"Astenersi reciprocamente dall'offesa, dalla violenza, dallo sfruttamento, equiparare la propria volontà a quella degli altri: ciò può divenire in un certo qual rozzo modo una buona abitudine tra individui, ove ve ne siano le condizioni (cioè la loro effettiva omogeneità di forze e di valori e la loro appartenenza reciproca all'interno di un unico corpo). Non appena però si volesse prendere questo principio in senso più ampio e, se possibile, come principio fondamentale della società, esso si dimostrerebbe subito per ciò che è: volontà di negazione della vita, principio di dissoluzione e di decadenza. Occorre qui pensare in modo esaustivo al fondamento e rifiutarsi ad ogni debolezza sentimentale: la vita stessa è essenzialmente, appropriazione, violazione, sopruso su ciò che è estraneo e più debole, oppressione, durezza e imposizione delle proprie forme, annessione e perlomeno ‑ ed è il caso più benevolo ‑, sfruttamento, ma a che scopo bisognerebbe usare sempre proprio queste parole, sulle quali si è impressa sin dai tempi antichi un'intenzione diffamatoria?
Anche quel corpo, all'interno del quale, come prima abbiamo supposto, gli individui si trattano da uguali ‑ avviene in ogni sana aristocrazia ‑, deve esso stesso, nel caso esso sia un corpo vitale e non moribondo, fare contro altri corpi tutto ciò da cui gli individui che sono in lui si astengono dal fare reciprocamente: esso dovrà crescere per attrarre a sé, conquistare, vorrà prevalere, ‑ non a causa di una qualche moralità o immoralità, ma perché egli vive, e perché vita è appunto volontà di potenza. In nessun punto tuttavia la coscienza comune degli Europei è più ostile all'insegnamento di quanto non lo sia qui; oggi ci si entusiasma ovunque, addirittura sotto un travestimento scientifico, di condizioni future della società, dalle quali dovrà scomparire il «carattere di sfruttamento»: ‑ ciò suona alle mie orecchie come se si promettesse di inventare una vita che si trattenesse da ogni funzione organica.
Lo «sfruttamento» non appartiene a una società deteriorata o incompleta e primitiva: esso appartiene all'essenza stessa di ciò che è vivente, come organica funzione fondamentale essa è una conseguenza della caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita. ‑ Posto che questa sia nuova come teoria ‑ come realtà è il fatto originario di tutta la storia: si sia onesti verso se stessi fino a questo punto!" (Al di là del bene e del male 259)
"Che gli agnelli non amino i grandi uccelli predatori non sorprende nessuno: ma non autorizza certo a rimproverare i grandi predatori per il fatto di cacciare gli agnellini. E se gli agnelli dicono tra loro: «Questi predatori sono malvagi; e chi è rapace il meno possibile, anzi chi è addirittura l'opposto, un agnello cioè, non dovrebbe essere buono?», non possiamo certo biasimare questo criterio di edificazione di un ideale, anche se i predatorì stessi considereranno la cosa con un certo scherno e si diranno probabilmente: «Noi non li odiamo affatto, questi buoni agnelli, anzi li amiamo, niente è più squisito di un tenero agnello».
Pretendere dalla forza che essa non si manifesti come forza, che essa non sia volontà di sopraffazione, volontà di oppressione, di potere, che essa non sia sete di nemici e di resistenze e di trionfi, è tanto assurdo come il pretendere dalla debolezza che essa si manifesti come forza. Un quantum di forza è un preciso quantum di istinto, di volontà, di azione ‑ anzi non è altro che questo istinto, questa volontà, questa azione stessa, e solo la seduzione del linguaggio (e degli errori fondamentali, in essa pietrificati, della ragione) che intende e fraintende ogni agire come condizionato da un agente, da un «soggetto», può far apparire la cosa sotto una luce diversa. Così come infatti il popolo separa il fulmine dal suo baleno e considera quest’ultimo come un fare, come l’azione di un soggetto che si chiama fulmine, così la morale popolare separa la forza dalle manifestazioni della forza, come se al di là del forte esistesse un sostrato indifferente, il quale sarebbe libero di manifestare o no la forza. Ma un tale sostrato non esiste, non esiste nessun «essere» dietro il fare, l'agire, il divenire: «colui che fa» è solo un accessorio inventato dal fare ‑ il fare è tutto. Il popolo, in fondo, raddoppia il fare; quando fa balenare il lampo, si tratta di un far‑fare: l'avvenimento viene posto prima come causa e poi, la seconda volta, come effetto di questa.
I naturalisti non si comportano diversamente, dicendo: «La forza muove, la forza produce» e via di seguito ‑ tutta la nostra scienza, malgrado tutta la sua freddezza o la sua liberazione dal sentimento, soggiace ancora alla, seduzione del linguaggio e non si è liberata dei falsi bastardi, dei «soggetti» (l'atomo, per esempio, è uno di questi bastardelli, così come la «cosa in sé» kantiana): nessuna meraviglia quindi se i sentimenti repressi di vendetta e di odio, ancora ardenti sebbene nascosti, sfruttino questa fede ai propri fini, e, in, fondo, non tengano viva più profondamente altra fede se non quella nella libertà di scelta del forte di farsi debole, e dell'uccello rapace di farsi agnello ‑ col che si conquistano il diritto di imputare all'uccello da preda il fatto di essere appunto un uccello da preda..." (Genealogia della morale 13)
eeeh sono problemi





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(cmq ora vado :O )
