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Discussione: Werwolf

  1. #1
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    Predefinito Werwolf

    WERWOLF


    di Harm Wulf



    Il termine "Werwolf" significa “uomo lupo”, “lupo mannaro” o “licantropo”. Il termine "Wehrwolf", che è pronunciato nello stesso modo, significa “armata del lupo” o “difesa del lupo”. Il termine "Wehrwolf" richiama una vecchia tradizione di lotta non convenzionale in Germania. Un famoso racconto scritto da Hermann Löns ( 1866 - 1914 vedi Società Thule Italia - Lons ) e pubblicato nel 1910 descrive la guerriglia dei contadini del nord della Germania durante la Guerra dei trent’anni (edizione italiana Ed. Herrenhaus, Seregno, 1999 richiedere Herrenhaus Edizioni via G. Verdi 59, 20038 Seregno Mi Tel. 0362 240096). Il movimento di resistenza tedesco fu chiamato "Werwolf" sia per il particolare suono evocativo del nome sia perchè un "Wehrwolf Bund” era già esistito intorno agli anni ’20 nell’area nazionalista (vedi Peter von Heydebreck Wir Wehr-Wölfe, Uwe Berg Verlag 2007, Toppenstedt richiedere a: (Antiquariat-Uwe-Berg@gmx.de ).
    Nell’autunno del 1944 durante un incontro tra il capo della Gioventù hitleriana Artur Axmann (http://www.thule-italia.net/sitotede...pfe_Axmann.pdf), SS-Obergruppenführer Hans Adolf Prützmann, il capo RSHA Ernst Kaltenbrunner e il Waffen-SS Obstrurmbannführer Otto Skorzeny, Himmler espose il suo piano per il Werwolf. Prützmann, capo SS nel 1943 per il settore sud orientale e l’Ucraina e dal 1944 generale SS della polizia, assunse la direzione dell’organizzazione ed il compito di reclutare volontari e di organizzare il loro addestramento che sarebbe stato poi messo in pratica dagli SS-Jagdverband (squadre di caccia) di Skorzeny. Una volta addestrate, le unità Werwolf sarebbero passate dalla guida d’inesperti ragazzi della Hitlerjugend (HJ) a quelle d’ufficiali veterani dell’esercito e della Waffen SS.









    Il Quartier Generale del Werwolf fu organizzato nel castello (Schloss) di Hülchrath, vicino alla città renana di Erkelenz. I primi duecento volontari reclutati arrivarono lì alla fine di novembre e gli uomini di Skorzeny gli impartirono lezioni intensive sulle tecniche di sabotaggio, demolizione, armi leggere, sopravvivenza e radio comunicazioni. Prützmann cercò anche di organizzare altri centri d’addestramento nei sobborghi di Berlino ed in Baviera. Contemporaneamente furono approntati bunker speciali vicino al fronte da usare come depositi d’armi e materiali del Werwolf prima di essere fatti occupare dagli alleati. I membri del Werwolf furono muniti di documenti falsi forniti dalla Gestapo per essere in grado di mescolarsi anonimamente con la popolazione e di assumere la loro identità di combattenti clandestini solo durante le operazioni.










    Le azioni del Werwolf furono quelle tipiche della guerriglia: cecchinaggio, guerriglia, sabotaggio di strade e materiali. Nella zona d’occupazione britannica le attività del Werwolf furono circoscritte ad imboscate ed attentati tra cui quella che uccise Maggiore John Poston, che era stato Maresciallo in campo di Montgomery nel deserto, in Sicilia e nel nord dell’Europa. Come Maresciallo di collegamento tra gli ufficiali Poston spesso viaggiava per raccogliere informazioni dello spionaggio per fornirle ai responsabili della pianificazione delle battaglie. Nell’ultima settimana della guerra, Poston fu attaccato da una squadra di giovani del Werwolf, mentre guidava il suo mezzo in una tranquilla strada di campagna dirigendosi verso il quartier generale di Montgomery. Colpito una prima volta cercò di difendersi, ma fu finito da una scarica di mitragliatore. Ci furono molti altri scontri tra i giovani partigiani e le divisioni armate britanniche. Sul versante americano la resistenza Werwolf fu molto più intensa. Nel settembre del 1944, allorché Montgomery si disse sicuro di potersi spingere fino nel cuore della Germania, dopo sei settimane d’assedio il 21 ottobre 1944 Aquisgrana, completamente distrutta, cadde in mano americana. Il 30 ottobre del 1944 gli occupanti nominarono sindaco l’avvocato Franz Oppenhoff. La prima autorità tedesca imposta dal nemico. Il Werwolf lo considerò un traditore e lo perciò lo condannò a morte. Per giustiziarlo l’organizzazione pianificò la Unternehmen Karneval (Operazione Carnevale) alla quale parteciparono Ilse Hirsch di 22 anni, il tenente delle SS Wenzel, il suo operatore radio Sepp Leitgeb, Karl Heinz Hennemann, Eric Morgenschweiss di 16 anni e Heidorn. Per preparare l’operazione s’incontrarono nel castello di Hülchrath. Il 24 marzo del 1945 il commando Werwolf fu lanciato col paracadute nei sobborghi di Aquisgrana città che Ilse conosceva perfettamente. Oppenhoff di 41 anni, sua moglie ed i tre figli vivevano nella Eupener Strasse al n. 251. Una volta davanti alla casa, bussarono alla porta e Wenzel e Leitgeb lo freddarono. Mentre scappavano dalla città Ilse Hirsch fu ferita dall’esplosione di una mina e una scheggia uccise Sepp Leitgeb. Curata in ospedale la ragazza tornò nella sua casa di Euskirchen. Tutti i membri del commando ad accezione del tenente Wenzel furono catturati e processati dopo la guerra. Il “Processo Werwolf” tenuto ad Aquisgrana nell’ottobre del 1949 riconobbe colpevoli Henneman e Heidorn che ebbero da uno a quattro anni di carcere. Ilse ed Eric Morgenschweiss furono assolti per la loro età. Qualche tempo dopo Ilse si sposò e visse ad un silometro di distanza dal luogo dell’episodio più famoso della sua vita. Del tenente Wenzel si persero le tracce e s’ignora la sua sorte.
    Oppenhoff fu una delle molte persone accusate di collaborazionismo con il nemico che caddero per mano dei “Lupi mannari”. Il 1 aprile il Ministro del Reich Minister Goebbels annunciando alla radio la sua uccisione disse che il braccio del partito era lungo e che i suoi Werwolf erano vigilanti. Era l’annuncio ufficiale dell’esistenza del movimento clandestino di resistenza contro l’invasore. Altre radio diedero l’annuncio, il grido di battaglia della vecchia guardia tornava a risuonare. Un intero programma di propaganda del Werwolf fu trasmesso. Dalla radio si sentì la dichiarazione che chiariva il carattere del movimento clandestino di resistenza:
    “I raids terroristici hanno distrutto le nostre città dell’ovest. Le donne ed i bambini che muoiono lungo il Reno ci hanno insegnato ad odiare. Il sangue e le lacrime dei nostri uomini massacrati, delle spose oltraggiate, dei bambini uccisi nelle aree occupate dai rossi gridano vendetta. Coloro che sono nel Werwolf dichiarano in questo proclama la loro ferma e risoluta decisione di restare fedeli al loro giuramento, di non arrendersi mai al nemico anche se stiamo soffrendo in condizioni spaventose e possediamo solo risorse limitate. Disprezziamo i confort borghesi, resistiamo, lottiamo, facciamo fronte con onore alla possibile morte torneremo a vincere uccidendo chi avrà attentato alla nostra stirpe. Ogni mezzo è giustificato se apporta danni al nemico. Il Werwolf ha le sue corti di giustizia che decidono la vita o la morte del nemico come quella dei traditori del nostro popolo. Il nostro movimento scaturisce dal desiderio di libertà del popolo ed è votato all’onore della Nazione tedesca di cui ci consideriamo i guardiani. Se il nemico ci ritiene deboli crederà di poter ridurre in schiavitù il popolo tedesco come ha fatto con i popoli rumeni, bulgari, finlandesi deportati ai lavori forzati nelle tundre russe o nelle miniere inglesi o francesi fategli allora sapere che nelle zone della Germania da cui si è ritirato l’esercito è sorto un nemico che non aveva previsto e che sarà per lui più pericoloso, che combatterà senza tener conto del vecchio concetto borghese di Guerra adottato dai nostri nemici solo quando gli fa comodo ma che è cinicamente rifiutato se non gli apporta vantaggi. Odio è la nostra preghiera. Rivincita è il nostro grido di battaglia.
    La paura del Werwolf si diffuse insieme con quella della creazione del ridotto alpino: l’idea di Goebbels di creare una sacca di resistenza permanente tra l’Austria e la Germania arroccandosi sulle montagne per continuare la lotta. L’ordine di reazione degli alleati fu spietato: ogni combattente Werwolf catturato doveva essere fucilato sul posto. Molti innocenti pagarono con la vita la durezza della battaglia finale. Le azioni del Werwolf, o supposte tali, furono represse con selvagge atrocità. Un esempio di rappresaglia di massa compiuto dagli Alleati è citato da Heinrich Wendig (1):
    “All'esercito tedesco viene rinfacciato di avere utilizzato nella sua guerra contro le spietate uccisioni perpetrate dei partigiani, contrarie al diritto internazionale, quote di rappresaglia da uno a 10 (e raramente maggiori) quale misura dissuasiva. Gli Alleati hanno tuttavia ricambiato con quote assai più elevate, anche in casi manifestamente immotivati. Un episodio esemplare avvenne nel marzo 1945 presso il castello di Hamborn, vicino Paderborn in Westfalia. In quel luogo il generale americano Maurice Rose era stato ucciso da un regolare soldato tedesco. La radio nemica addossò l'azione a del tutto inesistenti "Partigiani -Lupo mannaro" che avevano "ucciso alle spalle" il generale. Come risposta gli Americani liquidarono 110 prigionieri tedeschi che assolutamente nulla avevano a che fare con la morte del generale. La "Paderborner Zeitung" (4 aprile 1992 ), dopo decenni, scrisse sullo svolgersi di quel fatto: "Il Panzerkommandant tedesco sporse la testa dalla torretta, fece cenno con la sua Maschinenpistole e ordinò agli Americani di deporre le armi, cosa che fecero. Rose, che era generale, portava la sua pistola in una tasca, che egli voleva sbottonare. In quell'istante la Maschinenpistole del Panzerkommandant sparò. Il tedesco aveva palesemente frainteso il movimento del generale americano. Maurice Rose stramazzò sulla strada, morì sul colpo. Coloro che lo accompagnavano riuscirono a fuggire.”. Sulla misura della vendetta dice il menzionato giornale: "Con violenza cieca gli Americani uccisero nel complesso 110 soldati tedeschi prigionieri, che nulla avevano a che fare con l'episodio, tra cui giovani della Hitlerjugend e uomini di mezz'età del Volkssturm. Dietro al cimitero a Etteln morirono in 27. Testimoni ricordano che 18 altri cadaveri con un colpo alla nuca furono trovati a Doerenhagen dietro una siepe, tutti assassinati! Si lasciarono lì i cadaveri dei tedeschi per giorni. Gli Americani non permisero a civili tedeschi di seppellire i morti. Al Patton-Museum a Fort Knox (USA) i fatti inerenti alla morte di Rose sono riportati correttamente, non si fa però alcuna menzione dell'azione di rappresaglia fatta dalle truppe americane. Questo palese crimine di guerra degli Americani non è stato minimamente espiato o criticato nella stampa internazionale o addirittura stigmatizzato come altri. (2)"
    Heinrich Wendig, Richtigstellungen zur Zeitgeschichte, Heft 8, Grabert, Tübingen 1995, S. 46.
    Grabert Verlag

    Nota 1 rimanda al Hefte 2 (1991, S. 47ff.) e 3 (1992, S. 39ff.) dello stesso Hefte (Anm. 6); vedi anche Heft 10 (1997), S. 44f. Dall’interessante saggio “Sulla legalità della rappresaglia in guerra” di Germar Rudolf apparso sul n. 1, 1997 della rivista trimestrale Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung vedi VffG 1/1997: Germar Rudolf: Zur Legalität von Geiselerschießungen im Kriege









    Lo scrittore tedesco Hans Zöberlein (1895-1964) (figlio di un ciabattino, laurato in architettura, eroe di guerra, membro del Corpo franco di Franz Epp aderisce alla NSDAP dal 1921, vedi anche Hans Zöberlein, 1895–1964 ) pubblica, per la casa editrice ufficiale del partito Eher di Monaco, due romanzi di guerra monumentali: nel 1933 “Der Glaube an Deutschland. Ein Kriegserleben von Verdun bis zum Umsturz” “La fede nella Germania. Un’esperienza di guerra da Verdun fino alla difatta” ( http://www.thule-italia.net/ns/Zober...nd%20(1941)%20[DE].pdf ) e nel 1937 “Der Befehl des Gewissens. Ein Roman von den Wirren der Nachkriegszeit und der ersten Erhebung” “L’imperativo della coscienza. Un romanzo sulle turbolenza del dopoguerra e della prima sollevazione”). A capo di un gruppo Werwolf nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1945, alla vigilia del suicidio di Hitler e a pochi giorni della capitolazione, guida l’esecuzione di otto cittadini di Penzberg che avevano deposto il sindaco nazionalsocialista. Sul luogo vengono lasciati volantini con questo scritto
    "Warnung an alle Verräter und Liebesdiener des Feinde!
    Der Oberbayerische Werwolf warnt vorsorglich alle die jenigen, die dem Feinde Vorschub leisten wollen oder Deutsche und deren Angehörige bedrohen oder schikanieren, die Adolf Hitler die Treue hielten. Wir warnen! Verräter und Verbrecher am Volke büßen mit dem Leben und ihrer ganzen Sippe. Dorfgemeinschaften die sich versündigen am Leben der Unseren oder die weiße Fahne zeigen, werden ein vernichtendes Haberfeldtreiben erleben, früher oder später. Unsere Rache ist tödlich!
    Der Werwolf"


    “Monito a tutti i traditori ed amorevoli servitori del nemico!
    Il Werwolf dell’alta Baviera ammonisce ad ogni buon conto tutti coloro favoreggiano il nemico tra i tedeschi e i loro parenti o che minacciano o vessano chi mantiene la sua fedeltà a Adolf Hitler. Noi ammoniamo! Traditori e criminali del popolo che pagheranno con la loro vita e con quella della loro intera genia. Le comunità dei villaggi che attenteranno alla vita dei nostri od esporranno la bandiera bianca, saranno annientati prima o dopo. La nostra vendetta è la morte!
    Il Werwolf”
    Nel primo dopoguerra, per quest’episodio si fece un processo (per una descrizione dei fatti 28. April 1945 - Penzberger Mordnacht ). I principali protagonisti furono condannati a forti pene detentive o a morte. Hans Bauernfeind, capo di uno dei “tribunali volanti” come “Incaricato speciale del Führer", responsabile per la sentenza eseguita “in nome del popolo” dichiarò: “Sono consapevole di non avere nessuna colpa” ed aggiunse “Come venni a conoscenza dei disordini contro la Wehrmacht a Penzberg, sono andato là dove era mio dovere per non piantare in asso migliaglia di soldati e ufficiali del fronte che si mantenevano fedeli.”. Lo scrittore ed eroe di guerra Hans Zöberlein, capo di una delle unità Werwolf che andarono a Penzberg per eseguire l’ordine di “Impiccare funzionari e caporioni comunisti del KPD della città”. Dopo l’azione disse: “A Penzberg c’era un porcile che adesso è stato ripulito.”. Condannato a morte e poi all’ergastolo fu liberato nel 1958 per gravi motivi di salute. Ragazzi di 12 anni subirono processi e condanne all’ergastolo da parte delle corti marziali americane. Due membri della gioventù hitleriana di 16 e 17 anni furono condannati a morte alla fine del marzo del 1945 ed assassinati il 5 di giugno. Il giornale delle truppe americane Stars and Stripes, disse che erano accusati d’essere cecchini ad Aquisgrana. A Budeburg vicino al Wesel l’8 aprile del 1945 uomini della 116 Divisione Corazzata furono assassinati senza processo dai soldati dell’esercito Americano a seguito della scoperta di volantini del Werwolf che invitavano alla resistenza.



    “La lotta continua! Il nemico non ha vinto. Con la menzogna e la sobillazione vuole confonderti. Non prestare orecchio al nemico! Sorgi e combatti! La svolta viene! Solo il traditore ed il voltagabbana perdono il coraggio. Sii deciso fino all’estremo! Essere tedesco significa essere combattente. Meglio morto che schiavo.





    L’opuscolo del Werwolf (richiedere a: Paladin Press - Publishers of the Action Library ristampato in inglese "SS Werwolf Combat Instruction Manual" a cura di Michael Fagnon, Paladin Press, 1999 ) che conteneva le istruzioni per condurre la guerra di guerriglia con sabotaggi, attentati sintetizzava le ragioni di queste operazioni con queste parole:
    Il nemico dovrà sottrarre truppe dalla linea del fronte per difendere le altre strade. La capacità offensive el nemico sarà indebolita. Ogni cosa che riusciamo a distruggere dovrà essere sostituita. Ogni danno apportato al nemico aiuta le nostre truppe.
    Cellule del Werwolf furono scoperte tra i soldati convalescenti. Ufficiali gravemente ferrite ed anche infermiere furono sorpresi ad incitare I commilitoni ad atti di sabotaggio e resistenza. Non ci fu pietà per nessuno. Atti di resistenza continuarono isolati, ma il castello di Hülchrath cadde nelle mani degli alleati nell’aprile del 1945 e a questo punto l’organizzazione ufficiale del Werwolf cessò d’esistere. Nonostante la mancanza di una direzione centrale per la perdita del quartier generale atti isolati di resistenza continuarono anche dopo la cessazione delle ostilità. Il capo di zona della Hitler Jugend di Mansfeld divenuto Strumbannführer SS e ferito gravemente nella battaglia di Kharkov organizzò 600 ragazzi della HJ nel Kampfgruppe Harz. Raccolse dagli ospedali veterani SS, studenti della NAPOLA, membri della Luftwaffe e ragazzi membri delle unità anticarro. Con questi effettivi incominciarono le azioni contro le truppe americane il 1 aprile 1945. dopo venti giorni oltre settanta combattenti erano caduti. In un tentativo d’imboscata ad un convoglio delle truppe americane molti caddero falciati dagli aerei giunti in soccorso dei soldati. Heinz Petry di sedici anni e Josef Schomer di diciassette furono processati come spie e fucilati il 5 giugno 1945.
    A nord di Amburgo verso la fine di aprile un gruppo trincerato di Werwolf ed i loro comandanti SS rifiutarono di arrendersi alla 11° Divisione corazzata Britannica. La loro resistenza continuò anche dopo l’appello alla resa dell’ammiraglio Karl Donitz del 1 maggio. Alla fine del 5 maggio Donitz fece la seguente proclamazione da Radio Copenhagen, Praga e Flensburg:
    “Il fatto che al momento sia in atto un armistizio significa che devo chiedere ad ogni tedesco, uomo o donna, di cessare ogni attività illegale nell’organizzazione Werwolf o altre dello stesso tipo nei territori occupati perché queste causerebbero solo danni al nostro popolo.”.
    Il Generale SS Hans Adolf Prützmann nato il 31 agosto del 1901 a Tollkemit in Preuss, ispettore del Werwolf Bandenkampfverbände fino al maggio del 1945, catturato dai britannici si suicidò a Lüneburg il 21 maggio 1945.





    Giovane ragazza armata di mitra e panzerfaust, probabilmente del Werwolf, violentata ed uccisa con un pugnale nei pressi del villaggio di Hohenlepte, 90 Km a sud di Berlino l’8 maggio 1945.



    Dal libro di Tony Vaccaro “Entering in Germany 1944-1949, Taschen 2001, Colonia, pag. 42. Nachricht für Netscape 4 User


    Bibliografia
    - Rose, Arno Werwolf 1944-1945. Eine Dokumentation. Motorbuch Verlag, 1980
    - Trees, Wolfgang, Charles Whiting Uternehmen Karneval. Der Werwolf-Mord an Aachens Oberbürgermeister Oppenhoff. EA.Triangel Verlag, 1982
    - AAVV Werwolf. Winke für Jagdeinheiten. Verlag Karl-Heinz Dissberger, 1985/ Barett Verlag, 1996
    - Charles Whiting Werewolf: The Story of the Nazi Resistance Movement 1944-1945 Pen & Sword Paperback 1996
    - Prieß, Benno Erschossen im Morgengrauen, "Werwolf"-Schicksale mitteldeutscher Jugendlicher Verhaftet - Gefoltert - Verurteilt – Erschossen Calw/Benno Prieß, 1997
    - Perry Biddiscombe Werwolf! The History of the National Socialist Guerrilla Movement, 1944-1946 University of Toronto Press, 1998
    - Michael Fagnon, a cura di Werwolf Combat Instruction Manual Paladin Press 1999
    - Bridges, Bill Werwolf: Die letzte Schlacht Feder & Schwert, 2004
    - Jacques Roucolle Werwolf. Le dernier carré Auda Isarn, 2005 désintoxication culturelle online
    - ARTHOS anno VI - n 10 - nuova serie Werwolf, gli ultimi guerrieri del nazionalsocialismo di A. De Filippi,
    - Orientamenti anno VII n. 3-4, maggio/settembre 2004 Sulle orme della Wehrwolf di Mjolnir
    - Barth Tobias Werwolf " Zur Realität eines politischen Mythos " CDBayrischer Rundfunk Deutschland 2003



    26/01/2008



    Italia Sociale

  2. #2
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    Predefinito Rif: Werwolf


  3. #3
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Werwolf

    BOOK REVIEW: WERWOLF! THE HISTORY OF THE NATIONAL SOCIALIST GUERRILLA MOVEMENT, 1944-1946



    Reviewed by Lawrence D. Stokes

    Werwolf! The History of the National Socialist Guerrilla Movement, 1944-1946, by Perry Biddiscombe. Toronto, Ontario, University of Toronto Press, 1998. xi, 455 pp.

    Among students of twentieth-century German history the term “Werwolf” evokes images of fanatical Nazis ringing down World War II by retreating to a so-called “National Redoubt” in the Alps for a last-ditch stand against the already victorious Allies, or sallying forth to kill those fellow-countrymen who dared show any inclination to accept defeat and “collaborate” with their conquerors. The most notorious instance of the latter behaviour was the assassination in late March 1945 of the American-appointed mayor of Aachen, the first large city in western Germany to be liberated, though Perry Biddiscombe notes ironically that Oberburger-meister Oppenhoff “had frequently been criticized … for giving Nazis jobs in his administration” and only effected democratic reforms in civic government under direct pressure from an envoy of President Roosevelt (p. 38). Such ambiguities are rife in this first comprehensive, scholarly account of German planning for, and haphazard implementation of, guerrilla operations during the last few months of the war. Thus, the author takes issue (p. 375 n. 92) with the reliability of some sources upon which the hitherto standard work by Rodney Minott, The Fortress That Never Was (1964), is based, without disputing that “the mother of all redoubts, the supposed “Alpine Fortress” was incomparably more significant for the influence it exercised upon the imaginations of Germany’s enemies than it ever was in reality. Biddiscombe, who teaches at the University of Victoria, nevertheless succeeds in transforming a subject that might seem to have been at best a byway into almost a highway through the final bizarre course of the “Third Reich.”

    He accomplishes this first of all by amassing a truly impressive body of primary documentation drawn from the archives of at least a half-dozen countries and in as many languages (including Russian, Polish, and Czech); the book’s thin bibliography does not do justice to the over 100 pages of endnotes which cite among other secondary works numerous obscure but revealing British, U.S., and Canadian regimental histories from the denouement of the European campaign. This research encompasses a far wider range of topics than merely an organization comprising five to six thousand Werwolves whose activities were coincidentally responsible for about the same number of violent deaths (p. 34, 276) — neither figure, as Biddiscombe readily concedes, was of great significance in a conflict involving millions of combatants which spilled torrents of blood. He therefore draws into his analysis inter alia traditional evaluations of the role irregular formations are thought to have played in the military history of Germany, the importance of which leading theorists and practitioners alike since Clausewitz had summarily downgraded. Among foreigners General George Patton declared in September 1945, after the threat had passed, that it had been “inconsequential” because the ex-enemy was “incapable of individual initiative action” (p. 293). Notwithstanding such authoritative strategic and biological dismissals of the “Werwolf” as an institution, Biddiscombe persists in examining its often contradictory relations with a succession of sponsors — principally the SS and the Hitler Youth — as well as other agencies that sought to absorb or exploit the radical proclivities of the membership: the Nazi Party with its mass conscripted rival, the Volkssturm (Home Guard); the Ministry of Propaganda headed by total war advocate Joseph Goebbels; and the Wehrmacht (armed forces) which to the end remained in charge of the fighting fronts. The author thereby demonstrates once again not only the ineradicably polycratic structure of Hitler’s dictatorship, which lasted into its death throes, but also its essentially self-defeating (that is to say, nihilistic) nature. For while threats of being massacred no doubt frightened the general populace into displaying stronger hostility toward the invaders, they also helped further discredit National Socialism beyond the point of its physical rout on the battlefield.

    That postwar dimension provides Biddiscombe’s study with its most convincing claim to a relevance over and above the narrow theme of the “Werwolf’ alone. In describing its regional involvement with both domestic and external opponents (the decentralized organization fought and murdered in every wooded, mountainous, or otherwise less accessible area within the Reich, besides being engaged around its periphery) the author treats, too, the impact which guerrilla warfare had upon populations subjected to Nazi terror yet simultaneously victims of high-level Allied policy. These comprised primarily the German-speaking inhabitants of what was to become a reconfigured Poland and of the Sudetenland in Czechoslovakia. They were fated to pay the steepest price for the misperception that the criminal apparatus created by Heinrich Himmler and others would simply dissolve following the demise of the “Fuhrer,” which to the astonishment of most observers is indeed what it did. The harsh manner in which Germany itself was initially occupied also reflected fears that armed struggle would in some form continue after the nation’s formal surrender; hence, Biddiscombe argues, “a brief period of profound psychological and social dislocation, when German society might otherwise have been most open to new influences” (p. 263) was irrevocably lost amid decrees ordering non-fraternization, the expulsion in several locales of recalcitrant villagers from their homes, and even the summary execution of a few misguided teenaged killers by firing squads of the Allies. This conclusion seems somewhat overdrawn, as is perhaps the author’s view that Berlin was allowed to fall to the Soviets because the “Werwolf” diverted Anglo-America attention toward the south. Biddiscombe nonetheless makes a thoughtful case that this ultimate undertaking of the dying Nazi Reich deserves the extended investigation he has accorded it.

    The book, on the whole, is written with considerable verve and over-long stretches read almost like an adventure story. Unfortunately, it is also marred by the use of a great many colloquialisms (such as, “brainwave” and “non-starter”) and by the misspelling, particularly in the notes, of German words (umlauts are often omitted) and the names of authors (Steinert regularly appears in two different forms). Biddiscombe repeatedly writes “breeched” when he means “breached” even in a useful supplementary article on “The End of the Freebooter Tradition: The Forgotten Freikorps Movement of 1944/45″ he just published in Central European History, volume 33, no. 1 (1999), pp. 53-90; but there he employs the more recognizable Fehme (= Feme) for the secret German medieval vigilante courts rather than Vehme that appears in his book. Still, a volume that can persuasively link wartime “Werwolf” propaganda to Germany’s terrorist groups of the 1970s (see p. 150) deserves to be applauded.

    Lawrence D. Stokes

    Dalhousie University


    About the Author
    Perry Biddiscombe is Professor of History at the University of Victoria, he lives in Victoria in British Columbia, Canada. He is the acknowledged world expert on the guerilla forces of the Third Reich. His other books include The Last Nazis: SS Werewolf Guerilla Resistance in Europe 1944-47 (‘Throws fresh light on the Third Reich’s last days’ BBC History Magazine) and Werewolf: The History of the Nationalist Socialist Guerilla Movement 1944-1946 (‘The most complete history of the Nazi partisan movement’ The Independent). He lives in Canada.




    - warandgame.files.wordpress.com/ 2008/12/werwol...

  4. #4
    Avamposto
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  5. #5
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