





Io penso che le piante e gli insetti abbiano diritto alla vita esattamente come tutti gli altri esseri viventi , solo che non penso di anteporre il loro diritto alla vita al mio diritto di cibarmi .
Regressista amante della pucchiacca.


al posto di Dio la scienza che una volta trattava l'omosessualità come una malattia e adesso non la tratta più come una malattia però definisce la sociopatia come una malattia ma non sa spiegare perché non si debba essere sociopatici (da cui le pratiche che offendono gli anarchici contrariati dalla condotta spiacevole dell'uomo originariamente buono ma corrotto dall'alienazione indotta dalla comparsa nella storia della proprietà e del potere)


perché tu fai coincidere il diritto alla vita col fatto stesso di vivere laddove nel mondo senza Dio il diritto è invisibilmente connesso alla percezione del dolore, come hanno deciso quelli che definiscono sociopatico chi non è attanagliato dagli stessi handicap che affliggono chi si vede preclusa la carne per via di una condizione sfortunata che nessuno ha scelto (non abbiamo scelto la nostra biologia o la cultura che ci inculca pregiudizi che ci limitano la vita)








Si ma l'empatia verso una specie diversa non ha alcun fondamento scientifico. Se abbiamo poi quasi accertato che le piante di cui si nutrono i ruminanti siano anche loro il frutto di carcasse animali, resterebbe solo il respiro e il concime fecale naturale come elementi vitali


ho imparato da Raymond che la società induce pregiudizi che limitano le nostre vite, come chi non mangia maiale perché se no Allah si arrabbia o chi non mangia la carne tout court perché se no viene calpestata la morale anarchica (ovviamente Allah è più temibile della morale anarchica perché manda le persone all'inferno, ma ho imparato dalla polemica antireligiosa di Raymond che Dio non esiste; la morale anarchica invece non scaglia la folgore quindi direi che possiamo tranquillamente ignorarla)
naturalmente Raymond non si preclude la carne per assecondare la morale dato che non ama sentir parlare di morale (qualcuno tuttavia lo fa dichiaratamente per motivi morali) bensì perché è handicappato da una condizione limitante simile a quella di chi non può guidare lungo un viale alberato perché è epilettico