Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Piergiorgio Welby. Può sembrare tanto, non è certo poco, ma per chi come me ha vissuto dall’interno quel periodo, sembra trascorso soltanto qualche giorno. Per una volta non vorrei ricordare gli aspetti tecnici o addentrarmi ancora negli aspetti giuridici più rilevanti.

In proposito vorrei però far notare che la vera sentenza sul caso Welby è arrivata soltanto recentemente con il caso Piludu. Mi spiego: la sentenza che emise il GUP nel luglio 2007 con la quale venni prosciolto dal reato contestatomi di omicidio di consenziente, da molti è considerata una sorta di escamotage giuridico che permise di equilibrare le varie posizioni che si contrapponevano in quel momento.

Il GUP infatti stabilisce che il fatto, cioè l’omicidio di consenziente, è avvenuto, essendocene l’elemento materiale, il distacco del ventilatore, ma soprattutto l’elemento psicologico, cioè la consapevolezza che tale azione avrebbe causato la morte di Welby. Ma tale fatto non costituiva reato, a giudizio di quel giudice, perché interveniva l’esimente del dovere d’ufficio.
Io dovevo obbedire alla Costituzione – pertanto di rango superiore al codice penale – e non imporre trattamenti sanitari a chi li rifiutasse.

È evidente che la via più semplice sarebbe stata quella di riconoscere la insussistenza del fatto stesso, così come richiesto dalla stessa Procura e dalla mia difesa. Nel caso Piludu invece le cose sono andate assai diversamente. Piludu si è rivolto al Giudice Tutelare di Cagliari per ottenere il distacco dal ventilatore in sedazione e porre così fine alla sua vita.
Il Giudice Tutelare ha disposto che l’Asl di Cagliari procedesse a quanto richiesto da Piludu. Ora è evidente che un giudice non può certo ordinare che un soggetto, persona fisica o ente che sia, commetta un reato. È pertanto ovvio che quel giudice non ha certo ritenuto neanche lontanamente possibile che la sedazione e il distacco dal ventilatore potessero anche astrattamente – per non dire giuridicamente – configurarsi quale reato di omicidio di consenziente.

Nella sentenza infatti non vi è alcun riferimento a tale ipotesi e, in verità, neanche alcun riferimento all’iter giuridico della vicenda Welby. Dopo dieci anni il diritto ha riconosciuto senza infingimenti e complicate peripezie giuridiche quello che il sottoscritto e la sua difesa avevano sempre sostenuto. Un vero giurista invece farà notare che la mia analisi è carente in un elemento essenziale.
Le due sentenze non sarebbero fra loro comparabili poiché quella sul caso Welby era di natura penale, quella sulla vicenda Piludu invece di natura civile. Va però ricordato che anche Welby si era rivolto ad inizio dicembre 2006 al tribunale civile di Roma, ottenendo una risposta del tutto evasiva. E compromissoria

Dieci anni or sono Welby era solo e abbandonato, non solo idealmente ma soprattutto praticamente. I medici, i giuristi, i bioeticisti, i politici e le associazioni culturali e scientifiche o di pazienti che lo sostenevano si potevano contare sulle dite di due mani. Ovviamente oltre al Partito Radicale vi era la Consulta di Bioetica.
Il feretro di Welby non ricevette neanche un funerale, era intervenuto l’anatema degli alti prelati della Chiesa Cattolica. Welby era stato giudicato alla stregua di un suicida e pertanto trovò sbarrate le porte della sua Parrocchia.


Il cardinal Martini che a distanza di un mese ebbe parole di pietà e solidarietà verso di lui e le sue scelte, venne aggredito verbalmente e offeso da un medico che si innalzò a paladino dell’etica cristiana e sostenne che Martini non fosse nella pienezza delle sue capacità di intendere e volere.

Quel medico era Mario Melazzini, oggi Presidente dell’Agenzia Nazionale del Farmaco, dopo essere stato consigliere e assessore regionale. Anche l’ex Presidente Cossiga, che già si era distinto per aver presentato un esposto alla Procura di Roma contro la mia persona, senza peraltro che questo suscitasse alcuna critica nel mondo politico, mise addirittura in dubbio le competenze dell’alto prelato in campo teologico. Ritenendo pertanto che fossero inferiori alle sue.

Il Vaticano non intervenne e rimase semplicemente ad assistere a questo linciaggio morale. Recentemente invece ha rivalutato la figura del cardinal Martini, come nella migliore tradizione revisionista dei passati regimi comunisti. L’allora ministro della Salute, Livia Turco, non espresse mai una parola chiara in favore dell’autodeterminazione del paziente. Né una parola a favore di un medico che si era accollato il compito di permettere l’esercizio del diritto costituzionale di un cittadino a rifiutare le cure.

Nessuna associazione medica o di rappresentanza dei malati mostrò di condividere le ragioni di Welby, ma neanche sostenne il suo diritto ad esprimerle. Invece alcune associazione mediche e di pazienti affetti dalla stessa patologia di Welby riservarono parole pesanti contro Welby, i suoi famigliari, il sottoscritto e l’Ordine dei Medici di Cremona, la città dove vivo, reo di avermi “assolto” deontologicamente.

Il Presidente del sindacato degli anestesisti, Vincenzo Carpino, disse più volte che il mio comportamento aveva gettato discredito su tutta la categoria.
Da alcuni anni, invece, assistiamo a una sorta di curioso “ravvedimento operoso”. Molte delle figure precedentemente menzionate fanno la gara a mostrarsi favorevoli all’autodeterminazione dei pazienti, alcuni medici addirittura si propongono in prima persona o anche a nome delle stesse associazioni che al tempo si erano mostrate del tutto contrarie.
Dove erano 10 anni or sono? Potrebbero almeno riconoscere che è stato l’impegno di Piergiorgio Welby ha favorire la loro riflessione sui temi etici, ma più in generale in questo paese?

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