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Discussione: Domani la rottura?

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    Predefinito Domani la rottura?

    IL RETROSCENA

    Il Cavaliere furioso con il cofondatore
    "Ora basta, con Fini domani chiudo"


    di FRANCESCO BEI


    CON Giacomo Caliendo siamo al quarto sottosegretario del Pdl finito in un'inchiesta in pochi mesi - Bertolaso, Brancher, Cosentino - , senza contare le dimissioni del ministro Scajola e il coinvolgimento di Marcello Dell'Utri e Denis Verdini nelle indagini.

    È una vera emergenza, che potrebbe travolgere l'intero esecutivo e che impone a Berlusconi di agire in fretta. Nel governo l'allarme è ai massimi livelli: "La situazione è molto brutta - ammette Sandro Bondi - ed è persino peggio di Tangentopoli. Allora arrivavano almeno gli avvisi di garanzia e uno si poteva difendere, adesso con le intercettazioni finisci in un frullatore e ti travolgono".

    Per questo Silvio Berlusconi ha scelto la linea dura. In cuor suo si è anche pentito di aver lasciato che Brancher e Cosentino si dimettessero, "stavolta con Caliendo non commetteremo lo stesso errore". La difesa del sottosegretario alla Giustizia sarà intransigente e non a caso Berlusconi si è affrettato ad incontrarlo ieri, non appena si è diffusa la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati. Stessa fermezza anche nella difesa di Denis Verdini. "Nessuno dei due si dimetterà - conferma Bondi - è escluso. Non possiamo consentire che la magistratura entri a piedi uniti nella politica in questo modo".

    L'altro fronte di attacco scelto dal Cavaliere per puntellare il governo è quello interno. Ma le due questioni si legano. Tanto è vero che il finiano Fabio Granata ieri si è affrettato a dire (la Zanzara, Radio24) che Caliendo dovrebbe dimettersi, perché "sul piano politico quello che vale per Verdini e per Cosentino vale per Caliendo, altrimenti sembrerebbe un accanimento personale nei confronti di Verdini". Prese di posizione che hanno fatto nuovamente perdere le staffe al premier, deciso a mettere al più presto la parola fine su questa vicenda.
    Ieri Gianni Letta ne ha discusso con Gianfranco Fini, a margine della conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, preannunciandogli l'intenzione del Cavaliere di arrivare allo showdown. Nessuno ancora sa di preciso come Berlusconi intenda sferrare il colpo finale contro il suo avversario interno. Si conosce soltanto la data. Sembra infatti che il premier abbia cerchiato in rosso la giornata di domani. Messa in salvo la manovra e la riforma dell'università (si votano entrambe giovedì), Berlusconi è deciso a dar corso a qualcosa di clamoroso.

    Passando ieri mattina alla Camera - dove ha evitato di far capolino in Aula pur di non stringere la mano a Fini (che in quel momento stava presiedendo) - lo ha in parte svelato a un deputato: "Dopo la manovra vedrete... fuochi d'artificio". Si parla di un ufficio di presidenza del Pdl, peraltro ancora non convocato, per mettere ai voti una scomunica del "traditore". Corre voce di una raccolta di firme tra i deputati su un documento di censura alla conduzione "non di garanzia" della presidenza della Camera. C'è persino chi azzarda che i capigruppo di Pdl e Lega potrebbero iniziare a disertare le riunione della conferenza dei capigruppo pur di costringere Fini alle dimissioni. O, più semplicemente, Berlusconi potrebbe prendere a legnate Fini con un'intervista televisiva. Gli stessi "spin doctor" di palazzo Chigi ammettono di non poter ancora diradare il mistero su cosa intenda fare il premier. Ma di certo qualcosa di grosso è in cottura. Senza attendere, come pure sembrava in un primo momento, che venga calendarizzata la mozione di sfiducia personale che l'Italia dei valori ha presentato contro Caliendo. Nel caso i finiani la votassero, scatterebbe immediata l'espulsione dai gruppi e dal partito. Sarebbe il sospirato "casus belli". Ma per quel voto se ne riparlerà solo a settembre, Berlusconi invece ha fretta di chiudere i giochi. Tanto da aver rinunciato giovedì a lasciare la Capitale per incontrare il Milan pur di dar seguito ai suoi propositi di guerra.

    Il premier è convinto che questo sia il momento per giocarsi il tutto per tutto, consapevole anche del fatto di non poter resistere all'infinito sotto i colpi delle inchieste. Una "colomba" come Giorgia Meloni attribuisce molta della responsabilità dello scontro interno agli ultras finiani: "Negli scacchi la mossa si chiama "Scacco affogato": è quando il Re viene "mattato" da un solo avversario perché i pezzi amici lo hanno circondato e gli impediscono di muovere. Ecco, dobbiamo salvare Fini dall'abbraccio dei suoi pedoni".

    (28 luglio 2010) © Riproduzione riservata

    Il Cavaliere furioso con il cofondatore "Ora basta, con Fini domani chiudo"  - Repubblica.it

  2. #2
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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Berlusconi nella tenaglia
    Fini-Tremonti


    Il premier in difesa dagli attacchi di alleati e magistratura

    di AMEDEO LA MATTINA



    Palazzo Grazioli sembra un bunker nel quale Berlusconi deve difendersi dagli attacchi della magistratura e da quella che i berlusconiani definiscono «una tenaglia: da una parte Fini dall’altra Tremonti». Il premier viene descritto depresso, diffidente. Si rende conto che gli stanno arrivando addosso una slavina dietro l’altra. L’ultima è l’iscrizione nel registro degli indagati del sottosegretario Caliendo al quale ha dovuto esprimere la sua fiducia perchè non può farsi dettare l’agenda dai pm, rimanendone ostaggio. Il premier ha chiaro che l’obiettivo è il cuore del governo, cioè lui stesso. E il timing sarebbe fissato per ottobre-novembre quando la Consulta dovrebbe riunirsi per decidere sull’eccezione di costituzionalità sollevata dal tribunale di Milano sul legittimo impedimento.

    Ma intanto continua l’assalto al bunker anche di natura politica che vede in prima fila il presidente della Camera e dietro le quinte il ministro dell’Economia (questo il sospetto del premier). Tremonti nega intenzioni del genere. Tuttavia il Cavaliere, in un colloquio alla Camera, gli avrebbe chiesto spiegazioni delle sue mosse, del perché nei giorni scorsi ha avallato l’idea dell’esistenza di una questione morale. E questo proprio nel momento meno indicato, con Verdini, Cosentino, Caliendo, Dell’Utri sotto torchio.

    Berlusconi e Tremonti ieri dovevano insieme presentarsi all’assemblea dei deputati per parlare della manovra economica di cui si vota la fiducia. L’assemblea è saltata. C’è chi dice che il motivo è stato di evitare che la sala fosse mezza vuota visto che i deputati la manovra l’hanno letta sui giornali. L’altra spiegazione è che a Berlusconi non è piaciuta l’idea di Tremonti che gli chiedeva di metterci la faccia sulla manovra. Tra l’altro l’assemblea sarebbe potuto essere l’occasione di richieste di chiarimenti sui rapporti con Fini. E il premier per il momento non vuole dire in pubblico quello che pensa in privato della terza carica dello Stato. Vuole invece superare lo scoglio del voto di fiducia sulla manovra e poi quello sulle intercettazioni.

    A questo proposito sembra che si vada ad un voto di fiducia sulle pregiudiziali di costituzionalità mentre sul merito del provvedimento tutto verrebbe rinviato a settembre: votare i primi giorni di agosto, con sicure assenze tra le fila della maggioranza, è stato altamente sconsigliato a Berlusconi. Il quale sta verificando quale sarebbe il costo di una rottura con Fini. In sostanza prima di fare la sua mossa vuole le spalle coperte, sapere quanti sono i finiani che seguirebbero l’ex leader di An.

    Il premier è convinto che, con il rischio di elezioni anticipate, sarebbero una dozzina alla Camera, ma i conti potrebbero rivelarsi sbagliati. «Silvio vuole le spalle coperte prima di fare il passo finale contro Fini», spiega un ministro che in questi giorni lo sente spesso. E che esprime qualche dubbio sulla certezza della tenuta di Verdini: «Essersi dimesso da presidente del Credito cooperativo e non da coordinatore è un comportamento contraddittorio. Il fatto che Bankitalia abbia commissariato la banca rende Berlusconi sospettoso sugli affari di Denis».

    Rimane il fatto che il premier non ha chiesto né a Verdini né a Caliendo di dimettersi, ma sul sottosegretario alla Giustizia ora pende la mozione di sfiducia a settembre: un’altra pistola carica sulla tavolo del Cavaliere. Che nel bunker medita su cosa fare per neutralizzare Fini: circola l’ipotesi di un documento da approvare in un ufficio di presidenza (l’appuntamento potrebbe essere per giovedì) che di fatto metterebbe fuori dal partito l’avversario. Intanto Fini ieri ha chiuso la vicenda di Mantovano, chiamato in causa da Granata sulla vicenda della scorta tolta a Spatuzza. Lo ha chiamato al telefono per «immutata stima e considerazione».


    Berlusconi nella tenaglia Fini-Tremonti - LASTAMPA.it

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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Rottura a un passo: è pronto il partito di Fini

    di Francesco Cramer


    La scissione del Pdl è vicina, manca solo la scintilla per la rottura tra Berlusconi e Fini. Solo Bossi e Tremonti frenano il Cavaliere: vogliono l’ok definitivo su manovra e federalismo prima della resa dei conti


    Ormai si tratta solo di provocare la scintilla. Aspettare il momento giusto perché accada come a Sarajevo nel 1914 quando l’assassinio dell’erede al trono austro-ungarico provocò il patatrac. Ma quando premere il grilletto? Berlusconi è convinto che con Fini e i finiani ormai sia finita. Il presidente della Camera lo sta logorando e continuerà a farlo fino alla fine. Più scorre il tempo, poi, più Generazione Italia si organizza sul territorio e cerca di far proseliti, alleandosi alle frange più agguerrite della magistratura e alla stampa più forcaiola. Ogni giorno che passa la minoranza interna alza voce e bandiera del giustizialismo, dipingendo Pdl e governo come un cesto di mele marce. Peggio: a ottobre dell’anno prossimo scade il legittimo impedimento che «scuda» il premier dalle incursioni della magistratura e la stessa norma ora è al vaglio della Consulta che non è detto non la butti nel cestino. Arrivare a quella scadenza con i sabotatori in casa sarebbe un vero e proprio suicidio politico. Che fare, quindi? Fosse per lui, Berlusconi avrebbe già scelto la soluzione muscolare: strappo subito, costi quel che costi.
    A frenarlo pare siano stati sia Bossi che Tremonti. Il primo avrebbe detto al Cavaliere di aspettare ancora un po’. Per il leader della Lega, che lunedì scogli aveva garantito l’appoggio con quel «Io e te siamo autosufficienti», è troppo importante portare a casa qualcosa sui decreti attuativi del federalismo prima del possibile showdown. Il secondo, con il quale il premier s’è intrattenuto per circa tre quarti d’ora nella sala del governo a Montecitorio, gli avrebbe consigliato prudenza in nome dei conti pubblici. L’Europa ci guarda e in una condizione di difficoltà economica come questa aprire una possibile crisi in cui si sa come si entra ma non come se ne esce potrebbe essere pericoloso. La manovra correttiva prima di tutto, insomma. E poi la manovra finanziaria vera e propria, prevista entro la fine di settembre. Il che posticipa l’ormai inevitabile redde rationem all’autunno.
    Ma come arrivare all’ormai necessaria scissione? Molte le ipotesi in campo: si va da una dichiarazione ufficiale, al Paese, per denunciare il «tradimento» del presidente della Camera (che però non provocherebbe l’uscita dal Pdl di Fini); a quella di un ufficio di presidenza da convocare domani o venerdì per «sfiduciare» Fini, non più super partes, e Granata, ultras forcaiolo. La più accreditata è quella di stilare un documento politico fortissimo che Fini e i suoi non potrebbero sottoscrivere senza rimangiarsi quanto sostenuto fino a oggi. Un atto irricevibile per Fini con la postilla «o così o sei fuori» per sbloccare lo stallo. È troppo evidente che al presidente della Camera giovi solamente la strategia del Vietnam, in attesa di qualche bordata della magistratura. Con la mossa del documento si costringerebbe l’avversario a buttare giù le carte.
    Qui, tuttavia, c’è un annoso elemento di incertezza: Fini bluffa o no? Ossia: quante sono le sue truppe? In queste ore si ragiona col pallottoliere in mano. Il presidente di Montecitorio e i suoi sostengono di avere i numeri per mandare a casa il governo: «Alla Camera siamo 30-35», giurano. Oggi Pdl e Lega hanno 330 deputati: tolti i 30 frondisti, addio maggioranza. Analogo discorso in Senato dove basterebbero 12 finiani per mandare sotto l’attuale maggioranza. Anche a palazzo Madama i frondisti assicurano: «I numeri li abbiamo anche lì». Vero? Mistero. Di certo c’è che è stata rinviata una conferenza stampa prevista per oggi nella quale Generazione Italia di Italo Bocchino avrebbe dovuto presentare i numeri dell’associazione. Cifre che, però, avrebbero riguardato il loro peso sul territorio e non quello in Parlamento. Anche perché le truppe finiane sono tutt’altro che unite. Tra le loro fila inesorabilmente si annidano falchi e colombe. I primi sono ormai convinti che l’unica prospettiva sia lo strappo; le colombe, invece, continuano a sperare in una improbabile ricomposizione tra Berlusconi e Fini. I nomi di alcuni «rapaci» sono noti: i deputati Briguglio, Bongiorno, Granata, Lamorte, Perina, Raisi, Scalia e i senatori Saia, Valditara, Ramponi. Quelli più morbidi, che fino a ieri hanno svolto il ruolo di pontiere, annoverano Moffa, Viespoli, Ronchi, Augello. Parlamentari che, guarda caso, tutti o quasi ricoprono incarichi di governo o presiedono i lavori di qualche commissione e, qualora si andasse a sbattere, perderebbero anche la poltrona. Quanti alla fine sono disposti a «morire» per Fini è una domanda che arrovella entrambi gli schieramenti. A ciò si aggiunga che tra i finiani non siano tutte rose e fiori: Lamorte non può vedere Bocchino; Viespoli è stato contestato dai bocchiniani nella convention napoletana di Generazione Italia e Menia, ieri, in Aula s’è sfogato sotto il banco della presidenza. Presumibilmente lamentandosi dei due kamikaze Bocchino-Granata che, non è un mistero, non ama affatto.
    E Fini? L’ultima mossa è un gesto distensivo, almeno nei riguardi del sottosegretario Mantovano, preso di mira dal pasdaran Granata. A quanto apprende l’Asca, il presidente della Camera ha telefonato all’ex An per ribadirgli «immutata stima e considerazione».

    Rottura a un passo: è pronto il partito di Fini - Interni - ilGiornale.it del 28-07-2010

  4. #4
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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Non sempre i "retroscena" giornalistici azzeccano i reali stati d'animo e gli scenari futuri. Non sono ancora così convinto che si arriverà a brevissimo tempo allo scontro definitivo fra Fini e Berlusconi. Le conseguenze d'altronde sarebbero devastanti per entrambi. Il Cavaliere rischia il Governo e la fine politica - in caso di elezioni anticipate potrebbe vincere alla Camera, ma non al Senato, e dietro l'angolo c'è sempre il rischio di un esecutivo tecnico a lui ostile - e Fini rischia di bruciare tutti i suoi progetti su un nuovo centrodestra, limitandosi a fondare un nuovo partito sotto il 10%, quota sufficiente per danneggiare Berlusconi ed impedirgli il ritorno al potere, ma certo non per assumere la leadership di una futura coalizione. Insomma, l'esplosione porterebbe ad una strage irreparabile per tutti.
    Comunque, stiamo a vedere. I due di certo non si sopportano più e basta un niente per innescare la miccia.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Il Cav. si prepara alla tempesta "perfetta" con Fini e chiama il Pdl

    C'è una strana quiete nei palazzi della politica. E, visto il momento, non può che preludere alla tempesta. La tempesta "perfetta" tra Fini e Berlusconi. Ieri a Montecitorio il clima era questo: calma apparente, come in attesa di qualcosa che potrebbe accadere da un momento all'altro.

    Il Cav. ormai non sembra più disposto a concedere strada verso un possibile chiarimento con l'ex leader di An e i suoi, specialmente dopo il caso Granata-Mantovano e le dichiarazioni del presidente della Camera secondo il quale gli indagati devono mollare gli incarichi politici. Il che significa Cosentino, ma anche Verdini. E da ieri alle teste da far rotolare i finiani, secondo il "verbo" del pasdaran Granata, hanno aggiunto anche quella del sottosegretario alla Giustizia Caliendo entrato ufficialmente nell'inchiesta della procura di Roma sulla cosiddetta P3.

    L'intento del Cav., spiegano alcuni deputati berlusconiani, sarebbe quello di accelerare i tempi, subito dopo l'ok alla manovra sulla quale il governo ha già posto la fiducia e a prescindere dal ddl intercettazioni che, oltretutto, al premier non va giù per come e quanto è stato modificato.

    Tuttavia, qualche tentativo di recuperare ciò che ormai ai più nel partito appare irrecuperabile, c'è ancora e sta nell'ultima mediazione sperimentata dalle "colombe" pidielline, prima della rottura. Che potrebbe arrivare, stando alle previsioni di molti parlamentari di chiara fede berlusconiana, giovedì o venerdì quando a Palazzo Grazioli dovrebbe tenersi l'ufficio di presidenza del partito. Per il momento non c'è alcuna ufficializzazione del vertice ma negli ambienti di via dell'Umiltà si dà per molto probabile.

    Intanto il presidente della Camera ha rinviato a giovedì, giorno della calendarizzazione in Aula del dossier intercettazioni, la decisione sui tempi di discussione. Particolare non irrilevante dal quale discende la possibilità di chiudere il capitolo la prossima settimana, oppure rinviare il tutto a settembre. Una mossa che nei ranghi della maggioranza viene letta come tattica per prendere tempo e capire la strategia del partito.

    Dal canto loro, i fedelissimi del presidente della Camera si mostrano sicuri del fatto che Berlusconi non potrà mettere alla porta del Pdl Fini perché "non esiste un modo per farlo" essendo il co-fondatore cioè il partner di maggioranza del partito.

    Ma il punto è che Berlusconi sembra sempre più convinto che non esistano margini di ricomposizione e guarda con sospetto al vessillo della legalità che l'ex leader di An ha issato sulla tolda di comando della sua corrente, già pronta a trasformarsi in partito, visto che alle strutture territoriali ora si aggiunge la convention di Generazione Italia fissata per i primi di novembre a Perugia.

    L'uno più uno che deve avere fatto il Cav. è presto detto: lunedì Fini chiedeva che gli indagati si dimettessero, da ieri il sottosegretario Giacomo Caliendo è ufficialmente indagato. A lui il premier manifesta ''la piu' ampia solidarieta''', rinnovandogli ''piena fiducia'' e invitandolo ''a continuare a lavorare con l'impegno fin qui profuso'' nel governo.

    Non solo: ma evidenzia l'ennesimo risultato del governo contro una delle più pericolose cosche della 'ndrangheta, nell'operazione "Pettirosso", quasi a ribadire che la legalità non è bandiera esclusiva del presidente della Camera ma sta in quei "fatti concreti" che anche il sottosegretario all'Interno Mantovano ha richiamato come atto tangibile nella lotta alla criminalità organizzata e, sul piano politico, come migliore risposta alle strumentalizzazioni di questi giorni.

    Nel Pdl c'è chi non esclude che il redde rationem coi finiani potrebbe arrivare quando la mozione di sfiducia al sottosegretario presentata dall'Idv verrà discussa in Parlamento: l'occasione giusta per mettere i "dissenzienti" di fronte alla responsabilità politica di un eventuale voto favorevole alle dimissioni, insieme al centrosinistra.

    Ma l'attenzione di molti esponenti del centrodestra per ora si concentra sul fine settimana e sulla possibilità della convocazione dell'ufficio di presidenza. Se alcuni ipotizzano che proprio in quella sede i sospetti della strumentalizzazione dei finiani sulla legalità potrebbero trovare conferme dirette, altri prevedono il voto su un documento politico che metta in mora i finiani.

    E che si respiri un clima da quiete dopo la tempesta, lo dice anche il fatto che il Cav. ha annullato la riunione serale con il gruppo dei deputati alla Camera e che più o meno nello stesso momento, i lealisti di An si sono riuniti per fare il punto della situazione.

    L'unica cosa che in questo clima quasi surreale di attesa, pretattica, strategia, viene data per certa, è la nomina del successore di Scajola allo Sviluppo economico, giovedì in Consiglio dei ministri: Paolo Romani, attuale viceministro. Secondo i rumors di palazzo, il premier potrebbe procedere a una redistribuzione delle deleghe affiancando a Romani un vice: si parla di una donna e tra i nomi che circolano con una certa insistenza c'è quello della parlamentare Anna Maria Bernini.

    Intanto, sul fronte della polemica innestata da Granata all'indirizzo di Mantovano, c'è da registrare la telefonata del presidente della Camera al sottosegretario all'Interno: quest'ultimo lo aveva sollecitato a prendere una posizione chiara di fronte alle accuse mosse dal suo pretoriano, nonché vicepresidente della commissione parlamentare antimafia.

    A Mantovano Fini ha confermato la sua "immutata stima e considerazione". Un gesto significativo sul piano umano ma anche un modo per togliersi dall'imbarazzo (politico-istituzionale) nel quale il j'accuse di Granata lo aveva cacciato. Ora, resta da capire se l'ultima mossa del "ghe pensi mi" del Cav. sarà proprio quella dello scacco matto a Fini.

    Il Cav. si prepara alla tempesta "perfetta" con Fini e chiama il Pdl | l'Occidentale

  6. #6
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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Prima la manovra poi l'addio a Fini
    Il divorzio è questione di giorni anche se gli effetti sono imprevedibili


    Le cronache giudiziarie tendono ad intrecciarsi con le convulsioni politiche del centrodestra. E la reazione del Pdl fa capire che Silvio Berlusconi cercherà fino all’ultimo di non perdere altri pezzi; ma è intenzionato a ratificare dopo oltre sedici anni di alleanza la rottura con il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il capo del governo non vuole le dimissioni né del coordinatore Denis Verdini, né del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, indagato ieri per appartenenza ad associazioni segrete, né del coordinatore della Campania, Nicola Cosentino. La priorità è l’approvazione della manovra economica, per la quale occorre una coalizione parlamentare blindata. Dopo il «sì» a quella che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, chiama «una finanziaria comune dell’Europa», il rischio di una deriva «alla greca» sarà parzialmente scongiurato.

    E da quel momento, lo scenario cambierà. Berlusconi prenderà di petto i rapporti fra la maggioranza e quella che definisce «giustizia politica»: probabilmente con un discorso al Parlamento. E quasi in parallelo cercherà di liquidare la questione di Fini. La rottura potrebbe essere sancita entro qualche giorno. Psicologicamente, ma sembra anche politicamente, Berlusconi ha deciso. Anzi, la novità è che mentre fino ad un paio di settimane fa tentava di trovare motivi per una ricucitura, adesso non la cerca più. L’urgenza improvvisa con la quale la minoranza invoca un incontro tra fondatore e cofondatore del Pdl nasce dalla percezione di un pericolo imminente. L’alternanza fra parole rissose e appelli in extremis segnala un epilogo difficilmente evitabile; e dalle conseguenze imprevedibili per lo stesso governo: anche perché i finiani non vogliono abbandonare il Pdl e daranno battaglia per rimanerci.
    È evidente, d’altronde, che l’uscita di scena della minoranza indebolisce numericamente la maggioranza. I dati sui gruppi parlamentari che Palazzo Chigi ha esaminato, offrirebbero margini di sicurezza ambigui, se non esigui. Ma i vertici del Pdl appaiono convinti che sia preferibile un esercito meno numeroso e più responsabile e compatto, rispetto ad uno stillicidio quotidiano di polemiche e di distinguo, quando non di attacchi devastanti. Non solo. Ormai Berlusconi e lo stesso Umberto Bossi, capo della Lega Nord, ritengono la situazione irrecuperabile; e dunque sono d’accordo ad agire prima che le inchieste giudiziarie e le frustrazioni nel Pdl rimpolpino la pattuglia finiana. Ormai non si parla più di «se» ma di «come» si consumerà lo strappo.

    Il conflitto ha implicazioni pesanti anche sul piano istituzionale. Come presidente della Camera, Fini è la terza carica dello Stato. Il fatto di essere diventato leader della minoranza del Pdl ha un po’ modificato il suo profilo. Nel momento in cui l’addio con Berlusconi ed il suo partito fosse ufficializzato e sanzionato, la situazione diventerebbe paradossale. Non a caso negli ultimi giorni alcuni ex di An hanno invitato Fini ad abbandonare il vertice di Montecitorio e ad entrare nel governo: una provocazione, perché offriva implicitamente la resa in alternativa allo scontro finale. E in un momento in cui i richiami finiani alla legalità sono stati bollati come «dipietristi».

    Fa riflettere la possibilità che la separazione possa avvenire nel momento in cui è virulenta la contrapposizione tra governo e magistratura. Si profila una rottura sullo sfondo delle inchieste sulla cosiddetta P3, col presidente della Camera che martella sulla «questione morale» e insiste sull’ «opportunità» delle dimissioni di tutti gli indagati; insomma, cavalca tutti i temi considerati inaccettabili da Berlusconi. È una situazione che può aprire scenari oggi impensabili: perfino quello di una convergenza di fatto fra l’attuale minoranza del Pdl e quei settori dell’opinione pubblica e dell’opposizione che vengono definiti «giustizialisti». Bisogna prepararsi ad una separazione cattiva, fitta di trappole. E sovrastata dall’incognita del comportamento della Lega, oggi in totale sintonia con Berlusconi ma percorsa da tensioni interne inedite.


    Massimo Franco
    28 luglio 2010


    Prima la manovra poi l'addio a Fini - Corriere della Sera

  7. #7
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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    È una situazione che può aprire scenari oggi impensabili: perfino quello di una convergenza di fatto fra l’attuale minoranza del Pdl e quei settori dell’opinione pubblica e dell’opposizione che vengono definiti «giustizialisti». Bisogna prepararsi ad una separazione cattiva, fitta di trappole. E sovrastata dall’incognita del comportamento della Lega, oggi in totale sintonia con Berlusconi ma percorsa da tensioni interne inedite.
    Tutti parlano di un Fini "giustizialista", dimenticando che i bossiani all'epoca di Mani Pulite sventolavano un cappio in Parlamento...

  8. #8
    the dark knight's return
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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Tutti parlano di un Fini "giustizialista", dimenticando che i bossiani all'epoca di Mani Pulite sventolavano un cappio in Parlamento...
    Però quando l'indagato era Italo Fellatio Fini non ne parlava di ste cose...sono anche d'accordo con il suo giustizialismo perchè la trasparenza prima di tutto ma su certe cose è ridicolo
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  9. #9
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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    “Ormai è finita” (forse)

    Aria di tempesta nel Pdl, il Cav. pronto a rompere con Fini dopo la manovra
    Berlusconi medita di convocare i vertici del partito venerdì per mettere alla porta il cofondatore. Ma smentisce



    Tira aria di tempesta nel Pdl, malgrado la smentita serale nella quale Palazzo Chigi nega ogni attendibilità ai propositi demolitori attribuiti al Cav. dalle agenzie. Nei conciliaboli tra Silvio Berlusconi e i suoi generali si parla di convocare per questa settimana, forse venerdì, un ufficio di presidenza per rompere con Gianfranco Fini. Obiettivo: mettere ai voti una mozione che ponga il cofondatore del Pdl e il suo gruppo con le spalle al muro, qualcuno parla di “sospensione”. L’idea bellicosa è di ottenere, giovedì, l’approvazione definitiva della manovra per poi “risolvere” di forza la questione Fini.

    Certo è che di risoluzioni di questo genere, negli ultimi mesi, il Cav. – parlando con i propri interlocutori – ne ha prese già parecchie senza mai davvero passare all’azione. Sono in tanti i dirigenti e i parlamentari del Pdl che negli ultimi tempi sono usciti da un colloquio a quattr’occhi con il premier descrivendolo poi “deciso alla rottura immediata”. Impressioni finora sconfessate dai fatti. Forse questa volta è diverso. Un realista come Fabrizio Cicchitto ieri è stato sentito mentre diceva: “Ormai è finita”. Persino un intimo del Cav., uno di quelli che fino all’ultimo ha provato a consigliargli la via diplomatica dell’appeasement, ieri sera confermava che “ormai è fatta”.

    Il Cav. ieri pomeriggio a Montecitorio, nell’incontro con Giulio Tremonti, presenti Cicchitto e Paolo Bonaiuti, ha trovato anche il modo di scontrarsi con il proprio ministro dell’Economia. L’eco del mini vertice è stata sonora in tutto il quadro dirigente della ex FI sino al Senato. Tremonti è stato avvertito delle intenzioni colleriche del premier e lo ha sconsigliato: la manovra è una cosa seria che ci procurerà difficoltà di fronte all’opinione pubblica – ha detto a Berlusconi – non sarebbe saggio aggravare la situazione con una rottura immediata tra te e Fini. Parole che il presidente del Consiglio non avrebbe accolto con piacere tanto più se, richiesto poi da Tremonti di difenderlo sulla manovra riconoscendogli anche pubblicamente il merito di averla portata a casa, il Cav. ha davvero risposto picche. Anzi.

    Per evitare discussioni (su Fini) e scantonare la richiesta tremontiana, ha pure deciso di annullare la prevista cena con i deputati. La cancellazione della cena, ovvero di un rituale durante il quale Berlusconi è da tempo incline a lasciarsi andare in confidenze con i propri parlamentari intorno agli equilibri politici, suona come il silenzio che precede la tempesta.

    I segnali di guerra d’altra parte si sono accavallati l’uno sull’altro nell’ultima settimana, a cominciare dalla convention di Gianni Alemanno a Orvieto. Il sindaco di Roma aveva sempre mantenuto una posizione diplomatica e quasi equidistante tra Fini e Berlusconi. A Orvieto, circondato plasticamente dagli ex colonnelli passati con Berlusconi, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, Alemanno ha chiesto la testa di Fabio Granata aderendo definitivamente all’asse degli ex An berlusconizzati. Forse il sindaco già riteneva tramontata ogni ipotesi di riconciliazione? E’ possibile. Gli ex colonnelli sono stati finora i più interessati a che l’alleggerimento con il presidente della Camera non avvenisse; o meglio, che si verificasse soltanto dopo aver assestato a Fini un colpo micidiale: “Si deve poter negoziare da una posizione di forza”.

    Tutti nel Palazzo sono da tempo a conoscenza della richiesta di Fini al Cav: una revisione dell’organigramma che determinerebbe la morte politica degli ex colonnelli. Una concessione inaccettabile non solo per Gasparri e La Russa ma anche per il gruppo dirigente di FI che considera i due ex An come membri acquisiti: “Non può passare il messaggio che Berlusconi non tuteli chi gli è fedele”. Lo stato maggiore della ex FI ha infatti già accolto come un successo personale il tentativo di scalata (solo parzialmente riuscito) degli ex colonnelli alla fondazione An, quella scatola che ha blindato il tesoretto immobiliare dell’omonimo partito. Era il serbatoio propellente della carriera politica di Fini, adesso è una comproprietà con i colonnelli che si è già stabilito di dividere in parti uguali. Non è escluso che a breve la fondazione venga affidata a una figura terza, una sorta di garante che provveda alla separazione consensuale dei beni. La figura individuata è il senatore Giuseppe Valentino, apprezzato da Fini e anche dai suoi ex colonnelli.

    © - FOGLIO QUOTIDIANO
    di Salvatore Merlo


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    Predefinito Rif: Domani la rottura?

    Citazione Originariamente Scritto da Richard Gecko Visualizza Messaggio
    Però quando l'indagato era Italo Fellatio Fini non ne parlava di ste cose...sono anche d'accordo con il suo giustizialismo perchè la trasparenza prima di tutto ma su certe cose è ridicolo
    Richard, a me di Bocchino non interessa nulla. Ogni partito conta qualche indagato, io non sono un moralista alla Grillo, so cos'è la politica...

    Ma possiamo iniziare a pensare (qualcuno per la verità lo fa da molto tempo) che ciò che ruota attorno a Berlusconi è diverso e diciamo pure inquietante?

    Pure Tremonti ha parlato di una "cassetta di mele marce", guarda caso tutti fedelissimi del premier, ora spunta pure Caliendo... non so, ha qualcosa a che vedere col conservatorismo e con la destra questa sfilza di indagati che i berluscones intendono proteggere a tutti i costi? Chi l'ha messo lì Verdini e perchè? C'è qualcuno che sappia rispondere?

    Perchè Mangano sarebbe un eroe? Forse perchè ha tenuto la bocca sigillata, come ha detto Travaglio?

 

 
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