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Discussione: PIL comparato

  1. #61
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Citazione Originariamente Scritto da agaragar Visualizza Messaggio
    Lo so che proprio non riesci a capire cosa sia il PPP

    La Cina è energicamente indipendente in caso di necessità
    non solo produce tutto il petrolio che potrebbe servire in caso di emergenza
    ma il carbone può essere idrogenato, o servire insieme all'Uranio per produrre combustibili alternativi, tipo idrogeno
    Hanno il gas....

    hahhahahhahahahhahaha

    No, la Cina importa piu di 7 milioni di barili di greggio equivalente al giorno.

    Meglio informarsi prima di scrivere cretinate. Il gas che hanno non e' sufficiente.

    https://www.bloomberg.com/news/artic...winter-heating

  2. #62
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Negli USA per intanto il mercato automobilistico continua su ottimi livelli di vendita.

    U.S. auto sales climbed to record high in November - UPI.com

  3. #63
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    No, non ci sara alcun sorpasso. La Cina come ho piu volte spiegato sul piano economico e' un bluff.
    Tu avevi scommesso che la Cina sarebbe crollata l'anno scorso!!! Campa cavallo. L'indice PMI in Cina è positivo sia per il manifatturiero che per il terziario.
    Riguardo al debito USA:
    https://ilsimplicissimus2.com/2016/1...otta-pensioni/
    Militia est vita nostra super terram.
    Siamo nati per soffrire e io ho soffritto molto.

  4. #64
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Citazione Originariamente Scritto da Red Shadow Visualizza Messaggio
    Tu avevi scommesso che la Cina sarebbe crollata l'anno scorso!!! Campa cavallo. L'indice PMI in Cina è positivo sia per il manifatturiero che per il terziario.
    Riguardo al debito USA:
    https://ilsimplicissimus2.com/2016/1...otta-pensioni/

    Ombra rossa, io ho "scomesso" che l'economia cinese si sarebbe ridimensionata nell'estate del 2016, cosa che e' in corso peraltro se si leggono bene i dati su export, investimenti, debiti, mercato azionario ed afflusso/deflusso di capitali. Il PMI della cina e' una truffa allo stato puro.

    Guardate i numeri. China Caixin Manufacturing PMI | 2011-2016 | Data | Chart | Calendar




    questi sono i valori degli USA.




    Praticamente gli USA sono in "crisi" con valori medi piu elevati. In Cina ci sarebbe invece il "boom" con numeri che rimbalzano in discesa come fossero palline del flipper.

    Ombra rossa, ancora con i miti della Cina.........................

  5. #65
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Citazione Originariamente Scritto da Red Shadow Visualizza Messaggio
    Tu avevi scommesso che la Cina sarebbe crollata l'anno scorso!!! Campa cavallo. L'indice PMI in Cina è positivo sia per il manifatturiero che per il terziario.
    Riguardo al debito USA:
    https://ilsimplicissimus2.com/2016/1...otta-pensioni/
    Mi sa che hai leggermente confuso l articolo con il debito USA... vuoi riprovarci?


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    Globalizzazione..... si grazie.

  6. #66
    utente cancellato
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Ombra rossa, io ho "scomesso" che l'economia cinese si sarebbe ridimensionata nell'estate del 2016, cosa che e' in corso peraltro se si leggono bene i dati su export, investimenti, debiti, mercato azionario ed afflusso/deflusso di capitali. Il PMI della cina e' una truffa allo stato puro.

    Guardate i numeri. China Caixin Manufacturing PMI | 2011-2016 | Data | Chart | Calendar




    questi sono i valori degli USA.




    Praticamente gli USA sono in "crisi" con valori medi piu elevati. In Cina ci sarebbe invece il "boom" con numeri che rimbalzano in discesa come fossero palline del flipper.

    Ombra rossa, ancora con i miti della Cina.........................
    E si la Cina in crisi ha una crescita del Pil nominale che è il triplo degli Stati Uniti, avete fatto entrare la Cina nel WTO adesso vi beccate il celeste impero

  7. #67
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  8. #68
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Economia e geopolitica
    Cina e Stati Uniti sempre più ai ferri corti

    Una rivalità che si manifesta anche in ambito finanziario




    Fin dallo scoppio della crisi economia del 2008, la struttura economica degli Stati Uniti ha cominciato a presentare crepe sempre più larghe e profonde. Il prezzo del salvataggio, attuato con denaro pubblico, delle banche statunitensi finite sull’orlo del baratro si è infatti rivelato salatissimo. Basti ricorda che nel maggio 2011, con il deficit commerciale schizzato alle stelle e il debito pubblico arrivato a quota 15.000 miliardi di dollari, il Segretario al Tesoro Timothy Geithner si vide costretto a decretare la sospensione del versamento ai fondi pensione dei dipendenti federali, in attesa che il Congresso approvasse un innalzamento del tetto massimo del debito. Il tetto venne innalzato il successivo 2 agosto – e diverse altre volte in seguito – così da autorizzare il Tesoro a riprendere ad erogare obbligazioni. Ciononostante, l’indebitamento complessivo degli Stati Uniti è giunto a superare il 350% del Pil e la classe politica Usa non si è dimostrata capace di adottare misure in grado di invertire la tendenza. Il che ha ingigantito decisamente il problema, al punto da travalicare i meri confini nazionali degli Stati Uniti.
    La Cina è stata la prima nazione ad essere toccata direttamente dal disastro economico statunitense, seguita da Giappone, Unione Europea e Russia – rispetto ai quali Pechino ha comunque mantenuto un netto distacco. Pechino è stata per svariati decenni la principale finanziatrice del debito statunitense, investendo parte consistente dei proventi derivanti dall’esportazione delle proprie merci soprattutto nell’acquisto dei Buoni del Tesoro statunitensi. Gli Stati Uniti, in cambio, hanno aperto le porte del proprio mercato interno ai prodotti cinesi. Il particolare rapporto instauratosi grazie a questo tacito accordo conferisce teoricamente alla Cina il potere effettivo di controllare l’economia nordamericana, ma di fatto, nel caso in cui Pechino decidesse di approfittare di questa posizione, Washington avrebbe modo di lanciare la propria rappresaglia mettendo al bando le merci cinesi e congelando i patrimoni cinesi denominati in dollari, in modo da assestare un colpo durissimo al gigante asiatico.
    Col tempo, tuttavia, la Cina ha dato la chiara impressione di averne abbastanza di questo impianto squilibrato che consente agli Usa di mantenere l’esorbitante privilegio spettante a chi detiene il controllo della valuta di riferimento internazionale, vale a dire la possibilità di importare merci prodotte in qualsiasi parte del mondo in cambio di semplici pezzi di carta stampati dalla Federal Reserve. Un meccanismo che risale al 1971, quando il presidente Richard Nixon pose unilateralmente fine al sistema aureo dei cambi fissi concordato nel 1944 a Bretton Woods e inaugurando il modello ‘fluttuante’, che sancì l’ancoraggio del dollaro al petrolio e la trasformazione delle valute nazionali in merci come tutte le altre, il cui valore sarebbe da quel momento stato stabilito in base alle dinamiche domanda-offerta. Come scrive l’intellettuale Alain De Benoist: «è evidente che il paese che emette la moneta di riserva internazionale dispone di un formidabile strumento per finanziare la sua economia e il suo debito pubblico, imporre le sue condizioni finanziarie al resto del mondo e sciogliersi da vincoli esterni. A cosa serve preoccuparsi dei propri deficit con l’estero quando è possibile fabbricare dollari per pagare i propri fornitori? Essendo scollegato dall’oro, il dollaro poteva moltiplicarsi senza un immediato effetto automatico sul suo valore o sull’inflazione, il che avrebbe permesso agli americani di far finanziare all’infinito i loro crescenti deficit commerciali dal resto del mondo, in particolare grazie alla emissione di Buoni del Tesoro. Di fatto, la massiccia domanda di dollari ha permesso a lungo agli americani di accumulare deficit commerciali e di bilancio esorbitanti senza soffrire del negativo impatto economico dei debiti che tali squilibri avrebbero normalmente dovuto provocare. Il risultato è che gli Stati Uniti hanno potuto vivere al di sopra dei loro mezzi grazie ai capitali esteri e che, da almeno trent’anni, l’economia americana vive alle spalle del resto del mondo. Essa fabbrica una falsa crescita, che provoca il regolare aumento degli indici di borsa per il solo fatto dell’accumularsi del denaro nei portafogli di investimento, ma che non rinvia più allo sviluppo economico reale. La macchina gira generando un debito che cresce meccanicamente».
    È nella piena consapevolezza dei vantaggi assicurati agli Usa da questo specifico modello finanziario che il segretario al Tesoro John Connally rivolse agli europei la sua famosa, sprezzante battuta: «il dollaro è ora la nostra divisa e il vostro problema».


    Nel corso del G-20 tenutosi a Londra nel 2009, il governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiao Chuan ha infatti dichiarato che «lo scoppio della crisi e il suo straripamento nel mondo intero riflettono le vulnerabilità inerenti e i rischi sistemici del sistema monetario internazionale». L’esternazione di Zhou Xiao Chuan rispecchiava indubbiamente le intenzioni del governo cinese, che mirava a fare piazza pulita di ogni messa in discussione della propria moneta, notoriamente sottovalutata, e lanciare un monito alle autorità statunitensi, invitandole a guardarsi bene dall’operare una svalutazione della moneta Usa suscettibile di produrre una netta diminuzione del valore effettivo delle riserve in dollari detenute dalla Cina. D’altro canto, i cinesi avevano da tempo cominciato a valutare la possibilità di rimpiazzare il dollaro come moneta di riferimento internazionale con una nuova valuta non corrente, utilizzabile soltanto per gli scambi internazionali (come aveva proposto John Maynard Keynes a Bretton Woods), il cui valore verrebbe stabilito in base a un paniere di valute nazionali (euro, dollaro, yen, yuan, rublo, ecc.). Pechino dimostrava quindi piuttosto chiaramente l’intenzione di affossare il modello economico incardinato sul dollaro e su istituzioni dominate dagli Stati Uniti quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (di cui Washington detiene il 17% dell’intera capacità decisionale) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, rimpiazzandolo con un nuovo sistema internazionale capace di riflettere i reali rapporti di forza, sia militari, che economici, che demografici del pianeta.
    Parallelamente, la Cina ha iniziato a contenere in misura rilevante i propri attivi espressi in dollari e a ridurre l’acquisto dei Buoni del Tesoro statunitensi, nella consapevolezza che crescere a spese degli altri rappresenta una pessima idea, in quanto l’esportatore, per il fatto stesso di vendere agli altri Paesi i propri beni, finisce inevitabilmente per importare i loro problemi nel momento in cui l’importatore, per una qualsiasi ragione, vede compromessa la propria capacità di pagare. Per questo motivo dal 2005 i cinesi mantengono la barra in direzione di una costante rivalutazione dello yuan e di una parallela riduzione del saldo commerciale, nel tentativo di sottrarsi il più possibile alle turbolenze dell’economia globale. Qualora questo trend dovesse acquisire una stabile continuità, gli Stati Uniti molto difficilmente riuscirebbero a piazzare tutti i Buoni emessi dal Dipartimento del Tesoro. Malgrado, infatti, tali Buoni continuino ad usufruire del sostegno artificiale accordato dalle compiacenti (e organiche al sistema) agenzie di rating, è assai improbabile che gli acquirenti internazionali riescano ad ovviare alla gigantesca voragine che si aprirebbe con l’eventuale sganciamento cinese. Se ciò dovesse verificarsi, gli Stati Uniti si vedrebbero costretti a ripetere più e più volte la desolante vicenda accaduta nel marzo 2009, quando alla Federal Reserve non rimase altro da fare che acquistare 300 miliardi di dollari di Buoni del Tesoro rimasti invenduti, andando ad alimentare una pericolosa spirale inflazionistica. Mentre riduceva la propria esposizione nei confronti degli Stati Uniti, la Cina iniziava a stipulare accordi finanziari bilaterali con le potenze regionali emergenti – come Brasile, Argentina, Indonesia ed Iran – slegati dal vincolo del dollaro e ad autorizzare i Paesi nei confronti dei quali vanta crediti commerciali ad emettere obbligazioni denominate in yuan, sottoscritte dalla Banca Centrale Cinese. Va sottolineata, in aggiunta, la tendenza di diversi Paesi produttori di petrolio a commercializzare il greggio in valute alternative al dollaro. Dal 2007, l’Iran chiede principalmente euro e yen in cambio del proprio petrolio.
    È proprio nel prendere atto che i destini del sistema dollaro-centrico sono sempre di più nelle mani della Cina che Washington ha deciso di accogliere Pechino nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo assieme a dollaro, euro, yuan e sterlina, in previsione che un passaggio epocale di questo tipo costringa le autorità cinesi ad integrarsi maggiormente nel sistema vigente abbandonando i due punti di forza su cui si fonda il para­digma socialista cinese, vale a dire il mono­polio del commercio estero e la fissazione a livello statale del valore dello yuan-renminbi. Si tratta di un obiettivo di portata analoga a quelli perse­guiti a Bretton Woods (l’adesione di tutto il mondo al sistema monetario imperniato sul dollaro) e con il Piano Marshall (l’apertura totale dei mer­cati mondiali alle merci statuni­tensi), reso necessario dalle concrete pro­spettive di affermazione dello yuan-renminbi a livello internazionale, che in questo modo andrebbe ad affiancarsi alle monete statunitense ed euro­pea in conformità al modello trivalutario promosso da Pechino. In questo modo la divisa cinese sarebbe inesorabilmente destinata a dominare gli scambi di prossimità che avven­gono entro la regione asiatica costrin­gendo gli Usa a procedere a un ritiro valutario forzato che di fatto ha già avuto luogo nei confronti dell’Europa. La zona-euro, unificando il proprio mer­cato interno sotto la moneta unica, ha capitalizzato un ragguardevole li­vello di ‘autarchia monetaria’.
    Ciò in­dica che la stessa esistenza della mo­neta unica, con tutti i suoi enormi difetti, rappresenta un pericolo per il si­stema del dollaro, poiché spalanca automaticamente le porte a prospettive ‘diversificazioniste’ che diven­gono particolarmente pericolose soprattutto alla luce del progetto di ‘internazionalizza­zione del renminbi’ portato avanti da Pe­chino. Come ha spiegato l’influente politico ed ex banchiere cinese Guo Shuqing sulle colonne dell’ufficialissmo ‘Quotidiano del Po polo‘: «il ruolo della Cina in ambito finanziario dipende da come essa promuoverà il renminbi in quanto valuta internazionale […]. Pechino contribuirà a stabiliz­zare il si­stema monetario internazionale con l’aggiunta di una o anche due valute ‘internazionalizzate’. Allo stato attuale il dollaro e l’euro sono le divise più comunemente utilizzate come valuta internazio­nale, ma ritengo che oc­corra aggiungere al paniere almeno un’altra valuta. Un triangolo è più sta­bile e rappresenta un bene per la diversificazione». La creazione di que­sto triangolo valutario rappresenta un incubo per gli Stati Uniti, poiché intacca automaticamente la supremazia esercitata dal ‘biglietto verde’. E dal momento che la Cina, in forza del suo ruolo di ‘banchiere’ degli Usa, non può essere colpita più di tanto con le armi della finanza, la specula­zione statunitense si è abbattuta pesantemente sulla ri­manente gamba del tavolo, e più precisamente sugli anelli deboli della zona-euro, allo scopo di in­debolire la moneta unica. Significativamente, l’effetto dell’offensiva fi­nanziaria è stato fortemente contenuto proprio grazie all’intervento della Cina, che ha acquistato in un solo colpo ben 100 miliardi di euro di bond europei. Se a ciò si sommano i progetti cinesi come l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) e la Nuova Via della Seta, miranti a promuovere l’integrazione di tutte le economie della massa continentale eurasiatica, si comprendono le ragioni che stanno alla base del crescente attivismo della marina militare statunitense al largo delle acque territoriali cinesi e l’insistenza con cui Washington ha (vanamente) cercato di promuovere il Trans-Pacific Partnership.




    http://www.lindro.it/cina-stati-uniti-sempre-piu-ai-ferri-corti/
    http://www.lindro.it/cina-stati-unit...ferri-corti/2/

  9. #69
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    Predefinito Re: PIL comparato

    E' esplosa? Non se ne accorto nessuno, ti risulta qualcosa di apocalittico in tale senso dalla data dell' articolo ad oggi?
    Globalizzazione..... si grazie.

  10. #70
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    Predefinito Re: PIL comparato

    Citazione Originariamente Scritto da Noumeno Visualizza Messaggio
    Economia e geopolitica
    Cina e Stati Uniti sempre più ai ferri corti

    Una rivalità che si manifesta anche in ambito finanziario




    Fin dallo scoppio della crisi economia del 2008, la struttura economica degli Stati Uniti ha cominciato a presentare crepe sempre più larghe e profonde. Il prezzo del salvataggio, attuato con denaro pubblico, delle banche statunitensi finite sull’orlo del baratro si è infatti rivelato salatissimo. Basti ricorda che nel maggio 2011, con il deficit commerciale schizzato alle stelle e il debito pubblico arrivato a quota 15.000 miliardi di dollari, il Segretario al Tesoro Timothy Geithner si vide costretto a decretare la sospensione del versamento ai fondi pensione dei dipendenti federali, in attesa che il Congresso approvasse un innalzamento del tetto massimo del debito. Il tetto venne innalzato il successivo 2 agosto – e diverse altre volte in seguito – così da autorizzare il Tesoro a riprendere ad erogare obbligazioni. Ciononostante, l’indebitamento complessivo degli Stati Uniti è giunto a superare il 350% del Pil e la classe politica Usa non si è dimostrata capace di adottare misure in grado di invertire la tendenza. Il che ha ingigantito decisamente il problema, al punto da travalicare i meri confini nazionali degli Stati Uniti.
    La Cina è stata la prima nazione ad essere toccata direttamente dal disastro economico statunitense, seguita da Giappone, Unione Europea e Russia – rispetto ai quali Pechino ha comunque mantenuto un netto distacco. Pechino è stata per svariati decenni la principale finanziatrice del debito statunitense, investendo parte consistente dei proventi derivanti dall’esportazione delle proprie merci soprattutto nell’acquisto dei Buoni del Tesoro statunitensi. Gli Stati Uniti, in cambio, hanno aperto le porte del proprio mercato interno ai prodotti cinesi. Il particolare rapporto instauratosi grazie a questo tacito accordo conferisce teoricamente alla Cina il potere effettivo di controllare l’economia nordamericana, ma di fatto, nel caso in cui Pechino decidesse di approfittare di questa posizione, Washington avrebbe modo di lanciare la propria rappresaglia mettendo al bando le merci cinesi e congelando i patrimoni cinesi denominati in dollari, in modo da assestare un colpo durissimo al gigante asiatico.
    Col tempo, tuttavia, la Cina ha dato la chiara impressione di averne abbastanza di questo impianto squilibrato che consente agli Usa di mantenere l’esorbitante privilegio spettante a chi detiene il controllo della valuta di riferimento internazionale, vale a dire la possibilità di importare merci prodotte in qualsiasi parte del mondo in cambio di semplici pezzi di carta stampati dalla Federal Reserve. Un meccanismo che risale al 1971, quando il presidente Richard Nixon pose unilateralmente fine al sistema aureo dei cambi fissi concordato nel 1944 a Bretton Woods e inaugurando il modello ‘fluttuante’, che sancì l’ancoraggio del dollaro al petrolio e la trasformazione delle valute nazionali in merci come tutte le altre, il cui valore sarebbe da quel momento stato stabilito in base alle dinamiche domanda-offerta. Come scrive l’intellettuale Alain De Benoist: «è evidente che il paese che emette la moneta di riserva internazionale dispone di un formidabile strumento per finanziare la sua economia e il suo debito pubblico, imporre le sue condizioni finanziarie al resto del mondo e sciogliersi da vincoli esterni. A cosa serve preoccuparsi dei propri deficit con l’estero quando è possibile fabbricare dollari per pagare i propri fornitori? Essendo scollegato dall’oro, il dollaro poteva moltiplicarsi senza un immediato effetto automatico sul suo valore o sull’inflazione, il che avrebbe permesso agli americani di far finanziare all’infinito i loro crescenti deficit commerciali dal resto del mondo, in particolare grazie alla emissione di Buoni del Tesoro. Di fatto, la massiccia domanda di dollari ha permesso a lungo agli americani di accumulare deficit commerciali e di bilancio esorbitanti senza soffrire del negativo impatto economico dei debiti che tali squilibri avrebbero normalmente dovuto provocare. Il risultato è che gli Stati Uniti hanno potuto vivere al di sopra dei loro mezzi grazie ai capitali esteri e che, da almeno trent’anni, l’economia americana vive alle spalle del resto del mondo. Essa fabbrica una falsa crescita, che provoca il regolare aumento degli indici di borsa per il solo fatto dell’accumularsi del denaro nei portafogli di investimento, ma che non rinvia più allo sviluppo economico reale. La macchina gira generando un debito che cresce meccanicamente».
    È nella piena consapevolezza dei vantaggi assicurati agli Usa da questo specifico modello finanziario che il segretario al Tesoro John Connally rivolse agli europei la sua famosa, sprezzante battuta: «il dollaro è ora la nostra divisa e il vostro problema».


    Nel corso del G-20 tenutosi a Londra nel 2009, il governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiao Chuan ha infatti dichiarato che «lo scoppio della crisi e il suo straripamento nel mondo intero riflettono le vulnerabilità inerenti e i rischi sistemici del sistema monetario internazionale». L’esternazione di Zhou Xiao Chuan rispecchiava indubbiamente le intenzioni del governo cinese, che mirava a fare piazza pulita di ogni messa in discussione della propria moneta, notoriamente sottovalutata, e lanciare un monito alle autorità statunitensi, invitandole a guardarsi bene dall’operare una svalutazione della moneta Usa suscettibile di produrre una netta diminuzione del valore effettivo delle riserve in dollari detenute dalla Cina. D’altro canto, i cinesi avevano da tempo cominciato a valutare la possibilità di rimpiazzare il dollaro come moneta di riferimento internazionale con una nuova valuta non corrente, utilizzabile soltanto per gli scambi internazionali (come aveva proposto John Maynard Keynes a Bretton Woods), il cui valore verrebbe stabilito in base a un paniere di valute nazionali (euro, dollaro, yen, yuan, rublo, ecc.). Pechino dimostrava quindi piuttosto chiaramente l’intenzione di affossare il modello economico incardinato sul dollaro e su istituzioni dominate dagli Stati Uniti quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (di cui Washington detiene il 17% dell’intera capacità decisionale) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, rimpiazzandolo con un nuovo sistema internazionale capace di riflettere i reali rapporti di forza, sia militari, che economici, che demografici del pianeta.
    Parallelamente, la Cina ha iniziato a contenere in misura rilevante i propri attivi espressi in dollari e a ridurre l’acquisto dei Buoni del Tesoro statunitensi, nella consapevolezza che crescere a spese degli altri rappresenta una pessima idea, in quanto l’esportatore, per il fatto stesso di vendere agli altri Paesi i propri beni, finisce inevitabilmente per importare i loro problemi nel momento in cui l’importatore, per una qualsiasi ragione, vede compromessa la propria capacità di pagare. Per questo motivo dal 2005 i cinesi mantengono la barra in direzione di una costante rivalutazione dello yuan e di una parallela riduzione del saldo commerciale, nel tentativo di sottrarsi il più possibile alle turbolenze dell’economia globale. Qualora questo trend dovesse acquisire una stabile continuità, gli Stati Uniti molto difficilmente riuscirebbero a piazzare tutti i Buoni emessi dal Dipartimento del Tesoro. Malgrado, infatti, tali Buoni continuino ad usufruire del sostegno artificiale accordato dalle compiacenti (e organiche al sistema) agenzie di rating, è assai improbabile che gli acquirenti internazionali riescano ad ovviare alla gigantesca voragine che si aprirebbe con l’eventuale sganciamento cinese. Se ciò dovesse verificarsi, gli Stati Uniti si vedrebbero costretti a ripetere più e più volte la desolante vicenda accaduta nel marzo 2009, quando alla Federal Reserve non rimase altro da fare che acquistare 300 miliardi di dollari di Buoni del Tesoro rimasti invenduti, andando ad alimentare una pericolosa spirale inflazionistica. Mentre riduceva la propria esposizione nei confronti degli Stati Uniti, la Cina iniziava a stipulare accordi finanziari bilaterali con le potenze regionali emergenti – come Brasile, Argentina, Indonesia ed Iran – slegati dal vincolo del dollaro e ad autorizzare i Paesi nei confronti dei quali vanta crediti commerciali ad emettere obbligazioni denominate in yuan, sottoscritte dalla Banca Centrale Cinese. Va sottolineata, in aggiunta, la tendenza di diversi Paesi produttori di petrolio a commercializzare il greggio in valute alternative al dollaro. Dal 2007, l’Iran chiede principalmente euro e yen in cambio del proprio petrolio.
    È proprio nel prendere atto che i destini del sistema dollaro-centrico sono sempre di più nelle mani della Cina che Washington ha deciso di accogliere Pechino nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo assieme a dollaro, euro, yuan e sterlina, in previsione che un passaggio epocale di questo tipo costringa le autorità cinesi ad integrarsi maggiormente nel sistema vigente abbandonando i due punti di forza su cui si fonda il para­digma socialista cinese, vale a dire il mono­polio del commercio estero e la fissazione a livello statale del valore dello yuan-renminbi. Si tratta di un obiettivo di portata analoga a quelli perse­guiti a Bretton Woods (l’adesione di tutto il mondo al sistema monetario imperniato sul dollaro) e con il Piano Marshall (l’apertura totale dei mer­cati mondiali alle merci statuni­tensi), reso necessario dalle concrete pro­spettive di affermazione dello yuan-renminbi a livello internazionale, che in questo modo andrebbe ad affiancarsi alle monete statunitense ed euro­pea in conformità al modello trivalutario promosso da Pechino. In questo modo la divisa cinese sarebbe inesorabilmente destinata a dominare gli scambi di prossimità che avven­gono entro la regione asiatica costrin­gendo gli Usa a procedere a un ritiro valutario forzato che di fatto ha già avuto luogo nei confronti dell’Europa. La zona-euro, unificando il proprio mer­cato interno sotto la moneta unica, ha capitalizzato un ragguardevole li­vello di ‘autarchia monetaria’.
    Ciò in­dica che la stessa esistenza della mo­neta unica, con tutti i suoi enormi difetti, rappresenta un pericolo per il si­stema del dollaro, poiché spalanca automaticamente le porte a prospettive ‘diversificazioniste’ che diven­gono particolarmente pericolose soprattutto alla luce del progetto di ‘internazionalizza­zione del renminbi’ portato avanti da Pe­chino. Come ha spiegato l’influente politico ed ex banchiere cinese Guo Shuqing sulle colonne dell’ufficialissmo ‘Quotidiano del Po polo‘: «il ruolo della Cina in ambito finanziario dipende da come essa promuoverà il renminbi in quanto valuta internazionale […]. Pechino contribuirà a stabiliz­zare il si­stema monetario internazionale con l’aggiunta di una o anche due valute ‘internazionalizzate’. Allo stato attuale il dollaro e l’euro sono le divise più comunemente utilizzate come valuta internazio­nale, ma ritengo che oc­corra aggiungere al paniere almeno un’altra valuta. Un triangolo è più sta­bile e rappresenta un bene per la diversificazione». La creazione di que­sto triangolo valutario rappresenta un incubo per gli Stati Uniti, poiché intacca automaticamente la supremazia esercitata dal ‘biglietto verde’. E dal momento che la Cina, in forza del suo ruolo di ‘banchiere’ degli Usa, non può essere colpita più di tanto con le armi della finanza, la specula­zione statunitense si è abbattuta pesantemente sulla ri­manente gamba del tavolo, e più precisamente sugli anelli deboli della zona-euro, allo scopo di in­debolire la moneta unica. Significativamente, l’effetto dell’offensiva fi­nanziaria è stato fortemente contenuto proprio grazie all’intervento della Cina, che ha acquistato in un solo colpo ben 100 miliardi di euro di bond europei. Se a ciò si sommano i progetti cinesi come l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) e la Nuova Via della Seta, miranti a promuovere l’integrazione di tutte le economie della massa continentale eurasiatica, si comprendono le ragioni che stanno alla base del crescente attivismo della marina militare statunitense al largo delle acque territoriali cinesi e l’insistenza con cui Washington ha (vanamente) cercato di promuovere il Trans-Pacific Partnership.




    Cina e Stati Uniti sempre più ai ferri cortiCina e Stati Uniti sempre più ai ferri corti

    Ufff... Solito articolo che parla del Dollaro non capendo un h di cosa sta dicendo.

    Partiamo dal 2009.. datsa citata dall' articolo, ovvero dalle dichiarazioni del G-20.

    Dollar Index:

    2009: 78.63

    Oggi: 100.67

    +28.03%

    https://www.bloomberg.com/quote/DXY:CUR

    eh si.. aiuto sta crollando....
    Globalizzazione..... si grazie.

 

 
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