La morte del Maestro Carpentiere


Il Maestro Carpentiere stava morendo e tutti si erano adunati e stretti intorno a lui e piangevano e ne avevano pietà poiché egli aveva costruito umilmente gradini e scale per ognuno di loro. La sua bontà, il suo senso di carità e la sua totale mancanza d’avidità erano note. Non aveva accumulato alcuna ricchezza giacché, terminato ogni lavoro, quando era stato il momento di farsi pagare aveva sempre trattato tutti come fratelli più poveri, senza mai chiedere nulla di più di quanto gli venisse offerto o di quanto fosse sufficiente per continuare a vivere lavorando. Anche la sua assoluta abilità nella sua arte era apprezzata, indiscussa e rinomata. Lo amavano e lo avevano amato ed ammirato molto, ma non solo per quelle ragioni. C’era un motivo più profondo, che generava anche altra stima e maggiore rispetto. Sempre, mentre realizzava i suoi gradini, con la sua bolla e la cazzuola, il cemento e il filo a piombo, frammezzo agli insegnamenti che riguardavano le tecniche di lavoro, usava ripetere ai suoi aiutanti e ai giovani apprendisti: “Quando fra qualche migliaio di scalini avrete appreso bene quest’arte, andrete e costruirete scale per tutti, in particolare per i più poveri. E ricordate: i vostri gesti diverranno spontanei se la vostra guida sarà la carità. In questo modo avrete anche la benedizione e l’amore di Dio”.
Chi conosceva la Parola del Signore ascoltandolo intuiva che in quelle frasi, pronunciate con assoluta fede, si celava la grazia e riecheggiava umile anche la predicazione del Battista: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha alimenti faccia altrettanto. (…) Non esigete più di quello che vi è stato ordinato…” (Luca III, 10-14).
Col tempo, il suo primo basso scalino, sulla soglia del negozio di un fornaio, era così divenuto un piccolo luogo di devozione. I clienti abituali istintivamente rallentavano, quasi fermandosi, scavalcando quel limite con riguardo e avendone cura. Per gli avventori occasionali, era motivo non solo di curiosità, ma di pio pellegrinaggio. Si riteneva che le virtù del vecchio Carpentiere dal suo scalino si fossero trasferite nel pane cotto nel forno di quel negozio al quale perciò si attribuivano qualità taumaturgiche.
Sin da quel primo semplice lavoro, il Maestro era stato mosso da propositi precisi e importanti: che non vi fossero differenze alcune, discrepanze fra la gente, fra i ricchi e gli umili, fra i sapienti e gli analfabeti, e che le possibilità di accedere alle scale e di salirle, fossero veramente uguali per tutti. Perciò aveva lavorato nobilmente ovunque per tutta la vita costruendo centinaia di migliaia di scalini, forse milioni. Si raccontava che avesse utilizzato ogni tipo di materiale, dal fango e la ghiaia del ciglio della strada al porfido delle montagne trentine, dal legno di noce piemontese al bianco marmo delle cave delle montagne dell’alta Toscana. Si narrava che avesse lavorato nei luoghi più remoti e sconosciuti, sulle isole dei freddi mari del Nord, e a Levante oltre le vaste pianure russe. I più erano convinti e sostenevano che riuscire a salire tutte le sue scale fosse un’impresa impossibile, che per farlo fossero necessarie decine di vite.
Nel corso della sua lunga, lunghissima esistenza, aveva inoltre partecipato a numerose iniziative e associazioni di costruttori di scale. In particolare, aveva fondato la “Confraternita dei Costruttori della grande Scala”. Aderendo ad essa, i soci entravano a far parte dopo qualche anno del “Tempio della Fondazione” della grande Scala impegnandosi così a realizzare i gradini e le scale secondo le norme del Tempio stesso. Erano, quelle, le regole dettate dal Maestro, ormai ritenute da tutti i carpentieri “antiche ed accettate”. Anche i mastri muratori Comacini avevano voluto conoscere il Maestro per apprendere un po’ della sua arte. Si erano recati al Tempio e lo avevano trovato intento a tracciare una scala con i gradini a sbalzo. Per rispetto ed ammirazione si erano chinati piegando il capo di fronte a lui, e avevano voluto aiutarlo a completare il lavoro sino al pianerottolo. Avevano gioito, prima quando lui li aveva trattati da pari chinandosi a sua volta di fronte a loro, poi nel dargli quel piccolo aiuto e ancora nel favorirlo con il loro contributo e l’adesione alle sue opere ed iniziative.
Nonostante quella notevole attività prestigiosa, il Maestro non aveva mai voluto smettere di compiere lui stesso, e sino all’ultimo giorno, il suo lavoro originario. Non aveva mai voluto rinunciare alla sua fatica manuale.
Finché una mattina gli erano mancate le forze: non era più neanche riuscito a sollevarsi dal suo pagliericcio per impugnare la sua cazzuola e il suo martello e recarsi a costruire il suo ennesimo scalino, a tracciare una nuova scala.
Ora stava morendo; era là sdraiato e c’era, seduto di fianco a lui, il suo padre confessore, un benedettino che da ragazzo, prima di farsi monaco, era stato suo allievo. Costui, mentre lo stava guardando quasi con venerazione, rammentava come quel vecchio agonizzante, disteso in quel giaciglio di paglia, rimpicciolito dalla vecchia età e con la schiena e le ossa curvate dalla grande fatica svolta sino all’ultima energia, fosse stato un uomo alto e forte, con le braccia ed il torace robusti e muscolosi, messi senza tregua a disposizione della sua grande opera umanitaria, un vero dono di Dio.
Il vecchio Maestro sentì il cuore battere sempre più debolmente. Sollevò un poco il capo e si rivolse al monaco mormorando: “Padre, sento che sto per morire. Non ho avuto figli e non lascio ricchezze alcune, solo i miei scalini e le regole del Tempio. Vi ringrazio perché col vostro sguardo m’addolcite un poco questi ultimi istanti…”.
“Maestro,”disse il monaco, che dai giorni dell’apprendistato non aveva mai smesso di chiamarlo in quel modo “quando ci lascerete, non avrete difficoltà alcuna a raggiungere il Nostro Padre…”
“Il Nostro Padre…” ripeté il Carpentiere debolmente, “Poiché ho temuto, ma anche atteso ogni giorno la morte ritenendola la via più breve per raggiungere pacificamente l’Eterno, per anni ho cercato di smuoverLo dal suo disumano silenzio, di ritrovare in me quel poco che c’è in ognuno di noi di Lui…ma senza riuscirci”.
“Sappiate invece che è una cosa che in parte avete già fatto” affermò il monaco che ricordava come tanti anni prima le parole del Maestro avessero contribuito a determinare la sua scelta di vita monastica.
“Lui però si è sempre tenuto lontano e, malgrado tutte le mie scale, è rimasto inaccessibile… ” sussurrò ancora il vecchio.
“Ma a cos’altro pensate che vi serviranno d’ora innanzi, tutte quelle scale che avete costruito con umiltà e grazia, secondo i vostri precetti, se non a raggiungerLo nel preciso momento che Lui ha deciso per voi? Tutte le vostre scale - dalla più stretta e disagevole scaletta di pietre che risale dal buio di una vecchia profonda cantina al più ampio e luminoso scalone di raro marmo bianco scolpito di una sala reale - a che altro dovrebbero servirvi se non a quest’ultimo, superiore, santo scopo?” ribadì il benedettino, prendendo fra le mani il polso sinistro del vecchio.
“In verità, soprattutto in questi ultimi anni, io credo d’essermi accontentato delle mie brevi giornate, e d’aver perciò ridisceso ogni giorno un po’ di quelle scale costruite per essere salite” confessò il Maestro, “e anche d’aver tratto estrema soddisfazione unicamente dalle minime altezze e dal prodigio degli spazi esatti dei miei scalini. Se ho continuato a pregare, l’ho fatto senza speranze di risposta. Né mi sono più preoccupato di Lui e di quel suo modo d’essere intangibile. Ditemi, ho forse peccato di superbia? Perché se è così, allora vi chiedo d’assolvermi…” pronunciò quella domanda con l’ultimo flebile filo di voce e non ebbe modo di sentire la risposta poiché subito dopo spirò.
Il suo polso, già appena percettibile, si fece muto. Il monaco s’inginocchiò, gli chiuse gli occhi, lo segnò con la croce e gli pose un piccolo crocifisso sul petto, fra le mani. Sollevandosi pensò: “Io ti assolvo perché me lo chiedi, ma tu non hai colpe, anzi... questo tuo ultimo estremo timore d’aver peccato di superbia, non reca con sé forse già la prima parte della risposta che hai tanto atteso? ”.
Poi si volse e guardò rassegnato e triste le altre persone intorno. I presenti intuirono che il vecchio beato non era più con loro, che stava salendo e senza fatica gli ultimi gradini, quelli del Cielo. Al cenno del monaco, tutti si fecero il segno della croce e, con le labbra bagnate dalle lacrime e tono sommesso, recitarono un requiem.