DIRITTO DEL PIU' FORTE. - La forza si identifica con l'essere: tutto il culto romantico della debolezza nulla può contro questa legge. Contestare il « diritto del più forte », significa dire no alla realtà. Ma a questo proposito si impongono alcuni rilievi:
1° La forza non ha indistintamente tutti i diritti.
2° Esiste una scala qualitativa delle forze. Ogni superiorità, in quanto tale, è una forza. Solo che, nell'essere finito, la forza in un campo è quasi sempre compensata dalla debolezza in un altro. L'animale è ad un tempo più forte e più debole della pianta, l'uomo è ad un tempo più forte e più debole dell'animale. E la forza di un Beethoven non è la forza di un Cesare. L'errore del sentimentalismo consiste nell'idealizzare la debolezza in quanto tale e non in quanto prezzo di una forza. Il diritto del più forte si applica dunque a tutte le specie di forza e non solo alla forza materiale e brutale. Ogni superiorità ha i suoi diritti nel suo campo.
3° Il diritto del più forte è radicalmente inseparabile dal dovere del più forte. Ogni diritto, in questo mondo nel quale nessuno può vivere per sé stesso, procede da un dovere, e l'estensione dei nostri doveri segna il limite dei nostri diritti. Queste due cose non sono vitali l'una senza l'altra: dal momento in cui il più forte ripudia i suoi doveri per esercitare solamente i suoi diritti, cessa ben presto di essere il più forte e scompare! Così muoiono tutte le classi dominanti, che l'abbandono delle loro missioni sociali scaccia presto o tardi dai loro privilegi... La forza infatti si mantiene soltanto nel clima tonico e duro del dovere e del sacrificio...
IL CULTO E L'ODIO DELLA FORZA. - È basso adorare la forza in quanto forza. Le nuvole d'incenso e i concerti di lodi che si alzano ai piedi dei padroni del momento, sono testimonianza, lungo tutta la storia, dell'infinita piattezza umana. Ma l'odio della forza in quanto forza, il culto della debolezza in quanto debolezza non valgono di più. Coloro che la sola immagine del dominatore e del conquistatore riempie di fiele e di rivolta appartengono ad un tipo di umanità ancora più basso. In ambedue i casi, nessun senso del giusto e dell'ingiusto, nessuna apertura all'oggetto, nessun superamento di sé, ma il medesimo riflesso cieco e pressoché animale, derivato da una debolezza allarmata che si costituisce a centro del mondo. Riflesso di sottomissione o di difesa, poco importa: l'essenza dell'atto rimane identica. Il culto della forza procede dalla debolezza che si appiattisce, l'odio della forza dalla debolezza che si ribella; ma che questa bocca lecchi o morda, sappiamo troppo bene che essa non conosce né la ragione, né la giustizia, né l'amore...
Tratto da Gustave Thibon, "Ritorno al reale", pp. 168-169, ed. Giovanni Volpe, 1972.




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