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    Predefinito I buchi della difesa di Gianfry.

    di G.M.C. e M. M.

    Hanno affittato l’appartamento di Montecarlo a suo «cognato» e a sua insaputa. Meraviglioso. Epico.
    Gianfranco Fini ha aspettato undici giorni, ma alla fine c’è riuscito: ha fatto peggio di Scajola.
    La figuraccia mediatica dell’ex ministro con casa al Colosseo pagata «a sua insaputa» da Anemone non può non far pensare agli otto «chiarimenti», diciamo così, che il presidente della Camera alla fine ha concesso sull’histoire della casa monegasca.
    Ereditata dal partito, svenduta a una finanziaria off-shore, da questa rivenduta a un’altra finanziaria off-shore.
    E, alla fine del circo, affittata a un prezzo misterioso dal «mister X» nascosto dietro al muro di finanziarie proprio al fratello della sua compagna Elisabetta.

    Quando Fini l’ha scoperto s’è pure arrabbiato, o almeno così dice nella sua nota giustificativa, dove non spiega con chi avrebbe manifestato il suo «disappunto». Che tristezza.

    Ma vediamo la nota di chiarimenti che non chiariscono dell’ex presidente di An, ieri finito su Dagospia in una foto che lo immortala, a Napoli, in compagnia di Elisabetta Tulliani, del «cognato» Giancarlo e di Amedeo Laboccetta, già responsabile in Italia del gruppo Atlantis, proprietario di diversi casinò ai Caraibi, e per cui lavora anche James Walfenzao, che comprò poi la casa di Montecarlo per conto della Printemps.
    Foto del 4 luglio 2008, sette giorni prima che il senatore Francesco Pontone siglasse quell’atto di vendita.

    Fini esordisce spiegando che finora è stato zitto per non interferire nelle indagini della Procura di Roma.
    «È la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare “ben vengano le indagini”.
    A differenza di altri non ho l’abitudine di strillare contro i magistrati comunisti».

    Già la premessa non è delle migliori. Che c’entrano i magistrati comunisti? L’indagine della procura è partita solo dopo che il Giornale aveva rivelato l’affaire immobiliare monegasco.
    E comunque Fini doveva dare risposte a fatti certi, documentati, dimostrati, sui quali non ha mai parlato.
    Prima di vergare la sua versione in otto punti. Eccola.

    1) La valutazione? d’annata
    L’appartamento di Montecarlo (peraltro di modeste dimensioni) fu valutato, quando venne in possesso di An, circa 450 milioni di lire e per tale valore fu regolarmente iscritto a bilancio. La stima fu fatta dalla società che amministra il condominio ed è stata spontaneamente esibita agli inquirenti insieme con gli altri documenti richiesti.
    Val la pena di ricordare che la valutazione a cui fa riferimento Fini, che corrisponde a circa 232mila euro, risale a quanto lui stesso dichiara poco dopo l’apertura del testamento, ossia intorno al 2000, e considerando l’andamento dei prezzi immobiliari nel Principato appare comunque sottostimata.

    2) La topaia monegasca
    Chi ebbe modo di visitare l’appartamento, l’On. Lamorte e la Sig.ra Marino, mia segretaria particolare, riferirono che esso era in condizioni fatiscenti, inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.
    Molti finiani, in questi giorni, per deprezzare la casa, hanno descritto l’appartamento come una topaia, anche se nella primavera del 1999 non solo era abitabile, ma anche abitato:
    Anna Maria Colleoni vi trascorse le vacanze di Pasqua. Poteva essere sporco, trascurato. Ma le «scatolette di Simmenthal» abbandonate in giro, citate da Pontone, non giustificano il prezzo di svendita a cui An alienò il bene.
    E ancora: Fini, citando come «testimoni» Donato La Morte e Rita Marino, sottintende di non aver mai visitato l’appartamento?
    Eppure ci sono inquilini di quel palazzo che al hanno dichiarato di aver visto in tempi recenti il presidente della Camera insieme alla Tulliani nell'androne dell’edificio.tamento di Montecarlo a suo «cognato» e a sua insaputa. Meraviglioso. Epico. Gianfranco Fini ha aspettato undici giorni, ma alla fine c’è riuscito: ha fatto peggio di Scajola. La figuraccia mediatica dell’ex ministro con casa al Colosseo pagata «a sua insaputa» da Anemone non può non far pensare agli otto «chiarimenti», (...)
    (...) diciamo così, che il presidente della Camera alla fine ha concesso sull’histoire della casa monegasca. Ereditata dal partito, svenduta a una finanziaria off-shore, da questa rivenduta a un’altra finanziaria off-shore. E, alla fine del circo, affittata a un prezzo misterioso dal «mister X» nascosto dietro al muro di finanziarie proprio al fratello della sua compagna Elisabetta. Quando Fini l’ha scoperto s’è pure arrabbiato, o almeno così dice nella sua nota giustificativa, dove non spiega con chi avrebbe manifestato il suo «disappunto». Che tristezza.
    Ma vediamo la nota di chiarimenti che non chiariscono dell’ex presidente di An, ieri finito su Dagospia in una foto che lo immortala, a Napoli, in compagnia di Elisabetta Tulliani, del «cognato» Giancarlo e di Amedeo Laboccetta, già responsabile in Italia del gruppo Atlantis, proprietario di diversi casinò ai Caraibi, e per cui lavora anche James Walfenzao, che comprò poi la casa di Montecarlo per conto della Printemps. Foto del 4 luglio 2008, sette giorni prima che il senatore Francesco Pontone siglasse quell’atto di vendita. Fini esordisce spiegando che finora è stato zitto per non interferire nelle indagini della Procura di Roma. «È la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare “ben vengano le indagini”. A differenza di altri non ho l’abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Già la premessa non è delle migliori. Che c’entrano i magistrati comunisti? L’indagine della procura è partita solo dopo che il Giornale aveva rivelato l’affaire immobiliare monegasco. E comunque Fini doveva dare risposte a fatti certi, documentati, dimostrati, sui quali non ha mai parlato. Prima di vergare la sua versione in otto punti. Eccola.

    3) Le offerte «fantasma»
    Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all’amministratore Sen. Pontone o ad altri proposte formali di acquisto.
    Nessuno ha mai scritto che sono state «avanzate proposte» d’acquisto a Gianfranco Fini. Più testimoni, invece, (compresi alcuni inquilini, intervistati venerdì scorso da SkyTg24) riferiscono di numerosi tentativi fatti negli anni nei confronti dei tesorieri Lamorte, all’inizio, e di Pontone poi. C’è anche chi è arrivato a proporre un milione e mezzo di euro. «Ogni volta chiamavamo e ci veniva risposto che al momento il partito non vendeva. Ci hanno rimandato di anno in anno», raccontano. E il parlamentare del Pdl Antonio Caruso, membro del comitato dei garanti del patrimonio, che curò inizialmente la pratica dell’eredità e che andò a Montecarlo, venne tempo dopo contattato dallo studio del notaio Aureglia che gli comunicò che c’erano persone disposte a offrire 6 milioni di franchi francesi (quasi un milione di euro) per l’appartamento: «Ne parlai subito con Pontone, non ne ho più saputo nulla». Forse per Fini quest’offerta non è abbastanza «formale».

    4) Tulliani? Un procacciatore
    Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni.
    Ed eccolo qui, l’inquilino dal nome ingombrante. Fini cita suo «cognato», però, solo come procacciatore d’affari. Evidentemente l’offerta segnalata da Tulliani ha fatto centro, laddove le altre (perché non abbastanza formali?) erano sempre state respinte o lasciate cadere. Ma c’è di più: Tulliani avrebbe «segnalato una società» interessata all’acquisto nel 2008, spiega Fini. La data è generica, ma restringiamo il campo con gli elementi certi. La finanziaria off-shore acquirente, Printemps Ltd, viene costituita il 30 maggio 2008. La compravendita si perfeziona l’11 luglio. In 41 giorni, dunque, la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell’appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come «mediatore», e quest’ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo «formale». Perché Fini, come vedremo, concede il placet. Va da sé che la Printemps venderà a sua volta a una società gemella, Timara Ltd, che affitterà a Tulliani. Vista così, più che mediatore il «cognato» sembra l’inquilino designato.

    5) Ok, il prezzo è giusto
    Verificato dagli Uffici di An che l'offerta di acquisto era superiore al valore stimato (300mila euro a fronte di 450 milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per An (spese di condominio ed altro), autorizzai il Sen. Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi.
    La notizia, clamorosa, è quella anticipata dal Giornale: Fini autorizzò Pontone alla vendita dell’appartamento di Montecarlo a una società creata nel paradiso fiscale di Santa Lucia (a rischio riciclaggio per l’Ocse). La notizia, comica, è che per Fini, pardon, per gli «uffici di An» non meglio precisati, l’affarone sarebbe stato vendere la casa a un prezzo (300mila euro) ovviamente superiore al valore stimato una decina di anni prima (450 milioni di lire). Poco importa che la cifra fosse enormemente inferiore sia ai prezzi di mercato che a quelle offerte dai potenziali acquirenti respinti. La bolletta del condominio doveva scottare molto.

    6) Una vendita come tante
    Solo per restare nell’ambito dell'eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento a Ostia e uno in viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalità. In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l’approvazione dei bilanci, alcun dirigente di An contestò o sollevò perplessità sulle avvenute vendite essendo evidente che la “giusta battaglia” cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l’utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all’estero) non necessari all’attività politica.
    Se per «medesime modalità» Fini intende l’aver dato procura a vendere a Pontone, ci siamo. Ma non risulta che case e terreni a Monterotondo, Ostia e Roma siano finiti in mano a finanziarie off-shore per poi essere abitate dal «cognato» di Fini. Quanto alla «giusta battaglia», l’osservazione di Fini è corretta, peccato che strida con la svendita a prezzo da supersaldo della casa monegasca.

    7) Una data (non) vale l’altra
    La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla.
    Ops. Ci tocca correggere il presidente della Camera, vittima di un lapsus: il rogito tra An e Printemps avvenne l’11 luglio del 2008. Fini cita una data (15 ottobre) relativa proprio al «successivo trasferimento» di cui dice di non sapere «assolutamente nulla», quello da Printemps a Timara, che poi affitta a Tulliani. Non sa nulla tranne la data, forse.

    8) L’inquilino a sorpresa
    Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuiti.
    Se gli inquilini che lo hanno visto nel palazzo di Montecarlo con Elisabetta hanno avuto una visione, possiamo comprendere la sua sorpresa e anche il disappunto. Ma, in questo caso, se era sorpreso e seccato, Fini avrà chiesto lumi alla sua compagna e al cognato. Come mai non li condivide con noi e ci lascia al buio? E perché ha lasciato che il povero Pontone credesse a una «inspiegabile coincidenza» per giustificare quell’inquilino?

    dalla prima e sulla seconda pg. de ilgiornale.it 09 08 2010

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: I buchi della difesa di Gianfry.

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    di G.M.C. e M. M.

    Hanno affittato l’appartamento di Montecarlo a suo «cognato» e a sua insaputa. Meraviglioso. Epico.
    Gianfranco Fini ha aspettato undici giorni, ma alla fine c’è riuscito: ha fatto peggio di Scajola.
    La figuraccia mediatica dell’ex ministro con casa al Colosseo pagata «a sua insaputa» da Anemone non può non far pensare agli otto «chiarimenti», diciamo così, che il presidente della Camera alla fine ha concesso sull’histoire della casa monegasca.
    Ereditata dal partito, svenduta a una finanziaria off-shore, da questa rivenduta a un’altra finanziaria off-shore.
    E, alla fine del circo, affittata a un prezzo misterioso dal «mister X» nascosto dietro al muro di finanziarie proprio al fratello della sua compagna Elisabetta.

    Quando Fini l’ha scoperto s’è pure arrabbiato, o almeno così dice nella sua nota giustificativa, dove non spiega con chi avrebbe manifestato il suo «disappunto». Che tristezza.

    Ma vediamo la nota di chiarimenti che non chiariscono dell’ex presidente di An, ieri finito su Dagospia in una foto che lo immortala, a Napoli, in compagnia di Elisabetta Tulliani, del «cognato» Giancarlo e di Amedeo Laboccetta, già responsabile in Italia del gruppo Atlantis, proprietario di diversi casinò ai Caraibi, e per cui lavora anche James Walfenzao, che comprò poi la casa di Montecarlo per conto della Printemps.
    Foto del 4 luglio 2008, sette giorni prima che il senatore Francesco Pontone siglasse quell’atto di vendita.

    Fini esordisce spiegando che finora è stato zitto per non interferire nelle indagini della Procura di Roma.
    «È la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare “ben vengano le indagini”.
    A differenza di altri non ho l’abitudine di strillare contro i magistrati comunisti».

    Già la premessa non è delle migliori. Che c’entrano i magistrati comunisti? L’indagine della procura è partita solo dopo che il Giornale aveva rivelato l’affaire immobiliare monegasco.
    E comunque Fini doveva dare risposte a fatti certi, documentati, dimostrati, sui quali non ha mai parlato.
    Prima di vergare la sua versione in otto punti. Eccola.

    1) La valutazione? d’annata
    L’appartamento di Montecarlo (peraltro di modeste dimensioni) fu valutato, quando venne in possesso di An, circa 450 milioni di lire e per tale valore fu regolarmente iscritto a bilancio. La stima fu fatta dalla società che amministra il condominio ed è stata spontaneamente esibita agli inquirenti insieme con gli altri documenti richiesti.
    Val la pena di ricordare che la valutazione a cui fa riferimento Fini, che corrisponde a circa 232mila euro, risale a quanto lui stesso dichiara poco dopo l’apertura del testamento, ossia intorno al 2000, e considerando l’andamento dei prezzi immobiliari nel Principato appare comunque sottostimata.

    2) La topaia monegasca
    Chi ebbe modo di visitare l’appartamento, l’On. Lamorte e la Sig.ra Marino, mia segretaria particolare, riferirono che esso era in condizioni fatiscenti, inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.
    Molti finiani, in questi giorni, per deprezzare la casa, hanno descritto l’appartamento come una topaia, anche se nella primavera del 1999 non solo era abitabile, ma anche abitato:
    Anna Maria Colleoni vi trascorse le vacanze di Pasqua. Poteva essere sporco, trascurato. Ma le «scatolette di Simmenthal» abbandonate in giro, citate da Pontone, non giustificano il prezzo di svendita a cui An alienò il bene.
    E ancora: Fini, citando come «testimoni» Donato La Morte e Rita Marino, sottintende di non aver mai visitato l’appartamento?
    Eppure ci sono inquilini di quel palazzo che al hanno dichiarato di aver visto in tempi recenti il presidente della Camera insieme alla Tulliani nell'androne dell’edificio.tamento di Montecarlo a suo «cognato» e a sua insaputa. Meraviglioso. Epico. Gianfranco Fini ha aspettato undici giorni, ma alla fine c’è riuscito: ha fatto peggio di Scajola. La figuraccia mediatica dell’ex ministro con casa al Colosseo pagata «a sua insaputa» da Anemone non può non far pensare agli otto «chiarimenti», (...)
    (...) diciamo così, che il presidente della Camera alla fine ha concesso sull’histoire della casa monegasca. Ereditata dal partito, svenduta a una finanziaria off-shore, da questa rivenduta a un’altra finanziaria off-shore. E, alla fine del circo, affittata a un prezzo misterioso dal «mister X» nascosto dietro al muro di finanziarie proprio al fratello della sua compagna Elisabetta. Quando Fini l’ha scoperto s’è pure arrabbiato, o almeno così dice nella sua nota giustificativa, dove non spiega con chi avrebbe manifestato il suo «disappunto». Che tristezza.
    Ma vediamo la nota di chiarimenti che non chiariscono dell’ex presidente di An, ieri finito su Dagospia in una foto che lo immortala, a Napoli, in compagnia di Elisabetta Tulliani, del «cognato» Giancarlo e di Amedeo Laboccetta, già responsabile in Italia del gruppo Atlantis, proprietario di diversi casinò ai Caraibi, e per cui lavora anche James Walfenzao, che comprò poi la casa di Montecarlo per conto della Printemps. Foto del 4 luglio 2008, sette giorni prima che il senatore Francesco Pontone siglasse quell’atto di vendita. Fini esordisce spiegando che finora è stato zitto per non interferire nelle indagini della Procura di Roma. «È la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare “ben vengano le indagini”. A differenza di altri non ho l’abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Già la premessa non è delle migliori. Che c’entrano i magistrati comunisti? L’indagine della procura è partita solo dopo che il Giornale aveva rivelato l’affaire immobiliare monegasco. E comunque Fini doveva dare risposte a fatti certi, documentati, dimostrati, sui quali non ha mai parlato. Prima di vergare la sua versione in otto punti. Eccola.

    3) Le offerte «fantasma»
    Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all’amministratore Sen. Pontone o ad altri proposte formali di acquisto.
    Nessuno ha mai scritto che sono state «avanzate proposte» d’acquisto a Gianfranco Fini. Più testimoni, invece, (compresi alcuni inquilini, intervistati venerdì scorso da SkyTg24) riferiscono di numerosi tentativi fatti negli anni nei confronti dei tesorieri Lamorte, all’inizio, e di Pontone poi. C’è anche chi è arrivato a proporre un milione e mezzo di euro. «Ogni volta chiamavamo e ci veniva risposto che al momento il partito non vendeva. Ci hanno rimandato di anno in anno», raccontano. E il parlamentare del Pdl Antonio Caruso, membro del comitato dei garanti del patrimonio, che curò inizialmente la pratica dell’eredità e che andò a Montecarlo, venne tempo dopo contattato dallo studio del notaio Aureglia che gli comunicò che c’erano persone disposte a offrire 6 milioni di franchi francesi (quasi un milione di euro) per l’appartamento: «Ne parlai subito con Pontone, non ne ho più saputo nulla». Forse per Fini quest’offerta non è abbastanza «formale».

    4) Tulliani? Un procacciatore
    Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni.
    Ed eccolo qui, l’inquilino dal nome ingombrante. Fini cita suo «cognato», però, solo come procacciatore d’affari. Evidentemente l’offerta segnalata da Tulliani ha fatto centro, laddove le altre (perché non abbastanza formali?) erano sempre state respinte o lasciate cadere. Ma c’è di più: Tulliani avrebbe «segnalato una società» interessata all’acquisto nel 2008, spiega Fini. La data è generica, ma restringiamo il campo con gli elementi certi. La finanziaria off-shore acquirente, Printemps Ltd, viene costituita il 30 maggio 2008. La compravendita si perfeziona l’11 luglio. In 41 giorni, dunque, la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell’appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come «mediatore», e quest’ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo «formale». Perché Fini, come vedremo, concede il placet. Va da sé che la Printemps venderà a sua volta a una società gemella, Timara Ltd, che affitterà a Tulliani. Vista così, più che mediatore il «cognato» sembra l’inquilino designato.

    5) Ok, il prezzo è giusto
    Verificato dagli Uffici di An che l'offerta di acquisto era superiore al valore stimato (300mila euro a fronte di 450 milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per An (spese di condominio ed altro), autorizzai il Sen. Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi.
    La notizia, clamorosa, è quella anticipata dal Giornale: Fini autorizzò Pontone alla vendita dell’appartamento di Montecarlo a una società creata nel paradiso fiscale di Santa Lucia (a rischio riciclaggio per l’Ocse). La notizia, comica, è che per Fini, pardon, per gli «uffici di An» non meglio precisati, l’affarone sarebbe stato vendere la casa a un prezzo (300mila euro) ovviamente superiore al valore stimato una decina di anni prima (450 milioni di lire). Poco importa che la cifra fosse enormemente inferiore sia ai prezzi di mercato che a quelle offerte dai potenziali acquirenti respinti. La bolletta del condominio doveva scottare molto.

    6) Una vendita come tante
    Solo per restare nell’ambito dell'eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento a Ostia e uno in viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalità. In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l’approvazione dei bilanci, alcun dirigente di An contestò o sollevò perplessità sulle avvenute vendite essendo evidente che la “giusta battaglia” cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l’utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all’estero) non necessari all’attività politica.
    Se per «medesime modalità» Fini intende l’aver dato procura a vendere a Pontone, ci siamo. Ma non risulta che case e terreni a Monterotondo, Ostia e Roma siano finiti in mano a finanziarie off-shore per poi essere abitate dal «cognato» di Fini. Quanto alla «giusta battaglia», l’osservazione di Fini è corretta, peccato che strida con la svendita a prezzo da supersaldo della casa monegasca.

    7) Una data (non) vale l’altra
    La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla.
    Ops. Ci tocca correggere il presidente della Camera, vittima di un lapsus: il rogito tra An e Printemps avvenne l’11 luglio del 2008. Fini cita una data (15 ottobre) relativa proprio al «successivo trasferimento» di cui dice di non sapere «assolutamente nulla», quello da Printemps a Timara, che poi affitta a Tulliani. Non sa nulla tranne la data, forse.

    8) L’inquilino a sorpresa
    Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuiti.
    Se gli inquilini che lo hanno visto nel palazzo di Montecarlo con Elisabetta hanno avuto una visione, possiamo comprendere la sua sorpresa e anche il disappunto. Ma, in questo caso, se era sorpreso e seccato, Fini avrà chiesto lumi alla sua compagna e al cognato. Come mai non li condivide con noi e ci lascia al buio? E perché ha lasciato che il povero Pontone credesse a una «inspiegabile coincidenza» per giustificare quell’inquilino?

    dalla prima e sulla seconda pg. de ilgiornale.it 09 08 2010

    saluti
    Scaiola s'é dimesso, fini?

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    Predefinito Rif: I buchi della difesa di Gianfry.

    Quando il partito si rivela un vero affare.

    di V. Sgarbi

    Il male. La corruzione. Lo spettacolo sinistro che ha avuto il suo più compiaciuto spettatore e narratore in Marco Travaglio.
    Il suo ghigno e la sua albagìa si nutrono con le manifestazioni della malvagità altrui.
    Un mondo di uomini buoni raffredderebbe per sempre l’ispirazione sulfurea del narratore compiaciuto di cogliere l’umanità in fallo; descrivere virtù e comportamenti probi toglierebbe ogni piacere al delirio colpevolista di Travaglio, e anche il divertimento incontenibile per noi, perché a lungo andare il garantismo di cui eravamo orgogliosi si è consumato nella consapevolezza che quelli erano ladri, corrotti e corruttori davvero. Una rivoluzione che iniziò con Tangentopoli: la confidenza improvvisa con termini giuridici come «avviso di garanzia», «concussione», «finanziamento illecito», la patetica insistenza nella separazione concettuale delle carriere (non confondere il giudice con il pubblico ministero), «carcerazione preventiva», «inquinamento delle prove», «reiterazione del reato», «tentativo di fuga»: tutto questo repertorio di formule che non ci erano state familiari nei decenni precedenti, diventa il vocabolario giornalistico e politico degli anni Novanta.
    Ma è inutile.
    La difesa di quel mondo era sbagliata ed è impossibile, perché i magistrati avevano riconosciuto in modo evidente il nesso tra criminalità e potere che la ragion di Stato aveva soffocato negli anni del boom economico.

    Quando girano soldi rimangono appiccicati anche a mani sbagliate. Ma forse è proprio per questo che girano. Travolti dalle inchieste, i politici della Prima Repubblica non seppero alzare barriere per difendersi, non riuscirono a nascondersi dietro immunità sempre più impudiche e invereconde.
    Tentai allora, con convinzione, una loro difesa.
    Mi era chiaro che tangenti e illeciti profitti personali avevano caratterizzato in modo patologico la Prima Repubblica; ma mi era altrettanto chiaro che la fisiologia del finanziamento illecito riguardava la macchina dei partiti e la necessità di adeguare vecchi comportamenti prevalentemente clientelari alla mediatizzazione imposta dalla nuova organizzazione della società e dal rapido mutamento dei modi di comunicazione. Lo capì prima e meglio di altri Bettino Craxi, che si trovò tra consapevolezza e inconsapevolezza a manovrare ingenti somme di denaro per spettacolarizzare la politica e i soldi venivano spesi senza misura e senza controllo. Ma l’obiettivo era la politica, il consenso.
    In questo senso, Craxi anticipò la politica-spettacolo, e il protagonismo che si sarebbe affermato con Berlusconi, e con la Seconda Repubblica fondata su un potere economico personale (vedi, oltre a Berlusconi, Letizia Moratti col sostegno del marito Gianmarco, di Casini col sostegno del suocero Caltagirone, di Di Pietro e Fini, come abbiamo appreso di recente con il sostegno di munifiche donatrici).
    Craxi è caduto non per personale cupidigia, come si può pensare anche di altri leader della Prima Repubblica, come Forlani con il probo Citaristi plurinquisito ma onesto, o del liberale Altissimo, o degli esponenti comunisti legati all’affaire Greganti, così come tutti i leader coinvolti nella maxitangente Enimont.

    L’azione dei magistrati fu durissima, minando antiche impunità che sembravano indiscutibili, ma violando - per eccessiva confidenza nella bontà dell’azione - elementari diritti di rispetto della persona. Da cui l’inevitabile reazione garantista. Metodi non democratici, intimidatori, denunciati in modo esemplare da Gabriele Cagliari e da Sergio Moroni in celebri lettere e con gesti clamorosi come ripetuti suicidi. Esemplari in questo senso i suicidi degli stessi Cagliari e Moroni e di Raul Gardini, testimonianza di una situazione insostenibile e che infatti con gli anni, pur non calando la corruzione, non si sono ripetuti. L’anomalia era evidente: tra il ’92 e il ’93 furono inquisiti più di 270 parlamentari e qualche migliaio di amministratori locali in un clima da resa dei conti che non fa onore alla magistratura e che era un fenomeno più grave, di sospensione delle garanzie, della corruzione che combatteva.

    La politica fu, in quegli anni, definitivamente uccisa. Così i partiti, gli ideali, in una confusione culturale senza precedenti per cui l’unico requisito richiesto a un politico non era la competenza ma l’onestà (personale s’intende) contravvenendo all’aureo principio di Benedetto Croce, «il vero politico onesto è il politico capace». Da qui la quantità di dilettanti allo sbaraglio, ma anche di Berlusconi che, proclamandosi non professionista della politica, dava la garanzia di praticarla non per interesse personale. Di qui la fortuna, non di tecnici, collaudati in tempi di transizione (vedi Dini e Ciampi), ma di incompetenti che potessero vantare di non avere mai fatto politica. La politica sporca, chiede compromessi.
    Ed ecco una nuova generazione di politici disinteressati, soprattutto alla politica. I quali raggiungono il potere senza avere conoscenze né esperienze. Odiano la politica e la praticano senza passione, come forma di affermazione sociale o vanità e restano in balia di una nomenklatura di burocrati e direttori generali che continuano a rubare come prima e senza dovere nulla ai loro improbabili referenti politici.
    Quando qualcuno di questi capisce il gioco, è tentato di entrarvi e di sporcarsi le mani. Come si è visto.

    Ma la maggior parte utilizza la politica come bengodi per fortune che mai avrebbe raggiunto con il lavoro di origine. Il caso più clamoroso - al di là delle vicende che investono oggi il presidente della Camera - è quello di Antonio Di Pietro che, lasciata la magistratura della quale rivendica l’appartenenza, tra stipendi, prebende e rimborsi al partito ha raccolto tanto denaro come neanche in 200 anni di professione giudiziaria. La politica in 15 anni l’ha fatto ricco più o meno come Bonolis alla tv. Nonostante i referendum dei radicali contro il finanziamento pubblico (votato dal 90,3% degli italiani) la formula ipocrita del rimborso di 5 euro per elettore ha portato ai partiti un miliardo e mezzo di euro, circa 100 milioni all’anno. Così, prima i partiti si finanziavano con le tangenti, adesso con i soldi pubblici. Col risultato di rendere ricchi (personalmente) politici senza qualità, oligarchi che possono perfino documentare la regolarità delle loro ricchezze. Poi possono capitare, per imprudenza, incidenti, come negli ultimi tempi. E il potere dà alla testa fino al punto che qualcuno riceve soldi da funzionari del suo stesso ministero o assessorato senza saperlo. Resta che il grande moralista Di Pietro che indagò Pillitteri e Tognoli e Tabacci per pochi milioni di lire e arrestò innocenti, uomini come Franco Nobili, Clelio Darida, e indagò Gardini, ora divide con la moglie e con l’amica (portate in Parlamento come molti altri politici, d’imperio, senza preferenze) almeno 60 milioni di euro. Questa è la morale di Tangentopoli: le tangenti della Prima Repubblica facevano risparmiare lo Stato e i politici rispondevano a un partito.
    Oggi rispondono soltanto ai fiduciari dei loro conti all’estero.
    Per Travaglio il divertimento continua.

    dalla prima pg. con seguito a pg. 6 ildiornale.it 09 08 2010

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Rif: I buchi della difesa di Gianfry.

    Citazione Originariamente Scritto da yure22 Visualizza Messaggio
    Scaiola s'é dimesso, fini?
    pare sia stato raggiunto l'accordo su Della Vedova nuovo presidente
    il 9 settembre si dimetterà

    a meno , che nel frattempo , non salti fuori che B.D.V. da piccolo ha rubato le ciliege.

    Chiocci è già a Sondrio e sta rintracciando i compagni delle elementari.
    Ultima modifica di furbo; 09-08-10 alle 11:18
    Il problema non è Berlusconi , il problema sono gli italiani!

    DISSIDENTE POLITICO IN REGIME DA OPERETTA!
    OH CINCILLA' ... OH CINCILLA'!

  5. #5
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    Predefinito Rif: I buchi della difesa di Gianfry.

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Quando il partito si rivela un vero affare.

    di V. Sgarbi

    Il male. La corruzione. Lo spettacolo sinistro che ha avuto il suo più compiaciuto spettatore e narratore in Marco Travaglio.
    Il suo ghigno e la sua albagìa si nutrono con le manifestazioni della malvagità altrui.
    Un mondo di uomini buoni raffredderebbe per sempre l’ispirazione sulfurea del narratore compiaciuto di cogliere l’umanità in fallo; descrivere virtù e comportamenti probi toglierebbe ogni piacere al delirio colpevolista di Travaglio, e anche il divertimento incontenibile per noi, perché a lungo andare il garantismo di cui eravamo orgogliosi si è consumato nella consapevolezza che quelli erano ladri, corrotti e corruttori davvero. Una rivoluzione che iniziò con Tangentopoli: la confidenza improvvisa con termini giuridici come «avviso di garanzia», «concussione», «finanziamento illecito», la patetica insistenza nella separazione concettuale delle carriere (non confondere il giudice con il pubblico ministero), «carcerazione preventiva», «inquinamento delle prove», «reiterazione del reato», «tentativo di fuga»: tutto questo repertorio di formule che non ci erano state familiari nei decenni precedenti, diventa il vocabolario giornalistico e politico degli anni Novanta.
    Ma è inutile.
    La difesa di quel mondo era sbagliata ed è impossibile, perché i magistrati avevano riconosciuto in modo evidente il nesso tra criminalità e potere che la ragion di Stato aveva soffocato negli anni del boom economico.

    Quando girano soldi rimangono appiccicati anche a mani sbagliate. Ma forse è proprio per questo che girano. Travolti dalle inchieste, i politici della Prima Repubblica non seppero alzare barriere per difendersi, non riuscirono a nascondersi dietro immunità sempre più impudiche e invereconde.
    Tentai allora, con convinzione, una loro difesa.
    Mi era chiaro che tangenti e illeciti profitti personali avevano caratterizzato in modo patologico la Prima Repubblica; ma mi era altrettanto chiaro che la fisiologia del finanziamento illecito riguardava la macchina dei partiti e la necessità di adeguare vecchi comportamenti prevalentemente clientelari alla mediatizzazione imposta dalla nuova organizzazione della società e dal rapido mutamento dei modi di comunicazione. Lo capì prima e meglio di altri Bettino Craxi, che si trovò tra consapevolezza e inconsapevolezza a manovrare ingenti somme di denaro per spettacolarizzare la politica e i soldi venivano spesi senza misura e senza controllo. Ma l’obiettivo era la politica, il consenso.
    In questo senso, Craxi anticipò la politica-spettacolo, e il protagonismo che si sarebbe affermato con Berlusconi, e con la Seconda Repubblica fondata su un potere economico personale (vedi, oltre a Berlusconi, Letizia Moratti col sostegno del marito Gianmarco, di Casini col sostegno del suocero Caltagirone, di Di Pietro e Fini, come abbiamo appreso di recente con il sostegno di munifiche donatrici).
    Craxi è caduto non per personale cupidigia, come si può pensare anche di altri leader della Prima Repubblica, come Forlani con il probo Citaristi plurinquisito ma onesto, o del liberale Altissimo, o degli esponenti comunisti legati all’affaire Greganti, così come tutti i leader coinvolti nella maxitangente Enimont.

    L’azione dei magistrati fu durissima, minando antiche impunità che sembravano indiscutibili, ma violando - per eccessiva confidenza nella bontà dell’azione - elementari diritti di rispetto della persona. Da cui l’inevitabile reazione garantista. Metodi non democratici, intimidatori, denunciati in modo esemplare da Gabriele Cagliari e da Sergio Moroni in celebri lettere e con gesti clamorosi come ripetuti suicidi. Esemplari in questo senso i suicidi degli stessi Cagliari e Moroni e di Raul Gardini, testimonianza di una situazione insostenibile e che infatti con gli anni, pur non calando la corruzione, non si sono ripetuti. L’anomalia era evidente: tra il ’92 e il ’93 furono inquisiti più di 270 parlamentari e qualche migliaio di amministratori locali in un clima da resa dei conti che non fa onore alla magistratura e che era un fenomeno più grave, di sospensione delle garanzie, della corruzione che combatteva.

    La politica fu, in quegli anni, definitivamente uccisa. Così i partiti, gli ideali, in una confusione culturale senza precedenti per cui l’unico requisito richiesto a un politico non era la competenza ma l’onestà (personale s’intende) contravvenendo all’aureo principio di Benedetto Croce, «il vero politico onesto è il politico capace». Da qui la quantità di dilettanti allo sbaraglio, ma anche di Berlusconi che, proclamandosi non professionista della politica, dava la garanzia di praticarla non per interesse personale. Di qui la fortuna, non di tecnici, collaudati in tempi di transizione (vedi Dini e Ciampi), ma di incompetenti che potessero vantare di non avere mai fatto politica. La politica sporca, chiede compromessi.
    Ed ecco una nuova generazione di politici disinteressati, soprattutto alla politica. I quali raggiungono il potere senza avere conoscenze né esperienze. Odiano la politica e la praticano senza passione, come forma di affermazione sociale o vanità e restano in balia di una nomenklatura di burocrati e direttori generali che continuano a rubare come prima e senza dovere nulla ai loro improbabili referenti politici.
    Quando qualcuno di questi capisce il gioco, è tentato di entrarvi e di sporcarsi le mani. Come si è visto.

    Ma la maggior parte utilizza la politica come bengodi per fortune che mai avrebbe raggiunto con il lavoro di origine. Il caso più clamoroso - al di là delle vicende che investono oggi il presidente della Camera - è quello di Antonio Di Pietro che, lasciata la magistratura della quale rivendica l’appartenenza, tra stipendi, prebende e rimborsi al partito ha raccolto tanto denaro come neanche in 200 anni di professione giudiziaria. La politica in 15 anni l’ha fatto ricco più o meno come Bonolis alla tv. Nonostante i referendum dei radicali contro il finanziamento pubblico (votato dal 90,3% degli italiani) la formula ipocrita del rimborso di 5 euro per elettore ha portato ai partiti un miliardo e mezzo di euro, circa 100 milioni all’anno. Così, prima i partiti si finanziavano con le tangenti, adesso con i soldi pubblici. Col risultato di rendere ricchi (personalmente) politici senza qualità, oligarchi che possono perfino documentare la regolarità delle loro ricchezze. Poi possono capitare, per imprudenza, incidenti, come negli ultimi tempi. E il potere dà alla testa fino al punto che qualcuno riceve soldi da funzionari del suo stesso ministero o assessorato senza saperlo. Resta che il grande moralista Di Pietro che indagò Pillitteri e Tognoli e Tabacci per pochi milioni di lire e arrestò innocenti, uomini come Franco Nobili, Clelio Darida, e indagò Gardini, ora divide con la moglie e con l’amica (portate in Parlamento come molti altri politici, d’imperio, senza preferenze) almeno 60 milioni di euro. Questa è la morale di Tangentopoli: le tangenti della Prima Repubblica facevano risparmiare lo Stato e i politici rispondevano a un partito.
    Oggi rispondono soltanto ai fiduciari dei loro conti all’estero.
    Per Travaglio il divertimento continua.

    dalla prima pg. con seguito a pg. 6 ildiornale.it 09 08 2010

    saluti
    Il ministro dell'agricoltura ha chiesto la DOC per la difesa di fini, sembra avere più buchi della gruviera quindi non la si confonda col prodotto svizzero.

 

 

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