un vero onorevole gentiluomo non può non tenere conto delle rivendicazioni quasi unanimi del corpo elettorale. Tranne che ai referendum, i più disattesi. Anche se vanno a buon fine?
Non c'è niente di così indiscreto, di così terribilmente loquace, di così incredibilmente mesto come un referendum di cui, per una ragione o per l'altra, si sia dovuto al momento pratico (cioè legiferando) sconfessare l'esito. Speriamo che per questo non sia così. Nella storia dei referendum (che a forza di negarsi sempre somigliano tutti a chi non può mai rinnegare ma neppure affermare, per missione e non per empietà, a diplomatici pronti allo scempio*, costretti a porre bene i quesiti pur facendosi capire poco, districandosi con estrema prudenza tra insidie e tranelli di ogni genere), arriva un momento in cui la pratica di tanti anni, che era stata completamente sconfessata, viene a sua volta apertamente sconfessata. Da questo, dall'ultimo. Che quindi fa testo, l'unico o tra i pochissimi dell'ultimo cinquantennio che non si sia trasformato in un Vafferendum. E' il momento in cui il politico che lo promuove inizia davvero a comportarsi come gli altri suoi simili. Come per un improvviso indifferibile bisogno.**
Proviamo a pensare cosa succederebbe al momento delle ratifica del suo risultato, di cui si terrà gran conto, e non più contro.
"Le aule del parlamento come quelle di gabinetto** (vedi sopra: per un improvviso indifferibile bisogno) sarebbero state colme, sia per un interesse attivo nei confronti di questo voto referendario, sia per la curiosità che si era venuta a creare intorno al caso: tutti i membri dei partiti che occupano il parlamento sarebbero corsi in città per essere presenti a una scena che forse sarebbe diventata storia, o forse tragedia."
*a dare prova, come Sforza Fogliani (che i referendum li approva, che ci ride su), delle loro virtù mecenatiche




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