Non si può dire che il problema storico del Risorgimento sia un problema chiuso. Ogni generazione lo sente in modo diverso, vi apporta il contributo della propria sensibilità, il correttivo delle proprie esperienze. Sulla tela della ricerca storica, si inseriscono le passioni, i tormenti, le ansie di lotte che non sono ancora spente, di ideali tutt’altro che perenti, di divisioni e di antagonismi ancor oggi vivi e operanti. La vicenda della guerra e del dopoguerra, per esempio, ha trasformato molti degli antichi canoni di valutazione, ha introdotto nuovi criteri di riferimento. L’età del riscatto nazionale ha servito a giustificare programmi di battaglia, obiettivi di azione immediata. Non sono mancati neppure i “processi al Risorgimento”, nel tentativo di spiegare le ragioni profonde delle insufficienze e delle contraddizioni di oggi. Fra politica e storia, i confini sono stati smorzati e attenuati: fino a proiettare sul passato l’ombra delle proprie inquietudini, delle proprie delusioni o delle proprie amarezze.
di G. Spadolini – Da “Autunno del Risorgimento. Miti e contraddizioni dell’unità”, Le Monnier, Firenze 1986.
Come si muovono oggi – esaurita la fase dei risentimenti – le varie correnti storiche sul problema del Risorgimento? I recenti congressi nazionali dell’Istituto per la storia del Risorgimento, non meno che i vari e fervidi convegni regionali, ci hanno consentito di tracciare un primo bilancio orientativo: permettendoci di ascoltare le voci dei giovani come quelle degli anziani, le voci degli studiosi puri come le altre dei cultori fedelissimi, che obbediscono alla pietas del passato.
Sarebbe un errore credere che la tendenza celebrativa e apologetica sia del tutto spenta. Si presenta sempre, a queste assise di studiosi, chi illustra, con abbondanza di particolari e sincerità di commozione, la pagella di Vittorio Emanuele II o gli speroni di Luciano Manara o l’abito talare di Ugo Bassi. Si tratta di ricercatori appassionati e diligenti, di studiosi umbratili e modesti, che portano ai congressi scientifici tutto il contributo della loro passione, tutto il calore della loro fedeltà, insensibile alle revisioni della critica, indifferente alle smentite dell’analisi.
È facile colpirli con la qualifica di “sorpassati”. Ma in realtà essi rappresentano qualcosa che, nella provincia italiana, costituisce un elemento di distinzione, una costante di nobiltà. Discendenti e continuatori di quelle società di storia patria, che nell’età positivistica introdussero il culto delle sante memorie e animarono la passione degli ideali del Risorgimento, tutti costoro – professori di scuola media, provveditori agli studi, ispettori didattici, maestri elementari, liberi professionisti, senza ambizioni accademiche, senza secondi fini, senza sottintesi di carriera – servono nobilmente e disinteressatamente una causa, che è la causa stessa di un patriottismo generoso e probo.
Le loro ricerche, le loro comunicazioni sono fondate su documenti, su lettere, su piccole pezze di archivi locali nei quali solo il loro occhio penetra: mai arbitrarie e infondate, esse sfuggono a ogni problematica, ma non offendono nessuna verità. È uno dei meriti dell’Istituto del Risorgimento aver contemperato questo filone silenzioso e appartato di studiosi con la cultura accademica, con la storiografia scientifica: e nonostante che il distacco fra le due sfere si approfondisse gradualmente con l’acuirsi di posizioni critiche, che non rispettavano nessuno dei “tabù” della tradizione.
In questo senso non è illegittimo parlare di “due Risorgimenti”.
Il primo è il Risorgimento della tradizione agiografica e della trasfigurazione poetica. È il Risorgimento sentito ancora come mito, come epopea, come leggenda. È il Risorgimento elevato a modello di vita, a regola insuperabile e permanente di azione, a una specie di “catechismo” ideale, che non sopporta le correzioni della critica. È il Risorgimento che comincia nel 1815 e termina nel 1870, chiuso nella sua fortezza di eroismi e di glorie, nella sua unità ideale, che supera tutti i contrasti, che annulla tutte le antitesi. È il Risorgimento che concilia Pio IX con Mazzini, il neoguelfismo col radicalismo, e “il cavaliere dell’umanità” col Re delle sentenze memorabili e degli atteggiamenti statuari. È, in una sola immagine, il Risorgimento che corrisponde alle figurazioni oleografiche di tante case della piccola e media borghesia italiana; con l’incontro di Teano alternato al martirio dei Bandiera, con la battaglia di Solferino alternata allo scontro di Mentana, con la mano benedicente del Papa del “gran perdono” alternata alla breccia di Porta Pia.
È un Risorgimento idoleggiato e fantastico, ma che rappresentò ai suoi tempi una ragione di vita, un titolo di legittimità dello Stato nazionale, un profondo cemento unitario. Pur nella sua fondamentale convenzionalità, quella tradizione romantica e religiosa servì a educare i giovani al culto di quei princìpi, di quei valori, che l’esperienza unitaria non era riuscita ad infondere nelle coscienze: fu, in un certo modo, il correttivo generoso ai compromessi diplomatici del ’59, la trasfigurazione mitica di un processo storico affrettato e incompleto, la leggenda – vorremmo dire – dopo la storia.
Tutto negativo? No. Perché quella visione, pedagogica prima che storica, consentì agli italiani di credere nell’Italia, conciliò, nella fantasia dei giovani, le contraddizioni dell’unità, dissimulò le insufficienze dei gruppi dirigenti, creò le premesse della maturità liberale e della vittoria del ’15-18.
Qual è, invece, l’altro Risorgimento? È il Risorgimento degli storici: quello che ha preso corpo dal 1918 ad oggi, quello che ha sostituito la critica all’agiografia, che ha dissolto tute le superstizioni. È il Risorgimento qual è risultato dalle ricerche d’archivio – condotte senza preoccupazioni, senza riserve mentali, in Italia e all’estero -, ma anche e soprattutto dalle diverse esperienze di generazioni, che avevano bruciato in sé gli idoli della giovinezza, le incrostazioni del mito, e affrontavano la storia con animo distaccato, con sguardo critico e disincantato.
È il Risorgimento che non comincia più nel 1815, ma nell’età delle riforme; che non si limita più alle persone, ma si identifica nelle correnti; che non si esaurisce nel processo diplomatico-politico, ma risale ai tormenti religiosi e ai casi di coscienza; che non crede alle facili conciliazioni, ma scava nei profondi contrasti.
La nuova scuola si rifiuta di accettare le antiche contrapposizioni, dei patrioti tutti eroi, degli austriaci tutti tiranni, dei clericali e reazionari tutti “nemici della patria”, dei vecchi Stati tutti modelli di oppressione e di malcostume, e si preoccupa, invece, di ascoltare le diverse tesi, di esaminare le differenti situazioni, di mettere a confronto patrioti e persecutori, di raffrontare legislazioni e classi, strutture sociali ed economiche.
È una corrente d’interpretazione, che non confonde lo spirito della Carboneria con quello della Giovine Italia, e non fa di tutti i cospiratori modelli di vita e di perfezione morale; che non associa Mazzini e Carlo Alberto, ma illumina le polemiche dei moderati e radicali; che non unisce Cavour a Garibaldi, ma va in fondo nei contrasti del ’60; che non accetta le vecchie distinzioni di Destra e Sinistra, e scopre che spesso la prima era più rivoluzionaria della seconda.
Nella nuova visione storica, particolare importanza acquistano i rapporti fra Italia ed Europa. I “risorgimentisti” di oggi non credono a nessuna forma di “autoctonia” e di isolazionismo, rifiutano gli orgogli nazionalistici e la jattanze provinciali. È ormai un largo movimento d’indagine, che sottolinea i rapporti fra il riformismo italiano e la grande rivoluzione europea del Settecento, che si preoccupa di illuminare, ai fini della nostra formazione unitaria, il valore del giacobinismo francese, l’importanza della Costituzione svizzera, l’esempio dell’insurrezione greca, il monito dell’indipendenza belga, il modello della Monarchia orleanista, l’insuperabile punto di riferimento del liberalismo inglese, i legami indissociabili col ’48 europeo.
È un merito fondamentale della nuova scuola storica aver infuso nei giovani studiosi un coraggio, che talvolta rasenta la temerità, un vigore e un calore d’indagine che non conoscono confini, che superano tutte le colonne d’Ercole della tradizione e del convenzionalismo. Non ci sono più luoghi comuni, schemi fissi, giudizi assoluti. Tutto è sottoposto a revisioni, talvolta a rovesciamenti. I nessi più segreti riaffiorano alla mente. Legami spesso sconosciuti si impongono. L’apporto dell’Italia alla civiltà moderna è messo in valore nella stessa misura in cui si approfondisce l’influenza dei paesi occidentali sull’Italia.
Chi ha partecipato ai lavori degli ultimi congressi o convegni storici ha avuto la sensazione che un nuovo volto del Risorgimento si delinei: egualmente lontano dalla tradizione celebrativa, come dalla polemica ideologica.
Gradualmente, lentamente, il Risorgimento viene a coincidere, sic et simpliciter, con la storia dell’Italia contemporanea: superando gli antichi quesiti, i dubbi sulle date d’inizio e di fine che tanto crucciarono il Carducci.
In questo senso “Risorgimento” è una categoria, che può comprendere i riformatori del Settecento come la politica di Giolitti. Il suo unico limite è rappresentato dalla coscienza dell’Italia come Nazione e come Stato.
Giovanni Spadolini
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