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Discussione: Media e dintorni

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    Predefinito Media e dintorni

    Populisti o semplicemente politici di destra?

    di Enzo Marzo (Critica liberale)

    Oltre alle politiche nazionali e a quella europea che fanno marcire i problemi che colpiscono molto la pancia delle folle, e che oscillano tra inettitudine e buonismo, una grossa mano al “populismo” è data dalla sottovalutazione del linguaggio che domina tv e giornali. Da alcuni anni si va affermando una parola (“populismo”) che è storicamente inappropriata e che nello stesso tempo favorisce sfacciatamente le forze politiche che sono definite tali. Perché regala loro una maschera. Prima era usata con un significato denigratorio, poi è stata fatta propria anche dai “denigrati”.

    A questa parola si affianca anche un’affermazione che viene ripetuta come un mantra: si tratta del famigerato “non esistono più la sinistra e la destra”, che è la lapide mortuaria posta sulla politica. Non solo sulla politica fortemente ideologizzata del secolo scorso, ma tout court su tutta la politica. In Italia sotto questa bandiera sono prima di tutto quelle forze fatte solo di opportunismo che influenzano e poi seguono il ventre molle dell’opinione pubblica dei Caffè dello sport, manganellata dai telegiornali di regime e dalle chiacchiere televisive.

    I classici del liberalismo su questo punto sono stati sempre chiari e anche la sociologia si è rifiutata di fare un terribile minestrone di emozioni, idee, analisi, valori, psicologie e interessi che portano gli individui a valutazioni molto differenti, che nella storia, con mille varianti ed eccezioni, si sono coagulate su due, tre convenzionali poli opposti situati su un unico continuum. Ovviamente, tutte le categorie non sono scatole sigillate e Vilfredo Pareto ci insegna che l’impossibilità di determinarle in modo rigido non significa che non esistano: per esempio, in quale ora, giorno, anno un individuo passa dalla maturità alla vecchiaia?

    Certo che è impossibile dare una risposta “certa” e valida per tutti e dovunque, ma il fatto che non si possa determinare rigidamente non vuol dire che non esista la vecchiaia. Naturalmente ancora sono molti coloro che non avallano il minestrone opportunistico. Recentemente Alberto Melloni, con molto buon senso, ha ripetuto ciò che è cosa nota: “Chi dice di non essere né di destra né di sinistra è sempre di destra; e chi dice di essere oltre le ideologie ne ha sempre una, pure quella di destra“. Aggiungerei anche che proprio il disconoscimento di queste categorie è la più certa cartina di tornasole per riconoscere i politici di destra. Mi raccomando, non lesinate nell’adoperarla.

    Ma torniamo al “populismo”. Non dargli il vero nome è un errore gravissimo. Molti vi incorrono per trascuratezza linguistica, altri per furberia. Le forze che si dichiarano, o sono definite, populiste sono tutte di estrema destra. Chiamarle in altro modo in Europa significa dare una qualche legittimazione (dopotutto il richiamo al popolo ha una connotazione positiva), mentre l’”estrema destra” è squalificata dalle le tragedie del Novecento Eppure il clericalismo, l’odio per l’Altro, il razzismo, l’antiequalitarismo tra generi sessuali, il protezionismo economico come dogma, il nazionalismo, il familismo, sono state sempre le categorie che hanno contrassegnato la destra estrema. Ma allora perché chiamare altrimenti le Le Pen, i Farage, i Trump, gli Orban?

    E l’estrema destra è il nemico. Non l’avversario. Perché dovunque l’estrema destra oggi non propone solo una differente politica bensì dichiara apertamente di voler ribaltare gli assetti costituzionali dei nostri paesi. In Francia, i cittadini hanno votato bene non perché si sono schierati per la politica di Macron, ma perché hanno capito (e ci voleva pochissimo) che bisognava battere l’estrema destra. Cioè il nemico. E non hanno dato ascolto agli intellettuali “rosso antico”, che non hanno imparato nulla dalla storia novecentesca e si proclamano retoricamente antifascisti ma non sanno più neppure riconoscerlo, il fascismo, anche se viene sventolato loro in faccia. I cittadini semplicemente hanno riconosciuto che lo scontro era tra la democrazia e la non-democrazia. Punto e basta.

    Fa molta confusione pure gettare nella stessa pentola “populismi” molto differenti. Anche Churchill cercò e ottenne una sintonia profonda col popolo inglese, ma doveva essere un “populismo sano” se dopo la guerra gli inglesi lo rimandarono a casa senza traumi. Né si può confondere l’estremismo di destra col peronismo o con la demagogia. Oggi Renzi non è definibile populista perché egli si propone come demagogo, e quotidianamente si rivolge alle pance (vuote) degli italiani con la solita formula tipica dei demagoghi: Menzogne, briciole, promesse. Saltando a piè pari le componenti costitutive della democrazia, come la mediazione e la rappresentanza, per perseguire in continuazione un totalitarismo soft.

    Ah, le “vocazioni maggioritarie” imposte con leggi incostituzionali.

  2. #2
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    Predefinito Re: Media e dintorni

    Cercasi svolta borghese
    IL MACRON ITALIANO (ANCORA) NON C’È. LA BORGHESIA SI SVEGLI E SI ASSUMA LE PROPRIE RESPONSABILITÀ


    23 giugno 2017

    Il confronto tra Italia e Francia è impietoso. Pur con l’inciampo dei ministri costretti a dimettersi prima ancora di iniziare, Emmanuel Macron, dopo aver conseguito un grande successo anche nel doppio turno per il parlamento che gli consegna una maggioranza su cui neppure il generale De Gaulle ha potuto contare, ora si accinge a governare il suo paese e a provare a riavviare il processo d’integrazione europea. Da noi il governo Gentiloni, il terzo di questa legislatura di transizione verso il nulla, rimane in piedi per il velleitarismo di chi vorrebbe buttarlo giù per andare alle elezioni, ma fatica ad esprimere una linea compiuta – al di là delle buone maniere del presidente del Consiglio, che pure sono sostanza e non solo forma – come dimostra il dilettantesco balbettio sulla delicata questione delle banche in difficoltà. In questo quadro di già lampanti differenze, la provinciale quanto ridicola ricerca del Macron nostrano, cui si dedicano un po’ tutti con tanto di lanternino, rende ancora più mortificante il confronto.

    Chiariamo una cosa: il neo-presidente francese, pur avendo potuto contare su circostanze fortunate, non è un coniglio uscito miracolosamente dal cilindro della politica transalpina, ma il frutto di una precisa scelta di una parte consistente e significativa dell’establishment. Non si ottiene la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale, e per di più con un partito che fino a pochi mesi fa non esisteva, solo per il combinato degli inciampi altrui (che pure ci sono stati: Juppé, Fillon, Valls). No, il non ancora quarantenne Macron è il prodotto di una classe dirigente consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, dotata di visione strategica e capace di esprimere “pensiero”, che visto lo sgretolarsi dei partiti di governo – tanto i gollisti quanto i socialisti – e di fronte al pericolo populista-sovranista incarnato dalla Le Pen, ha costruito una seria e credibile alternativa. Macron è un impasto di Ena, di élitè intellettuali (Jacques Attali è il più conosciuto, ma ce ne sono molti altri) e di simpatie mediatiche (Le Figaro), di finanza parigina e internazionale, con in testa la banca Rothschild, di grandi imprese coscienti del ruolo sistemico che hanno, di endorsement europei (Merkel) e atlantici (Obama), di interessi politici ed economici globalisti, generosi di appoggi e di denari, che avevano ben chiaro chi era il nemico da battere. Come ha scritto Aldo Cazzullo, che a Parigi ha guardato oltre la cronaca, “il sistema è con lui, dai missili ai macaron”. Ma tutto questo sostegno si sarebbe rivelato condizione necessaria ma non sufficiente se dietro Macron non si fosse manifestata la borghesia, grande e piccola. Che non ne poteva più dei vecchi partiti e delle facce consumate, ma che non si è fatta abbindolare da parole d’ordine radicali e da suggestioni avventuristiche, che non ha cercato una rottura fine a se stessa. Ecco perché ha accolto e dato fiducia con così largo margine ad un volto nuovo ma rassicurante, un uomo che proponeva alla Francia di essere modernizzata pur essendo saldamente ancorato al sistema. E, soprattutto, che per vincere non ha concesso nulla al populismo della destra lepenista né al gauchismo ideologico della sinistra di Mélenchon, come dimostra il suo esporsi fino in fondo a favore della causa europeista, cosa che poteva essere considerata (come avviene in Italia) pericolosa ai fini della mietitura del consenso elettorale.

    Ecco, ora confrontate Parigi con Roma. E vedrete che la differenza non sta tanto nel sistema politico e negli uomini politici, quanto nella vetustà delle istituzioni, nella rassegnazione della classe dirigente e nell’abdicazione della borghesia. A furia di baloccarci intorno alla questione morale, di inveire contro la “casta”, di sfuggire alla presa di coscienza dei problemi strutturali del Paese, siamo sprofondati in un declino epocale. Di cui tanto la business community quanto l’alta dirigenza pubblica e il ceto politico portano in egual misura la responsabilità. Siamo di fronte al disastro di una classe dirigente incapace di dare a se stessa e all’Italia non si dice un progetto per il futuro, ma neppure una modalità di gestione comune del presente. Così come fu nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, stiamo disperatamente cercando la Terza senza avere uno straccio di idea di come costruirla. Avremmo bisogno di un sistema politico capace di governare i processi anzichè subirli, di istituzioni, centrali e periferiche, efficienti e moderne, e un assetto del capitalismo in grado di tenere il passo veloce della globalizzazione. Ma anziché costruire delle élite capaci di pensare e realizzare cambiamenti radicali di questa portata, ci rifugiamo il leaderismi fragili, tutti mediatici, basati sulla protesta e sul dileggio.

    Gran parte dell’establishment e una fetta importante della borghesia ha pensato che queste qualità taumaturgiche le possedesse Matteo Renzi. Ci ha creduto, l’ha sostenuto, l’ha blandito. Ma si è accorta, in parte già prima del referendum, e poi in larga misura dopo, che aveva coltivato speranze malriposte. Solo che teme di non avere alternative, tanto più se pensa all’età e al recente passato di Berlusconi, se ascolta le volgarità di Salvini e se guarda ai pasticci pericolosi di Grillo e della sua banda di dilettanti allo sbaraglio. È vero, c’è il problema dell’alternativa. Senza la quale, rischiamo di trovarci dopo il voto o senza governo o con un esecutivo che rischia di farci rimpiangere di non averne nessuno. Per questo l’alternativa dobbiamo trovarla. A Macron è servito meno di un anno, ed è giusto il tempo che ci separa dalle elezioni. È venuto il momento di accantonare riserve e rancori, di unire le forze, di avere coraggio. Lo spazio politico ed elettorale c’è. Se si pensa all’astensionismo non qualunquista da recuperare, è perfino sconfinato. Ci sono uomini di esperienza che hanno già dato il loro contributo, alla società e alle istituzioni, e ci sono giovani che hanno qualità, prima di tutto culturali. Il nostro è un appello. Alzi la mano chi è disponibile.
    E.C.

  3. #3
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    Predefinito Re: Media e dintorni

    io non la posso alzare. al pensiero di un macron italiano la tengo impegnata nelle parti basse. in gergo colto, dicesi gesto apotropaico

  4. #4
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    Predefinito Re: Media e dintorni

    No Vasco, non ci casco

    Troppi ricordi. Il concerto dei 220.000 a Modena è una trappola della nostalgia da cui fuggire

    di Camillo Langone /il Foglio)

    1 Luglio 2017 alle 06:05


    Vasco, io non ci casco nella tua trappola della nostalgia. Il mio tributo l’ho già pagato, ho già bevuto troppi whisky al Roxy Bar di via Rizzoli, nonostante i chiarimenti del comune amico Stefano Bonaga che millanta volte mi ha spiegato la natura apocrifa dell’insegna e che sempre dimentico perché anche a me piace vivere dentro una leggenda sebbene farlocca.


    Vasco, io non la voglio ascoltare “Colpa d’Alfredo” a Modena dal vivo, perché fatalmente tutta l’attenzione cadrebbe sul negro e in particolare sulla fatale G: la pronuncia o non la pronuncia? Se non la pronunciassi dovrei darti del vigliacco, se la pronunciassi dovrei comunque notare che un’altra canzone così estrema non la scriverai neanche campassi altri cent’anni. Oggi scrivi versi come “a crescere bambini, avere dei vicini / seduti sul divano / parlar del più e del meno”. Il testo di “Come nelle favole” avrebbe potuto scriverlo, con tutto il rispetto, Povia. Capisco che tu sia ormai una specie di vescovone costretto a tenere assieme tutte le generazioni, tutte le sensibilità, somministrando predicozzi facili, molto minimi comuni denominatori. Permettimi però di ammirare l’ultimo David Bowie che pur vecchio e malato con “Blackstar” puntò altissimo chiamando intorno a sé musicisti di avanguardia e dunque Mark Guiliana e Donny McCaslin, non Gaetano Curreri. Considero una maledizione il fatto che in Italia dopo una certa età non si riesca a fare musica se non nei termini della rimpatriata, dell’amarcord. Stai facendo il Paolo Limiti di te stesso, Vasco


    Vasco, io non vorrei più sentirle né dal vivo né da studio “Ridere di te” e “Brava Giulia” e “Vivere una favola” e le altre melanconiche perle di fine Ottanta perché ricordo anche troppo bene quando e dove e con chi le ascoltai la prima volta. Abitavo in un’altra città, facevo un altro lavoro, avevo altre macchine, altri vizi, e altre voci pronunciavano il mio nome. “Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto / ma nel cuore / nessuna croce manca…”. Scusami se adesso ti confondo con Ungaretti ma la tua discografia è il mio Carso, il paese più straziato. Sei una botta di vecchiaia, Vasco. E fatico a capire come sia possibile che 220.000 miei connazionali (220.000 passatisti e masochisti?) si sottopongano alla controterapia avvizzente denominata Modena Park. Hanno pagato 75 euri per vederti? Io pagherei 75 euri per dimenticarti.


    Vasco, a proposito di numeri, sappi che 220.000 appartiene al computo dell’assurdo, alla statistica della hybris. Povera la città che in questi giorni sta subendo la tua megalomania (amici che abitano in viale Storchi mi raccontano di essere all’incirca sequestrati). E poveri i tuoi chitarristi a cui è impossibile risparmiare disastrosi confronti: c’erano meno persone a Woodstock per ascoltare Jimi Hendrix di quante ce ne saranno stasera al Parco Ferrari per ascoltare Andrea Braido e Maurizio Solieri. E il palco da 150 metri? Ti serve per farci dei giri in bicicletta oppure con la golf car? Corrisponde alla lunghezza di cinque Argentinosauri, i più grandi dinosauri conosciuti, estintisi nel Cretaceo anche per colpa delle dimensioni insensate. Questa gara fra te e Ligabue a chi ha il concerto più grosso anziché dai critici musicali la farei commentare dagli psicologi e dai paleontologi, credo siano le specializzazioni più indicate.

    Perché il mondo parla così poco del concerto di Vasco Rossi?

    Un evento che spacca, mica una cavolata estiva qualsiasi. A Londra dovrebbero organizzarne uno anche loro. Per tirarsi un po' su

    Vasco perdonami, adesso devo andare, dopo tutti questi ricordi sento il bisogno di rinfrescarmi le orecchie con la canzone dell’estate 2017 ossia “Riccione” dei The Giornalisti. Il video però sembra girato da Vanzina e l’audio è un misto di Righeira e Luca Carboni, troppo tardi mi accorgo di essere caduto dalla padella alla brace, dalla nostalgia al citazionismo: un’altra trappola, avranno imparato da te.

  5. #5
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    Predefinito Re: Media e dintorni

    Vasco...è vera gloria?...ai posteri....

    &&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&

    Caldo. Quarantenni pelati con zaino Invicta. Bandane colorate che nemmeno a Carnevale. La gente ai concerti di Vasco
    ti fa chiedere perchè hai comprato quel biglietto. Poi comincia il concerto e cominci a capire che tu e quella gente non siete
    poi così diversi

    di I Hate Milano



    Pur essendo molto complicata, il tedesco è la lingua europea più affascinante, specie per la sua abilità di rendere, in una parola sola, una complessità di concetti esistenziali. Un tipico esempio è “schadenfreude” che, come si sa, indica il piacere provocato dalla sfortuna altrui; altro buon esempio è “weltschmerz”, ovvero la sgradevole sensazione esistenziale che si prova davanti ai mali del mondo.
    Chissà quale vocabolo avrebbero inventato i teutonici se anche a loro fosse capitato di assistere dal vivo a un concerto di Vasco Rossi. Perché ai concerti di Vasco, se ci si guarda attorno per un momento, si finisce per essere vittima di un sentimento del tutto particolare, che solo il rigore della lingua tedesca saprebbe definire in maniera compiuta.

    I quarantenni pelati con lo zaino Invicta, le comitive che arrivano in pullman, le bandane colorate davanti alle quali esiterebbero anche al Carnevale di Rio, i panini alla mortazza avvolti nella stagnola, Jessica e Alan che si fanno un selfie: osservare da vicino l’umanità presente ai concerti del rocker di Zocca è un’esperienza esistenziale, che all’inizio, diciamo fino all’apertura dei cancelli, potrebbe essere circoscritta come “imbarazzo per interposta persona”.

    Il brutto è che l’esperienza peggiora dopo, quando nella calca sgusci come un’anguilla tra migliaia di ascelle pezzate cercando di avvicinarti al palco. È quello il momento in cui realizzi che anche tu sei parte di quella umanità e non solo perché anche tu hai l’ascella pezzata; anche loro, come te, si sono emozionati per quelle canzoni, si sono addirittura rivisti in quelle canzoni esattamente come per anni ti ci sei rivisto tu.
    La scoperta è traumatica, e preda di un impulso nichilista finisci inevitabilmente per chiederti se tra te e la tipa al tuo fianco con le sopracciglia tatuate davvero non ci sia alcuna differenza; così, l’imbarazzo che fino a un attimo prima provavi per interposta persona ora lo provi per te stesso, mettendo in discussione tutta la tua vita.

    È difficile spiegare questo travaglio interiore a chi non ha mai provato sulla propria pelle la paradossale condizione di essere fan di Vasco ma di provare repulsione per il Vascorossismo, quel processo durato quarant’anni che sabato giungerà a definitivo compimento per cui la pancia del Paese, quella che sul cruscotto ha il santino di Padre Pio, si è appropriata di quello che cantava “Alibi” e “Colpa d’Alfredo” e anno dopo anno lo ha disinnescato, fino a farne un Nino D’Angelo che parla modenese. Diciamo che è simile alla vertigine che si prova quando ci si trova casualmente d’accordo con una posizione espressa da Beppe Grillo e poi si va online sul suo blog e si leggono i commenti degli utenti.

    Per questi fan che potremmo definire “laici”, il rischio di essere equiparati alle Jessiche e agli Alan di cui sopra è un vero e proprio shock. Alcuni non reggono al peso e ne restano traumatizzati, iniziando ad ascoltare Ligabue, vittime di un irrimediabile cinismo della rovina. I duri e puri gettano la spugna, e a Vasco ci rinunciano, incapaci di scendere a compromessi, gettando nella spazzatura i vecchi CD per evitare ricadute.
    La maggioranza invece, per rendere il fardello sostenibile, inizia a sostenere una discutibile tesi di tipo “classista”. Questi individui si convincono di essere fan privilegiati, capaci di analisi e letture semantiche superiori alla media, in grado di trovare, nelle canzoni del Blasco, dei significati inacessibili alla massa di fan in canotta.

    "Io non lo ascolto Vasco, io lo capisco” ti spiegano con assoluta serietà.
    Un po’ come quelli che votano Cinque Stelle, ma si affrettano a specificare che loro Beppe Grillo lo detestano e che il loro è un gesto necessario e dettato dalle condizioni disperate del momento. O quelli che dicono che tradiscono la moglie, ma lo fanno in un modo diverso dagli altri, un modo che “non è proprio tradimento vedi è una cosa difficile da spiegare”.

    Il punto è sempre lo stesso: arrampicarsi sugli specchi per sfuggire all’imbarazzo quando ci si scopre come gli altri, come tutti ma proprio tutti gli altri. Quando, insomma, si guarda allo specchio la propria banalità.

    La dura verità, purtroppo, è che ognuno di noi possiede al suo interno un ripostiglio in cui custodisce la propria porzione di banalità. Puoi essere il più inquieto intellettuale della Sturm und Drang, ma da qualche parte, dentro di te, accadono cose inconfessabili, cose in tutto e per tutto identiche a quelle che accadono dentro Jessica e Alan che ora piangono abbracciati innalzando al cielo gli Zippo.

    La grandezza diabolica di Vasco, e quella di tutti gli artisti o uomini di spettacolo o politici capaci di un successo davvero main stream, sta proprio nella capacità di avere libero accesso a quel ripostiglio di noi stessi, e di riuscire a rubarne ogni volta un pezzo diverso per farci una canzone, un quadro, un programma politico, facendoci credere che il tutto sia stato fatto apposta per noi.

    A volte ci accorgiamo del furto, e l’autore lo sgamiamo subito; altre volte ci mettiamo anni; altre volte ancora, come nel caso di Vasco, il furto è fatto talmente bene che non ce ne accorgiamo mai, e anche se ce ne accorgiamo facciamo finta di niente, continuando a illuderci di essere solo noi.

    G.C.

  6. #6
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    Predefinito Re: Media e dintorni

    Migranti in Italia in cambio di flessibilità. L’accusa della Bonino al governo

    tratto da Virgilio.it -Finanza


    06 Luglio 2017 - La storia d’Italia, dall’immediato dopoguerra agli anni di piombo fino al presunto traffico d’armi e scorie in Africa, è spesso stata costellata da “accordi inconfessabili” e verità di comodo. Ne ha parlato recentemente anche Bassam Abu Sharif, ex leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), ricordando il ‘lodo Moro’ e quell’accordo che ha tenuto al riparo l’Italia dagli attentati terroristici degli anni ’70 e ’80. Oggi si torna a parlare di “accordi indicibili” a proposito del rapporto fra governo italiano e Unione Europea, accordi che secondo l’ex ministro degli esteri Emma Bonino hanno visto l’Italia accollarsi volontariamente tutti gli sbarchi dei migranti in viaggio verso l’Europa. In cambio di cosa? Bonino non lo dice, qualcuno pensa alla flessibilità più volte concessa ai nostri governi sui conti pubblici.

    Intervenendo alla 69sima Assemblea generale di Confartigianato, Emma Bonino ha spiegato: “All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. Proseguendo, l’ex numero uno della Farnesina ha puntalizzato: “Una delle cose di cui sono più orgogliosa è Mare Nostrum. Sono convinta che sui cadaveri non si costruisce niente. Poi non l’abbiamo voluta più perché troppo cara, costava 9 milioni al mese. Poi è intervenuta l’Ue prima con Triton e poi con l’operazione Sophia. E nel 2014-2016 che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino. Disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato. Io non apprezzo per niente né l’atteggiamento spagnolo, né francese, né quello degli altri. Ma un po’ ci siamo legati i piedi e un po’ francamente abbiamo sottovalutato la situazione. Io non credo che la settimana prossima arriveremo a una soluzione”.

    “Io non penso che gli italiani siano più razzisti di altri – prosegue Bonino -, penso che non apprezzino invece il disordine e la mala integrazione. Non sopportano la gente sbattuta nei Cie, che non può lavorare oppure lavora in nero. “I 7 milioni di immigrati regolari lavorano e pagano le tasse e non rappresentano alcun problema per noi. Il problema sono piuttosto i 500mila clandestini, che lavorano in nero e sono contigui ad un dato di criminalità. Proprio per questo credo che una politica di integrazione seria aiuti la sicurezza e aiuti anche la convivenza tra i cittadini. Sta prendendo piede un tasso di aggressività, persino preventiva, che mi spaventa molto e credo che questo clima non ci porti da nessuna parte. Dobbiamo un po’ ragionare invece di far parlare solo la pancia. Credo che questo sia il compito di una leadership politica che sarà pure impopolare, ma il nostro compito è quello di ragionare e far ragionare”.

    la stessa Bonino è tornata sull’argomento alcune ore dopo ribadendo il concetto ma negando la segretezza di tali accordi. Stessa reazione da fonti del governo: solo accordi alla luce del sole, nulla di inconfessabile. Ma è chiaro che la bomba sganciata dall’ex ministro ha fatto rumore, soprattutto in quegli ambienti secondo cui la ‘merce di scambio’ è la flessibilità sui nostri conti. E infatti non sono mancate le illazioni e le richieste di chiarimento. Su tutte quella del blog di Beppe Grillo, che ha ripreso con vigore le dichiarazioni dell’ex ministro.

    “Emma Bonino è un ex commissario europeo nonchè l’ex-ministro degli esteri del del governo Letta – si legge sul blog -: Dobbiamo quindi pensare che quando parla di accordi con Paesi esteri o con l’Europa sappia quel che dice. Quello che dice. E si riferisce agli anni del governo Renzi”. Racconta come, per il 2014-2016, il governo italiano abbia chiesto che ‘gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia’”, si legge nel blog. L’abbiamo chiesto NOI! L’accordo l’abbiamo fatto Noi!” sottolinea l’ex ministro. Di quale accordo sta parlando? Il fatto che l’Italia sia costretta ad accogliere tutti coloro che vengono trasportati qui dall’Africa, anche da navi battenti bandiere straniere (in violazione degli accordi di Dublino, come precisa anche la Bonino), e’ scritto da qualche parte nero su bianco?”, chiede il M5S che attacca: “vogliamo la verita’ su questi accordi indicibili”.

  7. #7
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    Predefinito Re: Media e dintorni

    la bonino è una criminale di merda. e ho usato un eufemismo

  8. #8
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    Predefinito Re: Media e dintorni

    Fascisti si nasce o si diventa?


    Il libro "A NOI" di Tommaso Cerno, racconta come la mentalità del Ventennio sia ancora 
oggi diffusa nella politica, nella società, nella cultura del nostro Paese

    Introduzione di Tommaso Cerno al libro "A NOI"


    Si dice che un bambino nasca con la camicia, quando viene alla luce avvolto nel sacco amniotico. Quel sacco sembra un abito, cucito addosso durante i nove mesi dentro il ventre di mamma. E noi di chi siamo figli? L’Italia in cui viviamo, l’Italia del nostro Ventennio, quello che chiamiamo l’epoca di Berlusconi e Renzi, è nata con la camicia?

    Proviamo ad azzardare un’ipotesi: l’Italia è nata con la camicia nera. Proprio così, fasciata nel sacco amniotico del fascismo, da cui cerca a fatica di liberarsi da settant’anni, senza riuscirci davvero. Nel dopoguerra la retorica antifascista può avere dato l’impressione di un taglio netto con i vent’anni precedenti, ma come il “politicamente corretto” non cancella il razzismo, non ridà la vista a un cieco chiamandolo non vedente, l’affermazione di essere antifascista, per quanto eticamente giustificabile, non basta a cancellare ciò che del fascismo è dentro di noi. Dentro di noi perché italiano come noi, forse più di noi.


    In tutto il corso della sua storia, il fascismo fu senza dubbio un fenomeno rivoluzionario, giovanile, si direbbe oggi “rottamatore”. Mussolini contribuì a ringiovanire l’Italia, a partire dalla sua classe politica, così come consentì per la prima volta nella storia del nostro Paese ai ceti medi di entrare nelle stanze del potere. Questo significa che ebbe un legame con il Paese molto più radicato, profondo, osmotico di quanto si pensi. Un legame possibile solo quando c’è un collante. E questo collante viene proprio dall’essenza dell’italiano, dalle radici del nostro modo di essere, dal nostro rapporto con il potere, da ciò che non muta sulla nostra penisola al di là del regime o del governo, più o meno democratico, che ci capita di eleggere o di contestare.

    Impegnati come siamo a ripeterci che il fascismo è finito, oppure che si manifesta solo nei simboli esplicitamente esibiti del regime, dentro i partiti dell’ultradestra xenofoba, che alzano le croci celtiche nelle manifestazioni, non ci rendiamo conto di una cosa: quei militanti postfascisti sono riconoscibili prima ancora che espongano il proprio pensiero, mentre il fascismo del Ventennio fu un grande movimento di massa. Se ci ostiniamo a cercare il fascismo lì dove è fin troppo facile trovarlo, non facciamo altro che insistere nel non vedere. E perché lo facciamo? Perché abbiamo paura di ritrovarlo dove non ce lo aspettiamo più, nel nostro modo di essere quotidiano, nei nostri difetti di Paese, nel nostro sistema politico e sociale. Annidato là dove sempre è stato, nell’angolo buio della Repubblica che preferisce puntare i fari altrove, dove sa che fascismo non se ne vedrà.

    Riflettiamo su un fenomeno mediatico di questi ultimi settant’anni. Ancora oggi se accendiamo il televisore e ci sintonizziamo su un dibattito politico, sentiamo spesso ripetere come un ritornello: «Siete fascisti!». Si ascolta così tante volte, da essere assaliti dalla curiosità di capire perché. Un giorno il fascista in questione è Matteo Renzi, tacciato di metodi spicci da destra e da sinistra, addirittura da una parte del suo stesso partito, il Partito Democratico; il giorno appresso, invece, ci si riferisce a Silvio Berlusconi, accusato di avere addormentato il Paese come un nuovo Duce, di averlo assopito in una sorta di Ventennio che potremmo definire, piuttosto che regime dal volto umano, regime dal mezzobusto umano, trattandosi di un’anestesia televisiva pressoché totale.

    Questa anestesia, però, ha generato la propaganda di governo, come tutti i regimi democratici e non, ma ha generato anche i suoi anticorpi: l’antiberlusconismo militante. Un terzo giorno l’epiteto di fascista è attribuito alle epurazioni del Movimento 5 Stelle e a Beppe Grillo, accusato di essere l’uomo solo che decide per tutti, quando il tal deputato è espulso dal gruppo parlamentare perché “ribelle” alla linea ufficiale. Fino a Matteo Salvini, il leader leghista dell’era post-bossiana, il quale, abbandonato il divino Po e la sacra ampolla, si fa crescere la barba e si reinventa una specie di marcia su Roma per allargare il consenso, ormai troppo stringato, del suo Nord.

    La morale è che, almeno a parole, qui siamo tutti fascisti, destra e sinistra, alti e bassi, belli e brutti.
    Saremo anche il Paese delle generalizzazioni, ma c’è davvero da chiedersi cosa stia capitando a noi italiani. Perché, all’improvviso, ci accusiamo l’un l’altro di fascismo? Perché dopo la fine del regime, dopo l’epopea della Resistenza, dopo sette decenni di democrazia quella parola torna sulle labbra di tutti noi, usata con sufficienza, con disinvoltura? Forse perché il 1945, la data che mette fine ai regimi fascista e nazista in Europa, non è una data che l’Italia abbia davvero digerito. Certo sul piano ufficiale, nei proclami, nelle affermazioni di principio, così come nella retorica di Stato, il fascismo è morto e sepolto, giace sotto strati e strati di antidoto costituzionale, democratico, parlamentare.

    Eppure, nella vita di tutti i giorni, nel profondo degli italiani, la censura del modus vivendi mussoliniano non corrisponde affatto a una cesura, perché molti atteggiamenti del regime - che già provenivano dal passato - si sono conservati, pur con i naturali ammodernamenti, nel futuro: pensiamo ad esempio all’Italia bigotta e bacchettona che fa e non dice, al maschilismo diffuso in tutte le fasce sociali. Pensiamo alla distanza fra regole scritte e regole davvero applicate. Pensiamo all’usanza politica del dossier, all’insabbiamento dei misteri di Stato, alla corruzione come sistema di governo, all’utilizzo dell’informazione come macchina per controllare l’opinione pubblica prima ancora che per informarla, alle regole non scritte delle gerarchie comuniste del dopoguerra, dove il valore della “fedeltà coniugale” garantiva la scalata ai vertici del Pci (Partito Comunista Italiano) proprio come del Pnf (Partito Nazionale Fascista). Per arrivare, infine, all’uomo forte, al leaderismo craxiano, berlusconiano, renziano, incarnazioni del bisogno primario di un capo.

    Sono solo coincidenze? No, siamo nati davvero con la camicia nera. C’è un filo conduttore che unisce il fascismo “a noi”, proprio come era il saluto ai tempi del Duce. A noi del fascismo è giunto più di quello che vogliamo ammettere. Un’eredità che arriva dritta nell’epoca di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Un’eredità che non si manifesta nell’esibizione di simboli e bandiere, ma nei piccoli gesti, nei modi di pensare, nelle abitudini malate del nostro Paese che non mutano con i governi. Abitudini che ritroviamo nel fascismo di Benito Mussolini, nei risvolti del regime e del carattere del Duce che facevano del fascismo e del suo capo, prima ancora che una dittatura e un dittatore, un modello d’Italia e di italiano, simili nei difetti al popolo. Difetti che non sono scomparsi, sono solo mutati di sembianza. E che ritroviamo ancora oggi. Se sappiamo dove andare a cercarli.
    Tommaso Cerno

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    Predefinito Re: Media e dintorni

    LA COSTITUZIONE GARANTISCE I
    DIRITTI SOCIALI DEI CITTADINI


    Di Valerio Onida

    Caro Direttore, l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corrieredel 21 luglio pone con la consueta franchezza un tema di fondo. La discussione sulla proposta di flat tax avanzata dall’Istituto Bruno Leoni darebbe a suo dire lo spunto per mettere in gioco qualcosa di più: e cioè la opportunità o la necessità di porre mano a una riforma della prima parte della Costituzione, quella dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini, per superare le «ideologie socialisteggianti» che «hanno segnato i secoli diciannovesimo e ventesimo», e che ispirano il testo del 1947.
    Addirittura, secondo Panebianco, ciò consentirebbe di superare l’impasse che dopo il referendum del 4 dicembre 2016 caratterizzerebbe il tema delle riforme costituzionali. Sembra dunque di capire che per l’Autore abbiano ragione coloro che, di fronte alle proposte di riforma «organica» della seconda parte, in particolare della forma di governo parlamentare, temono che esse sottintendano un rifiuto «ideologico» anche dei principi della prima parte e dunque una radicale visione «anticostituzionale».
    In realtà la Costituzione non detta programmi politici, che restano largamente affidati alla dialettica democratica, ma pone in maniera definitiva i principi di fondo che riguardano i caratteri fondamentali e i compiti della Repubblica. Lo Stato che i costituenti hanno voluto costruire non è solo uno Stato che rifiuta l’eredità delle ideologie autoritarie affermatesi nella prima metà del Novecento (la «Costituzione antifascista»), ma è una Repubblica che non intende riproporre, bensì vuole superare, quella che Giorgio La Pira alla Costituente chiamava «la Costituzione del 1789», cioè un ritorno al liberalismo delle origini, che garantisce le libertà «negative» ma ignora i diritti sociali e i compiti di giustizia, non solo di ordine, dello Stato. I principi sono l’universalità dei diritti umani, il rapporto stretto fra diritti e doveri di solidarietà, l’eguaglianza non solo nel senso formale della «legge uguale per tutti» ma anche in senso sostanziale, cioè del «compito della Repubblica» di rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Di qui la Repubblica «fondata sul lavoro», che non significa attribuire al lavoro il ruolo di principio supremo prevalente sulla libertà, ma indicare nel lavoro il contributo che ciascuno, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, deve dare al progresso della società. Di qui una «Costituzione economica» che non trascura di garantire la proprietà come diritto ma punta anche ad assicurarne la funzione sociale e a renderla accessibile a tutti; e che chiama tutti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della rispettiva capacità contributiva, in un sistema informato a criteri di progressività.
    Rinnegare questi principi, per predicare un ritorno alla ideologia dell’individualismo e dello «Stato minimo», e la distruzione dello «Stato sociale» faticosamente costruito nell’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale (e oggi in difficoltà) non vorrebbe dire rivedere la Costituzione, ma stravolgerne i principi supremi: ciò che certo non si potrebbe fare con il procedimento di revisione costituzionale dell’art. 138, ma significherebbe riaprire in radice un processo costituente, e soprattutto fare un salto indietro di due secoli..
    Tutto questo c’entra col dibattito sulla flat tax? C’entra, nella misura in cui impone di valutare la proposta dell’Istituto Bruno Leoni — per molti versi apprezzabile ove si propone il giusto obiettivo di un radicale riordino e di una semplificazione del sistema tributario, e sicuramente meritevole di esame e discussione in vari dei suoi aspetti particolari — alla luce degli effetti che produrrebbe sui caratteri del nostro Stato sociale. Senza poter qui entrare nel dettaglio, indicherei solo due punti. Il primo riguarda il principio costituzionale della progressività. Non basta sottolineare, come fa la proposta, la giusta esigenza di riportare sotto la generale imposizione sui redditi tutte le tipologie di reddito, in ispecie quelle da capitale, e non come oggi accade quasi solo i redditi da lavoro.
    Né basta dire che attraverso le deduzioni dalla base imponibile si può egualmente raggiungere un risultato di progressività nell’imposizione sul reddito. La questione è se questo principio sia adeguatamente salvaguardato da un sistema che, da un lato, comporterebbe una drastica riduzione dell’onere tributario principalmente a favore dei contribuenti più ricchi (da un’aliquota marginale del 43% ad una fissa del 25%), dall’altra trasferirebbe una parte del carico tributario dalle imposte dirette (sul reddito e il patrimonio) a quelle indirette, di per sé per definizione non progressive, perché l’Iva sul prezzo di un acquisto o su una prestazione la pagano in modo eguale tutti i contribuenti, quale che sia il loro livello di ricchezza. Il secondo punto riguarda un aspetto della proposta che ha finora attirato minore attenzione: l’idea di mantenere bensì il servizio sanitario come servizio «universale», uguale per tutti, ma di prevedere che i titolari di redditi più elevati da un lato siano tenuti, a differenza dei meno ricchi, a pagare il costo delle cure, ma dall’altro abbiano la facoltà di uscire (opting out) dal sistema sanitario pubblico e provvedere altrimenti alle proprie necessità: aprendo così la strada all’avvento di un duplice sistema sanitario: uno pubblico e per tutti, a carico della fiscalità generale, un altro, privato, per i più ricchi, pagato da loro direttamente o attraverso le assicurazioni.
    La proposta della flat tax dunque merita di essere discussa, non di essere utilizzata come bandiera per una battaglia ideologica di retroguardia.
    --

 

 

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