Qual è lo stato di salute delle espressioni artistiche odierne?
Difficile rispondere.
Di certo l'arte paga ancora il dazio di una frattura -insanabile?- tra l'attività poietica avente come riferimento la forma e il logos fiorito intorno a essa, tramite il quale si è sperato per lungo tempo di poter mantenere in vita la rincorsa all'inedito imposta dalle avanguardie novecentesche.
Pur riconoscendo l'enorme importanza della rivoluzione artistica iniziata nell'ultimo tratto del diciannovesimo secolo, non credo sia un'operazione peregrina metterne in luce anche la degenerazione e gli aspetti più deleteri.
Tale critica non deve necessariamente conformarsi a certe tensioni neo-romantiche o alle riflessioni, pur interessanti, sulla sacralità dell'arte e la raffinatezza della nobiltà contrapposte all'inettitudine del borghese alla mercé di critici e galleristi, partorite dalla penna di Elémire Zolla.
Fintanto che il conflitto tra limite formale e guizzi creativi tesi al suo superamento si era mantenuto nell'equilibrio di una dialettica tutta incentrata sulla manipolazione della materia, il rigore era felicemente sfidato, talora anche beffato, dai più indomiti, sempre però con le sue stesse fertili armi, il fare e il progettare.
Con l'aumento del prestigio delle avanguardie nel panorama artistico internazionale e il conseguente inasprimento della guerra alla tradizione, il peso del logos crebbe, finché, valendosi di esso come di un grimaldello, i profeti più intransigenti del nuovo scardinarono ogni canone poietico, edificando sulle macerie un gusto prepotente per la parola.
Il gesto artistico si tramutò così in giustificazione verbale della sua assenza, in didascalia priva di immagine, in manuale di istruzioni senza prodotto.
Nell'affannosa corsa alla disgregazione, lo svuotamento del processo produttivo trovava il suo contraltare nell'ansia da manifesto, nel piacere del pontificare e nel compiacimento dei dibattiti.
I pochi, tra cui Tzara prima della conversione al surrealismo, a intuire i pericoli di una simile deriva risposero a colpi di ironia e trovate salaci.
Malgrado le buone intenzioni, anche le voci fuori dal coro si arresero all'avanzata del logos o ne trassero beneficio.
Tuttavia, nel corso del ventesimo secolo, specie dal dopoguerra in avanti, un rinnovato interesse per il contrasto tra forma e azzardo, da risolversi naturalmente nell'atto poietico stesso, sembra aver guadagnato terreno.
In campo musicale, il crescente prestigio dell'opera di Sofia GubaJdulina -in cui non mancano del tutto riferimenti meta-musicali, ma sono costantemente tradotti nel linguaggio della materia sonora- è un buon esempio di un certo ritorno al fare.
Considerate queste mie noiose righe un modo per dare il la a una discussione su arte e libertà.
Qualsiasi prospettiva sarà ben accetta, così come qualsiasi spunto.




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