulla forte testa tua,
    che dolorose pene ha travagliato,
    dell'età appare quella neve (canuto)


    E Passino gli anni, passino sempre in fuga,
    ma resta a me il candido esempio
    D'un nobile padre come te!


    Montanaru

 

 

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