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    Se la Chiesa non ha più padri
    di Susanna Tamaro
    Corriere della Sera del 2 agosto 2010


    Poche settimane fa il Papa ha istituito un nuovo organismo, nella forma di «Pontificio Consiglio»,
    con il compito di promuovere una rinnovata evangelizzazione nei Paesi che stanno vivendo una
    «progressiva secolarizzazione» e una sorta di «eclissi del senso di Dio». Da cosa, da chi dipende
    questa «grave crisi del senso della fede cristiana e dell’appartenenza alla Chiesa» di cui parla
    Benedetto XVI e a cui questo nuovo dicastero vorrebbe porre rimedio?

    Da anni mi trovo a vivere in una posizione di confine. Non ho avuto, in famiglia, un’educazione
    cattolica, anzi, provengo da un ambiente ateo, anticlericale e massone ma avendo una natura
    inquieta, nel corso della mia vita, ho fatto un lungo cammino spirituale che mi ha riavvicinato al
    Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo. Non è stato un cammino lineare né sempre
    luminoso, la via interiore, infatti, è un continuo confronto con il male. Se la mia fede esiste — e
    resiste — è perché continuo a studiare, a leggere, a interrogarmi e ad accettare anche giorni in cui
    mi sembra di non credere.

    Negli ultimi dieci anni molte altre persone della mia generazione hanno intrapreso un percorso
    simile, lasciandosi alle spalle ideologie politiche, new age e vari movimenti orientali per tornare alla
    fede del Vangelo ma, nella maggior parte dei casi, questi figli prodighi non hanno trovato nessun
    padre ad attenderli. Così, dopo un periodo di grande trasporto, non trovando interlocutori né
    accoglienza, si sono nuovamente allontanati.


    La Chiesa infatti — nonostante i molti dibattiti tra laici e credenti — continua a essere
    autoreferenziale, a respingere chi è in ricerca e a diffidare profondamente di chi ha fatto un percorso
    spirituale diverso. Come mi disse un giorno un prete irritato — al quale stavo spiegando il sentito e
    tardivo riavvicinamento alla fede di un’amica di cui avrebbe dopo poco celebrato il funerale — «gli
    ultimi mesi non contano niente, bisogna stare da sempre nella Chiesa», dimostrando così
    un’ammirevole pienezza evangelica.

    Malgrado tutti i discorsi sull’apertura, sulla nuova evangelizzazione, la Chiesa continua a essere una
    struttura solo apparentemente accogliente, accoglie giustamente i poveri, si prodiga con generosità
    per alleviare le sofferenze degli ultimi, ma spesso, in questa bulimia di buone azioni, si dimentica
    delle inquietudini delle persone normali.
    Mancano i padri e le madri spirituali, persone credibili, che
    abbiano fatto un cammino, che conoscano la complessità e la contraddittorietà della vita e che, con
    umiltà e pazienza, sappiano accompagnare le persone lungo questa strada, senza giudicare e senza
    chiedere risultati.
    Nel padre o nella madre spirituale non c’è niente di nuovo, bensì qualcosa di
    straordinariamente antico: la sete di un’anima che incontra un’altra anima in grado di aiutarla a
    cercare l’acqua. Non occorrono nuovi «input», nuovi dicasteri, nuove sfide, nuovi raduni oceanici.
    Occorre soltanto ricordarsi che nell’uomo esiste una parte di mistero e che questa parte va nutrita.
    La natura umana è sempre uguale e, per crescere interiormente, richiede le stesse cose oggi come ai
    tempi dei padri del deserto. Se così non fosse, non si spiegherebbe il fascino che ancora ha, ad
    esempio, San Francesco che da più di ottocento anni continua a parlare e a commuoverci con le sue
    parole e la sua vita. San Francesco infatti era un Santo. E cosa vuol dire Santo? Essere una persona
    integra, totale, una persona che non ha doppiezze, fraintendimenti, che conosce solo il «sì sì, no no»
    di evangelica memoria.

    Sono così la maggior parte delle persone di Chiesa che ci vengono incontro, che parlano dai pulpiti
    delle parrocchie, in televisione, sui giornali? Hanno sguardi luminosi? Le loro bocche parlano
    davvero della pienezza del cuore? Sono forze di santità? E se lo sono, perché non arrivano, perché
    le loro parole lasciano per lo più indifferenti, se non irritati?


    Perché non faccio altro che incontrare
    persone buone, rette, etiche, che si sono allontanate per sempre dalla Chiesa dopo esperienze
    deteriori con i suoi rappresentanti?
    Dove «deteriore» non è solo il caso estremo del pedofilo, ma
    anche quello più semplice del sordido, dell’ignavo, del gretto, comunque del doppio?

    Perché, nel cattolicesimo, è concessa questa doppiezza? La bocca si riempie di parole alte, ma la
    vita, spesso, non le manifesta. La coerenza non sembra essere richiesta. Eppure, dove la coerenza
    c’è, dove c’è testimonianza della pienezza della vita di fede, le chiese sono piene, i nuovi eremiti
    sparsi sull’Appennino hanno il problema di gestire il flusso delle persone che ininterrottamente va
    da loro. Già, perché questi sono tempi di grande inquietudine e di grande ricerca. L’uomo in
    cammino non si accontenta più di formule, di luoghi comuni, di convenzioni sociali, è molto più
    esigente, cerca risposte vere e profonde alle domande che ha dentro.
    Questa sete di verità e bellezza
    non può venire soddisfatta dalla mediocrità delle vite e delle testimonianze né da una liturgia che ha
    abbandonato il sacro diventando sempre più simile a una sorta di intrattenimento televisivo.

    Se una nuova evangelizzazione ci deve essere, dovrebbe dunque riguardare prima di tutti gli uomini
    e le donne della Chiesa, responsabili purtroppo — in molti, troppi casi — dell’allontanamento dalla
    fede di tante persone di valore.
    Forse è il momento di capire che non è la quantità dei sacerdoti, ma
    è la qualità a fare la differenza. E la qualità non dipende dalla preparazione teologica, dai convegni,
    dai master accumulati, ma dalla purezza dell’anima che si arrende alla Grazia. Un’anima arresa è
    un’anima che converte, che disseta. Un’anima che traffica, organizza, o si assopisce sui suoi
    privilegi, è un’anima che allontana.


    Viene il sospetto che questo nuovo dicastero rischi di diventare soltanto l’ennesimo coperchio
    messo sulla pentola, per non guardare quello che bolle dentro. Nuove cariche, nuovi poteri, nuovi
    segretari, nuovi bilanci. C’è davvero bisogno, è questo che avvicinerà la gente? O c’è bisogno
    piuttosto di una grande cura di umiltà? Cancellare i moralismi, i pregiudizi, la pigrizia, la sete di
    potere e tutta quella zavorra che nulla ha a che vedere con la fede e appesantisce e rende tanto ostile
    il cattolicesimo agli uomini contemporanei. I nostri tempi hanno bisogno estremo di santità, come
    ha detto il Papa di recente all’anno sacerdotale, perché davanti alla cosificazione dell’uomo, è
    l’unica condizione che lo riporta alla straordinaria grandezza per cui è nato. Santità non è un’inerme
    arrendevolezza, ma è una forza di pienezza, un essere dell’uomo nella totalità compiuta dei suoi
    pensieri e dei suoi sentimenti, capace così di compiere ogni suo atto nella luce dell’amore.

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    Predefinito Rif: Se la Chiesa non ha più padri

    Multos inveni aequos adversos homines. Adversos deos nemini...
    Seneca

    hefico:

 

 

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