
Originariamente Scritto da
Giò
Stronzate, sai perfettamente che l'opzione svizzera non solo era esclusa ma era praticamente impossibile (un Mussolini in Svizzera sarebbe stato immediatamente internato e poi consegnato agli Alleati), se non nell'ipotesi in cui le due parti in conflitto si fossero trovate a trattare in territorio neutro (e lì appunto la Svizzera sarebbe stata l'opzione obbligata). Mussolini lasciò Milano proprio per risparmiarla da ulteriori stragi e da combattimenti casa per casa e questo in realtà lo decise anche prima dell'incontro in Arcivescovado con il cardinale Schuster. L'obiettivo erano Como e la Valtellina, ove opporre l'ultima strenua resistenza prima di trattare con il nemico la resa dei fascisti ed ottenere le dovute garanzie per i fascisti repubblicani, gli uomini della RSI e le loro famiglie. Lo stesso resoconto del colloquio tra il Duce ed il cardinale Schuster, riportato da quest'ultimo nel noto testo "Gli ultimi tempi di un regime", mostra che Mussolini aveva l'intenzione di dirigersi in Valtellina e combattere per un po'. Mussolini decise di non accettare le richieste degli antifascisti presentate in Arcivescovado perché, oltre a non esserci la benché minima garanzia che i partigiani comunisti avrebbero rispettato gli accordi (infatti non erano presenti all'incontro), gli venne riferito dall'ex prefetto Carlo Tiengo che aveva visto entrare in Arcivescovado Pertini con una pistola in mano mentre minacciava il cardinale e don Bicchierai ed esortava ad assassinare Mussolini. A quel punto i dubbi sul da farsi furono completamente dipanati. Sulla vicenda permarranno sempre degli interrogativi ma direi che in merito i lavori di Fabio Andriola ("Appuntamento sul lago") e di Giorgio Pisanò ("Gli ultimi secondi di Mussolini") siano sufficientemente esaurienti.
No, quel che De Felice rileva in seguito alla vittoria nella guerra d'Etiopia è un distacco tra il Mussolini che tende a ragionare molto nel breve e nel medio periodo (più tattico, diciamo) ed un Mussolini successivo che, invece, inizia a ragionare molto sul lungo periodo (più strategico). Ma questo ebbe l'effetto di indurlo ad un gradualismo ancor più accentuato e ciò lo si vide, con effetti deleteri, nell'approccio italiano alla guerra, ove al momento diplomatico venne sacrificata la preparazione bellica (quante volte Mussolini disse ad Hitler che l'Italia sarebbe stata pronta per una guerra di portata europea solo a partire dal '42-'43?). E' vero che il Duce confidò spesso e volentieri nella sua buona stella, ma da qui a parlare di delirio di onnipotenza ce ne vuole.
Il mio non era certo un rimprovero a Mussolini, ma il punto è che, a conti fatti, il Duce si trovò un 25 luglio in casa, Stalin no perché i suoi nemici - veri o presunti - li aveva fatti tutti fuori. Ed oltre ai suoi nemici aveva pure fatto fuori qualche amico perché nel dubbio non si sa mai.