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Discussione: qualcosa di sinistra

  1. #1
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    Predefinito qualcosa di sinistra

    prima parte



    Le aziende producono una torta chiamata “valore aggiunto”.
    Questa torta viene spartita tra il capitale e il lavoro che hanno partecipato alla sua produzione.
    La trattativa per la spartizione è un braccio di ferro dove chi ha più forza contrattuale si becca la fetta più grossa.

    Agli albori della rivoluzione industriale, la forza contrattuale dei lavoratori era pari a zero.
    Quindi a loro toccavano soltanto le briciole della torta ed erano tutti morti di fame.
    Poi arrivarono i socialisti che, prima di nascosto e poi sempre di più alla luce del sole, unirono i lavoratori fino a formare una massa abbastanza forte per contrapporsi alla forza contrattuale dei capitalisti.
    Così i lavoratori riuscirono a contrattare delle fette di torta sempre più grosse (o meno piccole).
    Il tutto sotto gli occhi di governi sempre più progressisti (o meno conservatori) che, mollando un po’ di qua e concedendo un po’ di là, cominciarono a preoccuparsi della condizione (e dell’incazzatura) di questa massa di lavoratori.
    I capitalisti all’inizio non la presero bene (per niente), ma poi si resero conto che, nonostante ai lavoratori toccasse una fetta di torta sempre più grossa, la torta da spartire diventava grossa ancor di più (forse perché i lavoratori, con qualche soldarello in tasca, diventavano anche dei consumatori?).
    Morale della favola: s’andò avanti così fino a non molto tempo fa.
    Poi capitò un casino.
    C’è chi dice che l’epicentro del casino sia stato il sessantotto (vabbè, di casino ce n’è stato un bel po’) e c’è chi dice che l’epicentro sia stato invece il Cile (cinque anni dopo).
    Io propendo per la seconda (ma và?).

    Laggiù in Cile ci fu un tale Pinochet (gran fijo de na mignotta) che realizzò il sogno segreto di molti siùr padrùn nostrani: sparare agli operai che facevano sciopero.
    E, così facendo, realizzò anche il sogno di tale Milton Friedman (altro gran fijo de na mignot ... pardon, premio Nobel per l’economia) che si trovò servita una bella tabula rasa sulla quale sperimentare i suoi teoremi più fantasiosi e sfrenati.
    La sperimentazione (da un punto di vista industriale/produttivo) si rivelò un colossale fallimento.

      


    In Europa, il monetarismo di Friedman tirò una mazzata mica da ridere ai lavoratori; soprattutto a quelli delle due maggiori economie manifatturiere (Italia e Germania).

      



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  2. #2
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    Predefinito Re: qualcosa di sinistra

    seconda parte


    L’incazzatura arrivò alle stelle e in entrambi i paesi si imbracciarono le armi.
    Qui in Italia, con le Brigate Rosse, fu un macello.
    In Germania, con la R.A.F., un po’ meno (la Germania era troppo vicina al blocco sovietico e la guerriglia venne stroncata sul nascere).

    In Italia, il macello si concluse con la mitica (si fa per dire) “marcia dei quarantamila”.
    Se non fosse stato per il fatto che lo stavano mettendo nel culo ai lavoratori, ci sarebbe stato da morire dal ridere.
    Cioè, migliaia di impiegati e dirigenti FIAT che sfilavano in giacca e cravatta per le vie di Torino, con tanto di cartelli e striscioni …

    A partire da quel momento, la fetta di torta dei lavoratori ha smesso d’ingrandirsi e ha ricominciato a rimpicciolirsi.
    Il sessantotto però non era passato invano e nella testa degli operai s’era fatta strada una nuova consapevolezza.
    Cioè, se proprio dovevano tirare la cinghia, almeno la tirassero per arricchire se stessi e non quegli stronzi di padroni che, dopo la “marcia dei quarantamila”, s’erano fatti ancora più stronzi.

    E così è iniziato il nuovo boom economico.

    I siùr padrùn, figli viziati della borghesia arricchita con la massoneria, con il Fascio e con i preti, non capivano che quegli operai sindacalizzati/politicizzati non erano soltanto dei piantagrane.
    Invece di sedersi a un tavolo per contrattare con i loro rappresentanti sindacali, imprecavano contro lo Statuto dei Lavoratori, reclamavano il giro di vite, sognavano l’avvento di un Pinochet.
    E intanto tiravano i remi in barca, mungevano la vacca fin quando ce n’era e portavano i soldi in Svizzera.
    Era la crisi autoannunciata e autoverificata del taylorismo paternalista democristiano, offuscata dalla demonizzazione della sinistra e insanguinata dalle stragi del terrorismo di Stato.
    Se il progetto politico reazionario era quello di una normalizzazione in stile Cileno, per aprire la porta alla colonizzazione delle multinazionali, fallì miseramente.
    Perché una nuova cultura industriale e imprenditoriale germogliava dal basso, andando a occupare gli spazi lasciati vuoti dal disinvestimento e dal rifiuto opposto a qualsiasi piano di sviluppo concertato e condiviso, a qualsiasi prospettiva di compartecipazione e cogestione.

    Fu così che quegli operai sindacalizzati/politicizzati misero a frutto per sé stessi la visione di sviluppo che i siùr padrùn non avevano neppure voluto prendere in considerazione.
    Era la materializzazione di quella “atmosfera industriale” teorizzata da Alfred Marshall, la confutazione definitiva del concetto di economia di scala, la partenogenesi di una galassia di piccole imprese riunite in comunità e organizzate in sistema.

    Del concetto di Distretto Industriale ormai si sa tutto, è studiato nelle business school di tutto il mondo, è il paradigma di sviluppo industriale delle economie più avanzate.
    Ciò che non si riesce a capire è il motivo per il quale adesso sia entrato in crisi proprio qui in Italia, proprio nell’economia reale che per prima ne aveva dimostrato la fattibilità.


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  3. #3
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    Predefinito Re: qualcosa di sinistra

    terza parte


    Nel 2001, il 40% delle imprese manifatturiere italiane operava all’interno di un distretto industriale.
    Nel 2011, la percentuale s’è ridotta al 30%.

    Di pari passo, è diminuita la capacità produttiva complessiva del settore manifatturiero.

    Quindi, la crisi dell’economia manifatturiera italiana (che rimane comunque la seconda economia manifatturiera europea, dopo l’economia manifatturiera tedesca) deve essere addebitata quasi esclusivamente alla crisi dei distretti industriali.

    Se si tiene conto che, all’interno dei distretti industriali, quasi tutte le imprese sono piccole (oltre l’80%), si può dire in ultima analisi che la crisi dell’economia manifatturiera italiana coincide quasi esattamente con la crisi della piccola impresa italiana.

    Perché la piccola impresa italiana è andata in crisi?
    Per la sua piccolezza.
    Già.
    Ma “piccolezza” rispetto a cosa?
    Rispetto alle famigerate “sfide della globalizzazione”?
    No, rispetto al peso dello Stato italiano.

    Il piccolo imprenditore ex-operaio italiano non ha (molta) paura della globalizzazione.
    E' invece TERRORIZZATO dallo Stato italiano, dal fisco, dalla burocrazia, dalle banche, dalla corruzione, dalla mafia (che è un pezzo dello Stato).

    Al di là della enorme pressione fiscale (che, al limite, potrebbe anche essere sostenuta laddove portasse dei ritorni in termini di servizi e infrastrutture), l’economia italiana è afflitta da una burocrazia che pare progettata apposta per segare alla base la piccola impresa.
    Cioè, se una grande impresa può permettersi di stipendiare dei laureati in Scienza delle Finanze, se una media impresa può permettersi di pagare dei fiscalisti di grido (personaggi intoccabili e mega-ammanicati come Giulio Tremonti), un piccolo imprenditore ex-operaio può soltanto alzare le mani e arrendersi quando, da un pulmino della Finanza entrato sgommando nel cortile della fabbrichetta, scendono dieci militari armati di pistole e parabellum.
    E, mentre i militari scartabellano nella quintalata di registri e documenti obbligatori, può stare sicuro che “riscontreranno” un tot di registrazioni imprecise e un tot di timbri mancanti.
    E, per ciascuna di quelle registrazioni e di quei timbri, gli toccheranno mazzate di sanzioni amministrative e processi penali.
    Il che significa essere sicuri di chiudere.

    Tuttavia non è usuale che una fabbrichetta venga invasa dalla Finanza armata.
    Più che altro succede perché il piccolo imprenditore, trascinando una delle numerose pratiche burocratiche attraverso le varie stazioni della via crucis burocratica, è inciampato nel funzionario esoso che, per non insabbiare la pratica, ha preteso una tangente troppo alta.


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  4. #4
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    Predefinito Re: qualcosa di sinistra

    quarta parte


    Quanto esporta l’Italia?

      

    Dal grafico emergono diversi fatti significativi.
    - Nel lungo periodo, le esportazioni tendono a crescere. Quindi si trattta di un dato consolidato, "strutturale".
    - Nel periodo "agosto 2008 - agosto 2009", l'intera economia ha subito uno choc.
    - Nel 2011 è successo qualcosa che ha disgiunto l'andamento delle esportazioni (che hanno continuato a crescere) dall'andamento dei consumi interni (che hanno cominciato a diminuire).

    Cosa è successo tra l’agosto del 2008 e l’agosto del 2009?
    Una amnesia? Un blackout? 12 mesi di sciopero generale?
    No, è scoppiata una bolla di sapone.
    Sono andati in default i famigerati sub-prime (la più perversa fregatura mai escogitata nella storia della Tecnica Bancaria).
    Il terremoto ha scosso le fondamenta della finanza globale e, in Italia, le banche hanno chiuso i rubinetti (la tattica della "stretta creditizia" meriterebbe una discussione a parte nella sezione "Diritto Penale").
    A fare le spese di questa stretta creditizia sono stati i consumatori (azzerato il credito al consumo), il mercato immobiliare e l'edilizia (azzerati i mutui) e le piccole imprese (azzerati i fidi).
    I grandi finanzieri invece hanno continuato a prendere in prestito quantità spropositate di denaro (che poi non hanno restituito, mandando in fallimento un bel po' di banche, compresa quella del papà della Boschi; pure questa storia meriterebbe una discussione a parte nella sezione "Corruzione & Scandali").

    Prese nella morsa della "stretta creditizia", piccole imprese che presentavano bilanci in (forte) attivo e portafogli pieni (zeppi) di crediti esigibili si sono viste revocare degli affidamenti che non avevano mai "sforato" e hanno ricevuto l'ingiunzione (con la pistola puntata alla tempia) di rientrare in tempo zero da ogni esposizione debitoria.
    Questo le ha paralizzate.
    Per poter continuare a lavorare (comprare le materie prime e pagare i dipendenti), alcune hanno tentato di anticipare gli incassi e dilazionare i pagamenti (autofinanziamento), ma la maggior parte ha dovuto abbassare le serrande e mandare a spasso i dipendenti.
    Da un giorno all'altro, i 100 distretti industriali italiani si sono desertificati.
    E le esportazioni di 100 settori merceologici si sono arrestate (mandando nel panico i clienti di tutto il mondo, che hanno cominciato a telefonare, faxare, spedire raccomandate e ingiunzioni; qualcuno è pure calato in Italia con intenti omicidi).

    Passato lo choc finanziario del 2008-2009, le piccole imprese (che, non dimentichiamolo mai, rappresentano l'80% delle imprese italiane) hanno ricominciato a lavorare ed è ripresa la tendenza a un costante aumento delle esportazioni.

    A tale proposito, giova ricordare che le aziende italiane esportano:

    - beni strumentali (impianti, macchinari e attrezzature ) 15,6%
    - prodotti agroalimentari 8,9%
    - autoveicoli 4,9%
    - prodotti farmaceutici 4,4%
    - articoli di abbigliamento 3,7%
    - prodotti chimici di base 3,2%
    - parti e accessori per autoveicoli 3,1%
    - articoli in materie plastiche 2,8%
    - cuoio, pelletteria, selleria, pellicce 2,5%
    - metalli preziosi, metalli non ferrosi, combustibili nucleari 2,4%
    - prodotti in metallo 2,4%
    - calzature 2,2%
    - mobili e arredamento 2,2%
    - prodotti petroliferi 2,1%
    … e tante altre cose 39,6%

    Questo significa che la principale vocazione delle aziende italiane sta nella produzione di beni ad alto contenuto tecnologico, innovativo e qualitativo che NON richiedono economie di scala (perchè vengono prodotti su ordinazione o in piccole serie in base alle specifiche del cliente o alle tendenze dei segmenti di mercato "top consumer") e NON hanno concorrenza (perchè vengono prodotti con tecnologie, professionalità, culture, tradizioni, disciplinari che nessun altro possiede).


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  5. #5
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    Predefinito Re: qualcosa di sinistra

    quinta parte


    In altre parole, l’economia italiana è uscita dalla recessione e riesce a non ricascarci (nonostante il crollo dei consumi interni) perché viene tenuta a galla da un 80% di piccole imprese che lavorano ed esportano sempre di più, nonostante la pressione criminale che viene esercitata su di loro dal fisco, dalla burocrazia, dalle banche, dalla corruzione, dalla mafia (cioè da una parte dello Stato).


    A tale proposito, giova ricordare che già nel 1992/1993 avevamo scoperto di vivere in uno Stato criminale, quando l’inchiesta “Mani pulite” ci aveva dimostrato che Mario Chiesa non era un “mariuolo isolato” ma era invece uno dei tanti faccendieri del sistema politico/partitico corrotto.
    E, quando si era scatenato il terrorismo mafioso
    - omicidio di Salvo Lima, 12 marzo 1992
    - strage di Capaci, 23 maggio 1992
    - strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992
    - attentato a Maurizio Costanzo, 14 maggio 1993
    - strage di via dei Georgofili, 26 maggio 1993
    - strage di via Palestro, 27 luglio 1993
    - attentati del Velabro e di San Giovanni in Laterano, 28 luglio 1993,
    avevamo scoperto che
    - il Presidente della Commissione Parlamentare antimafia Luciano Violante
    - il Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli
    - il Ministro degli Interni Nicola Mancino
    - il capo della corrente Riformista del PCI Giorgio Napolitano
    - il dirigente di Fininvest Marcello Dell’Utri
    stavano pianificando con la Mafia un nuovo assetto istituzionale per l’Italia.


    E nel 2011, in occasione dello scontro tra Angela Merkel (bigotta pignola) e Silvio Berlusconi (puttaniere cialtrone) abbiamo scoperto che questo Stato criminale aveva falsificato i conti e aveva pompato il PIL attingendo dal Debito Pubblico (la più classica delle truffe finanziarie).


    Ma se il sistema delle piccole imprese italiane ha dimostrato una resilienza tale da permettergli di sopravvivere (e continuare a esportare) sotto il peso del fisco, della burocrazia, delle banche, della corruzione e della mafia, nulla può fare contro la Cina.
    Cioè, contro un sistema dittatoriale che sovvenziona una immensa economia di scala dove lavorano centinaia di milioni di operai precettati per 10 ore al giorno, 6 giorni alla settimana e 100 euro al mese.
    Non c’è storia, non c’è neanche da pensarci a entrare in competizione con un concorrente del genere.
    Eppure qualche politico stronzo, foraggiato da banchieri italiani stronzi, sotto la direzione di banche d’affari americane stronze, sta facendo di tutto per traghettare l’economia manifatturiera italiana in questo girone dantesco.


    Il progetto politico è sempre lo stesso: riprodurre qui in Italia il sistema cileno.
    Cioè: smantellare lo Statuto dei Lavoratori (quello che ne rimane), mandare fuori dai coglioni i sindacati (quello che ne rimane), spalancare le porte alle multinazionali.
    I presupposti ormai ci sono tutti:
    - job act (che ha fatto fuori senza colpo ferire l’Articolo 18)
    - riforma costituzionale (che lascia le mani libere a un governo autoritario per 5 anni di legislatura, e poi si vedrà)
    - massa critica di disoccupati italiani (che prima o poi si accontenteranno di un salario da fame pur di lavorare)
    - qualche centinaio di milioni di africani al di là del Mediterraneo (che non aspettano altro che venire in Italia a fare i krumiri).


    Quale altro progetto politico, quale altra politica industriale si può contrapporre alla messa in opera di un tale macello?


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