Durante gli anni '60 e i primi anni '70, il voto della Democrazia cristiana nelle elezioni politiche era rimasto sorprendentemente stabile: il 38,3% nel 1963, il 39,1% nel 1968, il 38,7% nel 1972. La tradizionale base rurale del partito si era indebolita, ma si era tuttavia allargata quella della nuova Italia urbana. Al di là delle apparenze, non tutto, comunque, andava per il meglio. Il partito aveva un carattere spiccatamente meridionale; la decisione di tesserarsi era spesso fondata più su necessità clientelari che sulle convinzioni ideologiche. Vi era scarsa mobilità nelle élite del partito, e i deputati democristiani erano quelli la cui permanenza a Montecitorio si protraeva più a lungo. Le organizzazioni fiancheggiatrici non giocavano più il ruolo cruciale che prima era loro assegnato: l'Azione cattolica, per esempio, nel 1960 vantava tre milioni di iscritti, crollati a 1.657.000 nel 1970 e a circa 635mila nel 1975. Peggio di tutto, mancava nella DC una strategia complessiva per un'Italia profondamente cambiata dopo la fine degli anni '60.
Nel 1974 il partito fu scosso da due scandali di grosse proporzioni. Il primo scoppiò in seguito alle rivelazioni di un magistrato genovese, secondo il quale alcune compagnie petrolifere avevano versato soldi a personaggi politici, prevalentemente democristiani, in cambio di misure governative a loro favorevoli. In seguito a ciò il Parlamento approvò frettolosamente la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, per mezzo della quale tutti i partiti sarebbero stati finanziati direttamente dallo Stato in proporzione alla loro presenza in Parlamento. La misura non placò l'opinione pubblica; molti erano alquanto irritati nel vedere così mal utilizzato il gettito fiscale, anche perché vi era una diffusa convinzione che i finanziamenti occulti ai partiti sarebbero continuati comunque.
Il secondo scandalo riguardava le attività dei servizi segreti. Dall'inchiesta di un giovane magistrato di Padova, Giovanni Tamburino, emerse l'esistenza di un'organizzazione neofascista, denominata «Rosa dei Venti», che coordinava azioni di terrorismo in previsione di un colpo di Stato; tra i suoi affiliati v'erano alti esponenti delle forze armate e dei servizi segreti, e si parlò di un suo legame con i servizi segreti della NATO. Nell'ottobre 1974 Tamburino ordinò l'arresto del generale Vito Miceli, capo del SID, ma la Corte di Cassazione provvide subito a trasferire l'inchiesta alla magistratura romana, certamente meno tenace di Tamburino nel proseguire le indagini; così Miceli fu scarcerato dopo pochi mesi di detenzione.
Questi due grossi scandali provocarono un'ondata di critiche sull'integrità morale e la capacità politica della DC. Nella primavera 1974, infine, tornò alla ribalta la spinosa questione del referendum sul divorzio. Dopo che il Parlamento aveva varato la legge sul divorzio nel 1970, numerose organizzazioni cattoliche militanti ne chiesero l'abrogazione tramite referendum. Esse raccolsero rapidamente le 500mila firme necessarie, ma i partiti politici avevano fatto di tutto per evitare una consultazione popolare così spinosa. Ora non si poté più né rinviarlo né evitarlo, e il referendum venne stabilito per il 12 maggio.
Amintore Fanfani, tornato ad essere segretario del partito, intravedeva nel referendum la possibilità di un rilancio della DC e, nello stesso tempo, suo personale. Dopo aver fallito per ben due volte, nel 1964 e nel 1971, l'obiettivo di conquistare la Presidenza della Repubblica, egli scelse di abbandonare definitivamente la sua consolidata immagine di uomo di centro-sinistra in favore di un approccio che si rifacesse ai valori cattolici più tradizionali.
Tutta la Democrazia cristiana, tranne qualche sporadico dissenso, seguì disciplinatamente l'iniziativa di Fanfani. La sua campagna elettorale cominciò in Sicilia, con alcuni comizi decisamente fuori dell'ordinario. A Enna dichiarò che col divorzio si stava realmente mettendo in discussione la sopravvivenza della famiglia italiana, questa «cellula di base, strumento di progresso, garanzia di comunità, fecondatrice della terra, genitrice, focolare capace di riscaldare idee e affetti, culla della santità più fervida». A Caltanissetta, di fronte a una platea di agricoltori con tanto di coppola e baffi, si spinse più in là: «Se il divorzio passerà, in Italia sarà perfino possibile il matrimonio fra omosessuali e magari vostra moglie vi lascerà per scappare con qualche ragazzina».
Non tutti i cattolici erano d'accordo con Fanfani sulla necessità e la sensatezza di una campagna così violenta contro la legge sul divorzio. Paolo VI decise di rimanere in disparte: la sua opposizione alla legge era netta, ma era altrettanto chiaro, come disse in un discorso il 1° maggio 1974, il suo desiderio di mantenere la «pace religiosa». Molti dirigenti della CISL si dichiararono a favore del divorzio; lo stesso fece la maggior parte dei gruppi cattolici di base, fioriti negli ultimi anni '60 e nei primi anni '70.
Lo schieramento a favore del divorzio aveva anch'esso i suoi problemi. Mentre socialisti e partiti laici ebbero una posizione inequivocabile, il PCI affrontò la campagna elettorale con qualche timore. I comunisti temevano che l'Italia non fosse ancora pronta per una simile battaglia civile e che i rozzi appelli di Fanfani potessero dimostrarsi efficaci; volevano anche evitare di allargare il fossato tra loro e la Democrazia cristiana nel momento in cui Berlinguer stava per lanciare la proposta del compromesso storico. Per anni i comunisti avevano cercato di rassicurare l'opinione pubblica che essi difendevano la famiglia con lo stesso zelo della DC. Il referendum li esponeva nuovamente alla vecchia accusa di cercare di indebolire l'istituto familiare.
I risultati del referendum del 12 maggio 1974 mostrarono che sia Fanfani sia il PCI avevano giudicato male l'elettorato: la legge sul divorzio, al di là di tutte le previsioni, trionfò con il 59,1% contro il 40,9%. Il processo di modernizzazione della società italiana aveva trasformato anche le opinioni e i valori correnti; ormai la maggioranza dei cittadini trovava giusto e ragionevole sancire il diritto di porre fine a un matrimonio infelice, mettendo così in discussione l'egemonia del cattolicesimo tradizionalista. La destra cattolica era stata la prima ad invocare l'istituto del referendum, ma questo gli si rivoltò contro in un modo del tutto inaspettato.




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